Cuarón dice che non l’ha girato nello spazio, ma sarà vero? Com’è che tutti gli attori dopo un po’ scappavano? Questo per esempio a un certo punto doveva essere Downey jr. Va benissimo così.

Gravity (Alfonso Cuarón, 2013)

 

Nello spazio non esiste l’alto e il basso: ci sei soltanto tu – e le cose o ti girano intorno o ti arrivano addosso. Quando molte cose ti girano intorno, hai un problema. Non che tu possa fermarti – ameno finché non ti viene addosso qualcosa. Quando ti arriva addosso qualcosa, cerca di afferrarlo, o scansati più che puoi, perché non c’è un singolo oggetto nello spazio, non c’è un singolo frammento o pezzo di astronave o astronauta che non viaggi a una velocità mortale – sono tutte bombe, tutte pallottole, e non è colpa di nessuno. Non c’è niente di fermo nello spazio, la stessa parola “fermo” è un’astrazione con cui noi terricoli definiamo le cose blindate sulla superficie terrestre insieme a noi. Ma nello spazio si muove tutto, a velocità differenti, su traiettorie divergenti, ma sempre troppo velocemente. Nello spazio non puoi piangere, non solo perché non c’è atmosfera e non ti sentirebbe nessuno, ma soprattutto perché le tue lacrime tra milioni di anni potrebbero ancora essere in giro, asteroidi di ghiaccio e sale pronti a distruggere civiltà avanzatissime in pianetini microscopici, o bruciare come stelle cadenti. Nello spazio è complicato persino farla nel vaso, figurati scappare da una stazione spaziale distrutta verso un’altra stazione spaziale che sta bruciando in silenzio.

 

Qualcuno può sentirci? Da qui siete tutti bellissimi.

 

Nello spazio c’è tutto il silenzio che vuoi, e molto di più. Può esplodere una galassia o un’astronave alle tue spalle; se non sei voltato da quella parte non te ne accorgerai. Ma nello spazio non ti senti veramente solo, finché hai la Terra da qualche parte; finché puoi vedere albe e tramonti sullo stivale o sul delta del Nilo, e milioni di luci accendersi e specchiarsi sulle rive del Gange; non sei solo. Quindi aggrappati a qualcosa, a un’asta o a un’antenna o a un sojuz o a una frequenza a onde corte. Nello spazio davvero profondo, nel vuoto cosmico, ti senti soffocare: diventi l’astronave di te stesso e vorresti uscire, ma sei già fuori. Sei più fuori di quanto è possibile, hai infranto milioni di record che interessano soltanto a qualche abitante di una pietra che rotola a secondi luce di distanza. Nello spazio.

 

 

 

E lei doveva essere Angelina Jolie. Va bene così. Va benissimo così.

 

 

Non ci vuoi veramente stare. Non è il tuo posto, semplicemente. Non è colpa di nessuno, non esiste nemmeno il concetto. Nemmeno della vita esiste il concetto. È un accidente esotico causato da alcune muffe su una pietra che rotola a secondi luce di distanza. L’ossigeno nella tuta è già all’uno per cento, tra un poco inalerai soltanto co2, qualche allucinazione e poi sarai parte dello spazio, una lacrima nel vuoto; rotolerai intorno al tuo asse fino al prossimo collasso stellare. Sarai la luna di qualche rottame di stazione spaziale, o di un asteroide – tra milioni di anni non ci sarà nessuna differenza. O un meteorite che l’atmosfera accenderà come un fiammifero. Non è colpa di nessuno, anzi è giusto sia così, questo è lo spazio.

 

Ma tu ti ostini a respirare. Non hai niente da perdere, ma vuoi tornare indietro. Vuoi sentire il guaito di un cane, vuoi prendere fuoco o annegare, qualsiasi cosa sarà meglio di orbitare per sempre. Qualsiasi modulo russo o cinese ti è caro come l’utero di mamma. Carezzare l’atmosfera, a migliaia di chilometri l’ora, è come sfregarsi su una parete di cemento; ma ti sta bene, non c’è una cosa più bella di vedere finalmente un cielo azzurro dall’oblò che si sta incendiando.

 

E forse ce la farai, forse arriverai sulla terra e la bacerai; e un attimo dopo ti sentirai così pesante, ti ricorderai di come funziona su questa pietra la gravità, e per un istante solo rimpiangerai quel momento in cui eri un pianeta libero di ruotare sul suo asse.

 

Gravity è da vedere. È il più bello e verosimile e struggente film di astronauti mai realizzato – perlomeno James Cameron la pensa così, e chi siamo noi per contraddirlo. Forse non vi piace il genere, e l’idea di 90 minuti di astronauti che sbattono contro a relitti di stazioni spaziali vi terrorizza. Ma non dovete aver paura. Anche quando la lancetta dell’ossigeno segnerà lo zero – ce n’è ancora un poco nella tuta, ma mi raccomando, a piccoli sorsi. Da qualche parte c’è un sojuz caldo, una bottiglia di vodka nascosta sotto il quadro dei comandi. Gli occhiali 3d non sono indispensabili, ma vi aiuteranno a nascondere le lacrime. Forse Gravity non sarà il vostro film, ma è comunque la vostra natura: siete corpi gravi che girano all’impazzata, impattando ogni tanto, aggrappati a una speranza o a un’onda che suona del country o a un cane che abbaia, qualcosa che sopravviva a tutto quel silenzio.

 

Gravity è in 2D ai Portici di Fossano alle 20:30 e 22:30; in 3d al Cine4 di Alba (20:00; 22:15), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20; 22:40), al Multisala Impero di Bra (20:20; 22:30), al Multilanghe di Dogliani (21:30), al Cinecittà di Savigliano (20:20; 22:30). Se tutto va bene avrete una storia pazzesca da raccontare. 

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