a’s’v’dam

Sui modenesi, appunto

Appunto sui modenesi: ai modenesi piace ridere di sé stessi.
Questo in genere è un bene: meglio ridere di sé che prendersi sul serio, in assoluto. E tuttavia.

Io non so, nessuno sa, di cos’è fatto esattamente Infinite Jest, il cortometraggio di James O. Incandenza che nell’omonimo romanzo trasforma gli spettatori in amebe desiderose unicamente di vedere Infinite Jest all’infinito (sicché nessuno può tornare vivo a raccontarne il contenuto); e tuttavia, se fossi James e lo dovessi girare a Modena, mi basterebbe riprendere un modenese che, nell’atto di recitare in un film, fatica a stare serio, pregustando il momento in cui rivedendosi riderà. Di sé stesso, che sorride a denti stretti, pregustando il momento in cui rivedendosi riderà di sé stesso, e la cosa può ben andare avanti all’infinito, e sarà comunque divertente. Per un modenese, certo.

Ma perché poi essere m. dovrebbe essere intrinsecamente divertente, vediamo.
Primo, non invidiamo nessuno. A una certa età è una selezione naturale: chi avrebbe voluto vivere in un altro posto ormai c’è andato.
Secondo: siamo noi stessi sinceramente divertiti di trovarci qui. Cresciuti a tv e internet, è sempre stato buffo mettere il naso fuori di casa e trovarci una piccola città con tutti che parlano strano, e ancora più buffo sentire che anche noi parliamo così. Con nessuno sforzo. Ma insomma sembra tutto messo lì per finta, in attesa di montare una città vera, una vita vera. È un posto dove crescere (con calma) o nascondersi proprio.

Cerco di spiegarmi meglio. Quando autoindulgiamo in quella cadenza, simile a certe che sentite negli spot di generi alimentari, è molto difficile capire dove finisce l’eredità o l’ambiente, e dove comincia la posa. Taglio corto: modenesi non si nasce. Apparentemente. Sei tu che scegli di parlar così, ma non sarà mai una scelta seria. Avrai sempre l’impressione che puoi metterti a parlar normale, da un momento all’altro, se solo lo volessi. Certo, basterebbe prendere un treno per scoprire che non è vero, che l’accento è un destino ancestrale che ti trascini dietro.
Allora fa’ così: quel treno lì, non prenderlo. Problema risolto.

Non so se sono stato chiaro: ogni volta che un modenese parla, è come se prendesse in giro il modenese che è in lui. Siamo la caricatura di noi stessi, e ci divertiamo.
(Il parlare bolognese è inadatto alle lettere d’amore, diceva uno scrittore di quelle parti. Il nostro è inadatto, ormai, a qualunque cosa non sia una barzelletta).
E tutto questo non è colpa della provincia. In provincia ci si prenderebbe anche sul serio, è sempre stata una cosa seria la vita. Ma la provincia più la tv ottiene uno strano effetto. A furia di vedere NY e LA sullo schermo, cominci a pensare che quel che si vede fuori dalla finestra non sia tanto serio.
Quando non avevano ancora i mezzi per ascoltarsi e guardarsi e farsi il verso, i modenesi erano probabilmente gente più seria. Lo sappiamo dagli annali. Tra le altre cose, Medaglia d’oro della Resistenza. Ecco, immaginati i modenesi d’oggi che riparano in montagna con fucili e bombe a mano per resistere all’invasor. Non ce la fai, sembra subito la trama di un cortometraggio ridicolo.

Fortunatamente la Storia non passa più di qui in tank e bombardieri. Ma – la solita prevedibile domanda – se ricapitasse? Che figura ci facciamo?

11 Comments

  1. o provato a leggere infinite jest, e mi sono sentita stupida, assolutamente stupida. non sono riuscita a leggerlo, non lo capivo e mi confondevo. l’h omesso da parte, promettendom di riprenderlo, prima o poi…nel frattempo ho letto “una cosa divertente che non farò mai più” 🙂

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  2. “Come non ricordare il Tassoni?<>Tra la secchia e ‘l Panaro in un pantano,è Modena città di Lombardia,dove si smerda ogni fedel cristianoche si accinge a passar per quella via<>[…] Ad ogni modo, i modenesi corressero il terzi verso del Tassoni così:<>dove s’allegra ogni fedel cristiano<>“Mario Soldati, Vino al Vino (1977)

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  3. Mah, chissà, < HREF="http://www.bramieropinna.com/brugnacci/homomantis/strabuzzo.jpg" REL="nofollow">può darsi<>.“Ci vediamo” sta anche per “vediamo noi stessi”.Lapitta, credo che superato lo shok iniziale, non ci sia nulla di insormontabile. Da qualche parte ho sentito dire che è una specie di decamerone: se anche lasci perdere la cornice (che è molto più intricata del decamerone) i racconti in sé sono tutti belli e divertenti.Poi, se io facessi un seminario a discipline della comunicazione, lo potrei intitolare: “Se Proprio Devi Fallire un Romanzo, Fallo in Grande: come accumulare per 1000 pagine una serie di attese e pretese che nemmeno Omero, Joyce e Stephen King riuscirebbero a soddisfare, e poi rinunciare al finale con la scusa del post-moderno”, e inviterei senz’altro Foster Wallace, che secondo me conosce l’argomento.Ma a discipline della comunicazione fanno cose più serie.

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  4. E’ un po’ come il francese: uno non se lo immagina che possa essere una lingua “da duri”: poi, quando si legge Izzo in originale, o si guarda “La Haïne”, “L’Odio”, in originale, allora se la riesce a immaginare…Se la Storia prenderà di nuovo quella piega, allora si vedrà, zio canta… 🙂

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  5. Mah…non so se passerei tutta la vita a rimirarmi un modenese…certo che se a un genio del cinema, negli anni 50, fosse venuto in mente di girare un infinito nudo di Audrey Hepburn (dalle sottili caviglie fino ai disarmanti occhietti felini e poi ancora giù ai polpastrelli dei suoi deliziosi piedini) sarei potuto essere un felicissimo ebete dalla nascita…ah, quanto sentiamo l’ assenza del genio…scusate la variazione furori tema…

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