Ricapitoliamo?
La SSIS è nata per colmare una deficienza dell’università italiana, che non è in grado di formare all’insegnamento. Ed è stata immediatamente appaltata all’università italiana: che continua a non essere in grado di formare all’insegnamento. È come se ai manager geniali che sono riusciti ad andare in rosso con la Tim, dopodomani fosse offerta la gestione di Vodafone, perché comunque sono ragazzi svegli che si meritano una seconda possibilità. Ma l’università italiana è sveglia? Si merita una seconda possibilità?
Le facoltà umanistiche italiane sono rimaste congelate a metà di un famoso percorso: quello da università di élite a università di massa. Per tanti docenti questo significava, semplicemente, allargare le aule (non il numero di lezioni), ridurre l’interazione tra professore e studente, e creare un centinaio di ricercatori invece che una dozzina.
Peccato che il mercato del lavoro non abbia nessuna necessità di centinaia di ricercatori in materie umanistiche (anche bravi). Avrebbe invece qualche necessità di insegnanti capaci. L’università, questa esigenza, non l’ha mai capita davvero. Comunque, se proprio insisti, con un sovrapprezzo e due anni di frequenza in più, oggi è in grado di abilitarti all’insegnamento senza farti passare attraverso l’odioso concorsone ministeriale. Gli esami finali delle SSIS sono in mano a commissioni interne, che come tutte le commissioni interne del mondo non hanno nessun interesse a bocciare i loro esaminati.
Di buono, nelle SSIS, c’è la possibilità di fare stage nelle scuole (che di manodopera sottopagata o non pagata hanno disperato bisogno): così almeno si torna a scuola prima di firmare il primo contratto. La scuola è un mondo che tutti pensiamo di conoscere bene, per averci passato più di dieci anni: ma nel frattempo ne sono passati altri 15; è cambiata (un po’) la scuola, e siamo cambiati soprattutto noi. Al di là di tutte le teorie sull’apprendimento (che nessuno t’insegna), il passaggio dall’altra parte della cattedra è sempre uno choc. Così, in mancanza di teorie robuste, almeno si fa pratica.
Ma a questo punto siamo daccapo. Prima delle SSIS, l’unico modo di diventare un buon insegnante era fare esperienza (pagata). Tanto peggio per le centinaia di studenti che si beccano l’insegnante inesperto ancora in rodaggio. Ora, con le SSIS, c’è la possibilità di fare qualche esperienzuola in più – non pagata. Non mi sembra un grandissimo passo avanti. Soprattutto, nel 2003 non mi era chiaro perché centinaia di sissine con qualche esperienzuola dovessero passare davanti a precari storici che avevano anni e anni di solida pratica tra i banchi.
Quanto a me, dopo due anni non avevo né un’esperienza veramente solida, né la spinta delle sissine. Il mio destino era vivacchiare nel fondo di una graduatoria di supplenti: girarmi la provincia per una manciata di punti, in attesa di un’assunzione a tempo indeterminato che si faceva via via più lontana. All’inizio ero un po’ spaventato, così feci una cosa inconsulta. Ribussai alla porta dell’università, dove credevo che nessuno mi conoscesse più. Feci un paio di concorsi e vinsi una borsa di studio. Così, capite, in questo momento sto mangiando in due piatti – e sto sputando in entrambi. Forse la vocazione di ciarlatano ha ripreso il sopravvento.
Quest’estate avevo un po’ di tempo, così ho voluto provare a fare il ricercatore sul serio: sono andato in Connecticut e mi sono chiuso in una biblioteca pressurizzata con 40 scatoloni di manoscritti. Stavo bene, finché non mi è arrivata una mail. Il Ministro dell’Istruzione, anzi della Pubblica Istruzione, aveva deciso di assumermi a tempo indeterminato.
“È impossibile. Sono in fondo alla graduatoria. Secondo i miei calcoli fino al 2010…”
“Se invece di fare dei calcoli ti leggessi il giornale, scopriresti che Fioroni non sta pescando dalla graduatoria, ma dalla vecchia lista degli abilitati del Concorsone ’99”.
“E le sissine?”
“Imparano a votare Berlusconi. Senti, qui c’è la lista delle scuole della provincia. Sembra proprio che tu possa scegliere dove andare. C’è una scuola dove passeresti volentieri tutto il resto della vita?”
“No. Io non posso scegliere. Non ho mai scelto in vita mia”.
“Ora puoi”.
“Ma non voglio. È troppo tardi. Io questa cosa del precariato ormai l’ho interiorizzata. Io voglio farmi delle avventure, un anno nel ghetto e uno nella scuola dei fighetti. Conoscere tante prof diverse. Arrivare al collegio docenti coi libri dell’università e strafottermi di tutto, perché tanto nessuno mi spiegherà nulla. Non voglio mettere radici! Io con la scuola ci faccio solo sesso, non ho la minima intenzione di sposarmi”.
“Invece ti sposerai”.
Per telefono.

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