Tutta colpa di Montale, 2

(continua da lunedì)

Tante cose avrei da rimproverargli ancora, ma è tardi, sempre più tardi, e in fondo il problema è un altro.

È che io sono un pasticcione che non riesce a risolvere il suo rapporto con i fogli di carta, gli appunti, i documenti, le copie conformi, le fatture, e questo è un problema, col lavoro che faccio. Con qualsiasi lavoro che io faccia. (Come un benzinaio allergico alla nafta). E di chi è la colpa? È sua.

Quel modello di scribacchino sciatto e geniale, che si prende due appunti sul retro di un biglietto del tram, poi lo scorda nel panciotto, lo ritrova cinque anni dopo in lavanderia e ci scrive una poesia – quello che non solo è disordinato di costituzione, ma pretende anche il medesimo disordine da chi convive con lui, quello che guai a svuotargli il cestino, magari c’è dentro un mottetto in stato di fermentazione.

Ed ecco che mi ritrovo una montagna di biglietti e fatture e retri di fotocopie e liste per la spesa, e maledetta, maledetta la poesia che mi viene sempre in mente in questa situazione:

Le parole

se si ridestano

rifiutano la sede

più propizia, la carta

di Fabriano, l’inchiostro

di china, la cartella

di cuoio o di velluto

che le tenga in segreto;

le parole

quando si svegliano

si adagiano sul retro

delle fatture, sui margini

dei bollettini del lotto.

sulle partecipazioni

matrimoniali o di lutto;

le parole

non chiedono di meglio

che l’imbroglio dei tasti

nell’Olivetti portatile,

che il buio dei taschini

del panciotto, che il fondo

del cestino, ridottevi

in pallottole;

le parole

non sono affatto felici

di essere buttate fuori

come zambracche e accolte

con furore di plausi

e disonore;

le parole

preferiscono il sonno

nella bottiglia al ludibrio

di essere lette, vendute,

imbalsamate, ibernate;

le parole

sono di tutti e invano

si celano nei dizionari

perché c’è sempre il marrano

che dissotterra i tartufi

più puzzolenti e più rari;

le parole

dopo un’eterna attesa

rinunziano alla speranza

di essere pronunziate

una volta per tutte

e poi morire

con chi le ha possedute
.

(Le parole, da Satura II, 1962-1970)

Sì, Eugenio, bravo, ben detto, ma la garanzia dell’aspirapolvere, porcapaletta, dov’è, dov’è.

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