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Il mio Cyrano

Vorrei poter ricordare un suo grande film, ma non ce ne sono ed è una cosa che non sono mai riuscito a spiegarmi, un mistero la cui soluzione è magari banalissima ma fuori dalla mia portata. Così per quanto imbarazzante devo ammettere che per me Gigi Proietti è stato per prima cosa il presentatore di Fantastico 4, varietà autunnale di Enzo Trapani su Rai1, abbinato nel 1983 alla Lotteria Italia. Questa cosa non la ricorderanno in molti, del resto non fu nemmeno un successo; anzi un discreto disastro visto che la per la prima volta Rai1 perse la sfida del sabato sera contro il varietà più convenzionale di Canale 5, Premiatissima. Io avevo dieci anni e sentivo che qualcosa stava succedendo; notavo che uno dopo l’altro i miei compagni smettevano di seguire il Primo Canale e passavano a quell’Entità che stavo già cominciando a considerare il Nemico, se non altro perché insisteva a interrompere i cartoni con la pubblicità. Io invece imperterrito il sabato sera guardavo Fantastico e non mi costava nessuna fatica stare fuori dal gregge, perché a me piaceva Proietti. Piazzato lì tra un giochino e un balletto, veniva visibilmente da un altro mondo e ne era ben fiero, e io con lui. Ogni tanto riciclava un suo sketch, roba vecchia ma non per me, per me il mondo era appena iniziato. 

Da cui l’angosciosa domanda: ai decenni di oggi, può capitare la stessa fortuna? Ammesso che ci sia in giro gente brava quanto Proietti – ovviamente nei loro campi, che sono diversi da quelli che erano importanti quando ero bambino io, per cui non pretendo di capire se in giro c’è qualcuno altrettanto bravo a fare la sua cosa quanto Proietti era bravo a fare la sua. Spero proprio che ci sia, ma anche in questo caso: come fa un bambino di dieci anni a trovarlo, sul digitale terrestre o su youtube o tictoc od ovunque sia? A me Proietti arrivò per un capriccio dei palinsesti, l’effetto collaterale di un esperimento sbagliato; da lì in poi la Rai capì che non era la direzione giusta, chiamò Baudo a blindare il varietà nazionalpopolare e gli anni ’80 proseguirono nel modo in cui preferiscono tutti ricordarli. Nel frattempo però io avevo visto Proietti: e avevo scoperto che mi piaceva di più. 

Appena tornò in tv, mi ci appiccicai: e questo fu il regalo più bello che mi fece Proietti, e in generale uno dei migliori che mi fece la tv, perché ci tornò con il Cyrano de Bergerac; non una versione televisiva, ma proprio il testo di Edmond Rostand, recitato con gli allievi del suo laboratorio. Un’altra cosa che non fu un successo: per quanto ho potuto appurare, di solito i ciraniani italiani si dividono in quelli che si ricordano Modugno e quelli che si ricordano Depardieu; per me invece Cyrano è Proietti, e Proietti è Cyrano. E Cyrano ovviamente è lo spirito guida di ogni preadolescente che l’abbia visto al momento giusto: a me è successo, grazie a Proietti. Probabilmente se lo rivedessi ora troverei i suoi allievi ancora un po’ legnosi (come è giusto che fosse), e lui fin troppo debordante (come Cyrano d’altronde dev’essere). Ma sulle teche Rai non c’è, maledizione. 

Da cui il ritorno dell’angoscioso interrogativo: come faranno i ragazzini di oggi a capire quanto è bello il Cyrano di Bergerac e quanto sia necessario punzecchiare i De Guiche, sostenere i Cristiani e rinunciare alle Rossane? Magari non lo impareranno mai, magari non era affatto importante. Ogni generazione ha i suoi miti e i suoi sistemi di valori; è solo la ristrettezza del nostro punto di vista a suggerirci che il nostri fossero migliori. Proietti è stato un regalo per me, tra il 1983 e il 1986; in seguito l’ho perso un po’ di vista, ma non riesco a credere che chi sia cresciuto col Maresciallo Rocca in tv abbia avuto lo stesso regalo che ho avuto io; quanto a quelli che da vent’anni in tv si trovano davanti il Grande Fratello e Ballando con le Stelle, beh capisco che preferiscano altri media, altri contenuti, e spero davvero che li trovino e che siano importanti e formativi come furono i miei. Devo sforzarmi di pensare che potrebbero esserlo; non devo essere schiavo del mio ristretto e fugace punto di vista, non devo trasformarmi in un querulo laudator temporis acti che Proietti irriderebbe in uno sketch. 

Ma non credo di riuscirci. Per quanto mi sentirete affermare il contrario, tenetevelo per detto: dentro di me una voce proclama che io ho avuto la migliore formazione possibile: ho avuto Rodari e Calvino e poi Eco; e in tv pure al sabato sera poteva persino capitare un Proietti. Ho visto un Cyrano integrale a dodici anni, certo non per merito mio: posso solo ringraziare. Grazie. 

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Il santo che perse la testa (a causa di una ragazzina!)

29 agosto – San Giovanni decollato (1-30 ca.)

Infanzie devastate da materiale audiovisivo discutibile.

[2013]. Giovanni Battista è l’unico santo di cui festeggiamo sia il compleanno (24 giugno) che il martirio (oggi). Io per la verità da bambino pensavo che il Giovanni Decollato fosse un santo omonimo che avevano ammazzato buttandolo dalla finestra.

Invece Giovanni, come tutti sanno, fu decollato nel senso che gli staccarono la testa dal collo: un supplizio violento ma che esprimeva una considerazione per lo status della vittima; la crocifissione invece era una cosa da schiavi. A metterlo a morte fu Erode Antipa, tetrarca della Galilea satellite di Roma. Su questo le fonti concordano. Purtroppo le “fonti” sono i vangeli e l’ebreo romanizzato Giuseppe Flavio. Quest’ultimo dovrebbe essere un po’ più affidabile, ma le sue Antiquitates Judaicae sono state interpolate per secoli, da copisti cristiani anche in buona fede, a cui sembrava impossibile che un cronista ebreo del primo secolo si facesse sfuggire notizie su Giovanni Battista e Gesù Cristo – così le aggiungevano loro, toh, ecco, adesso sì che è un testo completo. Quindi non è sicuro che Flavio abbia mai veramente scritto qualcosa su Gesù o Giovanni. Senz’altro non erano al centro del suo interesse: lui parla di politica, guerre, dinastie, e poi ogni tanto ci sono questi predicatori che fanno un po’ casino, ma niente su cui valga la pena di imbastire un capitolo. Nelle Antiquitates si accenna a Giovanni come “un uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo”. Questo sarebbe bastato al sospettoso re per incarcerarlo e, in un secondo momento, farlo ammazzare.

Un’eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene.

Condannato a morte perché parlava bene. Non che non sia plausibile, da quelle parti, almeno in quel periodo, però è veramente troppo vago. Cosa avrebbe detto il battista di così pericoloso per l’ordine costituito? I vangeli di Marco e Matteo ci forniscono un’ipotesi ragionevole: Giovanni avrebbe protestato contro il matrimonio di Erode con Erodiade. “Non ti è lecito tenerla”. E in effetti prima di stare con Erode, Erodiade era stata sposata col di lui fratello, che aveva litigato col padre Erode il grande e si era trasferito a Roma. Inoltre era figlia di un altro fratello di Erode, il maggiore, Aristobulo; anche lui caduto in disgrazia presso Erode il grande e fatto ammazzare. E se tutto questo vi pare un po’ incestuoso, considerate che la mamma di Erodiade era una cugina di Aristobulo. L’endogamia della famiglia erodiana era tipica di altre dinastie regali del Medio Oriente, dai faraoni in poi, ma non degli ebrei. E in effetti gli Erodi erano ebrei sui generis: venivano da una regione di confine (l’Idumea), e malgrado Erode il grande avesse sposato una principessa di stirpe maccabea, molti sudditi li consideravano ebrei posticci, pedine dell’imperialismo romano. Criticare un tetrarca per i suoi costumi incestuosi poteva, insomma, avere un significato politico.

Miley Cirus scostati, questo è un lavoro per Brigid Mary Bazlen.
Infanzie che volevano vedere un film su Gesù al cinema parrocchiale, messe davanti alle anche di Brigid Mary Bazlen.

Un altro motivo per diffidare dei resoconti evangelici è che quando si voltano indietro a ricordare il martirio di Giovanni, la buttano in fiaba. Marco e Matteo sono due scrittori asciutti, ma entrambi all’improvviso sembrano voler abbassare le luci e atteggiarsi a Shahrzad, tutta un’atmosfera da corte orientale che non c’entra niente con quel che viene prima e dopo, miracoli e prediche per strade polverose. I dettagli sono universalmente noti: Erode che imprigiona Giovanni ma lo teme, Erodiade che invece lo vuole morto e per ottenerne la testa manda avanti la figlia Salomè, la danza dei sette veli, chiedimi tutto quel che vuoi, eccetera. Tutto sembra modellato sulla storia biblica di Ester, la moglie ebrea di Assuero scià di Persia. Durante un banchetto, accecato dalla sua bellezza, Assuero (Serse?) le promette che le regalerà qualunque cosa lei chieda, qualunque: anche metà del suo impero. Ester si accontenta di far ammazzare il nemico del suo popolo, l’antisemita ministro Aman, che aveva già preparato un pogrom per il mattino seguente. (Anche Erodoto attribuisce un aneddoto del genere a Serse il grande, ma la moglie nel suo caso si limita a chiedere la testa dell’amante).

Maud Allan, la prima Salomè in scena.
Maud Allan, la prima Salomè in scena

Ester però è un personaggio assolutamente positivo, l’eroica patriota che mentre si trucca e si tira da urlo per lobbizzare il marito non cessa di pregare per le sorti del suo popolo minacciato nella sua stessa esistenza. L’Erodiade dei vangeli viceversa è una malvagia principessa orientale, disposta a usare la figlia come un’esca per manovrare gli impulsi incestuosi del marito. La danza dei sette veli, che Oscar Wilde voleva far ballare a Sarah Bernhardt, ma poi il testo fu accusato di blasfemia e lei strappò il contratto, nei vangeli non c’è. Non è chiaro da che punto in poi qualcuno decise che Salomè dovesse togliersi sette veli. Potrebbe essere un’antica reminiscenza di Ishtar, la dea babilonese dell’amore e della fertilità che quando va sottoterra a trovare la dea avversaria Ereshkigal deve passare sette cancelli e togliersi sette vestiti – finché non resta nuda. Ma del mito è rimasto soltanto un motivo narrativo, riutilizzato in chiave romanzesca. Quello che Erode Antipa promette a Salomè, che Serse prometteva alle sue mogli, è il cosiddetto “don contraignant”: una promessa in bianco che impegna un sovrano a fare qualunque cosa, compresa ovviamente qualcosa di cui il sovrano si pentirà immediatamente. Diventerà un motivo tipico della letteratura cavalleresca, soprattutto nel ciclo bretone, dove spesso i cavalieri sono costretti a fare cose molto stupide perché l’hanno promesso senza saperlo. Salomè, lo sappiamo tutti, chiede la testa di Giovanni su un piatto d’argento, e su tutto è questo dettaglio di decadente cinismo a farci sentire a miglia di distanza dal resto dei vangeli. Erode è sconvolto: anche in catene il profeta gli fa paura, da martire poi sarà sicuramente foriero di sciagure, ma ha promesso: e ogni promessa è un debito. Verrà sconfitto in guerra, morirà in esilio. Anche di Salomè si raccontano morti orribili, in cui di solito le capita di perdere la testa, ad esempio incastrandosi in un lago ghiacciato. Quanto a Giovanni, darà vita a una importante produzione di teschi reliquia: ce n’è una a Roma (ma la mascella è a Viterbo), una a Istanbul, a Monaco di Baviera, a Damasco, ce n’era anche una poco lontano, ad Antiochia, un’altra ad Amiens bottino della quarta crociata, una a Kent. Di ossa e frammenti d’ossa ce n’è praticamente dappertutto.

HO BACIATO LA TUA BOCCA, IOKANAAN. HO BACIATO LA TUA BOCCA.
HO BACIATO LA TUA
BOCCA, JOKAHAN.

Si parlava di Oscar Wilde. La sua Salomè, la fanciulla assetata di sangue di martire, è uno dei suoi personaggi più memorabili. Per darle forma scelse il francese, che amava ma non maneggiava alla perfezione. Quanto alla traduzione in inglese, si affidò all’amico del cuore, Lord Alfred Douglas, che ne aveva recensito con tanto entusiasmo l’originale nel 1891, ai tempi del loro primo incontro. C’era solo il piccolo problema che Douglas non era un bravo traduttore, la sua versione era disastrosa. Wilde non sapeva come dirglielo senza offenderlo, l’altro del resto decise di offendersi comunque, è colpa tua che in francese non ti spieghi bene ecc. ecc.. Beardsley, l’illustratore (a cui si deve gran parte del successo), racconta di un traffico incessante di fattorini e telegrammi, non c’erano ancora gli sms per litigare ma nella scena letteraria decadentista ne esisteva già la necessità. Alla fine la traduzione fu rifatta, forse da Wilde forse no; il nome di Douglas fu tolto dalla copertina, ma all’interno una dedica di Wilde lo accreditava come traduttore. Douglas apprezzò, in fondo è volgare il nome in copertina, la dedica invece fa fine. L’anno dopo suo padre riuscì a far sbattere Wilde in carcere: era ancora rinchiuso quando finalmente Salomè debuttava a Parigi, senza la Bernhardt. Wilde a Douglas voleva bene, questo non si discute: ma così bene da affidargli il suo libro, il suo nome? Chiedimi qualunque cosa, qualunque cosa, la testa del mio superego su un piatto d’argento, eccola: ma non di tradurmi un libro, per favore, no, quello no; è mio, c’è il mio nome sopra, potrebbe sopravvivermi, e tu scusami sei tanto carino ma tradurre è roba da professionisti. Io gli avrei risposto così. Ma io non ho mai amato Lord Douglas, evidentemente.

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Uomo nero inferno bianco

The Hateful Eight (Quentin Tarantino, 2015)

Incredibile chi puoi trovare nella merceria di Minnie in una notte di bufera. Anziani generali del Sud, ex schiavi criminali di guerra. Cacciatori di taglie, sceriffi, boia e malviventi da impiccare, tutta la filiera del crimine e della giustizia. Cowboy che tornano dalla mamma per Natale e stallieri messicani che sanno suonare il pianoforte. Gente di ogni tipo, razza e qualifica – anche se qualcuno magari non è proprio chi dice di essere. Ma nella bufera che differenza fa.

Sotto la neve saranno tutti uguali.

E se Tarantino a questo punto della sua carriera sbagliasse un film? Se riempisse un’intera sceneggiatura di frasi a effetto solo per il gusto di sentirle recitare in otto accenti diversi? Se abbandonasse gli intrecci romanzeschi, le prigioniere nei castelli dei suoi ultimi due lavori, per tornare al cinismo datato delle Iene – criminali più o meno paranoici che si torturano a vicenda? Se Tarantino facesse un film meno ispirato del solito, ce ne accorgeremmo?

Non resteremmo comunque storditi dagli attrezzi di scena, da quel luccicante feticcio che è il 70mm, dal coraggio con cui questo figlio di Hollywood continua a ignorare le regole di casa e ricreare un cinema che non sarà il più originale del mondo, ma è completamente a sé? Da anni gioca in un campionato a parte, per forza vince sempre. Nessun altro regista avrebbe preso in mano soggetti come Basterds Django, nessun altro sarebbe riuscito a farne due film non ridicoli. L’Odioso Ottetto, viceversa, sulla carta sembrava un’idea meno folle: un delitto nella stanza chiusa, calato in quel preciso contesto storico che continua a tormentare gli spettatori americani: la guerra civile tra le razze, mai dichiarata, mai terminata.

Ad avere dei dubbi, stavolta, era lo stesso Tarantino. Quando una bozza di sceneggiatura cominciò a circolare abusivamente, sembrava tentato di mandare tutto all’aria. Due cose pare gli abbiano fatto cambiare idea: la prima fu una lettura pubblica che andò benissimo, e che ha lasciato fin troppo il segno nella realizzazione. L’Ottetto che alla fine Tarantino ha girato, malgrado la ricercatezza della fotografia, è quasi un radiodramma. Verso il finale, dopo un colpo di scena escogitato per prendere alle spalle chi ha letto la vecchia bozza, ci si sorprende a domandarsi come abbia fatto il regista ad arrivare alle tre ore. La storia non è più complicata del solito, Tarantino semplicemente non ha fretta – lui può permetterselo – e anche i suoi infreddoliti attori sembrano innamorati delle frasi che recitano. Tutti se le rimasticano nel loro accento preferito. È un film di dialoghi che sembrano monologhi.

L’altro fattore che ha convinto Tarantino a girare l’Ottetto è stata l’insistenza di Samuel Leroy Jackson. Così come Joy è un film che David O. Russell doveva a Jennifer Lawrence, The Hateful Eight somiglia a un compenso per tutti i servizi che questo attore grandissimo ha reso a Tarantino – che effetto fa rendersi conto che non gli aveva ancora dato un ruolo da protagonista? E ripensando alla carriera di Jackson tra Spike Lee, Star Wars e Marvel (Per il Guinness dei primati è l’attore più profittevole in attività), che effetto fa pensare che in vent’anni l’Academy Awards si sia vagamente ricordato di lui solo con una nomination per Pulp Fiction? Se la metti in questi termini, anche l’ultima polemica sulla mancanza di candidati afroamericani all’oscar sembra meno pretestuosa.

Ma l’esclusione di Jackson dal quintetto degli oscar era abbastanza prevedibile: se c’è una cosa che i giurati dell’Academy malsopportano non è tanto il colore della pelle, quanto l’ambiguità morale. Un cattivo può anche vincere l’oscar – Forest Whitaker ci riuscì impersonando un dittatore genocida – purché sia chiaro a tutti gli spettatori che è il cattivo. Non è il caso del maggiore Marquis Warren, che nel labirinto etico allestito nella merceria di Minnie si ritrova alla fine investito di una assurda missione di giustizia. Eppure è uno dei personaggi più inquietanti che Tarantino abbia mai inquadrato – ancora più inquietante quando scopri che nel primo abbozzo non era che una versione più matura e scatenata del vecchio Django. Il regista famoso per la violenza farà ancora esplodere qualche testa e colare tanto pomodoro alla vecchia maniera: ma il vero orrore sta nelle parole, l’inferno non è mai stato tanto verbale. L’inferno sono gli altri, diceva un suo collega: una baracca isolata nel gelo, dove un uomo nero racconta a un vecchio padre come ha torturato a morte il figlio. Stai iniziando a immaginarti la scena, vero?

The Hateful Eight è al Cityplex di Alba alle 16, 17, 19, 21 e 22; al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 15:40, 19:10, 21:30 e alle 22:30; all’Impero di Bra alle 18:30 e alle 21:30; al Fiamma di Cuneo alle 15:40, 19:10 e 22:30; al Multilanghe di Dogliani alle 21:35; ai Portici di Fossano alle 18:15 e 21:30; al Bertola di Mondovì alle 18 e alle 21; all’Italia di Saluzzo alle 15:30, 18:30 e 21:30; al Cinecittà di Savigliano alle 21:30.

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Steve Jobs, genio incompatibile

Steve Jobs (Danny Boyle, ma soprattutto l’ha scritto Aaron Sorkin, 2015).

Se fosse nato nel Quattrocento, avrebbe fatto l’artista. Avrebbe fatto impazzire tutti i committenti progettando per anni una statua equestre costosissima e irrealizzabile, i cui bozzetti però sarebbero ancora nei musei. Se fosse nato negli anni Quaranta avrebbe formato la sua band – senza saper suonare uno strumento e litigando con tutti i colleghi, ma creando una nuova dimensione musicale fatta di tante cose rubacchiate in giro. Se fosse nato negli anni Cinquanta e si fosse trovato nella Silicon Valley al momento giusto, si sarebbe improvvisato inventore di computer costosi che funzionano benissimo finché non li colleghi a nient’altro. Se invece fosse nato nei Sessanta avrebbe potuto scrivere per il cinema e la tv, costringendo i registi a inventare uno stile tutto per lui e rifiutando di riconoscere i contributi dei colleghi – finché non avrebbe litigato col network, licenziandosi o facendosi licenziare, e meditando immaginosi piani di vendetta.

Questo è Aaron Sorkin, acclamato drammaturgo e sceneggiatore di The West Wing, The Social Network e… no, scusate, questo è Steve Jobs. Ma è anche un po’ Sorkin, che ha preso l’immensa biografia di Jobs e ne ha ricavato qualcosa di assolutamente personale e incompatibile con qualsiasi altro film nelle sale; un dramma in tre atti, ambientato nei backstage di tre teatri diversi. Sono pochi i film che ti fanno pensare: chissà come renderebbe su un palco. Steve Jobs sembra pensato apposta per una messa in scena alla vecchia maniera sperimentale: niente sipario, gli attori cominciano a parlare di quello che deve andare in scena, e lo spettacolo consiste in questo. Lo stesso regista Danny Boyle, un po’ meno frastornante del solito, sembra aver fatto qualche passo indietro di fronte all’evidenza: Steve Jobs è una questione privata tra Aaron Sorkin e il suo (alter)ego.


Steve Jobs 
non è il primo film biografico che taglia fuori gran parte della vita del suo personaggio per concentrarsi soltanto su pochi episodi; è l’evoluzione estrema di una tendenza che a Hollywood negli ultimi dieci anni ha dato soddisfazioni sia a chi vende i biglietti che a chi li compra. Ma di tutto quello che poteva scegliere di raccontare, Sorkin ha scelto con cura proprio quei momenti in cui il manager geniale potrebbe essere l’autore di un dramma che sta per andare in scena: i cancelli stanno per aprirsi, il pubblico per entrare, ma dietro le quinte c’è qualcosa che non va, c’è sempre qualcosa che va risolto all’ultimo momento. Un dialogo da cambiare, un dipendente mediocre da torchiare, un collega che vuol essere ringraziato quando sai che non se lo merita, i parenti con le loro beghe da parenti. Sorkin non è Steve Jobs, ma Steve Jobs è il Ritratto dello Sceneggiatore nei panni del Genio del Computer.

“RICONOSCI LA MIA IMPORTANZA!” “AMMETTI LA TUA SUBALTERNITA”!”

Anche a Sorkin non interessava tanto la tecnologia digitale, né la generazione che l’ha immaginata, quanto il “comeback“, l’odissea di un manager che viene scaricato dalla sua stessa azienda e poi torna e si vendica. È una parabola banale – la stessa descritta più convenzionalmente nel biopic di due anni fa – ma terribilmente congeniale all’autore che dopo aver divorziato da The West Wing non è mai riuscito a guardare una puntata della nuova gestione, e ha continuato a raccontarci storie di comeback. L’autore e il produttore di Studio 60, l’anchorman di Newsroom, sono tutti eroi caduti che tornano sui loro passi e cercando di riprendersi quello che si meritano. Lo Steve Wozniak del film (Seth Rogen), che continua a chiedere a Jobs di essere ringraziato pubblicamente, più che all’inventore dell’home computer somiglia a Rick Cleveland che si sente umiliato perché Sorkin non riconosce che l’episodio che ha vinto l’Emmy era una sua idea. E così via.
Sorkin non ha mai rifiutato l’autoreferenzialità, ma nelle serie tv almeno la disperde su più personaggi, coinvolgendoci in scene corali che ci fanno dimenticare come tutti i colori provengano dallo stesso prisma. Stavolta il coro non c’è: sulla scena Fassbender è solo. La Winslet, ovviamente ottima, non è che l’appendice del protagonista, necessaria a far risaltare il suo ego. Jeff Daniels ha a disposizione pochi minuti, lungo tre atti, per evocare un tortuoso complesso di Edipo – del resto è un Sorkin formato cinema, tutti camminano e parlano come indiavolati. La versione italiana sarà probabilmente un macello, quella coi sottotitoli va bene se invece di guardare il film vuoi leggerti i sottotitoli.

E quindi? Chi voleva vedere un film sull’inventore della Apple, potrebbe restarci male – e sarà la seconda volta in due anni. Se invece interessa l’opera di un talento individuale che voleva specchiarsi in un altro talento e raccontarci com’è difficile essere grandi in un mondo di mediocri, Steve Jobs è il pilota di una serie che butteremmo giù tutto d’un fiato, e uno straordinario dramma in scena stasera anche al Cityplex di Alba (19:45, 22:10); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40); al Vittoria di Bra (21:30); al Fiamma di Cuneo (21:10); ai Portici di Fossano (18:30, 21:15); al Politeama di Saluzzo (15:30, 17:45, 20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:15, 22:30).

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Il lungo e folle volo di Iñárritu

Questa per esempio l’hanno girata senza luci che non fossero quelle già presenti in strada.

Birdman, o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza (Alejandro González Iñárritu, 2014)

 

Ma guarda che cesso di posto. Chissà se qualcuno viene mai a spolverare questo buco di merda. Come siamo arrivati fin qui, Alejandro?

Noi non apparteniamo a questo posto. Perché non siamo a LA a bere ginger ale su un terrazzo mentre leggiamo copioni drammatici sui destini incrociati di persone qualsiasi? Cristo Alejandro, c’era una sola cosa al mondo che sapevi fare bene, e te la stai fottendo, lo sai vero? Ti stai fottendo la carriera, sapresti dirmi per cosa esattamente?

“Mr Iñárritu quando vuole uscire siamo pronti a girare”.

Non ascoltarli. Lo sai che mentono. Non sono pronti e lo sai benissimo. Non saranno  mai pronti per questo film, perché questo film è impossibile da girare e tu lo sai, come lo so io. Chi ti credi di essere, alla fine?

 

Non è che non apprezzi, è che la cosa meritava secondo me un maggiore approfondimento, magari uno spin off, una serie tv in due o tre stagioni.

Senti, io ti conosco da così tanto tempo, e te lo devo proprio dire. Sono l’unico che ti vuole bene qui dentro. L’unico. Gli altri hanno paura di te, o sperano in te come un naufrago spera in un canotto anche se ha già visto che è forato. Ti diranno tutti che sta andando tutto bene, che il film funziona, che l’idea è geniale, e non è vero un cazzo. L’idea è irrealizzabile e loro hanno una paura fottuta di sbagliare. Il tuo protagonista non fa una parte importante da vent’anni, e anche a quel tempo usava una maschera. Ma almeno è riuscita a tenersela per un sequel. Sempre meglio di quello giovane, che non è più giovane da un pezzo, ed  riuscito a farsi cacciare a calci pure dall’universo cinematico Marvel, ti rendi conto? Sai cos’ha fatto di importante negli ultimi dieci anni? Il re lebbroso, anche lui rigorosamente mascherato. Lo capisci che sono fantasmi, vero? Gente di cui ci stiamo tutti dimenticando il volto? È con questa gente che ti stai riducendo a lavorare, Cristo, tu hai ancora il numero di Brad Pitt in rubrica e invece lavori con Naomi Watts. Sai cosa faceva Naomi Watts nell’ultimo suo film? La nonna. Ora dimmi di chi è l’idea di farle baciare Andrea Riseborough, la cosa più gratuita che ti ho mai visto girare – coraggio, dimmi che non l’hai fatto per il panico, per avere almeno qualcosa di stuzzicante da mettere nei trailer, dimmi che non hai piazzato un bacio lesbo inutile perché hai la paura fottuta che questo film non se lo guardino nemmeno i critici in copia di valutazione. 

 

Ma cosa c’è che non va, Alejandro? Con Biutiful hai incassato un quinto di Babel, sarà questo? Non ha nessuna importanza finché hai ancora un piede a Hollywood. Ma quel piede devi tenercelo sul serio. Devi fare le cose che sai fare, le cose che la gente si aspetta. Destini incrociati, montaggi serrati, la gente vuole il dramma ma soprattutto vuole saltare di scena in scena senza troppe menate. Sono bambini iperattivi, anche se si danno arie d’adulti. Si stancano subito, non lo vedi che a metà proiezione si mettono a twittare? Cosa pretendi da loro, un piano sequenza di due ore? chi cazzo ti credi di essere, Sokurov?

 

Signori qui se qualcuno sbaglia una battuta tocca rifare una ripresa di dieci minuti.

Perché non ti rassegni a mettere la maschera che ti sei fatto? La gente vuole quella. La gente ha bisogno di maschere, sono comode. Si riconoscono da lontano. Perché vuoi provare a fare cose che nessuno sa ancora come fare? Cosa ti porta verso il disastro esattamente? Non puoi accettare di essere Iñárritu, il regista messicano dallo stile abbastanza riconoscibile? Stai girando un film per chi, esattamente, qualche milione di palati raffinati in tutto il mondo la cui sola preoccupazione è dove andranno a mangiare dopo la proiezione? Credi che a qualcuno di loro gliene fotta realmente qualcosa di te? E diciamocelo in faccia, Alejandro, non lo fai per amore dell’arte. Lo fai perché vorresti essere nei manuali di Storia del cinema, vorresti essere davvero Qualcuno. Come se non ci fosse là fuori un mondo pieno di gente che lotta all’ultimo sangue per essere Qualcuno – ma per te nemmeno esistono. Accadono cose continuamente, in luoghi che tu sei fiero di ignorare, e in quei luoghi tu sei già stato completamente dimenticato. Stai facendo tutto questo perché l’idea di non importare più a nessuno ti spaventa a morte, come chiunque altro, e sai cosa? Hai ragione. Non importi più a nessuno. Non sei nemmeno qui. Non sei che un puntino minuscolo sull’ultimo foglio di carta igienica su cui è tratteggiata la storia dell’umanità. Se pensi che il tuo suicidio professionale sia uno spettacolo artisticamente rilevante, perché non vai davanti al tuo pubblico di figuranti e non ti spari direttamente un colpo in testa?

 

“Mr Iñárritu, mi ha sentito?”.

“Arrivo, arrivo”.

 

(Birdman era un film impossibile da fare, finché Iñárritu e tutti gli altri non lo ha fatto e adesso è uno dei più bei film degli ultimi anni, che vale assolutamente la pena di andare a guardare, stasera, al cinema Fiamma di Cuneo alle 21:10).

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Il prof Lo Cascio è sempre più laido

Lo sai cosa sei, sei un paguro. (Giuro).

Il nome del figlio (Francesca Archibugi, 2015)

 

Luigi Lo Cascio è un intellettuale di sinistra che un tempo era idealista è adesso è soltanto frustrato. Ancora? Sì. È il terzo film in un anno in cui fa si ritrova nello stesso personaggio, e ogni volta riesce a metterci dentro qualcosa di più ributtante. Stavolta per esempio è schiavo di twitter, e la fatica di pensare in segmenti di 140 caratteri, gli impedisce di aiutare la moglie a sparecchiare e di assolvere ad altri doveri coniugali. Ora io capisco che casting che vince non si cambia, ma tra un po’ siamo alla Commedia dell’Arte; c’è il serio rischio che al prossimo carnevale tra le maschere di Arlecchino e Balanzone spunti quella di Lo Cascio Prof di Sinistra Frustrato. Il suo antagonista è, per la seconda volta in sei mesi, Alessandro Gassman Pariolino Apparentemente Arrogante ma Dal Cuore d’Oro.

 

Il vero scrittore di strada gli appunti se li prende sui tovaglioli

Ci lamentiamo di Hollywood che fa troppi sequel, ma il Nome del figlio rischia di presentarsi come I nostri ragazzi 2 – il ritorno. Ancora una cena, ancora parole grosse tra parenti, guest star Micaela Ramazzotti che indovinate, fa la coatta (stavolta, purtroppo, non bisessuale, ma ci auguriamo sia un’eccezione), Valeria Golino ancora una volta madre amorevole ma oberata dagli impegni, Rocco Papaleo musicista. I nostri ragazzi era tratto da un thriller olandese, Il nome del figlio da una commedia francese: è strano che si somiglino. Vorrei però confortare chi ha espresso il timore che il film risulti incomprensibile fuori dal Raccordo Anulare. In realtà il rifacimento italiano di Le prénom non è poi così lontano dal testo originale, e lo si può serenamente apprezzare anche se si ha un’idea molto vaga del Pigneto e di Casal Palocco. Francesca Archibugi e Francesco Piccolo si sono impossessati del testo in modo più sottile, ricavandone un film secondo me più interessante di quello francese, proprio per come si allontana dal modello pur rispettandone apparentemente le strutture.

 

Era sexy pure in sala parto, una cosa che non ci si crede.

Considerato che si trattava della riduzione di un testo teatrale su due coppie (e mezza) che si rinfacciano le peggio cose a cena, il rischio di un film ‘urlato in faccia’, alla Baciami ancora, era altissimo. Il modo in cui l’Archibugi lo ha sventato ha del miracoloso: è commovente vedere attori italiani che riescono a litigare per più di un’ora sbroccando soltanto quand’è davvero il momento, senza sbavate inutili. Lé prenom era un film molto più autoindulgente verso le sue origini teatrali; un tipico buon prodotto della borghesia francese per la borghesia francese (l’unico elemento estraneo, un fattorino porta-pizza, veniva scacciato al terzo minuto). In scena andava un classico gioco delle parti tutto interno a quel milieu: intellos arrabbiati contro neogollisti goderecci e rampanti. Una contrapposizione molto meno netta e divaricata di quella tra postcomunisti e postfascisti italiani. Quello che nel Prénom era una discussione oziosa e astratta sul tabù di Hitler e sul narcisismo della sinistra, condotta da benestanti contenti con un bicchiere in mano, nel Nome del figlio viene presa più sul serio: metà dei personaggi diventano ebrei figli di un reduce di Auschwitz, l’altra metà è declassata affinché il conflitto sociale scoppi davvero. Il personaggio del musicista, che nella versione francese era un trombonista svizzero un po’ fuori del mondo, qui diventa letteralmente il figlio della serva. Ma la differenza più spettacolare la fa ovviamente Micaela Ramazzotti.

 

Il Pigneto non è un arrondissement. Non può e soprattutto non vuole diventare un mondo a sé; non se la passa certo male ma sotto sotto si vergogna di non essere come Tutti, e quindi li invita a cena sotto forma di una scrittrice coatta di best-seller.  Nell’originale francese il suo personaggio era un’algida manager di una maison di moda: con questa trasformazione il film ottiene tre risultati molto interessanti. Il primo è far entrare effettivamente un po’ di aria fresca. La seconda è infilare tra una riga e l’altra del canovaccio francese un’ode alla spontaneità dei neoprolet di borgata, loro sì che sanno come si racconta una storia, mica noi borghesi e parassiti di borghesi (il fatto che questa ode la intoni forse Piccolo è un cortocircuito meraviglioso). La terza è caricare ulteriori frustrazioni sulle spalle del repellente Lo Cascio, che ovviamente invidia la scrittrice di successo perché il suo libro invece non se l’è comprato nessuno. 

 

Lo vendono così, capite? Se avete odiato Lo Cascio nel Capitale Umano e nei Nostri Ragazzi, non perdetevi le sue nuove figure di merda!

Forse parlo da uomo ferito, però l’accanimento nei confronti dello stereotipo locasciano dell’intellettuale di sinistra comincia a sembrarmi eccessivo. Se Le Prénom riservava qualche frecciata a tutti i personaggi (mostrando le unghie più che graffiare davvero), la sua versione italiana sembra molto più sbilanciata nel distribuire difetti e responsabilità. Alcuni finiscono per uscirne quasi esenti. Su Lo Cascio invece si infierisce senza pietà, quasi dovesse chiedere scusa per sempre per aver dato il volto dieci anni fa a un progressismo sorridente e ottimista nei film di Giordana. Uno stereotipo altrettanto irritante, d’accordo, ma non è colpa sua se quel progressismo ha mostrato nel frattempo tutti i suoi limiti. D’altro canto in Lo Cascio si rispecchia una fascia di spettatori che pratica orgogliosamente l’autocritica, ridendo volentieri dei propri difetti, e che al cinema ci va già. Quindi tanto vale continuare a prenderlo di mira, tanto più che bisogna attirare altre fasce di mercato: stuzzicare i coatti, confortare i borghesi, proporre pariolini simpatici, insomma andare verso il centro, verso quelli che votavano Berlusconi e non vogliono sentirsi dire che si sono fatti prendere in giro per vent’anni anche se sono i primi a sospettarlo. Vogliono vedere Renzi che se la prende coi dinosauri di sinistra, vogliono leggere Piccolo che se la prende coi radical di sinistra, vogliono vedere al cinema un tipo di sinistra come se lo immaginerebbero Sallusti e la Santanché al telefono, un disadattato schiavo di twitter che si riempie la bocca di imperativi categorici e non sa neanche dove sua moglie tiene le posate, un parassita che sicuramente insegna cose inutili (ha appena finito un corso di “metrica ariostesca”). E Lo Cascio si presta, ma a questo punto forse dovremmo smettere di prestarci noi.

 

Intellettuali e cognitari di sinistra, uniamoci! Facciamo sentire la nostra voce mentre diciamo chiaro e tondo che questo è l’ultimo film di Lo Cascio intellettuale frustrato che abbiamo intenzione di vedere. Come riparazione esigiamo un film in cui l’intellettuale di sinistra lo farà Argentero a torso quasi sempre nudo, dottore di ricerca in filologia romanza, irresistibile tombeur de femmes costretto dalle circostanze della vita ad affrontare a mani nude un commando neonazista pariolino che ha preso in ostaggio un asilo nido – un film così ci porto le classi a guardarlo, anche a prezzo ridotto è un affare, rifletteteci. Va bene voler piacere a Tutti, ma ogni tanto vi conviene piacere anche a Me.  

 

Trovate Il nome del figlio al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:30, 22:40); all’Impero di Bra (20:20, 22:30); ai Portici di Fossano (20:30, 22:30); all’Aurora di Savigliano (21:15). Buona visione!

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Dieci cento mille trattative

Una visione la meriterebbe anche solo per il ripasso sulla vicenda vergognosa di Scarantino, costretto ad autoaccusarsi della strage di Via d’Amelio.

La Trattativa (Sabina Guzzanti, 2014).

 

Di cosa parliamo, quando parliamo di trattativa Stato-mafia? Di quale trattativa, quale Stato, quale mafia? Fino a che punto Riina o Provenzano furono parti in causa, da quale in poi diventarono merci di scambio? L’argomento, già oscuro e intricato di suo, negli ultimi anni è stato deformato a piacere da cronisti e impresari di talkshow più interessati a restare in prima pagina (allevando mostri, se necessario) che a fornirci un quadro d’insieme. A colmare la lacuna è arrivata Sabina Guzzanti e il suo “gruppo di lavoratori dello spettacolo”, con una ricostruzione ovviamente parziale, ma efficace e soprattutto non noiosa. Anche chi non condivide né le premesse né le conclusioni della regista, in capo a un’ora e mezza almeno questo glielo deve riconoscere: la Trattativa è un film originale, che si prende tanti rischi e in un qualche modo riesce a scansarli tutti, sbandando allegramente tra cinema teatro e tv.

 

Nella Trattativa c’è un po’ tutto quello che avevamo paura di trovarci – filmati di repertorio con cortei di prefiche al ralenti, invettive alla ka$ta coi violini di Piovani in sottofondo, verbali di interrogatorio sbobinati e affidati alle cure di teatranti ispirati, infografiche tagliate con l’accetta, insomma tutti gli ingredienti di uno speciale di Servizio Pubblico che non guarderemmo più nemmeno sotto tortura. Questo passa il convento, ma la regista riesce ugualmente in qualche miracoloso modo a cucinare una pietanza interessante, raffinata perfino. Come ha fatto? Il segreto è forse la misura, la consapevolezza dei propri limiti. La Guzzanti sa che recitare i verbali conduce inevitabilmente a risultati grotteschi, e volge la cosa a suo favore dichiarando dopo pochi minuti l’artificiosità della messa in scena. Sa che il tema che si è scelto ha un peso specifico che mette alla prova il più motivato degli spettatori, e non ha remore ad alleggerire il dramma con siparietti tragicomici che ci fanno arrivare alla fine del film senza aver guardato una volta sola l’orologio. Riesce a piazzare qua e là persino la sua imitazione di Berlusconi – ormai più che satira è un talismano, una mascotte grottesca, il gemello cattivo che si porta con sé su qualsiasi set – e che in un qualche perverso modo anche qui funziona. Sa che come presentatrice non rende al massimo, e cede volentieri la voce narrante agli attori che si truccano e travestono in scena, entrando e uscendo giocosamente dai loro personaggi. 

 

“Mitici”.

Lo straniamento brechtiano che ne deriva è ovviamente agli antipodi del culto dell’innocenza fondato da Pif in La mafia uccide solo d’estate. Pif vuole farci tornare bambini, cerca di farci immedesimare in una Palermo assediata dagli uomini cattivi. La Guzzanti ci parla come si parla agli adulti: ci tiene a distanza, ha un ragionamento da fare ma è abbastanza onesta da ammettere che certi dettagli non tornano. Il risultato è così notevole che fornisce abbastanza strumenti anche a chi vuole criticare la sua impostazione.  In sostanza la Guzzanti crede che ci sia stata una sola grande Trattativa, tra un solo Stato colluso e una sola Mafia. Nel momento in cui quest’ultima sembrava a un passo da essere sconfitta per sempre, lo Stato colluso ha lasciato che fossero eliminati i suoi servitori troppo intransigenti e attivato i suoi emissari che dopo una serie di equivoci sarebbero riusciti a stabilire un contatto solido e a normalizzare la situazione: il risultato di questa normalizzazione sarebbe la nascita di Forza Italia, l’ascesa al potere di Berlusconi, e il conseguente sfacelo della Repubblica. Nel finale del film, la Trattativa diventa in sostanza la causa di tutta una ventennale degenerazione della società italiana; tra le ultime immagini di repertorio compare a mo’ di esempio l’Ilva di Taranto. Se lo Stato non avesse ceduto alla Mafia, il malaffare non avrebbe trionfato e le fonderie non avrebbero avvelenato le persone. È una generalizzazione talmente grossa che a mio modesto parere si sgonfia da sola.

 

Quel che credo di aver capito io – guardando il film: questa è la sua forza – è che le cose sono davvero parecchio più complesse: e se ci fu a un certo punto una trattativa tra uno stato (che non è lo stato di adesso) e una mafia (che non è l’organizzazione malavitosa di adesso), probabilmente non fu l’unica e non fu così decisiva. Quella che nel ’91 stava cadendo sotto i colpi del maxiprocesso, e cominciò a dar furiosi colpi di coda a Capaci e in via d’Amelio non era “la Mafia”: era una mafia, la cui crisi rischiava di cedere spazio ad altre organizzazioni malavitose, ‘ndrangheta camorra o stidda – che nei fatti occuparono progressivamente il vuoto che Cosa Nostra lasciava. In una situazione del genere, un apparato dello Stato (il Ros di Mori?) potrebbe effettivamente aver cercato di sostenere una fazione moderata e normalizzatrice all’interno di Cosa Nostra, rappresentata da Bernardo Provenzano. È un’ipotesi ragionevole, anche se fin qui smentita dai processi. La Trattativa è al cinema Fiamma di Cuneo alle 21.

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Scuola di velleità

Ecco ragazzi, se studiate sodo potete iscrivervi a lettere e realizzarvi più o meno come questo disadattato che è appena venuto a trovarmi.

The English Teacher (Craig Zisk, 2013).

 

Il film si apre sul consueto corridoio di armadietti – esatto, sì, siamo in una high school americana. Chi sarà il protagonista? Questo tizio che limona la cheerleader? Ma no, figùrati. Quest’altro in felpa grigia mogio mogio? Il classico emarginato, magari vittima di bullis… no, aspetta, sta solo trafficando bustine. Poi si apre una porta e ne esce Julianne Moore, e persino chi non ha fatto caso al titolo deve arrendersi all’evidenza: niente adolescenti, stavolta si parla dei prof. Di come siano appassionati e soli. Proprio perché appassionati. Proprio perché soli. Di come il sacro fuoco della letteratura invece di bruciarli li abbia caramellati, imprigionati in una crisalide di ideali e velleità da cui non c’è più il tempo di uscire. Di come abbiano tirato i remi in barca e da una retrovia della Pennsylvania esortino gli studenti più fragili a non arrendersi, a lanciarsi allo sbaraglio laureandosi in cose affascinanti e inutili, a scappare a NY e farsi venire l’ulcera scrivendo drammi disturbanti. Come se il loro fallimento non bastasse, no, devono mettere il nido, rubare le uova alle famiglie per bene e covare altri falliti velleitari che moriranno di cirrosi a cinquant’anni e poi magari tra due generazioni saranno rivalutati da qualche critico annoiato.

 

Emily è perplessa (lo sareste anche voi se sapeste cosa sta fissando).

Una sera la prof. Moore si imbatte nel suo migliore ex studente, che a vent’anni è già tornato da NY a casa da papà, rassegnato a rimettersi in riga, studiare legge e diventare una persona noiosa. Forse non abbastanza bravo per fare lo scrittore, dopotutto. Per convincerlo a perseverare lungo la strada incerta della gloria letteraria la prof. Moore convincerà la filodrammatica della scuola a mettere in scena l’unico dramma del geniale ex studente, una schifezza ibsen-kafkiana con insetti giganti e tutti i personaggi che si ammazzano.  Come se Broadway e Hollywood potessero davvero assorbire tutti le giovani promesse talentuose che poi diventeranno freelance cognitari e si lamenteranno che li pagano meno di un idraulico. Come se in casa avessimo tutti più necessità culturali che rubinetti. Ma se invece avesse ragione l’ex studente? Se per una volta il protagonista, quello che deve-credere-forte-forte-nel-suo-sogno-così-il-sogno-si-avvererà, fosse un mediocre narciso destinato presto o tardi a svegliarsi e trovarsi un lavoro?

 

The English Teacher mi è proprio piaciuto, devo dirlo. Sono contento di esserci inciampato sopra durante la Festa dei Fondi di Magazzino, pardon, del cinema. Tre euro spesi benissimo, quando altri film molto meno interessanti, non faccio nomi, sono in sala da un mese a più del doppio del prezzo. Non c’è ovviamente bisogno di dire quanto sia brava la Moore, che soprattutto nella provincia americana nuota come nel suo elemento. Gli altri attori, adolescenti e meno, sono magari penalizzati dal doppiaggio, ma in un film sulla filodrammatica anche questo ha un senso. Quello che mi è piaciuto davvero è il testo, un congegno teatrale dove ogni battuta ha un senso. Ho anche apprezzato la mise an abîme: un film che racconta la storia di una produzione teatrale che deve finire bene per esigenze economiche, e si conclude con un lieto fine visibilmente imbastito per le medesime esigenze. Con qualche piccolo colpo di genio (la voce fuori campo che litiga coi personaggi nel finale) e senza calare di ritmo nel secondo tempo, come quasi sempre succede. Gli altri tre spettatori borbottavano, ma io non ascoltavo. Per me era già la sorpresa dell’anno.

 

Anche il dramma in sé è poco sviluppato (da quel poco che si vede in scena sembra una fetenzìa senza pari).

Poi sono tornato a casa e ho fatto quello che un professionista non farebbe – ho dato un’occhiata a cosa aveva già scritto la critica mondiale. E ho scoperto che, insomma, è piaciuto quasi soltanto a me. E io chi sono? Un insegnante di italiano, con malsopite velleità letterarie, che già l’anno scorso mise in cima ai suoi titoli dell’anno un film sugli stessi argomenti, Dans la maison. Ma quello di Ozon era davvero un gran bel film, tratto da una vera pièce teatrale. The English Teacher, se ci ripenso adesso, ha tanti punti deboli. Personaggi abbozzati, dialoghi quasi sempre efficaci ma mai davvero divertenti. Mi verrebbe da dire che c’è la struttura, ma manca la polpa: il soggetto è buono, lo spunto quasi geniale, il problema che illustra è vivo e riguarda milioni di persone. Ma poi servivano bravi scrittori, e quelli che hanno messo mano al copione non erano abbastanza bravi dopotutto. Sono le cose che si potrebbero perdonare a un esordiente, e almeno il regista lo è – anche se macina ciak sui set televisivi USA da decenni: ha firmato talmente tanti episodi di serie tv che alcuni li ho visti persino io (Scrubs, Nips/Tuck, Weeds). 

 

Allora forse è successo questo: una sera qualunque sono inciampato in un esordiente di talento che aveva una buona storia. Almeno, ho voluto credere che fosse buona. Ma forse quello che mi ha fatto ridere, e piangere, e sgranocchiare nervosamente, non era la qualità della storia, ma il fatto che sembrasse parlare di me. E allora mi sono commosso, in quel modo stucchevole e sentimentale che abbiamo noi insegnanti di materie umanistiche di commuoverci sul nostro solitario destino: quando ci immaginiamo che anche Dickens e Ibsen possano avere finali diversi, magari felici – uscite sul parcheggio da cui uscire riconciliati col mondo. Come se a scuola non ci capitasse tutti i giorni di insegnare l’esatto contrario: è sempre quello tragico, il finale originale. 

 

Buona festa del cinema: The English Teacher (da non confondere con The German Doctor, che è una storia su Mengele) è al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:15, 22:30) e all’Impero di Bra (20:20, 22:30).

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La Brianza è un groppo in gola (che non va né su né giù)

Avendo cinque minuti di pellicola in più, magari potevate raccontarci come si è assortita una coppia così.

Il capitale umano (Paolo Virzì, 2014)

 

Quanto costa una vita intera? Nulla: un’imprudenza, un sentiero di notte, una jeep che sbanda, un cellulare spento. Oppure cinquecentomila, ma facciamo anche settecento, novecento; un lotto in centro, un teatro, tutti i tuoi sogni di essere una persona migliore, la faccia che guarderai allo specchio da quel giorno; e un bacio. Per chi li pagheresti. Per la persona che ami o per quella che ti fa sentire più in colpa? C’è qualche differenza? A diciott’anni, forse c’è. A quaranta, a quaranta magari mi capirai. Ma non te lo auguro.

 

Del film ormai avete letto tutto. Avete fatto male, scordatevi tutto: le polemiche preconfezionate sulla Brianza, le tirate sulla crisi-dei-valori, sulla civiltà-del-denaro eccetera. Ognuno poi ha il diritto di vendere il proprio prodotto come può, ma Il capitale umano è un film più intelligente di quello che vi stanno presentando in tv e sui giornali. Che poi leghisti cari è troppo facile prendersela con Virzì: chi ha le palle per denunciare i pregiudizi coi quali William Shakespeare sfigurò i sani e operosi cittadini della Verona medievale? Il Capitale umano non parla di Brianza più di quanto parli di Connecticut o di qualsiasi altro distretto imborghesito del mondo; non demolisce la nostra generazione (senz’altro povera di valori e assetata di denaro) più di quanto non demolisca qualsiasi altra; a Romeo e Giulietta in fin dei conti è andata bene. Fossero invecchiati, avrebbero senz’altro costretto i figli a un matrimonio d’interesse. Se pensate di trovarvi davanti all’ennesimo romanzo di una grande famiglia spietata e decadente, potreste uscire delusi: non so se quanto Virzì Piccolo e Bruni ne siano consapevoli, ma il pescecane della finanza esce dal film meglio di quasi tutti i comprimari. Forse erano così convinti che bastasse metterlo a capotavola di consiglio d’amministrazione per renderlo il Cattivo; non hanno spinto il pedale del grottesco, e il risultato è un Gifuni mediamente stronzo, ma assolutamente umano.

 

Ok, lei è bella e bravissima, ma un’altra cosa che non ho capito bene è perché fingono di stare assieme per sei mesi.

Quel che è riuscito a fare Bentivoglio col suo bauscia, invece, ha del miracoloso. Sul suo personaggio il film rischiava tutto. Sappiamo che Virzì arriva al drammatico dalla commedia all’italiana – sappiamo anche che non è stato un movimento così brusco; che il dramma se lo portava dentro sin dal primo film. Ma da quel tipo di commedia Virzì portava un gusto grottesco dei personaggi, soprattutto secondari, che la sensibilità per le stratificazioni sociali e culturali rendeva spesso dei bozzetti: il professore de sinistra, il figlio di papà, il pancabbestia, eccetera. Potevamo pensare che passando al thriller Virzì avrebbe rinunciato ai bozzetti (già negli ultimi due film erano più rari, benché indimenticabili). Ci sembrava giusto. Anche se ci sarebbe dispiaciuto, perché diciamo la verità: a noi i bozzetti grotteschi di Virzì sono sempre piaciuti; sono uno dei motivi per cui Virzì ci piace più di tutti i suoi compatrioti, ormai, e forse questo non fa di noi dei veri cinefili ma non ce ne frega niente, noi daremmo dieci Jep Gambardella o come cavolo si chiama per un altro prof Iacovoni. Anche se all’estero nessuno se li filerà mai, i tuoi leghisti in cravatta verde e il Va’ Pensiero che gli suona in tasca, i tuoi critici teatrali sudici o sociopatici. C’è un personaggio che sta in scena tre secondi tre – la sorella dello speculatore – ed è perfetta, noi amiamo Virzì per queste cose. Detto questo, non puoi pensare che uno stereotipo di bauscia possa reggere la prima mezz’ora di un thriller. In teoria, perlomeno. Poi ti ritrovi davanti a Bentivoglio, conciato com’è conciato. Ha a disposizione una paletta ristrettissima, deve parlare come Faso di Elio e le Storie Tese attraverso un ghigno congelato da caratterista di commediaccia sexy. Non puoi provare angoscia per un tizio così.

 

Non puoi?

 

È una scena che sembra ritagliata da un altro film, però è divertente e mi ha fatto tirare il fiato.

E invece ce la fai. Bentivoglio ce la fa. Non so come ne sia in grado, avrei voglia di tornare a rivederlo soltanto per capire come fa. Dopo venti minuti siamo in pena per lui. Lo vediamo andare a sbattere contro un muro che si è venduto e comprato da solo, e vorremmo fermarlo. Dopo un’altra ora di film lo odieremo. Ma sarà troppo tardi; per un attimo siamo stati dalla sua parte, abbiamo perso l’anima con lui. Che altro dire. Basterebbe Bentivoglio a chiudere la discussione, e invece è solo il preludio. Puoi credere anche solo per un’istante che Valeria Golino sia una psicoterapeuta della mutua? Puoi. Puoi empatizzare con Valeria Bruni Tedeschi che fa la ricca annoiata? Chi se lo sarebbe aspettato da lei, lo so, eppure puoi. È passata più di un’ora e gli unici che non ti hanno particolarmente colpito sono i giovani. Stanno sullo sfondo, fanno le cose antipatiche da giovani. Poi tocca a loro e ti si rovescia tutto il film – magari anche lo stomaco: capisci che tutti groppi in gola che ti hanno apparecchiato fin qui ti servivano solo a preparare quel vuoto in pancia che si prova a 18 quando fai una cazzata veramente grossa.  C’è di nuovo un Romeo e una Giulietta che si fottono la vita in 24 ore, e potrebbe, dovrebbe andare a finire altrettanto male.

 

Il Capitale umano è un thriller vero: un congegno spietato, realizzato senza rinunciare a frecciatine di costume che qualcun altro giudicherà non equilibrate. Io mi dichiaro vinto nel momento in cui Valeria Bruni Tedeschi prende il controllo e si scopa Nostra Signora dei Turchi – la buona vecchia commedia all’italiana, commerciale, industriale, che profana il cadavere del teatro sperimentale sussurrandogli Ti Perdono anch’io, lo sai cos’eri per me? Un buon sottofondo per pomiciare, niente più, il Fausto Papetti dei ricchi sofisticati. Un giorno forse se ne accorgeranno anche gli assessori leghisti. Si sveglieranno sul divano all’improvviso davanti a un vecchio Virzì su Rete4 e finalmente lo guarderanno, finalmente si renderanno conto che l’egemonia culturale di sinistra non ha mai avuto un accusatore altrettanto feroce. Filosofi, sindacalisti, insegnanti, radical-chic, no-global, non ne ha risparmiato uno solo: avreste dovuto adottarlo, coccolarlo, invitarlo alle sagre della polenta, ma veniva da Livorno e andava da Fazio, forse da lì l’equivoco. Il Capitale umano non contiene rivelazioni sconcertanti sulla crisi di valori dell’occidente, ma mostra a ogni adulto di che nodi sono fatti i cappi che ci stringiamo al collo: è l’insoddisfazione che ci fa commettere cazzate, le cazzate ci sprofondano nel senso di colpa, dal senso di colpa riemergiamo adulti e disponibili a pagare qualsiasi prezzo, a coprire qualsiasi crimine. Che altro dire. Tenete il cellulare sempre acceso, perdio, sempre, magari c’è qualcuno stanotte che ha bisogno esattamente di voi. Per quanto disperati possiate sembrare a voi stessi. 

 

Il capitale umano è al Cityplex di Alba (15:30, 17:45, 20:00, 22:15); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:10, 17:35, 20:10, 22:35); all’Impero di Bra (18:20, 20:20, 22:30); al Cinecittà di Savigliano (16:00, 18:10, 20:20, 22:30). Non ci sono molte scuse per non andarlo a vedere, a parte Peppa Pig.

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La casa è un libro (senza più libri alle pareti)

Se vuoi il drama ho il drama. Ci vuoi anche due lesbiche? Pas d’problème.

Nella casa (Dans la maison, François Ozon, 2012).

 

Germaine da giovane scriveva. Ha anche pubblicato un romanzo, ma niente di che. Poi ha capito di essere un mediocre e adesso insegna letteratura in un liceo. Al pomeriggio corregge sul tavolo della cucina temi sempre più banali, ogni anno è peggio. Non ce n’è più uno che sappia scrivere qualcosa di interessante, e questi saranno la Francia di domani? Finché un giorno, dalla pila, non spunta un vero e proprio racconto incompiuto: è il compito di Claude. Come Angel, la protagonista di un altro vecchio film di Ozon, Claude è un talento naturale: non ha cultura, non se la può permettere, ma sa tener vivo l’interesse del suo unico lettore. Se Angel era ossessionata dall’eleganza dell’aristocrazia inglese, Claude è morbosamente attratto dal benessere borghese della famiglia di un suo compagno di classe. Germaine vorrebbe aiutarlo a sbocciare, ma non basta passargli qualche volume di Flaubert e abbozzare uno schemino narratologico alla lavagna: occorre alimentare la sua ossessione, far scoppiare i conflitti di cui ogni buona storia ha bisogno.

 

Un film francese lo riconosci ancora dalla quantità di libri che vedi inquadrati. La libreria di Germaine, ovviamente, occupa pareti intere. I libri sono merce di scambio, ostaggi, prigionieri, armi contundenti; sono i figli di chi figli non può averne, ce l’ha spiegato Truffaut. Eppure i libri sono in via d’estinzione; nella famiglia borghese adorata da Claude c’è giusto spazio per riviste d’arredamento. Ti domandi se un bel film come Dans la maison sarà comprensibile quando tutti leggeranno soltanto e-book. Ma i libri non sono la carta su cui sono scritti, né la nuvola su cui li archivieremo: i libri sono case che si aprono davanti a noi, grazie alle astuzie di uno scrittore che conosce il modo per farsi aprire tutte le porte. Finché avremo persone così candide e malvagie, avremo libri. Magari non avremo più né armadi né pareti, non importa. Ci basterà una panchina e non ci sentiremo né poveri né soli. Ozon riadatta il testo teatrale di Juan Mayorga (Il ragazzo dell’ultimo banco, pubblicato in Italia da Ubulibri), spostando l’azione in uno di quei classici licei francesi dove tutti si lamentano che l’Educazione non è più quella di una volta… e intanto l’insegnante medio italiano in sala sta piangendo in silenzio perché è tutto bellissimo, pulitissimo, sembrano sexy anche gli armadietti della sala insegnanti.

 

Non lo so Claude, come snodo narrativo mi sembra un po’ banale.

Non è la prima volta che il regista francese ci racconta una storia sul raccontare storie, ma il ritmo è più brioso del solito e ricorda in certi punti Woody Allen (esplicitamente citato), in particolare Pallottole su Broadway: anche qui la differenza tra chi sa scrivere una storia e chi sa solo criticarla ha a che vedere con il senso morale. Il vero narratore né è totalmente privo, è un gangster, un ladro di identità, un topo d’appartamenti che fruga tra le tue cose e vuole farsi tua madre. Verso la fine in realtà qualcosa si inceppa, ma è giusto così: è anche un film sulla difficoltà di finir bene una storia. Finalmente mi capita di vedere il simpaticissimo Fabrice Luchini in un film che mi piace. Il quasi esordiente Ernst Umhauer oscilla con disinvoltura dal candido al demoniaco. Emmanuelle Seigner è la milf che tiene vivo il nostro interesse di lettori e critici guardoni (se abbiamo altri interessi il narratore è anche disposto ad allestire sottotrame omoerotiche) ma anche Kristin Scott Thomas si difende bene, nel suo ruolo di moglie di Germaine e titolare di una fallimentare galleria d’arte – un’altra cosa che resterà di questo film sono le frecciate all’arte contemporanea, alla pessima letteratura dei cataloghi. È veramente un bel film. Non so se in Italia si facciano film così. Del resto non abbiamo neanche scuole così. Se volete ci possiamo mettere a piangere assieme, su questa panchina.

 

Andate a vedere Nella casa al cinema Fiamma di Cuneo, svelti, prima che lo tolgano. Comincia alle 21.