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Tutti gli uomini del cardinale

Il caso Spotlight (Spotlight, 2015, Tom McCarthy)

C’erano una volta i quotidiani. Uscivano una volta sola al giorno, e per stamparli serviva un sacco di gente. Alcuni andavano in giro per il mondo a intervistare persone, ad accorgersi dei fatti. Altri lavoravano per ore e ore chiusi in grandi sale illuminate, senza finestre. Nel seminterrato c’era un enorme archivio di ritagli. Lì c’era semplicemente tutto quello che era successo, anche se trovarlo non era facile. C’erano una volta i quotidiani. Scoprivano le cose. E ne dimenticavano altre.

Buongiorno, sono una vittima. Non piaccio a nessuno. 

Liquidato da alcuni come un film necessario, ma un po’ troppo convenzionale, Spotlight è un oggetto molto più curioso di quanto non appaia a prima vista. Per essere un film sul più grande scandalo di pedofilia della Chiesa cattolica, è notevole quanto poco compaiano sullo schermo sia i bambini sia i preti. Non c’è nessun sadico bavoso in sottana, nessun paperino che piange nascondo rintanato in un angolo. L’orrore è del tutto verbale, riportato da vittime che non sono più bambini da un pezzo – uomini ingrassati, nervosi, non proprio quel genere di persona che ti muove all’empatia. Addirittura il regista sceglie di staccare prima che si mettano a piangere. È una scelta antispettacolare davvero inusuale: un film che invece di commuoverti vuole farti ragionare, pazzesco. Spotlight sulla carta si era scelto i cattivi più facili su cui infierire – i preti pedofili – e invece di segnare a porta vuota, decide di parlare d’altro: di giornalismo, soprattutto.

Alla fine, per una buona metà del tempo
ci sono loro in un ufficio che si spiegano le cose. 

Spotlight parla di abusi dei minori ma potrebbe parlare di scommesse sul baseball, e lo farebbe con lo stesso stile procedurale e quasi documentario che tradisce il transito del regista in una delle officine più importanti e sottovalutate della fiction americana, Law and Order. Quei telefilm ubiqui senza scene d’azione o scene madri, tutti investigazione e procedura, che gratificano lo spettatore non tanto mostrando la punizione del cattivo, ma affermando che con tutte le sue imperfezioni, la Legge funziona e l’Ordine esiste.

Come i detective e i magistrati di L&O, i giornalisti di Spotlight non hanno mai illuminazioni improvvise: non fanno che intervistare testimoni, passarsi informazioni, patteggiare con gli avvocati, spiegarsi le tecnicalità amministrative o giudiziarie. Certo, L&O va giù liscio che è un piacere in 40 minuti: confezionare due ore di investigazione senza annoiare invece è una sfida che forse McCarthy ha perso. In compenso è riuscito come pochi a descrivere una metropoli moderna, Boston, come una grande “piccola città”: un organismo collettivo che convive col suo marciume interiore espellendo ogni tanto qualche “mela marcia”, e che più dei suoi panni sporchi teme le minacce esterne (il nuovo direttore del Globe, ebreo e senza famiglia!)

Aspetta, forse ho sbagliato film.

Il momento storico è cruciale: nell’alba del secolo, la carta sta cominciando a cedere al digitale. Alcuni reporter non hanno ancora un cellulare: una fotocopiatrice accesa al momento giusto può valere uno scoop. Gli annuari stampati, gli immensi archivi di ritagli, tutto è ancora meravigliosamente analogico e cartaceo. Ma è un mondo agli sgoccioli. Il fastidio per il nuovo che avanza e non può più essere arginato è percepibile nel momento in cui crollano le Torri, e il team dei giornalisti è costretto a smembrarsi per seguire la Storia, mandando all’aria mesi di lavoro. È ironicamente proprio un prete sul pulpito a spiegare una delle possibili lezioni del film: no, dice, internet non ci ruberà il lavoro. Anche quando l’archivio diventerà grande come tutta la terra, e immediatamente disponibile, ci sarà sempre bisogno di sapere quel che davvero vuoi cercare. Dopo aver setacciato tutta la metropoli, il team investigativo del Boston Globe troverà le verità più scomode proprio nel proprio seminterrato. E il vecchio cronista scoprirà il nemico peggiore: sé stesso.

Spotlight si giocherà qualche oscar accanto a un film che gli somiglia come il gemello cattivo, The Big Short. A monte di entrambi c’è una sfida: raccontare al pubblico medio una storia importante e difficile. Completamente opposto è il modo in cui i due registi dispongono dei loro cast d’eccezione: McKay, il regista di Big Short, li lascia liberi di gigioneggiare a loro piacimento: McCarthy li mette al lavoro come se fossero onesti lavoratori di una fiction con un lavoro da portare a termine. Tanto è pessimista e sarcastico Big Short, tanto è composto e a suo modo epico Spotlight: il primo si guarda intorno disperato, accumula tentativi di spiegazioni e metafore inconcludenti. Il secondo regge la barra in mezzo alla tempesta e continua a dirti che ce la possiamo fare: il giornalismo può essere indipendente, può essere di qualità, può spiegarci le cose e migliorare il mondo. Anche per questo, più di Keaton o di Ruffalo il personaggio a emergere è il direttore, interpretato da Liev Schreiber e vicino all’ideale di boss che chiunque vorrebbe avere avuto – un tizio inflessibile e mite che ti propone un lavoro anche difficile, ti dà tutto il tempo che ti serve, e nel momento del dubbio ti dice le sole dieci parole che ti servono: non prendertela con te stesso, capita a tutti noi di brancolare nel buio per mesi e anni. Ma l’importante è ritrovare la luce, e tu stai facendo un ottimo lavoro. Sarà anche per questo messaggio, tutto sommato rassicurante, che Spotlight è piaciuto persino al nuovo cardinale di Boston.

O forse il fatto che i preti bavosi siano lasciati fuori dal cono di luce? Due anni fa, un altro film di denuncia come Philomena di Stephen Frears mi lasciò un gusto amaro: non avevo apprezzato l’apparizione finale di una suora mostruosa, l’incarnazione di tutto il male che fino a quel momento era stato soltanto descritto a parole: un modo un po’ troppo facile, osservavo, di catalizzare l’indignazione del pubblico. Spotlight se non altro mi ha fatto capire meglio la scelta di Frears. È un film onesto, un film che non vuole tirar pugni allo stomaco ma spiegare quanto sia importante avere un giornalismo professionale, e direttori tutti d’un pezzo, alieni a qualsiasi condizionamento ambientale. Ma è pur sempre un film che parla di mostri senza neanche provare a mostrarne uno. Spotlight è al cinema Stella Maris – Moretta di Alba (21:00), al Fiamma di Cuneo (21:00) e all’Aurora di Savigliano (21:15).

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La rabbia è faticosa

Lui è Steve Coogan, è bravissimo, ma dopo 24Hours
Party People 
gli vorrei bene anche se stesse di spalle
per tutto il film.

Philomena (Stephen Frears, 2013)

 

Lei è una timida orfanella lavandaia; lui è un bellissimo principe in incognito. Si incontrano alla fiera di Roscrea; ma come andrà a finire non lo potreste immaginare in un milione di anni…

 

Recentemente ho letto di un collegio, in Irlanda, dove tra il 1926 e il 1961 sono scomparsi più o meno 800 bambini. Erano tutti figli di donne non sposate, e possono essere morti per centinaia di motivi: parti finiti male, tubercolosi, denutrizione, eccetera. L’Irlanda aveva in quegli anni il tasso più alto di mortalità infantile in Europa occidentale. Una ricercatrice dilettante sta cercando di capire se siano finiti in una fossa comune. In paese qualcuno ricorda che da bambino aveva sentito parlare di ritrovamenti di scheletrini, in qualche fratta, ma sono storie vecchie, leggende ormai; non interessano a nessuno. Non interessano a nessuno?

 

Quando escono storie come questa, o come quella che ha ispirato Philomena, la mia prima reazione è sempre: accidenti però ‘ste suore irlandesi, le nostre non erano mica così. Poi però ci rifletto, penso alla fama sinistra di scuole d’infanzia confessionali da cui molti miei compagni uscirono irrimediabilmente atei, e qualcosa non mi torna. Possibile che la segregazione delle ragazze madri sia un fenomeno unicamente irlandese? Quale fattore avrebbe reso la situazione irlandese diversa da quella di altri Paesi cattolici, le loro suore più crudeli? Siamo sicuri che un caso come quello di Philomena possa essere ambientato soltanto in Irlanda? A noi italiani sono mancate le suore toste o non, piuttosto, la curiosità di ricercatori dilettanti o improvvisati – come in fondo era anche Martin Sixsmith? Consulente di Downing Street investito da una macchina del fango, Sixsmith per disperazione si mette a seguire la pista di un’anziana signora in cerca di suo figlio e scopre una tratta transatlantica degli orfanelli. Forse da noi queste storie non si scoprono semplicemente perché non interessano a nessuno. Non ci interessano nemmeno più i preti che abusano sui minori – ci credereste? Eppure è così. Avete sentito dire, poniamo, di Mauro Inzoli?

 

La vera Philomena (si chiama davvero così) ricevuta dal capo della ditta.

Sacerdote lombardo con incarichi importantissimi in area CL, sospeso dal sacerdozio due anni fa a causa di accuse infamanti che in giugno sono state confermate in un decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Inzoli, insomma, per la Chiesa ha abusato di un minore. Per la Chiesa è ufficiale, il vescovo di Crema sostiene che sono state “eseguite rigorose ricerche”. Se non ne avete sentito parlare, consolatevi: nemmeno la giustizia italiana. Nessuno ha denunciato Inzoli a nessuna procura (solo un deputato di SEL ha annunciato che farà un esposto) e, forse anche per questo, nessun giornale ha insistito più di tanto sulla notizia: cioè in fondo che vuoi che sia, un prete in più un prete in meno.

 

Quando l’anno scorso uscì Philomena, qualcuno scrisse che di propaganda anticattolica non se ne può più. Magari anche in buona fede: a furia di battere il chiodo sulle lavanderie irlandesi o sui preti pedofili si finisce per annoiare il pubblico, per allontanarlo. In linea generale può darsi, ma insomma non mi pare che ci sia tutta questa attenzione sulla Chiesa, almeno qui da noi. Peraltro, Philomena è un film abbastanza grande da difendersi da solo: vuoi per la scrittura sobria, un po’ scolastica soprattutto nei flashback iniziali, ma spietata; vuoi per la grandezza di Judi Dench, eroica e insopportabile, che sfinisce leggendo il menu del buffet e commuove anche solo sbattendo le palpebre.

 

Si meritava un Oscar per questo, non per quegli
8 minuti da Regina Elisabetta (ancorché notevoli)
in Shakespeare in Love.

Il film non è solo un atto di accusa preciso e documentato, ma sul finale si permette di sconfiggere il cattolicesimo in casa, appropriandosi del suo tesoro più prezioso, l’amministrazione del perdono – e gli si perdona anche la caduta di stile della suora-zombie che a 90 anni sarebbe ancora disposta a fare una predica anti-lussuria, una delle poche licenze che gli sceneggiatori si sono presi rispetto alla storia vera (e si sente). Philomena è stata peccatrice e infermiera, ha conosciuto i corpi degli uomini e i loro appetiti: non ha mai smesso di pregare il suo Dio, ma anche di interrogarsi sul suo peccato e sulla sua espiazione, finché la stessa espiazione non le è sembrata un peccato più grande. Philomena conosce la differenza tra il perdono e la giustizia: la seconda deve fare il suo corso, la prima ci salva l’anima da una rabbia che ci distruggerebbe. Si esce dalla sala con la sensazione di aver visto, insieme, un reportage anticattolico e il film più cattolico della stagione. È al Monviso di Cuneo, sabato e domenica, alle 21:30.

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La fine del mondo (non è questo gran sballo)

C’è già la gif animata.

Facciamola finita (This Is The End, Evan Goldberg e Seth Rogen, 2013)

 

Seth Rogen (Seth Rogen) e Jay Baruchel (Jay Baruchel) sono due attori canadesi che magari di nome non vi dicono niente ma appena li vedete in video vi sembra di riconoscerli. Seth ha fatto un po’ più di carriera di Jay e vive a Hollywood; Jay non sopporta Hollywood ma è arrivato per il week-end e vorrebbe avere il suo vecchio amico tutto per sé. Seth invece lo trascina alla festa d’inaugurazione della nuova casa di James Franco (James Franco, in una delle sue interpretazioni più convincenti), dove ci sono altri vip che riconosci a malapena e Michael Cera che sniffa come un bidone aspiratutto e tocca il culo di Rihanna (Rihanna). E qualcuno secondo me al cinema ci va semplicemente per questo: vedere Rihanna che prende a ceffoni l’insopportabile strafatto Michael Cera. Jay è sempre più a disagio, e poi… finisce il mondo. Il mondo non fa che finire, al cinema, ultimamente. È il terzo film apocalittico che vado a vedere in un mese. È senz’altro il più bizzarro, ma richiede un po’ di pazienza. Ci sono due modi per approcciarsi a Facciamola finita senza liquidarlo come un film dove attori famosi che non conosci tanto bene interpretano sé stessi in assurde scenate di gelosia e scappano da implausibili mostri digitali.

 

Il primo è stonarsi, prima durante e dopo. Gli autori non ne fanno un mistero: la trama di Facciamola finita è stata buttata giù mentre si passavano la canna, sembra di sentirli mentre si domandano, boh, come funziona l’apocalisse? Come si sale in cielo? Facciamo che si apre un faretto a occhio di bue dal cielo e ti risucchia? Certo, chi non vorrebbe essere risucchiato? Ahahah, risucchiato, hai capito? L’hai capita? E passala, dai. L’altro sistema per penetrare il film è mettersi a studiare il contesto, i generi e i sottogeneri, tanto quanto basta per scoprire che Facciamola finita è una stoner comedy con molta bromance, che si evolve in un apoca-blockbuster. Insomma lo avete capito, io tra la cannabis e wikipedia non ho mai avuto un attimo di esitazione. Il cast del film è lo stesso di una commedia apprezzata anche dalla critica, Pinapple Express, che io ho snobbato, chissà perché? Forse perché in Italia lo hanno venduto al botteghino col titolo Strafumati? Per carità, dal punto di vista commerciale avevano probabilmente ragione. Insomma è una banda di amici che si divertono a prendersi gioco di loro stessi, e questo è notevole: soprattutto James Franco, che si atteggia a collezionista d’arte e poi distrugge le sue opere per barricarsi. Franco e compagni sono attori, tutto quello che sanno è mediato dal mezzo cinematografico: le loro armi sono le armi di scena, quando provano a effettuare un esorcismo usano lo script dell’Esorcista come “manuale”. Tra un colpo di scena e l’altro restano barricati nella villa a mettere in discussione i loro rapporti, sicché il modello inevitabile è quello del Grande Fratello. C’è persino il confessionale. Un grande fratello con le celebrità, la droga, e i mostri demoniaci: non male. Cosa manca? Cosa manca? Rifletti bene. Un aiutino: Rihanna viene inghiottita dagli inferi dopo pochi minuti. Cosa manca? Forse ci sono.

 

Dove sono tutte le donne?

Una commedia senza donne? Sul serio?

 

Emma spacca sei culi alla volta, se la fate incazzare.

Cioè no, a un certo punto salta fuori Emma Watson (Emma Watson) con una grossa ascia. È un momento abbastanza esilarante, ed è bello vedere la piccola Ermione mostrare più scorza di tutti quei maschietti messi assieme, ma svela anche la difficoltà di fare entrare donne in questo film. Così com’è entrata, la Watson se ne deve andare il più presto possibile. Non può restare lì, non funzionerebbe. Porterebbe una tensione erotica, e questo film non può gestire questo tipo di tensione. È un film per adulti, secondo le metriche americane, ma l’eros non c’entra nulla. È per adulti perché è una stoner comedy, un film dove si mostra la droga e la gente che si droga. Tanto la droga è occultata nel realismo televisivo, tanto è esibita in questo tipo di film. Se trovi una lattina aperta, di sicuro ci hanno messo l’ecstasy, e Michael Cera va in giro a soffiarti la coca nel naso. Un’altra cosa che esibisce questo film – tenetevi forte – è una rivista porno. Segnatevela, potrebbe essere l’ultima rivista porno che compare in un prodotto cinematografico. Ne sono consapevoli anche i personaggi: chi è che si compra un giornaletto al giorno d’oggi? James Franco. Dice che gli piace leggere. Una gag d’altri tempi. I personaggi se la contendono con molta più energia di quella spesa per cercare di trattenere Emma Watson. D’altro canto non c’è molto spazio nel loro cuore. Sono troppo impegnati a rimproverarsi tra loro per non essere stati amici fedeli, e perdonarsi, e tradirsi di nuovo, come in un reality ma di soli maschi.

 

È quella cosa che in America si chiama bromance, e che da noi ho il sospetto che non funzioni più di tanto: l’insistenza sull’amicizia virile, ai limiti dell’omoerotismo (che però alla fine viene sempre negato). Il gran bene che vuoi ai tuoi vecchi compagni di spogliatoio, pare che non ci sia altro al mondo. Miliardi di persone sono state o risucchiate in cielo o inghiottite dagli inferi, e non c’è un solo personaggio del film che mostri preoccupazione per famigliari, parenti – mamme, mogli, fratelli, fuori non c’è più nessuno che importi. Le uniche persone importanti sono dentro, e dentro è importantissima questa cosa che Seth abbia tradito Jay con James o con Jonah. Come nei reality, alla fine ti rendi conto che passano il tempo a parlare di nulla. Nemmeno di sé stessi, sarebbe già qualcosa. Ma non ricordo di aver mai visto qualcuno capire sé stesso durante un reality, di solito sono tutti concentrati a parlare alle spalle del tizio che ha imboscato la lattina di fagioli. Il film prende esattamente questa china ed è un peccato, anche perché quando qualche critico USA la definisce la commedia più riuscita e corrosiva dell’anno, io ho il terribile sospetto che abbia ragione; che il convento non stia passando niente di meglio. Facciamola finita è un film divertente, ma ci sono film divertenti che parlano dell’amicizia, dell’amore, della vita, della società, di com’è difficile crescere o invecchiare, eccetera. Facciamola finita non parla quasi di niente. Per un attimo – quando decidono di “farsi tutte le droghe” rimaste in casa, cominci a sperarci: ci siamo, adesso saltiamo di livello, e il film diventa una specie di Grande Abbuffata Americana anni Dieci. Oppure si scopre che tutta l’apocalisse è soltanto un delirio… Invece no, si mettono a ballare come coglioni e finisce tutto lì, anche la droga ne esce malissimo, come un passatempo innocuo che annoia prima della playstation. Il vero tesoro, la cosa più ambita di tutte, più della droga, del giornaletto porno e di Emma Watson, è una merendina.

 

A un certo punto si capisce che non sapevano come andare avanti e si sono detti: mettiamoci i mostri. È un limite di Hollywood, se vuoi, l’assenza di limiti. Se Evan Goldberg e Seth Rogen vogliono dei mostri in un loro film, li ottengono. Anche abbastanza spaventosi. Non importa che spostino i film in una direzione horror che ha poco senso. In passato le limitazioni tecniche avrebbero convinto i registi a farsi venire una vera idea, ma oggi… perché farsi venire buone idee quando puoi risolvere tutto con qualche bel mostro? Così alla fine Facciamola finita rimane sostanzialmente un film dove attori famosi che non conosci tanto bene interpretano sé stessi in assurde scenate di gelosia e scappano da implausibili mostri digitali. Sì, dovevo venire fumato, lo so. Lo trovate al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 e alle 22:40, è vietato ai minori di 14 anni.