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La blatta

Dicono che l’intestino sia un po’ il nuovo cervello e devo ammettere che molte volte, proprio quando mi viene in mente di scrivere qualcosa, più spesso nel cuore della notte, ecco improvvisamente anche l’intestino mi avverte che ha altri progetti. Così invece di mettere giù qualche pensierino fondamentale sulla questione ucraina eccomi in bagno: ho appena acceso la luce, mi sono appena seduto, quando la mia visione periferica mi manda un allarme, ha intercettato una macchia in movimento, qualcosa di nero si muove nel bianco delle piastrelle – ah, è un coleottero. Non proprio uno scarafaggio, no, diciamo una blatta, ma in confidenza, c’è qualcosa di più orrendo di un enorme insetto marrone scuro che spunta all’improvviso dall’ombra sotto al tuo gabinetto? Una presenza aliena in casa tua, nello spazio più intimo e più sacro – se capissi finalmente da dove arrivano. C’è chi dice dagli scarichi ma credo sia una superstizione, dovrebbero essere impermeabili per passare da lì. E però la razionalità è una patina sottile, per il mio intestino ad esempio quello è un orribile mostro che porta lo sporco della fogna in casa. Si è immobilizzato contro il battiscopa, è una cosa che fanno. Non so quanto ci vedano, ma di sicuro percepiscono la luce e benché non abbiano un volto, nulla di ciò a cui di solito noi umani ci affidiamo per cercare di decifrare le emozioni delle altre creature viventi, ho sempre trovato qualcosa di molto espressivo nel modo in cui all’improvviso si immobilizzano: è come se dicessimo, ops, tu non mi hai visto vero? Diciamo che non mi hai visto. Non sono qui in effetti, se anche credevi di avermi visto ti sei sbagliato, sono una macchia qualsiasi. Non hai nessun interesse a schiacciarmi. Lo sai quanto schifo faccio, se mi schiacci, sì?

E un’altra idea che mi sono messo in testa è che la forma che hanno preso da millenni a questa parte serva principalmente a questo, perché in nessun modo quella specie di corazza bombata che hanno li risparmia dallo schiacciamento: anzi li rende più appariscenti e schifosi ma forse hanno deciso di investire proprio in questo, ogni specie si specializza in qualcosa e loro si sono perfezionati nell’arte di fare più schifo possibile quando li schiacci. Le cimici, bisogna ammetterlo hanno avuto un’idea migliore: se le schiacci puzzano. Le blatte fanno semplicemente schifo. Un po’ funziona: io per esempio odio schiacciarle, e inoltre sono venuto a sedermi qui per un altro motivo. E però finché quella macchia continuerà a fissarmi il mio intestino non riuscirà a riflettere come dovrebbe. Non c’è solo lo schifo, il mio intestino percepisce anche qualcosa che decodifica come paura. Quella blatta è davanti al suo destino. La schiaccerò o non avrò il coraggio? Strapperò un cospicuo lembo di carta igienica e glielo poserò sopra: non vedrò la sua corazza flettersi e sprizzare fuori la sua polpa schifosa. Non faccio in tempo a pensarlo e la blatta comincia a scappare, io e lei ci capiamo al volo. Cammina rasente al battiscopa con quelle sei zampine orribili, non ci può essere solidarietà tra mammiferi e mostri invertebrati a sei zampe, siamo venuti al mondo per farci la guerra, a una zampina posteriore rimane intrappolato un batuffolo di polvere, dove credi di scappare mostro delle fogne, ecco, ora ti cancello col bianco della carta. Non è vero, la intravedo ancora, ma appena ha sentito la carta addosso si è calmata, forse crede di avere trovato un rifugio quando ormai disperava, e quello sarà il suo ultimo pensiero: imprimo sulla carta igienica un rapido colpo di ciabatta. Forse troppo rapido, perché voglio la blatta morta ma nemmeno una piccola striscia sul pavimento. Dovrei esserci riuscito ma non controllerò. L’intestino reclama le sue ragioni, ora può liberarsi senza più sentirsi osservato e temuto. Nessun senso di colpa: tra uomini e blatte nessuna pace è possibile, nessun negoziato è in corso. La nostra vita è la loro morte. Non ho fatto che difendere la mia proprietà e la mia famiglia. È tempo di azionare lo sciacquone, ma prima devo raccogliere il cadavere: ho infatti intenzione di liberarmene con lo stesso strumento. 

È ancora vivo. 

La parte posteriore ha preso una botta mortale, ma tre zampine funzionano ancora e trascinano la carcassa il più lontano possibile da me. Ora succede questa cosa terribile, per cui un insetto senza volto, dalla forma repellente, che finché passeggiava sano sulle mie piastrelle mi risultava un alieno, adesso che si trascina moribondo mi appare assolutamente familiare. C’è qualcosa di così universale nel modo in cui si comporta, qualcosa che mi sembra di aver visto in centinaia di film: un ferito senza speranza che continua a strisciare, sa di non avere scampo ma non ce la fa a morire fermo. Nella sua condizione la morte dovrebbe essere un sollievo ma gli esseri viventi sono fatti così, siamo tutti fatti così, fratello, ne abbiamo orrore, è l’istinto che ci tiene in vita e che ci allena alle sofferenze più indicibili che io senza goderne ti ho inflitto, e ora devo ucciderti, scusami, io non volevo – cioè, certo che volevo ucciderti, ma nel modo più pulito e indolore possibile, la tua sofferenza io non l’ho cercata, puoi credermi? Non potevo lasciarti andare via ma non volevo che tu patissi e guarda che casino ho fatto, e tu non puoi nemmeno perdonarmi. E con che faccia chiederò io al mio carnefice, quando sarà il momento, un po’ di pietà e di pulizia, un velo bianco sugli occhi, un colpo secco spietato e pietoso.

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La tosse secca

(Un mio amico conosce un pediatra che è la persona più tranquilla del mondo).
“Pronto”.
“Buonasera dottore mio figlio sta vomitando sangue e frattaglie da tre ore”.
“Età?”
“Cinque anni il mese prossimo se ci arriva”.
“Peso?”
“Venti chili tre ore fa, adesso non riusciamo a tenerlo fermo sul piatto della bilancia, emette ultrasuoni e scosse elettriche”.
“10 gocce di Bogomil tre volte al giorno dopo i pasti, buonasera”.
“No, aspetti, 10 gocce di Bogomil ce li ha dati anche l’anno scorso, si ricordi? quando ha contratto la peste bubbonica”.
“Allora gliene dia dodici”.
“Va bene ma nel frattempo è levitato e ora è appiccicato al soffitto con la testa ruotata a 180°, come faccio a dargli il Bogomil”.
“Prenda quello in supposte da cinque cc”.
“Sì, ma come…”
“Ce l’avrà una scala”.
“Va bene, però ora sta bestemmiando in antico caldeo e rivelando informazioni sulla fine dei tempi, dice che posso chiamare un esorcista?”
“Ma sì, perché no”.
“Però l’ultimo esorcista lo ha mangiato”.
“Allora è meglio di no. Buonasera”.
“Buonasera, no, aspetti, c’è un’altra cosa, ha anche un po’ di tosse secca”.
“Va bene, me lo porti domani alle sedici e trentatré. Buonasera”.
(Un mio amico conosce un pediatra molto tranquillo).

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La Salle vuole te

7 aprile – San Giovanni Battista della Salle (1651-1719), patrono degli insegnanti, che ne hanno bisogno

Se non sai le cose, SALLE

Anche in paradiso non è che uno possa sempre fare quel che vuole, bisogna scendere a compromessi. Giovan Battista della Salle, per esempio, non è che abbia mai richiesto la sua postazione al Collocamento. Ma i colloqui qualcuno deve pur saperli fare e almeno è un bell’ufficio, grandi finestre sull’orto di San Foca. Con un po’ di fortuna di prima mattina puoi vedere quel vecchio gentile innaffiare gli oleandri con una brocca di legno antico quanto lui, mentre ascolti l’ennesimo tizio che vorrebbe fare lo scrittore.

“Lo scrittore! Che bella idea!”
“È più che un’idea, praticamente è tutta la mia vita. Sa io ho già pubblicato una raccolta di racconti per Busillis e inoltre…”
“Quindi le piace leggere”.
“Leggere, beh, sì, senz’altro, ma soprattutto…”
“Farsi leggere dagli altri”.
“In che senso, scusi”.
“Ma niente riflettevo a voce alta… secondo lei ogni quanti lettori dovrebbe fiorire uno scrittore interessante?”
“Non sono sicuro di aver capito”.
“Cercherò di spiegarmi meglio. Lei è uno scrittore, quindi le serviranno dei lettori. A ogni scrittore servono lettori. Secondo lei qual è il rapporto ottimale tra scrittori e lettori? Uno su cento?”
“Non saprei”.
“Spari un numero”.
“Teniamo conto che i lettori possono leggere migliaia di libri, e quindi… cioè il rapporto potrebbe anche essere uno a uno: tutti scrivono, tutti leggono”.
“È vero, potrebbe anche essere così”.
“Ma non è così, vero?”
“No, neanche un po’”.
“Uno su cinquanta?”
“Eh, è ottimista lei”.
“Ma si sa il numero preciso?”
“Abbiamo stime abbastanza precise ormai, sa, abbiamo avuto moltissimo tempo a disposizione per elaborarle”.
“Ed è?”
“Premesso che negli ultimi secoli è sceso di molto, ma per ora sta intorno a millesettecentotrentanove virgola sei periodico”.
“Ah”.
“Quindi lei, insomma, capisce il problema”.
“No, ancora no”.
“Ha ragione, le manca un altro dato importante. Quest’anno mi sono arrivati quassù già centocinquantamila scrittori, gente brava eh? E non sto dicendo che non sia bravo anche lei, ma per dare un posto a tutti ci servirebbero…”
“150.000×1739,6=…”
“Ottocentosessantanove milioni di lettori”.
“E non li avete?”
“Per adesso no”.
“Ma forse in seguito aumenteranno”.
“Ma certo, è quel che speriamo tutti, ma potrebbero anche aumentare gli aspiranti scrittori, mi capisce?”
“Mi sta dicendo che non potrò fare quel che ho sempre desiderato di fare?”
“Ma no, no, perché. Siamo nel migliore dei mondi possibili, prima o poi una soluzione la troviamo. E comunque noi abbiamo un grande bisogno di gente come lei”.
“Ma se mi ha appena fatto capire che sono inutile”.
“No, no, non volevo, mi perdoni se le ho suggerito questa idea, mi creda. Non è affatto inutile”.
“E che tutte le mie aspirazioni erano malriposte”.
“Niente di più sbagliato. Le sue aspirazioni erano preziose. Lei è prezioso. Abbiamo tutto il posto che vuole per le persone come lei”.
“In che senso?”
“E non c’è nemmeno da fare anticamera. Se accetta questo incarico può cominciare anche domattina, è una scuola molto simpatica vicina alla rosticceria di San Lorenzo…”
“Una scuola? Dovrei lavorare nella scuola?”
“È una zona molto verde, si troverà bene”.
“Mi dispiace io non… non credo di essere adatto. A me piace scrivere”.
“Meraviglioso, quindi insegnerà agli altri”.
“Io non… non credo di essere capace”.
“Ha paura di crescere allievi più bravi di lei? In effetti è un rischio. Ma non si preoccupi, non deve insegnare a scrivere. È sufficiente che insegni a leggere”.
“Non è davvero quello che mi aspettavo”.
“Rifletta. Se ogni 1739 lettori fiorisce uno scrittore, lei non ha che da insegnare a leggere a 1739 anime e…”
“Posso essere sincero?”
“Deve”.
“Non credo che sarei un bravo insegnante. Mi sentirei frustrato, incompleto, e sfogherei la mia frustrazione sugli studenti. Non solo non sarebbe paradiso per me, ma per loro sarebbe un inferno”.
“Un inferno, ehi, ehi, che parole. Guardi che a scuola ci si diverte anche. È chiaro, a volte è faticoso. Dovrebbe leggere i temi”.
“No i temi no”.
“Mentre a lei piace scriverli”.
“Non c’è davvero niente’altro che io possa fare?”
“Per adesso no, al massimo la posso mettere in lista per il reddito di beatitudine. Sono due spicci però, è sicuro di non volerci ripensare?”
“I temi no”.
“Io comunque sono qui, se cambia idea…”

A metà mattina passa san Fiacrio a curare le siepi di rose, che hanno le spine anche nel Paradiso perché, perché, misteriosi disegni di Dio. San Cristoforo sta portando a pisciare San Guinefort. Qualcuno in un ufficio di fianco ha portato il caffè e Gianbattista ne assapora il profumo denso, anche se sta cercando di smettere, mentre risponde a un signore che ha le idee molto chiare.
“Insomma, teatro”.
“Sono nato per farlo”.
“Meraviglioso”.
“E se non lo faccio muoio. Ora lei mi troverà ridicolo, ma…”
“Ridicolo, e perché?”
“Chissà quanti le hanno già detto la stessa cosa”.
“Tre milioni e qualcosa, ma che vuol dire?”
“Sul serio?”
“Non lo so, dopo i tre milioni ho smesso di contare, è stato qualche anno fa, comunque il trend è costante dall’Ottocento”.
“Quindi sta per dirmi che non c’è pubblico per tutti quelli che vogliono fare teatro”.
“E perché? Siamo in paradiso, c’è pubblico per tutti”.
“Davvero?”
“Certo, bisognerà modificare un poco il repertorio”.
“Il repertorio non è un problema”.
“Allora posti ce n’è finché ne vuole”.
“Sul serio?”
“Però la devo avvertire: può essere un lavoro molto faticoso, sfibrante”.
“Oh lo so”.
“Magari non lo sa ancora del tutto”.
“Quando posso cominciare?”
“Domattina, presso l’Istituto Don Bosco in via…”
“Ma… ma è una scuola”.
“Ha anche un giardino meraviglioso”.
“È uno scherzo? Io ho chiesto di fare teatro”.
“Le garantisco che ne farà tutti i giorni”.
“No”.
“Quattro o cinque ore al giorno, per il pubblico più esigente”.
“Non è quello che mi aspettavo”.
“Potrà improvvisare e declamare a memoria. Piangerà, farà piangere. Riderà, farà ridere. Tutto quello che succede a teatro, tranne forse…”
“Gli applausi?”
“Eh, applausi in effetti pochissimi. Ma sono così importanti? È quello che veramente cercava nel teatro?”
“La prego, niente prediche, io…”
“Il teatro è dedizione, è sacrificio, è disciplina, gli applausi sono un contentino per i filodrammatici. Il vero attore agonizza nel silenzio, o peggio ancora, nel frastuono che segue la campanella”.
“Io li odio gli studenti. Sono il pubblico peggiore”.
“Sono solo i più esigenti”.
“Non riuscirei nemmeno a farli tacere”.
“Allora forse non è un grande attore”.
“Davvero?”
“Mi perdoni, mi è sfuggita”.
“È quello che pensa di me?”
“È quel che penso in generale. Insegna chi ha le palle, firmato de la Salle“.
“Non fa ridere”.
“No, in effetti no”.
“Sta cercando di provocarmi?”
“Io?”
“Lei vorrebbe che io le rispondessi vaffanculo, le faccio vedere io chi ha le palle qui, lei vorrebbe che io firmassi per finire domattina a declamare Shakespeare in un inferno di bambini ridacchianti finché non si arrendono loro a Shakespeare o io alla mia mediocrità”.
“Non deve sottovalutare Shakespeare”.
“Senta ma quella cosa che diceva il tizio che è uscito prima… il reddito di santità…”
“Di beatitudine”.
“È una cosa seria?”
“No, non tanto”.
“Insomma non c’è alternativa”.
“Un’alternativa a passare l’eternità a far conoscere Shakespeare ai ragazzi? Pensando che ogni volta sarà la prima volta? Un’eternità di Giuliette al balcone? Davvero ha bisogno di un’alternativa a questo?”
“Mi ci faccia pensare”.
“Ma certo. Io comunque resto qui”.

A pranzo gli piacerebbe sedersi sulla panchina sotto agli aceri ad ammirare il foliage, ma è da milletrecento anni che ci siede San Simeone Stilita, e non si schioda. Anche per questo ha chiesto di fare orario continuato, e il primo pomeriggio mentre digerisce un sandwich del distributore automatico di solito passano quelli più strani, quelli che per esempio vogliono combattere il Male.
“Il Male? Ma ha studiato medicina per caso?”
“No no, io intendo un Male più nel senso morale del termine”.
“Ma certo, mi scusi, che sciocco. E in che modo lo vorrebbe combattere?”
“L’ideale sarebbe sparare, ma mi rendo conto che…”
“Sparare! Ma siamo in paradiso”.
“Lo so, ma…”
“Non ha mai pensato che si potrebbe far male qualcuno?”
“È… è un po’ il senso della cosa”.
“Far soffrire i malvagi”.
“Detta così suona molto stupida, ma io…”
“Lei sente che è questa la sua missione”.
“Io senso che se non mi si darà qualcosa di nobile per cui lottare, o anche solo qualcosa di spregevole da combattere, finirò comunque per combattere, ma per delle sciocchezze. Perché sono fatto così e non credo di poter farci niente”.
“Dovrebbe combattere contro sé stesso”.
“E perderei”.
“La ringrazio per la franchezza”.
“Non dovrei nemmeno essere qui, vero?”
“E perché mai? Lei è una persona onesta, con un forte senso morale, che chiede di poter lottare…”
“A volte mi domando se la morale non sia solo un pretesto. La verità è che mi piace combattere, e ovviamente vorrei sentirmi dalla parte dei buoni. Sulla Terra era molto facile fregare quelli come noi. Ci davano in mano un’arma, ci additavano i malvagi e…”
“Buffo, le stavo per proporre la stessa cosa”.
“In che senso?”
“Nel senso che si dà il caso che io abbia un sacco di malvagi da sconfiggere e sarei molto lieto di additarglieli. Ho anche qualche arma da fornire… certo non esplosivi, ma…”
“Sul serio?”
“Sì, anche in paradiso esistono le guerre sante. Ciò la stupisce?”
“Di solito c’è sempre la fregatura”.
“Qui no. Mi basta una firma qui e domattina può andare a combattere l’analfabetismo e la superstizione presso l’istituto Sant’Ignazio che dà sui giardini del…”
“No no no. Lei sta proponendo una scuola anche a me”.
“La trovo adattissima all’incarico”.
“Io sono una persona semplice, per me esiste il bianco e il nero, non capisco le sfumature”.
“C’è bisogno anche di quelli come lei”.
“Senta, piuttosto mi dia anche solo uno scudo, un bastone, mi dica di difendere una città fortificata da ventimila infedeli, ma in una classe preferirei non entrarci più”.
“Ha già esperienze di insegnamento?”
“Ho fatto una supplenza, una volta”.
“Ha fatto una supplenza, e poi la guerra”.
“Già”.
“E preferirebbe tornare in guerra”.
“La trovo più semplice. Si vince, si perde”.
“Anche a scuola, no?”
“No, a scuola si perde soltanto. Tutti i giorni”.
“A volte si vince pure”.
“Non mi ricordo che sia mai successo”.
“Eh, in effetti si scopre molto tempo dopo, e il più delle volte non ti mandano nemmeno un telegramma”.
“Ma nel frattempo dovrei ritrovarmi in trincea tutti i giorni, davanti alla sconfitta tutti i giorni, non ce la posso fare”.
“Ma in guerra non è la stessa cosa? Mi scusi: qual è la vera differenza? Perché l’unica che mi viene in mente… è che la guerra dopo un po’ finisce”.
“Già”.
“Mentre la scuola riapre tutti i giorni”.
“Mi dia un bastone piuttosto, davvero”.
“Quindi insomma lei è pronto a combattere il Male… purché la lotta sia breve”.
“Se vuole metterla così”.
“Potrei metterla in un altro modo: dove ha messo le palle?”
“Eh”.
“Mi ha capito bene. Lei viene da me poco dopo mezzogiorno, con tutti i suoi propositi eroici, il suo alto senso della moralità, e io ho qui pronta per lei l’unica guerra che valga la pena di essere combattuta, giorno per giorno, metro per metro, e lei si sgonfia così? Sul serio: dove le ha messe?”
“Lei… lei non dovrebbe parlare così”.
“Io parlo come voglio e posso, soldato! Sull’attenti!”
“Sissignore”.
“Ha letto qua fuori: ufficio smidollati?”
“Nossignore”.
“Crede che io abbia da perdere il mio prezioso tempo con gli smidollati?”
“Nossignore”.
“Tutte le mattine alle sette e mezza il Sant’Ignazio apre i cancelli. È in un brutto quartiere, gli studenti puzzano e non sanno stare seduti e c’è una cattedra vacante. Hanno bisogno di un docente con le palle, purtroppo oggi non ne ho ancora visto uno. Può sempre andare lei, se entro domattina le ritrova. Nel frattempo si tolga dalle mie”.
“Grazie, signore. Mi scusi signore. Arrivederci, signore”.

Londra, Regno Unito

Verso le cinque del pomeriggio l’idea limpida di una birra cruda si insinua dietro la fronte di Giovanni Battista della Salle. Gli piacerebbe berla sotto il pergolato, prima di cena, qualche volta ha anche ceduto alla tentazione. Ma stasera ha ancora un colloquio, con uno che non ha sbocchi, dice lui, perché è un… un filosofo? Addirittura?
“Indirizzo sociologico. Mi sta già disprezzando, vero?”
“E perché mai? Di tutti c’è bisogno. Mi faccia controllare…”
“Non c’è bisogno di fingere con me”.
“Non sto fingendo. Sto davvero controllando una lista, vede? Dunque…”
“Ma sappiamo benissimo entrambi come va a finire”.
“C’è posto anche qui dietro, alle figlie dell’Immacolata”.
“È una scuola”.
“Con un magnifico giardino”.
“Me lo avevano pur detto. Lei ci fa parlare ma alla fine, qualsiasi cosa diciamo, lei ci manda tutti a scuola”.
“No, non tutti”.
“Non tutti?”
“Capitasse un idraulico, ne abbiamo una necessità disperata. Ma ne arrivano pochi”.
“Come sulla Terra”.
“No, no, molti meno, ah ah”.
“E mi avevano anche detto questo, che le sue battute erano terribili”.
“Sì, beh, servono più a rompere il ghiaccio… lei è sociologo, capirà benissimo…”
“Fin troppo. Dunque lei è San Giovanni de la Salle, l’inventore della scuola dei poveri”.
“Dicono questo di me? Pazzesco”.
“Cosa c’è di pazzesco? Ha ispirato i regolamenti di dodici congregazioni, ha lottato per la scuola gratuita, ha praticamente inventato le classi elementari…”
“Ma scusi, la scuola esisteva già, i poveri pure, bastava fare entrare i secondi nella prima, non è che ci volesse un genio”.
“E secoli dopo è ancora qui. Tutti quelli che capitano nel suo ufficio, lei li fa parlare un po’ e poi li manda a scuola”.
“Che ci posso fare se lì c’è un sacco di posto?”
“Ma ci sono davvero tutte queste scuole in paradiso?”
“Perché non dovrebbero esserci? ci sono molti bambini. E sa quanti buoni maestri servono a crescere un uomo?”
“Abbiamo il numero?”
“Mediamente una dozzina. Si rende conto? E qui arriva sempre più gente. Il lavoro non mancherà mai, nelle scuole”.
“Ma non è il lavoro che uno si aspetta di fare, quando arriva qui”.
“Lo so, e questo mi tormenta. Ma insomma l’umanità è così. Vorrebbero tutti fare gli scrittori, e nessuno vuole insegnare a leggere la gente. Tutti attori, tutti condottieri, tutti vorrebbero un pubblico, ma Dio non ci ha creati così”.
“Ci ha destinati al dolore, a quanto pare”.
“Non saprei. Ognuno vede il proprio dolore, ma Dio non ci ha creati uno alla volta. Ci ha creato tutti assieme, in un solo grande giardino. Un po’ di sofferenza forse è necessaria, come le spine alla rosa”.
“E insomma questo suo Dio ci avrebbe creato comparse, ma con manie di protagonismo”.
“Immagino che queste manie, come le chiama, siano necessarie a farci combinare qualcosa di interessante”.
“Ma non è onnipotente? Non avrebbe potuto creare un mondo senza dolore, senza comparse, senza frustrazioni?”
“Magari lo ha fatto, poi lo ha trovato noioso e ne ha creato un altro. Lo sa che è inutile farsi queste domande, vero?”
“Senta, io non sono molto d’accordo con questa cosa. Se potessi, non so… fare domanda per il Nirvana…”
“Il Nirvana, buon dio, ma lo sa che non c’è proprio niente laggiù?”
“Lo preferisco a tutto questo. Il giardino a cui invidia i profumi e i colori, io lo guardo più da vicino e lo scopro popolato da insetti che si divorano, organismi animati dalla paura e dalla fame. Siamo uno spettacolo doloroso, congegnato da un Dio indifferente o crudele. Vorrei alienarmi da tutto questo. Posso?”
“Non lo so, ma se lo lasci dire, lei parla davvero bene”.
“E adesso crede di raggirarmi coi complimenti”.
“Ha mai pensato di diffondere il suo pensiero? Credo che potrebbe fare molti, come si dice, seguaci.  Potrebbe perfino creare una, una…”
“Sta cercando un sinonimo per scuola?”
“Ops, sì”.
“Ma lo capisce che non sono tutti come lei? Non sono tutti pervasi dal sacro fuoco dell’insegnamento?”
“Ma io non sono pervaso da nessun sacro fuoco, io anzi avrei voglia di bermi una birra guardi, io…”
“Lo sa perché sono venuto qui? Potevo anche rifiutarmi, ma alla fine la curiosità mi ha vinto”.
“Era curioso di me?”
“Di una sola cosa che non riesco a capire. Lei passa l’eternità qui, in questo ufficio, a convincere povere anime ad andare a scuola. Ma perché non c’è andato lei?”
“Ah, buona domanda, davvero buona”.
“Se è davvero il lavoro più interessante, il più nobile, il più eroico, perché non l’hanno voluta?”
“Onestamente non lo so”.
“Non lo sa?”
“La cosa mi imbarazza anche un po’, ma dunque, è andata così. Mi hanno mandato proprio in questo ufficio, ovviamente c’era un altro seduto al mio posto, e ho cominciato a spiegare, dunque mi chiamo Giovanni Battista de la Salle, ho fondato alcuni istituti scolastici, blablablà, insomma il tizio mi ha offerto di prendere il suo posto, e mi è sembrato inelegante dir di no”.
“E non gli ha offerto una cattedra?”
“Buffo, no”.
“Ma poteva pur chiedere un trasferimento”.
“Ah sì, l’ho chiesto quasi subito. Non che mi dispiaccia il posto, si sta bene, però…”
“E perché non l’ha ottenuto? Lo dice anche lei che c’è sempre posto, a scuola”.
“Ecco, io non ho chiesto di andare a scuola”.
“No?”
“No. Per carità se mi ci mandassero, ok, ma se devo essere sincero non è che abbia tutta questa voglia di tornare laggiù. È un mestiere faticoso, sfibrante”.
“E quindi… dove ha chiesto di essere trasferito?”
“Ah, proprio qui di fianco”.
“Qui di fianco?”
“Questo bel giardino, vede? Ma è complicato, c’è una lunga fila, è una posizione molto ambita…”
“Non vedo niente, ormai si è fatta sera”.
“Già. Io direi che per oggi basta così, magari continuiamo un’altra volta. O per caso ha voglia di bersi una birra?”
“Una birra?”
“A quest’ora Brigida ha appena aperto, i fusti sono freddissimi, ci mettiamo nel pergolato, non dovrebbe ancora esserci molta gente”.
“Non pensavo che bevesse”.
“Ufficialmente no”.
“Lei è un personaggio simpatico, alla fine”.
“Grazie, confesso che fa piacere un complimento ogni tanto”.
“E gli applausi?”
“Quelli sono adatti ai ragazzini, alla mia età li trovo quasi sconci. Lei no?”
“Sono convinto che sarebbe un ottimo insegnante”.
“Ah ah ah, me lo dicono tutti, ma non esistono gli ottimi insegnanti”.
“No?”
“Forse il martedì. Qualcuno anche al mercoledì. Ma se cerchi di essere un ottimo insegnante al giovedì, al venerdì sei in burnout. Io ho bisogno di insegnanti mediocri, che mi arrivino al sabato ancora in piedi”.
“E pensa che io potrei essere un insegnante abbastanza mediocre?”
“Ma certo. C’è un mediocre in ciascuno di noi, se siamo abbastanza umili da cercarlo”.
“Beviamoci questa birra, offro io”.
“Allora dovrò offrire la seconda”.
“E poi ci sarà una terza, una quarta…”
“…ma no”.
“Finché non mi sveglierò nella toilette di Brigida con un cerchio alla testa e un contratto firmato per cent’anni di cattedra al Sant’Ignazio”.
“Ahah, non farei mai una cosa del genere”.
“No?”
“Non sono mica un reclutatore dell’esercito”.
“No?”

Giovanni Battista de La Salle è il patrono degli insegnanti, che ne hanno bisogno, così come la scuola ha bisogno di insegnanti, e il mondo di scuole: perlomeno questo mondo è andato così, il prossimo vedremo.

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Il gesuita nella jungla

3 dicembre – San Francesco Saverio, missionario ed esploratore, evangelizzatore di massa

…apud campum babylonicum ducem impiorum in cathedra ignea et fumosa sedere, horribilem figura vultuque terribilem (Ignazio di Loyola, Exercitia Spiritualia, 140)

Suppongo che vi ricordiate quando sono diventato, per un po’, marinaio di acqua dolce.

“Uomo condannato al rogo
dall’Inquisizione di Goa”.

Ma cominciamo con ordine. In quel tempo ero tornato a Goa, al collegio. Ufficialmente ero in ritiro spirituale. Stavo cercando di smettere con l’oppio, anche. Non ridete. Me lo aveva prescritto un dottore indiano contro l’ulcera. Senza accorgermene avevo iniziato ad aumentare le dosi. È difficile spiegare a chi non l’ha provato. Ti sembra di entrare in un mondo diverso, che al risveglio non sai raccontare nemmeno a te stesso. Potrebbe essere il paradiso, ma più probabilmente è un altro luogo.

In ogni caso, avevo visto uomini migliori di me partire e non tornare, ed ero determinato a non seguirli. Così mi ero chiuso in una cella col mio Eymerich tascabile e il flagello. Quando i miei nervi cominciavano a tendersi e a chiedere il frutto del papavero, io cercavo di strapparmeli a nerbate. Poi il dolore mi teneva sveglio tutta notte e un po’ d’oppio dovevo prenderlo comunque, per non impazzire. Vedevo le pareti della cella stringersi intorno a me, e pensavo alla giungla. Sentivo di diventare sempre più debole, e vedevo gli idoli diventare sempre più forti – stavo sbagliando metodo, evidentemente.

Goa, fottuto posto. Ma ognuno ottiene quello che vuole, alla fine. Io volevo una missione; e per scontare i miei peccati me ne assegnarono una davvero speciale; una volta conclusa, non ne avrei volute altre.

Non posso raccontarvi tutto, naturalmente. Ricevetti un invito a pranzo che non si poteva rifiutare. Mi buttai sotto un getto d’acqua gelida per togliermi la giungla dalle palpebre, e nel giro di un paio d’ore ero di nuovo un domenicano nel suo saio pulito e bianconero, al cospetto dell’Inquisitore Generale.

Si era fatto arredare un bell’ambientino, nel palazzo di un Khan locale. Il disprezzo per gli idoli, le vacche sacre in particolare, lo manifestava facendone arrostire generose porzioni per gli ospiti.
“Buongiorno padre”.

“Buongiorno fra Marcelo. Ha già conosciuto il Generale?”

“No padre, non di persona”.

“Lei ha lavorato molto in autonomia, è vero?”

“Sì padre, è così”.

“Nel suo dossier si parla di un paio di autodafè nei distretti a nord di Goa”.

“Al momento mi dichiaro non disponibile a parlarne, padre”.

“Lei non ha già lavorato per l’Inquisizione?”

“No padre”.

“Non ha bruciato tre idolatri e due musulmani in un villaggio a venti leghe da qui?”

“Non… non mi risultano le attività da lei menzionate. Né sarei propenso a parlarne qualora tali attività…”

“Cos’è quel brutto taglio sul collo?”

“Un incidente di pesca durante le attività ricreative, Padre”.

“È profondo. Sembra un gatto a nove code. Lei fa uso del gatto a nove code nella sua cella?”

“No padre”.

“Lo sa che è proibito?”

“Certo padre”.

“Va bene, si sieda. Ha l’aria di uno che digiuna da un mese. Vediamo quello che abbiamo qui. C’è dell’arrosto, di solito è buono. Ma se vuole provare i crostacei, non dovrà fornirci ulteriori prove di coraggio”.

“Grazie, padre”.

“Mi serve nel pieno delle forze. Ha mai sentito parlare di Francisco de Jasso Azpilcueta Atondo y Aznares de Javier?”

“Nato in Navarra nel 1506, al collegio fu compagno di cella del fondatore dell’ordine noto come Compagnia del Gesù, Íñigo López Loiola. Inviato da questi a Goa nel 1541 su richiesta di sua maestà il re del Portogallo, estese l’opera di evangelizzazione delle Indie fino a Malacca, alle Molucche e a Cipango, battezzando milioni di indigeni e compiendo centinaia di prodigi…”

“…Non tutti risultanti al nostro Sacro Ufficio. Vada avanti”.

Convertili tutti, Dio riconoscerà i suoi

“Nel 1552, desideroso di portare il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo nell’impero della Cina, parte su una giunca diretta all’estuario del fiume delle Perle, ma muore di febbre nell’isola detta di Sanclan. Dio dà, Dio toglie, Dio sia benedetto”.

“Amen. Tutto qui, figliolo?”

“Più o meno sì”.

“È sicuro di non aver sentito altre voci?”

“Niente di rilevante, padre”.

“A proposito di un padre gesuita che addentrandosi nel fiume delle Perle con un carico di fucili, avrebbe portato la coltivazione del papavero nel cuore del Guangdong?”

“Lo apprendo da voi, padre”.

“Francisco Javier è stato uno dei migliori pastori che la Chiesa abbia mai inviato nelle Indie. Un cavaliere e un santo. Spiritoso, intelligente. Ma in un qualche modo non riusciva ad accontentarsi. Lo avremmo voluto più spesso presso di noi, a Goa. Come sa, c’è tantissimo lavoro da fare per le anime dei sudditi indiani del Re, senza andare in capo al mondo. Sappiamo che lo stesso Loyola gli aveva chiesto di fermarsi. E invece… le Molucche, e poi il Giappone, e poi… la giungla. Lei conosce la giungla, fra Marcelo?”

“Ci sono stato”.

“Poi però ha dovuto andarsene… ha conosciuto i tormenti dell’ulcera, mi hanno detto”.

“Cibi troppo speziati”.

“Che altro ha conosciuto?”


L’orrore.

“Si sta ancora curando?”

“No, padre, sono guarito”.

“Me ne rallegro. Stavo dicendo… quando Francisco si addentrò nel Fiume delle Perle, le sue lettere cominciarono ad apparirci… insane. Abbiamo pertanto stabilito di non divulgarle. Eccole qui”.
Con le stesse mani con cui aveva affettato il manzo, mi porse un pacchetto. Se non si stava prendendo gioco di me, dentro c’erano missive inedite di Francisco Javier, l’uomo che aveva in pochi mesi procurato alla chiesa cattolica più anime di quante gliene avesse perse l’immondo Lutero in trent’anni. A Roma si parlava già di beatificarlo.

“A quel che ci risulta, ha rilevato un latifondo nell’entroterra. Dirige una vera e propria impresa commerciale, che rifornisce di oppio i mercati di tutta la Cina meridionale. Gli affari vanno così bene che i prezzi sono crollati persino qui a Goa, ne avrà sentito parlare”.


L’orrore.

“Devo darle un’altra informazione inquietante: pare che i suoi contadini lo temano e lo venerino. Eseguono ogni suo ordine, anche il più assurdo. Nella giungla, come sa, il bene e il male si intrecciano in modi che ancora non capiamo. In mezzo a quegli idolatri persino il più santo degli uomini può essere tentato di credersi… Dio”.

“Dio?”

“In ogni uomo c’è un punto di non ritorno. Francisco Javier è andato oltre, ed è ormai evidente che sia del tutto impazzito”.

Che cosa volevano da me?

“La sua missione consiste nel risalire il Fiume delle Perle a bordo di una giunca. Ottenere un permesso per entrare nel territorio dell’Impero è molto difficile, e in ogni caso non intendiamo dare nell’occhio. Pertanto indosserà gli abiti di un bonzo. Lungo il tragitto raccoglierà informazioni. Una volta trovato padre Francisco deve infiltrarsi nella sua impresa e… porre fine al suo comando”.

“Porre fine a… padre Javier?”

“Quell’uomo è ormai completamente fuori controllo. Porre fine con estrema determinazione. Ha capito, sì?”

“Sì, padre”.

Da un po’ stava armeggiando con un attrezzo di cui avevo sentito già parlare, senza averlo mai visto. Una cannuccia di legno con un minuscolo fornellino all’estremità. Ora che finalmente all’interno aveva preso fuoco qualcosa – spargendo nella stanza un odore non sgradevole – si mise in bocca l’altra estremità. Sembrava che succhiasse.

“Lei non fuma, vero figliolo?”

“Mi perdoni?”

“Un po’ la invidio. È un vizio nuovo, che ci arriva dalle indie occidentali. Un’alternativa assai più sana al masticare oppio. Vuole provare?”

“Grazie, no”.

“Le sarà chiaro, fra Marcelo, che questa missione non esiste. Francisco Javier è morto nel 1552 di febbre sull’isola di Shangchuan, dopo aver convertito milioni di fedeli. Nelle Indie tutti parlano dei suoi prodigi. Dio l’assista”.

“Sempre sia lodato”.

Quando accettai la missione non ero certo un educando. Quante persone avevo già ucciso? Cinque, sei? Avevo ancora addosso l’odore di bruciato delle loro carni sul rogo. Stavolta però si trattava di uccidere un santo. Accettai la missione: che altro potevo fare? Ma non sapevo ancora come mi sarei comportato al suo cospetto.

(Continua…)

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Ma come? Era solo un piano B!

“Ma guarda un po’ chi si vede”.

“Rieccoci”.

“Sì ma stavolta è diverso, stavolta ero io che ti stavo cercando”.

“Rieccoci”.

“Sì, sì, fai pure il furbo, stavolta non mi freghi, stavolta ho studiato e parecchio e ho ben chiaro il nocciolo della questione”.

“Rieccoci”.

“Quindi stammi a sentire: sai quei soldi, quei totmila miliardi che ti devo? Beh, non credo proprio che te li darò”.

“Rieccoci”.

“Del resto l’hai sempre saputo”.

“Rieccoci”.

“Lo sapevano quelli che me li hanno dati, lo sapevi tu quando hai comprato il mio debito. Non hai mai veramente pensato di riaverli indietro, no?”

“Rieccoci”.

“Tutto quel debito, te lo sei preso soltanto perché credevi che così mi avresti tenuto per le palle, per quanto? Per sempre? Avrei sempre dovuto inginocchiarmi e portarti rispetto, vero? Avrei dovuto usare la tua moneta, rispettare le tue normative, eleggere governanti che ti stessero simpatici, eccetera eccetera, beh, sai cosa ti dico? Io sono un popoloso Paese del Mediterraneo e ti dico: vaffanculo”.

“Rieccoci”.

“Vaffanculo te e vaffanculo il tuo debito, che poi è il mio, ma tanto non te lo pago più e quindi non esiste. Mi faccio governare da chi mi pare, e se domattina mi vien voglia di stampare coriandoli e usarli come moneta, perché no? Sono un popolo sovrano”.

“Rieccoci”.

“L’hai capito o no, vecchio rintronato?”

“Rieccoci”.

“Quindi adesso me li presti quei venti euro?”

“No”.

“Ma come no”.

“No”.

“Ma senti, non l’hai capito? Era solo tutta una scena… stavo facendo la voce grossa perché tutti vedessero che non ho perso l’orgoglio… ne ho bisogno, capisci? Secondo te voglio veramente usare i coriandoli come moneta?”

“Rieccoci”.

“Ma no, dai, mi vedi? Sono un economista stimato, non avrei mai… è solo un bluff, l’hai capito benissimo che è un bluff, no? Lo chiamo piano B, ma figurati se davvero voglio… cioè non sono uno scemo, no? No?”

“Rieccoci”.

“Ma scusa eh, ma siamo in due su questa barca, no? Se io faccio un bluff, tu potresti anche far finta di crederci”.

“Rieccoci”.

“E poi cosa vuol dire il tuo ritornello, stavolta, rieccoci, neanche tutto questo fosse già successo, è già successo?”

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