Senza categoria

Il piccione in realtà sonnecchiava

Il babbuino è in computergrafica, credo.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (Roy Andersson, 2014).

 

Due commessi viaggiatori disadattati si aggirano per Goteborg cercando di smerciare scherzi di carnevale che non fanno ridere. Un capitano non riesce mai ad arrivare puntuale ad appuntamenti che forse non ha mai preso. Anche questo non fa ridere. In una palestra l’insegnante di tango ci prova con l’unico studente, in un ambulatorio torturano un babbuino (non fa ridere), nella taverna di Lotte la zoppa un bicchierino costa mezza corona o un bacio. Un tizio ha un infarto mentre cerca di stappare una bottiglia. Ogni tanto passa re Carlo XII, deciso a umiliare il Russo: smonta da cavallo, chiede dov’è il bagno, un’acqua minerale per favore, ci prova col barista. Questo effettivamente fa un po’ ridere. Tutto rigorosamente in sfumature cinerine, e in camera fissa, perché la vita è assurda. In un cinema del cosiddetto circuito festivaliero, un pubblico insolitamente folto assiste alla proiezione di Un piccione seduto su un ramo eccetera. C’è molta attesa per l’opera di un regista quasi del tutto sconosciuto a queste latitudini, ma premiato a Venezia con Leone d’oro. Il film è una serie di gag lentissime, quasi ipnotiche. Le poche che funzionano vengono ripetute finché non smettono di essere divertenti. Il pubblico ogni tanto ride. La prima mezz’ora.

 

Poi riaccendono il telefono.

 

Carlo XII è una figura tragica. Dopo due anni di regno partì per la guerra e non tornò mai più a Stoccolma. Vinse molte battaglie e alla fine perse tutto. Non beveva birra e non parlava alle ragazze.

In un angolo, il critico di Cuneo e provincia sgranocchia amaro i suoi pistacchi. Pensa: per questa questa roba mi sono perso il finale di stagione di Gomorra su rai3, coi sottotitoli. E dire che un film lo avevo già visto questa settimana, uno bellissimo, trascinante, un’esperienza per gli occhi, le orecchie e il cuore. Whiplash. Si chiama così, è l’opera autobiografica di un regista esordiente ha sbancato al Sundance e la notte successiva porterà a casa tre meritatissimi Oscar. Whiplash ha un montaggio che non ti lascia tregua, i suoi attori per farlo funzionare si sono presi a schiaffi e hanno suonato fino a perdere sangue dalle mani. È uscito due settimane fa, e avrei voluto recensirlo questa settimana, ma a Cuneo non si è ancora visto. In compenso Un piccione seduto eccetera è già al cinema Fiamma, dove potete recarvi alle 21:15 per scoprire, se ancora avevate dubbi, che la vita è assurda e che anche certe giurie della Mostra di Venezia non scherzano. In concorso, se vi ricordate, c’era Birdman. Secondo i giurati dell’Academy è il miglior film del 2014. La migliore regia del 2014. La migliore sceneggiatura originale. La migliore fotografia. D’altro canto è solo Hollywood, cosa vuoi che ne sappiano. Un film costruito come un unico piano sequenza, mah, troppo artificioso, troppo tecnico. Vuoi mettere con la camera fissa, quella sì che è artistica. Incidentalmente, è anche l’espediente adottato dalle sit-com televisive per semplificarsi la vita e tenere basso il budget, ma che c’entra? Roy Andersson non è mica Camera Cafè, lui fa tutta una ricerca sulla prospettiva, inoltre è molto più… lento, e… fa meno ridere, quindi… è Cinema d’Autore. 

 

Il regista sul set, che mattacchione.

Un bar all’aperto. Passa una tizia e si sfila una scarpa. La sbatte contro il bancone e se ne va. 

COMMESSO VIAGGIATORE: aveva un sasso nella scarpa.

ALTRO CLIENTE SEDUTO AL TAVOLINO: già.

COMMESSO VIAGGIATORE: è stato bello.

ALTRO CLIENTE: cosa c’è di bello in un sasso nella scarpa?

COMMESSO VIAGGIATORE: è stato bello quando se l’è tolto.

ALTRO CLIENTE: …

COMMESSO VIAGGIATORE: mi scusi, non vorrei essere importuno, ma non le interessa per caso acquistare degli scherzi di carnevale? Ho qui dei pezzi molto interessanti che le posso cedere a metà prezzo.

ALTRO CLIENTE: no, grazie.

COMMESSO VIAGGIATORE: grazie a lei, mi scusi.

(L’altro cliente si alza dal tavolino e se ne va).

 

“La nostra missione è portare l’allegria alla gente”.

Un piccione ricorda inevitabilmente il teatro di Beckett, più o meno come un’aranciata a base di colorante può ricordare una spremuta. Beckett aveva un gran senso del ritmo, Andersson rallenta a piacere. Beckett aveva un raro umor nero, Andersson tira avanti con le stesse tre trovate per un’ora e mezza. Sembra persuaso che un Beckett rallentato e rarefatto funzionerà il doppio, e i giurati di Venezia gli danno pure ragione. Le gag non sono intrinsecamente più sottili o intelligenti di quelle di un film di Neri Parenti: sono solo molto più lente. Si ride (poco) perché la gente è brutta, perché la gente è stupida, perché i vecchi sono sordi, si ride persino di una bambina down che recita una poesia assurda. Ma è la vita a essere assurda, no? Quindi, insomma, vale tutto. 

 

“Ed ecco un altro mercoledì”.

“Come? Non è giovedì?”

“No, è mercoledì”.

“Eppure stamattina mi sentivo che fosse un giovedì”.

“Ma come si possono sentire i giovedì? I giorni non si sentono. I giorni si contano: dopo lunedì c’è il martedì, e poi il mercoledì, e poi il giovedì…”

“Eppure mi sentivo che fosse un giovedì”.

(Altri cinque minuti se ne vanno così).

 

Sono molto contento di come sono andati gli Oscar. Tifavo per Birdman e Whiplash. Forse non sono capolavori, ma sono film che mi sono piaciuti immensamente mentre li guardavo. Non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo, volevo capire cosa sarebbe successo, soffrivo per la sorte dei personaggi. In entrambi i film questo coinvolgimento si interrompe bruscamente nel finale, come se stessi ascoltando due sinfonie che si chiudano sulla nota sbagliata. Comincio a domandarmi se dopotutto sono d’accordo con quel che ho visto. Mentre li vedevo ci credevo, ora che ho visto dove sono andati a parare – forse non ci credo più. Credo che sia tutto quello che si può domandare a un film: prima la partecipazione emotiva, poi lo straniamento critico. Birdman e Whiplash ci arrivano con espedienti diversi e forse ci arrivano per sbaglio, ma ci arrivano, e questo è quel che conta. 

 

Un piccione non arriva da nessuna parte. Approfitta dell’ideologia più comoda possibile: il mondo è assurdo, quindi perché darsi la pena di concatenare cause ed effetti per raccontarti una storia? Perché muovere la macchina da presa? Ci sarà sempre qualche critico che vedrà il coraggio dove a volte c’è solo pigrizia, e surrealismo dove invece non c’è nemmeno più molta fantasia. Un piccione è al Fiamma di Cuneo, alle 21: 15. 

Senza categoria

Due ore di citofoni, also starring Marion Cotillard

Due ore con la faccia così.

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit), di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014.

 

“E col lavoro come va?”

“Mah, tira una brutta aria, bisogna stare attenti…”

“E i film a Cuneo li recensisci ancora?”

“Finché dura…”

“Ti suona il telefono”.

“Sì, lascialo squillare, sono dei belgi che mi tartassano perché…”

“C’è scritto JEANPLUC. Chi è JEANPLUC?”

“…all’ultimo comitato Recensori Cazzoni dovevamo decidere quale grande regista sociale degli anni Novanta degradare a trombone, e così…”

“Aspetta. Jeanpluc sarebbero i Dardenne? Jean-Paul e Luc Dardenne?”

“È da venerdì che mi chiamano, io non so proprio cosa dire, insomma, abbiamo votato in quindici…”

“Hai votato contro i Dardenne? Tu?”

“Non è una cosa di cui vada particolarmente fiero, ma…”

“Ma tu non capisci un cazzo di cinema, lo sai, vero?”

“È probabile, però l’hai visto l’ultimo?”

“Non ancora”.

“È un film di citofoni”.

“Di che?”

“C’è una tizia che nel fine settimana deve contattare tot colleghi e convincerli a rinunciare a un bonus di mille euro. Se decidono di tenersi il bonus, lei perde il posto”.

“Ah, sì, avevo letto, è uno spunto geniale”.

“Ma infatti poteva uscirci un film pieno di umanità”.

“Non è uscito un film pieno di umanità?”

“È uscito un film di citofoni. C’è la Cotillard che va di citofono in citofono…”

“Scommetto che è bravissima”.

“Bravissima, non è da tutti discutere con citofoni per due ore. Aggiungi che i modelli standard della Vallonia sono particolarmente brutti, c’è un tastino bianco e poco più, e anche l’arredo urbano è generalmente squallido – ma questo se conosci i Dardenne lo sai già”.

“Marciapiedi sbeccati?”

“Muri a secco, aiuole steppose, le solite cose. E insomma la Cotillard va in giro sui marciapiedi sbeccati a spiegare la cosa ai citofoni. A volte le aprono altre volte no. Ogni collega è diverso, qualcuno piange, qualcuno diventa violento, ma il punto è che la Cotillard deve spiegare a tutti la situazione: se lunedì voti per il bonus io perdo il posto. Lo spiega credo dodici volte. Ogni volta suona il citofono, chiama, spiega la questione, poi c’è un po’ di gelido imbarazzo, poi lei dice che le dispiace e che non spetta a lei decidere… dodici volte”.

“E poi?”

“Poi votano e finisce il film”. 

“Finale a sorpresa?”

“Un po’, ma non è questo il punto. Il punto è che ci arrivano dopo centotrenta minuti. Centotrenta minuti di citofoni. O di attori non molto più espressivi di un citofono”.

“E che t’aspettavi? Esplosioni? Combattimenti? È un film dei Dardenne”.

“M’aspettavo banalmente un fine settimana un pelo più eccitante dei miei. Sai, quella vecchia regola per cui se la tua vita è più interessante di quella dei personaggi che vedi al cinema, non ha molto senso andarci”.

“È la vita, la vita è arida e scorre tra muri a secco e su marciapiedi sbrecciati. Come Rosetta…”

DUE ORE CON LA FACCIA COSI’.

“Come Rosetta, appunto”.

“Gran film”.

“Vero, ma sono passati, quanti? Quindici anni? E siamo ancora alle ragazze valloni abbarbicate ai loro posti di lavoro come cozze”.

“Vorresti che cambiassero argomenti? Dinosauri, astronavi? La crisi dell’occupazione non t’interessa più?”

“M’interessa, m’interessa. Ma si poteva fare in 40 minuti”.

“Non capisci un cazzo di cinema”.

“Poteva almeno spiegarci cosa fa di mestiere, questa qui. Due ore e un quarto e manco si capisce che lavoro facciano esattamente, è davvero realismo? È un realismo molto più astratto di quel che vorrebbe essere. Poteva usare più i bambini, farci commuovere”.

“Quanto sei banale”.

“Cioè almeno Rosetta era una stronza che per servire in un chiosco di waffles avrebbe venduto la madre. Ma la Cotillard che manda giù antidepressivi ogni tre per due…”

“Cos’è, non ti va la depressione? Pensi che la classe operaia non se la possa permettere?”

“Senti, la depressione è oggettivamente un problema al cinema. I depressi sono i personaggi meno simpatetici in assoluto”.

“E allora?”

Ciao, tu sei il dodicesimo a cui racconto la stessa cosa, e la sai già benissimo, ma io te la racconto di nuovo per filo e per segno perché questo è il grande realismo sociale cinematografico e VORREI ESSERE IL VOSTRO CAPO PER LICENZIARVI IO Camusso perdonami.

“Sembrano normali, eppure passano il tempo a lamentarsi, a bloccarsi, a piangere, è difficile non trovarli fastidiosi. Però se a un certo punto del film mi fai capire che hanno davvero avuto un problema, e che lo stanno superando faticosamente, magari io come spettatore mi vergogno un po’ di averli liquidati con freddezza, e da questa minima vergogna può scattare un quasi spontaneo moto di simpatia…”

“E quindi alla fine scatta!”

“No. Non scatta mi dispiace. La Cotillard è bravissima ma resta una pera cotta che scoppia a piangere per niente. Dopo quaranta minuti cominci a pensare che in effetti, chi vorrebbe mai lavorare con una tizia così? Cioè se la scelta è tra mille euro e una collega così tutti i giorni tra i piedi, tutti i santi giorni, ma scherzi?”

“Cosa sei diventato”.

“Sono diventato un lavoratore che torna casa stanco, vuole guardarsi un film tranquillo e scriverci su due stronzate, e invece si deve sciroppare due ore e un quarto di belgi inespressivi al citofono. Non ce la faccio fisicamente, mi dispiace tanto, ma è così”.

“Il neoliberismo è duro per tutti”.

“Esatto, quindi a questo punto o io o i Dardenne. Non è niente di personale, ma nella situazione attuale non li reggo. Avrebbero potuto fare un film divertente, con tanti personaggi grotteschi che lottano per la sopravvivenza. O un film caotico dove tutti si parlano sopra, una roba Kechiche forse mi avrebbe tenuto sveglio”.

“Ti meriti Ken Loach, ti meriti”.

“Guarda, dovevamo appunto decidere se buttare fuori i Dardenne o Ken Loach. Non c’è stata gara”.

“Non capite un c…”

“Probabilmente è così, probabilmente sono incapace di apprezzare l’indiscutibile superiorità dei Dardenne nell’inquadrare i sottoscala in controcampo o sarcazzo, ma Ken Loach non mi fa dormire, mai. Ha sempre una storia da raccontare. Il cosiddetto neoliberismo è la stessa bazza da vent’anni, ma lui trova sempre uno spunto diverso. Il whisky, Cantona, l’Irlanda… Ken Loach si ingegna”.

“È solo più paraculo”.

“Ma avercene. Registi un minimo paraculi che ti promettono che avrai un po’ di conflitto sociale ma ti farai anche due risate. Invece no, i Dardenne ti sbattono in faccia la realtà cruda, manco un contorno di patate, e ti dicono: mandala giù. Io comincio ad avere un’età, non vado mica al cinema per impressionare le universitarie o farmi una cultura sul disagio. Ce l’ho già quella cultura”.

“Sicuro?”

“Quanta mi basta per alzarmi ogni mattina senza xanax. Non ce ne sta un grammo di più, fidati”.

“A Cannes è piaciuto”.

“Ma infatti, per loro è puro turismo, salgono su dal Casino, si guardano due ore di marciapiedi e citofoni e poi tornano al Carlton in limo. Buon per loro. Vedi la differenza con Loach? Quando vedi un suo film, ti immagini i suoi personaggi seduti in sala con te. I Dardenne non fanno film per la gente che mostrano nei loro film”.

“Sei diventato un vecchio stronzo, lo sai?”

“È il neoliberismo”.

“Che patetica scusa”.

“Ora scusa, devo dare gli annunci. Due giorni è una notte, il nuovo deprimentissimo capolavoro dei Dardenne, è nelle sale nel luogo dove meno te lo aspetteresti, ovvero al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo. Affrettatevi a procurarvi i vostri biglietti per le proiezioni delle 15:15, 17:30, 20:00″.

“Sei ridicolo”.

“Scusa, sto lavorando”.

Senza categoria

Nessuno odia sé stesso come Frank Miller

Nel film non c’è davvero molto altro da vedere, d’altro canto chi avrebbe mai voglia di vedere altro?

Sin City – Una donna per cui uccidere (Frank Miller, Robert Rodriguez, 2014).

 

Sei lì tranquillo che hai appena messo la moka sul fornello, quando bussano alla porta. È Pablo Picasso.

 

“Buonasera, mi perdoni l’intrusione, ma…”

“Maestro! Non trovo le parole per dire quanto questo sia un onore per me…”

“Non le cerchi nemmeno le parole, giovanotto, io vado un po’ di fretta”.

“Posso offrirle qualcosa? Un caffè?”

“Come se avessi accettato, grazie. Le spiego senz’altri convenevoli il motivo della mia visita. Lei ha per caso presente una tela discutibile che dipinsi qualche anno fa, Les Demoiselles d’Avignon?”

“Come potrei non conoscerla, Maestro? È forse la sua opera più celebre”.

“Già, già. E non ha per caso nel suo appartamento qualche riproduzione di siffatta opera, in bianco e nero o a colori?”

“Mi dispiace, no. Ma non deve pensare che questo sia un segno di disistima nei suoi confronti…”

“Non lo penso, non lo penso. Ma mi chiedevo… anche solo una foto in un libro, un catalogo, un manuale per la scuola media…”

“Ah, beh, certo, Storia dell’Arte 3. È qui nella mensola alta, un attimo… Eccolo. C’è la foto a piena pagina, come può notare”.

“Già. Splut!”

“Maestro, ma cosa sta facendo? Perché scaracchia nel mio libro e si soffia il naso con la foto del suo capolavoro?”

“Perché lo odio quel quadro di merda! Non lo sopporto più!”

“Ma non dica così, è una pietra miliare del…”

“È una zozzeria orrenda!”

“Ma ci sono fior di critici, e connaisseurs, e collezionisti, che non condividono questa sua opinione”.

“Lo credo bene, l’ho dipinto per pigliarli per il culo!”

“Beh, questo ha un senso, almeno nel quadro delle avanguardie artistiche del secolo scorso”.

“Sì, appunto, è passato un secolo, mobbasta. Secondo lei io ero talmente coglione da dipingere le facce romboidali? Io se mi impegnavo davo i punti a Rembrandt. Questa schifezza ha rotto le palle”.

“E quindi cosa intende fare? Entrare in casa di ogni persona che l’ha vista e distruggerla con le sue mani? È un’impresa impossibile!”

“E perché?”

“Perché l’editoria stampa manuali e cataloghi a getto continuo… e poi c’è internet… e ora che ci penso lei comunque è morto”.

“Già, non la trova un’ingiustizia? Che io sia morto e che quella schifezza possa sopravvivermi?”

“Credo che debba rassegnarsi”.

“Mai. Dopotutto è roba mia, ci ho messo il nome sopra, perché non posso più distruggerla? Possibile che non ci sia un modo per sabotarne definitivamente la ricezione?”

“No, mi dispiace. L’unico che conosco che ci è riuscito è Frank Miller”.

“Chi è Frank Miller?”

“Un fumettista che disegnava tavole violentissime e molto eleganti, che tutti compravamo e mettevamo sulle mensole alte”.

“E poi ha fatto come me? È entrato di casa in casa di ogni singolo acquirente e ci si è nettato il culo?”

“No, le ha trasformate in film e ce li ha fatti guardare”.

“Interessante”.

“Meno di quanto sembra”.

“Trasformare l’arte grafica in cinema per distruggerla. Pura avanguardia”.

“Sul serio? Non ci avevo pensato”.

 

Disegnata sembrava una bella scena, pensate.

Una donna per cui uccidere è la prima storia di Sin City che mi capitò di leggere, e dunque è quella che ricordo meglio. Non tanto la storia (le storie di Sin City non sono fatte per essere ricordate): ricordo me stesso che leggeva Una donna per cui uccidere; ricordo la ragazza che me l’ha prestato e che era un’artista, lei, molto promettente. Affrescava pareti e illustrava libri per bambini, privilegiava le tinte pastello e disegnava dolcissimi leprotti. E intanto ascoltava Licensed to ill a palla, e mi prestava i fumetti di Lobo o Sin City di Frank Miller. Una dicotomia davvero affascinante, se solo ci avessi fatto caso. Ma era una di quelle fasi della vita di noi maschietti in cui, come spiegarlo? Non fai caso a niente. Il sistema endocrino governa ogni tua percezione, il sistema nervoso centrale è completamente succube della prima ragazza che ti telefona e dice: mi aiuti ad accendere il computer? a rimettermi col mio ragazzo? a traslocare? a uccidere il marito ricco e noioso? Così potremmo dire che Una donna per cui uccidere parlava di me, in quel modo grottesco e completamente fuori le righe che aveva già allora Miller per parlare delle cose: ma siamo onesti, in quella fase della vita di noi maschietti qualsiasi messaggio complesso parla di noi, anche le istruzioni per lo spremiagrumi. Probabilmente, se lo tirassi fuori da quella mensola alta, scoprirei che Una donna per cui uccidere è un fumetto bislaccamente violento, che ti sbatte in faccia una serie insostenibile di luoghi comuni con la scusa postmoderna della riscoperta del “genere”. Ma allora non ci facevo caso. Lo trovavo elegante, nella sua rozza e programmatica abolizione delle sfumature. Ammiravo la sintesi del tratto, la trasformazione degli schizzi di sangue in cascate di luce; e un occhio cavato da un’orbita non mi impressionava più di tanto. Poi, vabbè, la storia era assurda e tagliata con l’accetta: ma l’importante era lo stile, e lo stile richiedeva che la storia fosse così. Le donne erano tutte puttane, tranne le puttane professioniste, loro sì affidabili e deliziosamente spietate: ma che importava, Miller mica faceva il moralista, Miller trasfigurava i cliché dell’hardboiled in sofisticate silhouettes, Miller era un genio. Gli mancava solo di morire in quel momento.

 

Invece è sopravvissuto a sé stesso, Frank Miller, cominciando da un certo punto in poi a sabotare la sua stessa reputazione. Una cosa persino eroica, a suo modo, perché è facile essere iconoclasti col culo degli altri, ma provate a usare il vostro – nessuno è mai stato capace di autodistuggersi come lui. Potremmo dire che si è rincoglionito, ma è troppo facile. Capita a tutti di rincoglionire, è più o meno il destino di tutti  gli artisti che non hanno l’occasione di levarsi di mezzo da giovani. Una sorte in qualche modo persino augurabile. Ma per quanto tu possa rincoglionire, se hai fatto delle cose buone da giovane non puoi rovinarle. Ormai stanno lì, sulle nostre mensole: non puoi venire casa per casa e stracciare ogni singola edizione del Cavaliere Oscuro. Puoi ingegnarti a scriverne un sequel; puoi farlo brutto apposta, ma non servirà a niente: lo dimenticheremo presto e continueremo a sfogliare il Cavaliere Oscuro. Per quanto il nuovo Miller si sforzasse di autosabotarsi, non c’era nulla che potesse fare per distruggere la stima che avevamo di lui.

 

Ma a questo punto entra in scena Robert Rodriguez, el Rey dei tamarri.

 

Un giorno si presenta a casa di Miller e gli mostra un pezzo del suo Sin City trasformato in film. Non è una semplice trasposizione cinematografica. È proprio Sin City. Gli attori si muovono come nelle vignette. I dialoghi sono gli stessi delle nuvolette. Dunque si può fare! Abolire lo script tradizionale e usare le tavole di un fumetto come storyboard. Era da anni che non facevamo che scomodare l’aggettivo ‘cinematografico’ per l’arte di Frank Miller, e benché i suoi rapporti col mondo del cinema non fossero del tutto incoraggianti, era impossibile non accostarsi al primo film tratto da Sin City con curiosità. Quante volte ci eravamo detti insoddisfatti di un fumetto tratto da un film? Più o meno tutte le volte che abbiamo avuto il coraggio di andarlo a vedere. Bene, col primo Sin City non avevamo più scuse: il film era il fumetto. Rodriguez prometteva di girarlo esattamente come Miller lo aveva immaginato. Direttamente dal cervello di Miller al grande schermo.

 

Questa è sempre la Dawson, ma secondo i due registi non dovremmo accorgercene subito: cioè questa secondo loro è la Dawson mascherata.

E quindi insomma, cosa avevamo da obiettare al viso di cartapesta di Mickey Rourke? Ai ridicoli completi sadomaso di Rosario Dawson? Non erano uguali a quelli stilizzati sulle tavole di Miller? Perché ci faceva strano che le teste tagliate parlassero? Non succedeva la stessa cosa nella storia più divertente di Miller? Com’è possibile che trovassimo insostenibili le continue voci narranti? Non facevano che rileggere le didascalie di Frank Miller. Alcune di quelle didascalie le sapevamo persino a memoria (“il suo bacio è una promessa di paradiso”). Perché ci sembrava ridicolo il colore bianco del sangue? È che quella che sulla tavola di Miller sembrava una cascata di luce, al cinema diventava una cagata di piccione. Il primo Sin City fu un film importante se non altro perché mise definitivamente i patiti di fumetto di fronte alla realizzazione dei loro desideri, sbattendo loro in faccia l’amara verità: sul serio desideriamo questo? Sul serio crediamo che quelle silhouette in bianco e nero possano trasformarsi in personaggi in carne e ossa e indugiare in quei monologhi paratattici senza passare dal ridicolo?

 

Da lì in poi non ci siamo più lamentati del fatto che le storie a fumetti al cinema diventassero un’altra cosa. Anzi, abbiamo cominciato ad augurarci che incontrassero registi privi di timore reverenziale, pronti a violentarli se necessario; perché se invece i film pretendono di mettere in scena le vignette come tableaux viventi, come sacre rappresentazioni, non solo diventano ridicoli, ma irradiano di ridicolo anche gli originali cartacei. Io sul serio non mi ero reso conto di quanto fosse tamarro Frank Miller, finché el rey Rodriguez non mi ha levato il velo artistoide dagli occhi. Tutte quelle puttane che saltano sui tetti imbracciando cannoni, un immaginario softporno anni Settanta, ma sul serio abbiamo perso così tanto tempo ad ammirare un misogino negato con l’anatomia che racconta sempre la stessa storia ed è pure una storia scema? Noi credevamo di essere fini connaisseurs, poi arriva Rodriguez e ci dice wow! tacchi a spillo e pistole! tette e teste mozzate! katane e frusini! i miei sudditi prolet cafoni andranno pazzi per questa roba! Daccene ancora! Dici: e vabbe’, sarà il cinema che deforma, che svilisce, che semplifica. Ma sotto sotto sai che non è vero; che se avessi davvero voglia di riaprire quel volume nella mensola lì in alto, ci troveresti tutto già deformato, svilito, semplificato. 

 

Nove anni dopo, Miller e Rodriguez tornano sulla scena del delitto. Chissà perché poi. Probabilmente entrambi sono in una fase non particolarmente felice della loro rispettiva carriera e hanno bisogno di lavorare; nel frattempo il digitale ha fatto grandi progressi, e probabilmente girare un film completamente su green screen è diventato così facile che sembra stupido non provarci. Mickey Rourke non è che abbia l’agenda fitta di impegni, Bruce Willis è un signore e cinque minuti di set non li negherebbe neanche a Ed Wood; le storie ci sono già, il brand bene o male esiste e non è ancora stato definitivamente sputtanato – ecco, appunto, rimaneva solo questa mossa: sputtanare definitivamente il brand. Non credo che nessuno dei due registi sperasse davvero di cavarci fuori un film decente. In particolare le storie nuove scritte da Miller esplicitamente per il film ribadiscono che il tizio odia sé stesso e passa il tempo a farsi il verso da solo. Me li immagino, registi e produttori seduti a un tavolo, mentre si pongono il problema: ok, molto probabilmente verrà una merda. Possiamo fare qualcosa per mandare comunque la gente a vederla? Qualcuno ha qualche idea? Tu là in fondo. 

No, in realtà c’è anche Jessica Alba che si sculaccia da sola e ti sputa addosso il gin in 3d. Cioè dalle foto uno davvero si domanda come è possibile che un film del genere sia noioso, eppure.

“Tette”.

“Un po’ banale, forse”.

“Di Eva Green”.

“Ah, beh no, allora è un classico”.

“Non stancano mai”.

“Non hai tutti i torti”.

“Io ho già consumato due dvd dei Dreamers”.

“Eh, ma d’altronde il grande cinema europeo, Bertolucci, il Sessantotto francese…”

“Ah, è ambientato in Francia?”

“Credo di sì, onestamente non l’ho mai visto intero”.

“Neanch’io”.

“Ok, quindi se nessuno ha un’idea migliore tagliamo su tutto il budget e investiamo nelle tette di Eva Green, qualcuno è contrario? Ok, all’unanimità”.

***

Drin Drin

“Casa Rodriguez, chi parla?”

“Chiedo scusa, lei è proprio Roberto Rodriguez? El rey dei tamarri?”

“In carne e cappellone”.

“Mi presento, sono Pablo Picasso, un pittore del secolo scorso, forse avrà già sentito parlare di me”.

“Vagamente”.

“Volevo proporle un soggetto che la renderà ancora più ricco, famoso e culturalmente rilevante: una torbida storia ambientata in un bordello nella Francia del sud”.

“Un bordello nella Francia del sud?”

“La storia è ispirata a un mio quadro famoso”.

“Ci sono le tette?”

“In tutte le angolazioni possibili, e inoltre volti deformati senza un perché”.

“Tette e volti deformati. Ha la mia attenzione”.

Sin City 2, se proprio uno ci tiene a vedere Frank Miller che si sputa addosso, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:45, e in versione 3d al Multisala Impero di Bra alle 22:30. 

Senza categoria

Un Jimi noioso? Impossibile! Eppure…

Il Jimi vero con la Etchingham vera.

Jimi (All Is By My Side), John Ridley, 2013.

 

James Marshall Hendrix detto Jimi è uno dei più grandi musicisti del secolo scorso. Se la chitarra elettrica è uno strumento che si può suonare in un centinaio di modi diversi, a lui ne dobbiamo più o meno novantotto. Cresciuto in una famiglia disagiata, a 14 anni imparò il riff di Peter Gunn su un ukulele con una corda sola. L’anno dopo si procurò uno strumento. Quattro anni dopo lo arrestavano su una macchina rubata, anzi due. Un anno dopo era nell’esercito, paracadutista, vittima di molestie sessuali. Un anno dopo suonava per Little Richard. Cinque anni dopo era l’artista più pagato del mondo, dava fuoco alle chitarre, violentava l’inno nazionale. Un anno dopo era morto soffocato, e ne aveva 27. Scrivere e girare un film noioso su di lui sembrava impossibile. John Ridley ci è riuscito. Come diavolo ha fatto. 

 

Certo, farsi negare dalla famiglia i diritti delle canzoni può aiutare. Ma non basta – ricordate quando Todd Haynes riuscì a fare un film su David Bowie usando tutte le canzoni tranne quelle di Bowie – ecco, non sarebbe sufficiente nemmeno eliminare le canzoni per rendere Jimi Henrix noioso. Ci vuole qualcosa di più. Bisogna fare in modo che ogni volta che il musicista apra la bocca, sia per fare uscire cose irrilevanti come “Uhm”, “non saprei”, “d’altronde e così” – finché dopo qualche dozzina di scambi del genere, con interlocutori altrettanto ispirati, non sorga sulle labbra del generoso André 3000 uno di quei memorabili aforismi che ragazzini cercavamo setacciando i volumi Arcana con le traduzioni dei testi, per poi tracciarli con l’uniposca su quegli zainetti che ci avrebbero reso persone interessanti. QUANDO IL POTERE DELL’AMORE VINCERA’ SULL’AMORE DEL POTERE IL MONDO SARA’ UN POSTO MIGLIORE, amen fratello. Nel film Hendrix se ne esce con questa cosa in una discussione con due Pantere nere – loro vogliono trasformarlo in un artista engagé, ma non hanno fatto i conti con il Potere dell’Incarto del Cioccolatino Perugina!

 

Ci sono poi le donne; Hendrix ne ebbe diverse, com’è abbastanza ovvio che capitasse a chitarristi di bella presenza. Chitarristi, belle ragazze, droghe, Swingin’ London, adesso dimmi com’è possibile trasformare tutto questo in una storia noiosa. È appunto un’impresa per John Ridley. Lui sa che dietro a ogni uomo di successo ci sono una o due immense rompipalle che non fanno che prendersela perché lui non canta oppure canta troppo, non esce oppure esce troppo, non frequenta amici o ne frequenta troppi, non è in fondo tutto quello che abbiamo sempre sognato di vedere in un biopic su una delle più grandi rockstar degli anni Sessanta? Decine di minuti di groupies che si lamentano, sì, perdio! Niente sesso, solo lagne lagne e lagne, perché la nostra missione era rendere noiosa la vita di Jimi Hendrix, e Dio sa che ci siamo riusciti. In seguito potremmo girare un’ora e mezza di Adolf Hitler che si rilassa nella natura, perché no? La Noiosa e Pacifica Vita di Adolf, qualche premio in giro ce lo daranno senz’altro.

 

Ridley è riuscito persino ad attirare l’ira di un’ex convivente di Jimi, Kathy Etchingham, la cui versione cinematografica in effetti non fa che rompere l’anima, finché a un certo punto Henrix non la picchia a sangue in un locale. La Etchingham nega che sia mai successo; di Hendrix ha solo bei ricordi, era un ragazzo sensibile eccetera. Può anche darsi che si tratti di rimozione, e tuttavia la sua testimonianza è interessante perché il film sembrerebbe scritto da un punto di vista molto vicino al suo: una parrucchiera che ha l’opportunità di fidanzarsi con una rockstar un po’ ruspante e scoprire che la cosa non ti svolta la domenica pomeriggio, anzi. E però poi quando senti la vera Etchingham dire: ma siete matti? Macché parrucchiera, mio padre possiede mezza Irlanda, e di sicuro non ero quel tipo di ragazza che dice “fanculo” in mezzo alla strada, ecco: a quel punto ti domandi: ma allora chi è la vera parrucchiera, John Ridley? Chi è che aveva la biografia di Jimi Hendrix a disposizione e invece di raccontare di quella volta che per battere gli Who nel loro campo diede fuoco a una chitarra, o di quando per sbaglio buttò un patrimonio di cocaina nel sifone di un lavabo, o il successo, o la deriva, o la morte tragica; invece di tutto questo, decidi di fargli dire “uhm”, “gli uomini sono così”, “i marziani ci salveranno” e raccontare di come nel ’67 due tizie se lo litigassero?

 

In mezzo a tutto questo una manciata di scene che fanno ancora più rabbia, perché ti lasciano immaginare che film avrebbe potuto fare Ridley se la musica gli fosse interessata un po’ di più dei sentimenti e dei cartigli Perugina. Quando si fa invitare dal palco dei Cream, e ruba sventatamente la scena a Eric Clapton; e la storica cover di Sgt Pepper, in cui André 3000 può finalmente scatenare su un palcoscenico il Jimi che si era preparato. In quei momenti scivolano via dalla sua faccia anche quegli assurdi tredici anni in più. Jimi: All by my side è all’Impero di Bra alle 20:10 e alle 22:30. Oppure potete guardare un po’ di suoi video su youtube mentre litigate con la ragazza perché vuole essere accompagnata da Zara – che è più o meno la sensazione che voleva ricreare per voi John Ridley col suo film, grazie John Ridley. 

Senza categoria

Il flagello di Lars Von Trier

Nymphomaniac II (Lars Von Trier, 2014)

L’altra sera mi sono spaventato, c’era un canale che trasmetteva vecchi film di Woody Allen a ripetizione e ho avuto paura che gli fosse successo qualcosa. Mentre controllavo su internet mi sono rimesso a guardicchiare Manhattan, uno di quei film che tutti hanno visto così tanto che alla fine è come se l’avessi visto tanto anch’io. In realtà era da un sacco di tempo che non lo vedevo e mi sono sorpreso, davvero, di trovarlo così bene invecchiato. Non sto dicendo che sia un film attuale; può darsi che non lo sia più: gli adulteri sono un po’ passati di moda, almeno nei film, e gli intellettuali oggi hanno tic diversi, probabilmente anche a Manhattan. E però è uno di quei film in cui c’è meravigliosamente tutto, anche se lo apri in una sequenza a caso; e in una sequenza famosissima ho anche trovato il migliore giudizio sul porno esistenziale di Lars Von Trier. 

Ma siccome non vengo da Philadelphia e non ho studiato ad Harvard; e senz’altro Von Trier non è Bergman, mi viene il sospetto che tutto questo sia perversamente consapevole; ovvero alla fine della fiera di quattro ore non è da escludere che l’intento programmatico del regista fosse proprio nobilitare le proprie inibizioni psicologiche e sessuali collegandole non già a fondamentali questioni filosofiche, ma a un po’ di fuffa culturale, molto spesso di seconda e terza mano: la serie di Fibonacci, santo cielo, ne vogliamo parlare? Perché i registi e gli scrittori hanno il debole per la serie di Fibonacci e non, poniamo, per la sezione aurea? Siete proprio sicuri che non potrebbe sprizzare simbologie erotiche anche la sezione aurea, a strizzarla per bene? Non sarà semplicemente che per capire Fibonacci basta saper fare uno più due, mentre il pi greco è molto spesso un concetto troppo astruso per chi si iscrive a cinematografia? Molta della cultura sfoggiata da Seligman è trovarobato del genere: due o tre trucchi su dove pigliare i pesci, due citazioni dal Doktor Faustus che il regista sente il dovere di esplicitare, proprio come le matricole che hanno paura che gli interlocutori non colgano i riferimenti: ehi, ho appena letto il Doktor Faustus! E ho scoperto che Beethoven era negato con le fughe. Bene Lars, ma se hai voglia di flagellare a sangue il sedere di un’attrice (o una controfigura), perché non ti limiti a farlo senza ammazzarci col silenzio di Dio, e la morte del padre, e la responsabilità di allevare i figli, eccetera eccetera? Cioè non dico di non aver apprezzato il tentativo di levare al sadomaso tutta quella patina burlesque insopportabile da dominatrici della domenica: però alla fine voglio almeno provare un po’ di vergogna di aver pagato il biglietto per vedere un sedere che sanguina; e invece me lo annacqui con tutte le visioni e i sensi di colpa e kierkegaardismi non dico adolescenziali, ma… quanti anni avevate l’ultima volta che avete provato a leggere Kierkegaard? Ecco. 

Joe è ninfomania: brucia tutto e poi va via.

 

Cos’è poi la ninfomania per Von Trier? Una pulsione autodistruttiva che parte dall’infanzia e si prende, grosso modo, tutta la vita, a scapito di lavoro e famiglia e affetti e salute. Non procede da un trauma infantile; non è il precipitato di un’alienazione sociale; Joe ci è nata, e noi no. Lei chiede troppo al tramonto, noi ci rassegniamo a un timido riflesso del sole all’alba. Forse davvero Von Trier gioca con noi come il gatto col topo: mentre Joe passa la nottata a raccontare di quanto sia stata una ragazza cattiva, non abbiamo altra scelta che entrare nel timido Seligman, e far combaciare la sua curiosità con la nostra. Come Seligman, all’autodafé di Joe non possiamo che reagire con una sentenza assolutoria. È la normale dinamica di una coppia che discute: se il tuo interlocutore comincia a denigrarsi, istintivamente scatta in noi l’impulso di consolarlo. La notte sarà lunga e ci sarà il tempo per scambiarsi le parti: di fronte all’estremo tabù (la pedofilia) Seligman si ritrarrà per un istante, ma alla fine… non vi racconto come va a finire, ma le mie due reazioni. La prima: ok, mi hai fregato, la mia equanimità era accecata da una curiosità che forse era già desiderio. La seconda (sulle note dei titoli di coda): che trabocchetto da due soldi, Lars Von Trier. E un sedere è stato frustato a sangue per questo? Insisto sul finale perché leggo in giro che sarebbe una cosa toccante, drammatica, eccetera. Per me è la conferma di avere assistito a una lunghissima, estenuante barzelletta alla scandinava. E la canzone… non vi dico qual è, ma immaginate che un personaggio di un film dica di chiamarsi “Marinella”, e che alla fine del film anneghi in un fiume, e a quel punto parta De Andrè con la canzone omonima, ecco, siamo a questi sofisticati livelli di tesina del liceo artistico. 

A che servono gli elenchi telefonici, oggigiorno.

 

Un mese fa feci un maldestro paragone con Jeune et jolie di Ozon, dicendo che parlava con delicatezza più o meno dello stesso argomento. Ripensandoci, non è affatto vero: l’Isabella di Ozon non è particolarmente ninfomane. Ma si prostituisce. Tutto il contrario di Joe, che passa di lavoro in lavoro senza che l’idea di monetizzare il suo sesso l’attraversi mai. Ecco, questo è interessante: anche perché verso la fine Joe si mette a fare una professione persino più discutibile. A rifletterci è incredibile che in un film dalle ambizioni quasi enciclopediche non si parli mai della possibilità di scambiare sesso per denaro. Di pedofilia sì, di sadomaso sì, di prostituzione no. Ho controllato: pare che in Danimarca prostituirsi non sia più un reato dal ’99. Dallo stesso anno è la legge antiprostituzione svedese, che criminalizza i clienti e non le prostitute (poi imitata da Norvegia e Islanda). Forse anche il più scandaloso Von Trier ha i suoi tabù, dopotutto: ancora più stridenti in un film così apparentemente liberato, in cui gli organi sessuali conquistano il primo piano, talvolta liberi persino dalla necessità di eccitare lo spettatore (da questo punto di vista il threesome con gli africani è la scena più divertente – divertente come dovrebbe essere il vero backstage di un porno – anche se l’idea che Joe debba avvalersi di un interprete per approcciare due africani in un parco britannico tradisce un razzismo o un provincialismo che francamente – ma poi si alza qualcuno a dire che Von Trier non si può giudicare per i contenuti perché i contenuti sono volutamente antirealistici, sarebbe un po’ come voler giudicare la merda d’artista dall’odore – e finiamola qui, allora: può darsi che la merda di Von Trier sia buona, almeno come concetto, ma io purtroppo sento anche la puzza. Sarà che sono nato a Modena, problema mio).

 

Nymphomaniac II non è ancora programmato in nessun cinema della provincia di Cuneo: chi si sentisse offeso può rimediare recandosi all’UCI di Moncalieri alle 14:00, alle 16:45, alle 19:30 e alle 22:15 (sempre con quel caratteristico ritardo delle sale UCI). Oppure potete flagellarvi in casa da soli, chissà cosa sia più soddisfacente.

Senza categoria

Chi ha più voglia di un pornoVonTrier?

Finalmente un treno regionale brutto, come i regionali veri! Questa è la pornografia!

Nymphomaniac I, (Lars Von Trier, 2013)

 

Che senso ha buttare via la religione e tenersi il senso di colpa? Se lo chiede il timido Seligman, all’inizio della lunga conversazione con la signora che ha trovato sanguinante in un vicolo. Dice di chiamarsi Joe e di essere, dall’infanzia, irredimibilmente cattiva. Ninfomaniaca, addirittura. Ma cos’è questa ninfomania?

 

Non è nemmeno una malattia. Lo sapevate? Dal 1992 l’Organizzazione Mondiale della Sanità non la riconosce più come tale; tre anni più tardi è stata cancellata dal quarto volume del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, che preferisce parlare di “Ipersessualità”, sia maschile che femminile. Anche su quest’ultima non c’è un vero consenso: è un disturbo ossessivo-compulsivo? Una dipendenza? Negli USA esistono i Sessuomani Anonimi, con programmi di recupero modellati su quelli degli alcolisti, perlomeno nelle serie tv e nei romanzi di Palahniuk: da noi no, credo, ma non me ne intendo. 

 

Probabilmente neanche Lars Von Trier, che finalmente ha fatto dono al mondo del suo film porno-d’autore. Come ricorda l’ottimo Bernocchi, l’idea di girare un porno gli frulla in testa da tantissimo tempo – forse fin da quando lo conosciamo, i tempi delle Onde del destino e di Dogma. Già allora la buttava lì, forse per ravvivare un po’ il gelido imbarazzo delle sue conferenze stampa: e poi sapete che c’è? una volta o l’altra faccio un porno. Certo, perché no. Ora, non voglio dire che a metà Novanta fossimo verginelli appena usciti dal collegio: i miei ricordi sono vividi ancorché un po’ sgranati, come le vhs troppo videonoleggiate. Magari ci sono altri motivi per cui quella che nel 1996 poteva sembrarci una grande idea, avanguardistica e iconoclasta, oggi ci lascia un po’ più che perplessi: sgomenti. Dite la verità, dai: voi come l’avete vissuta la notizia: “sta per uscire nelle sale un film di cinque ore di Von Trier con scene di sesso esplicito tra controfigure di attori famosi”? Per me è stato più o meno quando mi avvisano che devo pagare una tassa in più: buongiorno, siamo l’Ente Preposto all’Aggiornamento Culturale e le notifichiamo che ci deve cinque ore di vita: cinque ore che passerà guardando coiti altrui ripresi senza entusiasmo da un regista tormentato e depresso. Così impara a farsi piacere Dogville, Manderley addirittura. No, per dire che io sono uno di quelli che una volta Von Trier se lo andava a guardare volentieri. Qualcosa non va. 

 

Potrebbe anche non trattarsi di Von Trier, che alla fine ha il solo torto di restare fedele ai suoi temi, alle sue ossessioni eccetera (anche se mi sembra sempre meno rigoroso, sempre più incerto, stavolta per esempio fa il citazionista ma in modo un po’ maldestro, a un certo punto toglie il colore per fare Bergman ma è come mettersi i baffi finti per fare Chaplin, cioè proprio non basta, capisci? In altri casi sembra voler fare il verso a Greenaway, è un auto-paragone impietoso). Dicevo, potrebbe anche non trattarsi di Von Trier, ma di tutto quello che gli è successo intorno. Il concetto stesso di pornografia, che nel ’95 era eversione, era l’anti-Hollywood, il realismo estremo, dogmatico, e oggi cos’è? la cosa più normale del mondo. Ne è passato di liquido sotto i ponti.

 

Questa potrebbe realmente essere la citazione di un porno (che non ho visto).

Per dire, alla fine degli anni ’90 nella mia città (non Cuneo) c’erano ancora i cinema porno. Erano una specie di specialità locale, i turisti fotografavano le locandine sbianchettate. Ci andavano perlopiù vecchietti e persone in cerca di partner occasionali. Il consumo di pornografia era, per così dire, “sociale”. Ma era uno spettacolo al tramonto. Trionfava il modello di consumatore completamente opposto, quello dei videonoleggi: un solitario manovratore di telecomando, nell’oscurità della propria cameretta. Da allora ci sono state due o tre rivoluzioni tecnologiche: il passaggio ai dvd; il peet-to-peer su internet; flash e i siti alla youtube. Un economista ci direbbe che la pornografia è diventata una commodity: come l’acqua potabile e la luce elettrica, anzi ancora più comoda, visto che per raggiungerla non dobbiamo nemmeno alzarci dalla sedia. Entrare in un videonoleggio o in un sex shop a metà Novanta richiedeva ben altra determinazione. Oggi guardare un porno è diventato maledettamente facile. Risultato?

 

Diciamo subito che la paventata disintegrazione della società e della famiglia e della civiltà occidentale fin qui non c’è stata. Non vi è stata una particolare recrudescenza dei crimini sessuali, nemmeno tra i minori. Qualcuno afferma di soffrire di forme di dipendenza dalla pornografia – e però anche su questa sindrome gli specialisti litigano: forse non esiste. Senz’altro tra centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo vi sarà chi ne consuma in modo patologico (ammesso che su internet abbia senso parlare ancora di consumo). Ma la maggior parte degli utenti, oggi, consulta pornografia per un tempo ridicolmente breve. Qualche mese fa un popolare sito porno ha messo on line le statistiche, da cui si evince che la visione di un utente medio duri più o meno tre minuti (ma è in lieve aumento nell’ultimo anno). Come dire che la maggior parte degli utenti trova la visione di un porno piacevole ma – dopo nel giro di pochi minuti – insostenibile

 

La mia scena preferita, fin qui.

Può darsi che sia sempre stato così: il fatto che le nostre modalità di fruizione in passato fossero più lente non significa che ci divertissimo di più. Pensiamo a quel che è successo coi quotidiani: una volta ne leggevamo di più, ma eravamo più informati? No: ci mettevamo semplicemente più tempo a trovare cose che ci piacessero. Era così con la musica (dedicavamo più ascolto agli album, o ai programmi radio) e probabilmente con la pornografia. Ci serviva più tempo per trovare la roba interessante. Quello che ha veramente accelerato i tempi è l’aumento vertiginoso della biblioteca a disposizione (per questo mi pare che oggi abbia più senso il verbo “consultare” che “consumare”) e il motore di ricerca. Non dobbiamo più accontentarci: se ci piacciono brune coi piedi lunghi, possiamo rapidamente digitare e ottenere “brune coi piedi lunghi”. Questo rende il nostro rapporto con la pornografia sempre più breve e, in fin dei conti, soddisfacente. Pensavamo che l’abbondanza di internet ci avrebbe portato a insane abbuffate, ma fin qui non è andata così; ormai ci basta qualche snack ogni tanto.

 

E proprio in quel momento, dalla Danimarca tormentata il dinosauro dogmatico si risveglia e ci fa sapere che ha pronto per noi un pranzo nuziale di cinque portate. Noi che ormai, al cinema, quando c’è una scena di sesso di più di trenta secondi, ridiamo dall’imbarazzo. Se vi ricordate cos’è successo con Adèle, e del modo in cui una stupenda scena di sesso era stata presentata come interminabile – otto minuti, vi rendete conto? Ormai in sala facciamo fatica a sostenere la visione di due molto graziose ragazze che fanno sesso per otto miserevoli minuti. 

 

Pubblicità ingannevole.

Devono aver tratto simili conclusioni anche i produttori di Nymphomaniac che, non paghi di aver tagliato il film in due parti, hanno provvisoriamente accantonato un’altra ora di girato, che probabilmente riusciremo a recuperare in dvd. Il risultato com’è? Boh, non saprei. Davvero. Chi ha già visto la seconda parte ne parla abbastanza bene. Io ho visto solo la prima e non credo di poter già esprimere un giudizio sensato. Senz’altro non ha senso prendersela con Von Trier per l’antirealismo di molte scene, che sembrano progettate in laboratorio piuttosto che studiate dal vero. Il fatto che tra una situazione astratta e artificiale e l’altra faccia capolino un po’ di sesso molto crudo mi ha fatto realmente ricordare i vecchi porno con la trama, ma non so quanto l’effetto sia voluto: però se davvero è riuscito a citare Joe D’Amato fingendo di citare Bergman, complimenti. Mi domando se valga la pena di guardare un film di Von Trier così – anche dopo aver visto la seconda parte, quando uscirà, mi resterà la sensazione di essermi perso qualcosa (tipica anche questa di certe esperienze cinematografiche anni Ottanta, quando finalmente riuscivi a guardare Otto settimane e ti dicevi: tutto qui? Ma no, impossibile, avranno censurato un sacco di roba). Sarebbe più saggio probabilmente aspettare il dvd – e mentre scrivo questa cosa una voce dentro di me bisbiglia: non lo guarderai mai quel dvd, non troverai mai cinque ore di spazio per i tormenti sessuofobi o sessuomani di Lars Von Trier. Con tutte le cose interessanti che ci sono in giro, su internet e altrove.

 

Che altro dire. Fin qui è un film che ti fa apprezzare altri film, per contrasto. L’estasi libera dai sensi di colpa di Adèle. La leggerezza e l’attenzione al dettaglio con cui Ozon in Jeune et jolie affronta un tema molto simile; al confronto Von Trier sembra perso in una controriforma tutta sua. Stacy Martin è inquietante e molto a suo agio nel ruolo della giovane ninfomane (che nella seconda parte si evolverà in Charlotte Gainsbourg). Uma Thurman, contrariamente a quanto poteva farvi pensare il poster, non gode, anzi non fa sesso proprio; ma compare in uno sketch tragicomico che mi spinge a riflettere una volta ancora sul senso dell’umorismo di Lars Von Trier. Può darsi dopotutto che non ce l’abbia, allo stesso modo in cui Refn non vede i colori. Mettiamo che esista una sindrome che ti rende incapace di capire le barzellette. Passi la vita a sentire barzellette e a notare che la gente ride. A un certo punto provi anche tu a raccontarle, tanto più o meno le regole le capisci, la teoria è facile. In pratica racconti storie assurde e il pubblico prova disagio: sei un artista. 

 

Nymphomaniac Volume I si può guardare al Cinecittà di Savigliano alle 20:20 e alle 22:30. È vietato soltanto ai minori di 14 anni.

Senza categoria

Bastardi senza estetica

“Labiiiiche! Cosa sono questi quadri per te? Come una collana di perle per uno scimmione!”

Monuments Men (George Clooney, 2014)

 

C’è un treno che sta per partire da Parigi, pieno zeppo di capolavori che Paul Labiche non saprebbe riconoscere. Lui è solo un ferroviere nella Resistenza. Ed è Burt Lancaster, quindi il Terzo Reich quel treno se lo può scordare. Che gran film, Il treno di Frankenheimer. Che voglia di correre a casa a guardare Burt che suda e schioda traversine, invece di restare in sala a guardare i Monuments Men, domandandoci continuamente se è più un problema di messa in scena confusa, di scrittura sfilacciata, o di produzione distratta: se insomma le responsabilità del disastro vanno maggiormente ascritte al regista (George Clooney), allo sceneggiatore (George Clooney) o al produttore (George Clooney). Bella lotta.

 

In tutti i casi, si tratta del primo vero passo falso di George Clooney, dopo una serie di titoli (Confessioni di una mente pericolosa – Good Night and Good Luck – In amore niente regole – Le idi di marzo) che ci avevano fatto sospettare di avere davanti un vero autore, coraggioso, versatile. E invece. Ci sono tanti registri in cui si può raccontare una storia della Seconda Guerra Mondiale, e Monuments non ne azzecca uno solo. Spielberg ne avrebbe approfittato per organizzare una vera caccia al tesoro; non si sarebbe contentato di far ripetere ogni cinque minuti a qualche attore “ma un’opera d’arte vale la vita di un uomo?” Nel momento topico avrebbe spudoratamente messo un protagonista davanti al bivio concreto: la pala di Van Eyck contro la vita di un tuo amico. Tarantino avrebbe colorato di rosso sangue lo stesso treno di Frankenheimer, pompando ancora di più il contrasto tra un nazista sofisticato e fine connaisseur e qualche burino del midwest senza nozioni di estetica. Soderbergh avrebbe lasciato tutto in bianco e nero, lasciando ancora più spazio al cameratismo tra vecchi attori, magari chiedendo a Murray di imitare Robert Mitchum. Clooney oscilla tra un’opzione e l’altra senza trovare un equilibrio; vorrebbe mostrarci che la guerra è una cosa assurda ma anche che è giusto combatterla, ma anche che bisogna scherzarci su, però con molto rispetto per le vittime e per il patrimonio artistico. Nel frattempo gli alleati stanno radendo al suolo mezza Germania coi bombardamenti, e George fa questa curiosa scoperta: ehi, i tedeschi trattano meglio le opere d’arte che i prigionieri. E certo, che ti credevi: son nazisti, la loro economia di guerra è basata sulla razzia, e i capolavori, quelli che il tuo sciagurato doppiatore chiama “conseguimenti”, per loro sono una parte cospicua del bottino. Non è un caso che li nascondano assieme ai lingotti della riserva aurea. 

 

Due attori bravissimi in una scena imbarazzante (perdio, almeno sparecchiate, vi si imburra il catalogo del Jeu de Paume).

Sono gli Alleati, piuttosto, a sembrare piuttosto disinteressati ai patrimoni dell’umanità. La squadra dei Monuments Men è un’armata brancaleone che deve raggiungere il teatro delle operazioni con mezzi di fortuna. Generali e sottufficiali non gli danno retta né copertura; continuano a ripetere che non lasceranno morire un solo uomo per salvare una stupida cattedrale. Ai buoni la bellezza più di tanto non interessa. È un bene di lusso, la trovi più facilmente nel museo del condottiero vittorioso. Montecassino non l’hanno mica distrutta i nazisti. Quanto a Dresda… ehi, George, hai mai sentito parlare di Dresda?

 

Ecco. Si può fare un film sul patrimonio artistico minacciato dalla Seconda Guerra Mondiale facendo finta che Dresda non sia stata completamente carbonizzata dai bombardieri angloamericani? Mentre George e colleghi si aggirano nelle retrovie del fronte occidentale, disperati perché non riescono a trovare qualche figurina mancante nell’album della cultura occidentale, la capitale culturale della Sassonia sta bruciando a mille gradi centigradi. Della Madonna Sistina di Raffaello coi suoi putti pensosi, e di centinaia di altre opere importanti della Gemäldegalerie Alte Meister, non sarebbe rimasta che cenere – se i rapaci nazisti non avessero pensato per tempo a nasconderle. Le ritroverà la Brigata Trofeo dell’Armata Rossa, che il film tratta più o meno come una banda di ladri al soldo di Stalin: e però i sovietici dopo qualche anno le opere le riportarono a Dresda. Insomma, salta fuori che i predoni hanno salvato più opere dei Salvatori dell’Umanità. I buoni hanno altre priorità – soprattutto se sono democratici ed è nell’interesse elettorale dei loro leader ridurre al massimo le proprie perdite bombardando dall’alto obiettivi non necessariamente militari. Se per sconfiggere i cattivi c’è da radere al suolo una città non si preoccuperanno di due o trecento opere d’arte inestimabili.

 

“Ma quindi… siamo salvi grazie ai nazisti?” “Sì, e anche un po’ grazie a Stalin”. “È una cosa che fa pensare, vero?”

Piuttosto di accreditare una tesi del genere, Clooney finge che Hitler abbia ordinato ai generali in ritirata di distruggere il bottino di guerra. Le cose non stanno esattamente così: il famigerato “decreto Nerone” intimava agli ufficiali di fare terra bruciata dietro di sé, ma non parlava di opere d’arte; in ogni caso il decreto non fu di dominio pubblico che alla fine della guerra, e nelle settimane precedenti era comunque evidente che Albert Speer e i sottoposti non lo stavano eseguendo. Un discorso a parte meriterebbe l’arte contemporanea, che i nazisti (non tutti) distruggevano in quanto degenerata: ma è un discorso che Monuments lambisce appena. È un film sull’arte che di arte parla pochissimo: non c’è nemmeno il tempo per nominare gli autori della Pala di Gand, che nel film è la Pala di Gand-punto-e-basta: nessuno ci spiega cosa la renda la figurina più importante dell’album. Non è che Frankenheimer si intendesse molto di più della quadreria che stipava nel Treno; ma almeno adottava il punto di vista di un ferroviere ignorante che ha una questione privata con uno spocchioso collezionista tedesco. Invece gli amici di Clooney sono architetti, curatori di musei, collezionisti: e non ce n’è uno a cui scappi di spiegarci perché la tale opera è importante, perché valga la pena di combattere per riaverla. Monuments Men è un film che se ne va in giro per le sale tronfio come certi milionari texani che si comprano un Van Gogh e lo infilano in cassaforte senza neanche darci un’occhiata. Che lo abbia scritto e diretto un liberal come George Clooney è una cosa che imbarazza e addolora. 

 

Monuments Men è al Cityplex di Alba (20:00, 22:15); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:10, 22:45); al Multisala Impero di Bra (20:15, 22:30) ai Portici di Fossano (21:15); al Politeama di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Invece Il Treno è da qualche parte in streaming, un patrimonio dell’umanità.

Senza categoria

Ritratto del genio da stronzo

Jobs (Joshua Michael Stern, 2013)

Cosa ha permesso a Steve Jobs di diventare Steve Jobs? Un viaggio in India con l’amico fuoricorso? Qualche acido di troppo con la fidanzata fricchettona? Il trauma dell’adozione? Il garage di mamma e papà? E se fosse stata la stronzaggine?

applei
Non c’è. Nel film ti mostrano soltanto la scheda madre. Uffa.

Ogni tanto, durante il film, sentirete qualche ex amico di Steve dire una di quelle classiche frasi del tipo “È cambiato, una volta non era così”. Può anche darsi. Ma a questo punto c’è qualcosa che non va nella sceneggiatura, perché quello che effettivamente vedono gli spettatori è uno stronzo integrale dalla sua prima apparizione. Tanto che viene da rispondere ai personaggi: Ehi, ti sbagli, è sempre stato così, si vede che è nato stronzo, che cosa ci vuoi far. Chissà poi perché tanta insistenza su un tratto del carattere. È davvero così fondamentale sapere che ha fottuto Wozniak sin dall’inizio? Che imponeva ai dipendenti la puzza dei suoi piedi, li licenziava per capriccio, che si sfogava urlando a squarciagola in automobile, che abbandonava fidanzate incinte, e poco altro? Ok, non dico che tutto questo non possa servirci a conoscerlo meglio, ma di solito, quando muore un personaggio importante, tendiamo a farne ritratti virati in rosa. Nel caso di Steve Jobs sembra che stia succedendo il contrario, il che potrebbe stupire chi ricorda l’incredibile cordoglio telematico che esplose due anni fa anche in Italia.

 

Già la biografia di Isaacson, uscita in tutta fretta pochi giorni dopo, mostrava di non volerci risparmiare i dettagli più sgradevoli della sua personalità. Anche il rassomigliante Ashton Kutcher non si preoccupa minimamente di rendere il suo Jobs più simpatetico di quanto non fosse l’originale: è un manager tarantolato che non riesce a tenere le gambe ferme sotto il tavolo del Consiglio di Amministrazione, terrorizza i dipendenti, taglia teste senza scrupoli – e nel mentre ogni tanto si fa venire qualche buona idea, il Mac, l’Ipad – dettagli, sembra che quello che interessi davvero lo sceneggiatore siano le lotte per la carica di Amministratore Delegato. E dire che la prima parte del film era stata promettente: Jobs avrebbe potuto essere un meraviglioso film per nerd, un viaggio nell’età dei pionieri, quando programmare un videogioco significava anche fissare i circuiti con un saldatore. Secondo me ci sarebbe mercato per un film così.

 

Lisa, lenta e costosa (l’omonima, indesiderata figlia di Steve non ha la forza di alzarsi dal divano prima di mezzogiorno).

Voglio dire, stiamo tutti davanti a un aggeggio digitale per quattro o cinque ore al giorno – chi non avrebbe voglia di dare un’occhiata alla prima schermata del primo computer, montato in un garage? Siete sicuri che non troveremmo avvincente la storia della nascita dell’interfaccia grafica, che il film liquida nei pochi secondi in cui Jobs scopre che Bill Gates gli ha fregato l’idea e gli fa una rodomontata per telefono? (Tanto più che il film omette la risposta sorniona di Bill: non ho copiato te, c’era questo ricco vicino di casa che si chiama Xerox, sono entrato a rubargli il televisore e ho scoperto che ci avevi pensato già tu). E tutti quegli oggetti che la polvere rende belli, che so, i floppy (i veri floppy, quelli che a sventolarli facevano: flop). E a proposito di flop, tutti i prodotti bellissimi sulla carta che flopparono miseramente: Lisa, il primo Mac che scaldava come un tostapane…La poesia delle vecchie schermate in bianco e nero. Uno dei momenti più divertenti è quando il giovane Steve, alla ricerca di investitori, cerca di spiegare quello che stanno facendo in quel garage: è una tastiera che si collega al televisore e… puoi farci di tutto. Ecco, Jobs avrebbe potuto essere il film che ci mostrava il primo home computer, il primo Sistema Operativo, il primo mouse che trascina i file nel primo Cestino, e così via. Il caratteraccio di Jobs avrebbe potuto rivelarsi la spia della sua insofferenza nei confronti delle scomodità e inestetismi del quotidiano, la molla che lo spinge a inventare un mondo migliore: un Jobs stanco di digitare righe di comando inventa (o copia) il drag-and-drop, un Jobs che non sopporta più di non poter scaricare la posta al gabinetto inventa l’iPhone. Tutto questo sarebbe stato spettacolare e anche abbastanza divertente, credo.

 

Anche questo se lo sono comprato in pochi.

E invece nel secondo tempo il film si disinteressa dei computer e comincia a concentrarsi su quel che sta sotto, scrivanie e poltrone. Diventa un film di gente che sgomita per occupare scrivanie e poltrone. Jobs continua a dominare la scena, urlando e strepitando, licenziando e facendosi licenziare. Poi si prende una vacanza (in realtà in quel periodo fonda NeXT, un’esperienza fallimentare ma cruciale per gli sviluppi successivi) finché chi lo aveva cacciato dai piani alti di Apple non striscia a implorare il suo ritorno. Forse la chiave del film è tutta lì. Questo non è un film per nerd. Un giorno forse qualcuno farà un bel film di Jobs per nerd (Aaron Sorkin sta lavorando a un progetto, speriamo bene), ma questo non lo è. Questo è un film per manager. Ciò spiegherebbe anche la necessità di enfatizzare la stronzaggine del personaggio. Sono i manager che amano specchiarsi nel miliardario partito dal garage: e nulla li esalta come il suo secondo avvento all’Apple. La storia del manager tradito e cacciato con infamia dalla propria azienda, la quale in sua assenza va in malora, finché un bel giorno Egli non viene supplicato di salvarla, trionfando sui suoi vecchi detrattori con prodotti coraggiosi e innovativi che la porteranno al top: una storia così per i manager di tutto il mondo dev’essere irresistibile, l’equivalente di Cenerentola per le terzogenite. Ecco, Joshua Michael Stern voleva raccontare questa storia, non quella dell’inventore di incredibili aggeggi, che purtroppo restano sullo sfondo. Ed ecco quindi un Kutcher più manager che inventore: non tocca un solo circuito stampato, in compenso mangia la faccia a qualsiasi membro del suo team che non la pensi come lui. I manager di tutto il mondo, quando vanno al cinema, vogliono vedere un manager più bello di loro che licenzia furiosamente tutti gli stronzi che gli capitano a tiro, uno che abbia il coraggio di tagliare le teste che loro non riescono a tagliare. Jobs è il loro film. L’altra sua utilità consiste nel dimostrare definitivamente la Prima Legge del Biopic: la qualità della storia è inversamente proporzionale alla somiglianza dei personaggi. Purtroppo i personaggi di Jobs sono davvero molto somiglianti. Jobs è ancora al Multisala Impero di Bra alle 22:15; se siete manager in carriera magari vi divertite parecchio. Sennò, bah.

Senza categoria

Naomi non è tua nonna

Il sole, il mare, lo iodio, due palle così
Il sole, il mare, lo iodio, due palle così.

Two mothers (AKA Adore, Anne Fontaine, 2013).

 

Naomi Watts e Robin Wright sono amiche del cuore e vicine di casa. Abitano in un’Australia che sembra un’isola deserta, passano tutto il tempo in spiaggia a mettersi un sacco di crema e doposole e a prendere un sacco di sole. Il marito di Robin è a Sidney perché vuol far carriera. Il marito di Naomi Watts è morto. Naomi Watts e Robin Wright passano tutto il tempo assieme ai reciproci figli, due pezzi di surfisti australiani appena diciottenni. Siccome lo sanno tutti come andrà a finire – è il motivo per cui sono venuti al cinema – stasera doppio spettacolo milf! Robin e Naomi si fanno i figli a vicenda! – il preambolo dura soltanto mezz’ora. È comunque una mezz’ora leeeenta in cui Anne Fontaine non riesce a costruire una tensione erotica decente. Questo è imperdonabile – voglio dire, possiamo tutti sbagliare qualcosa nella vita, ma se hai Naomi Watts e Robin Wright e due pezzi di surfisti californiani diciottenni, e con un materiale del genere riesci lo stesso ad annoiare, c’è veramente qualcosa che non va. Non è così difficile, l’erotismo.

 

Il mare, i giochi, le fate, DUE PALLE COSI’.

Non dovrebbe esserlo, perlomeno. Spiagge deserte, case tutte vetri, corpi giovani, corpi maturi ma ancora in forma, tabù da distruggere, qual è il problema? Perché tutto questo non funziona? Tanta nostalgia per le zie e i nipotini di Le segrete esperienze di Luca e Fanny, quelle sì che erano serate interessanti. Dopo la prima mezz’ora di tuffi e sguardi, due castigatissime scene di sesso ci fanno capire che l’erotismo alla Fontaine non interessava proprio. Rimane il mistero: cosa le interessava? Non riusciamo ad affezionarci ai personaggi, sono figurine piatte quando non francamente antipatiche. Il sospetto di lesbismo che avrebbe dovuto aleggiare su tutta la storia viene liquidato a risatine, ahahah! Lesbiche noi? Ma sì una volta per tenerci in allenamento abbiamo limonato, ma questo non vuol certo dire che. Puoi trovare più coraggio e introspezione nei bigliettini delle ginnasiali. D’altro canto, se fossero lesbiche sarebbe un problema? Nel 2013 in Australia? Two mothers forse è degno di sopravvivere all’oblio perché fotografa l’istante in cui un tabù si svuota da dentro, e un tema che doveva sembrare morboso si rivela normale ai limiti della banalità. Non solo perché su internet abbiamo tutti visto cose un filo più spinte: ma quale ragazzino diciottenne non vorrebbe, potendo, farsi iniziare al sesso da Robin Wright o Naomi Watts? Per quale motivo Robin Wright o Naomi Watts dovrebbero resistere alle avances di due aitanti surfisti diciottenni? Sul serio esiste il tabù Non Giacerai con le Amiche di Famiglia e i Loro Figli? In Australia?

 

E ci rimane un’ora di film. Risolta la suspense sul “Come inizieranno?”, non resta che chiedersi: come andrà a finire? Ovviamente i ragazzi troveranno compagne più giovani, in modi abbastanza prevedibili – e fermo restando che la prima Milf non si scorda mai. Verso la fine Naomi Watts diventa nonna, e se lo chiedete a me, non funziona, Naomi non è una granny, proprio no. E siamo al punto di partenza: forse sulla carta l’idea di avere una relazione con una persona che ti conosce sin da bambino potrebbe risultare morbosa… ma se questa persona ha le fattezze di Naomi, andiamo, chi è che non ci proverebbe con Naomi? Persino gli scimmioni alti otto metri non resistono a Naomi. Il finale poi, se qualcuno ha la pazienza di arrivarci, non è così scontato; e riscatta in parte con una bella immagine simbolica un racconto che non ha mai ingranato veramente. Peccato che a quanto pare nella versione italiana al cinema il finale sia stato tagliato – e a questo punto probabilmente del racconto originale di Doris Lessing non è rimasto niente. Two mothers è all’Aurora di Savigliano alle 21:15 e al Fiamma di Cuneo alle 21:10. Io lo lascerei dove sta.

Senza categoria

I love shopping da Paris Hilton, tipo

Il Bling Ring (quello finto).

The Bling Ring (Sofia Coppola, 2013)

 

Cioè mamma, dai, non stressare.

 

Me l’ha prestato un amico il vestito. Mi vuole fare tipo un book, o un servizio fotografico, o boh, dai insomma, mi vuole fare delle foto e mi ha detto che mi sta bene e di prenderlo pure e cioè, è perfetto, no? Cioè è assolutamente mio, adesso. Non ti preoccupare. E fatti un account su facebook invece di venire sempre sul mio con la scusa di sapere cosa combina tipo papà. E di spiarmi. Non l’ho rubato il vestito. Assolutamente.

 

Ma facciamo anche l’ipotesi che io questo vestito l’abbia preso da un posto, tipo, assolutamente pieno di vestiti che non si mette mai nessuno – e che questo posto, tipo, sia una proprietà, cioè, privata, però spalancata, capisci? antifurto disinserito, chiave sotto lo zerbino – mamma, ma che cazzo vuoi da me, si può sapere? Sono tua figlia, tipo. Cioè, lo sono assolutamente. 

 

Il Bling Ring (quello vero, da un’angolazione che non li valorizza).

Cioè, credi davvero che non li abbia visti su youtube i video di quando sei andata con la tua amica Kirsten nella villa di quel re a Versailles e vi siete provati, tipo, tutti i vestiti e avete mangiato assolutamente tutti i pasticcini? e allora che cazzo vuoi da me, sei la cleptofreak in capo mamma. Cioè prova a dirmi che qua dentro è tipo tutta roba tua, tutta tua… Cioè non hai mai rubato niente a una festa?

 

Neanche quel leone d’oro sul camino?

 

Guarda mamma che lo sanno tipo tutti che fu un blitz tuo e di quel tuo ex, Quentin, chissà cosa aveva da farsi tipo perdonare. E questo invece cos’è. Un Oscar, alla migliore Sceneggiatura, cioè, mamma, dai, a chi la vuoi raccontare? Che poi, cioè, il punto è proprio quello. Tu le storie non le sai raccontare, assolutamente, tu sei fatta come noi. Sei una di quelle che al cinema dopo due ore di film non sanno dirti cos’è successo, chi amava chi, chi ha ucciso chi. In compenso ti ricordi benissimo tutti i colori delle scarpe e le fantasie dei vestiti, mamma, sei fatta così. Siamo fatti così. Forse è genetica, forse è cultura. Tipo che siamo troppo attente ai dettagli per interessarci dell’insieme. O forse ci nascondiamo nei dettagli perché non siamo mai riusciti a capire l’insieme. Comunque è così e vaffanculo, ok? Sei superficiale, non è una scelta artistica, sei proprio fatta così. La tua idea di profondità è riprendere i personaggi da lontano. La tua idea di introspezione è inquadrarne i brufoli da una webcam. Però ci piaci così, mamma, non prendertela. Sei sempre così triste.

 

C’è sempre tanto silenzio nei tuoi film, ci hai fatto caso? Sotto a tutte le playlist che ascoltano i personaggi, c’è sempre questo rumore di fondo che cambia nota da una sequenza all’altra – il rumore di milioni di ventilatori, tipo, di milioni di motori fermi a milioni di semafori, i rumori di Tokyo filtrati dai condotti di areazione fino a diventare una sola nota di rumore bianco, come in quei dischi scemi di shoegaze che per fortuna non ci infliggi più. Il rumore della gente che all’improvviso comincia a fermarsi davanti ai cancelli di Versailles. Il rumore che ci fa paura; e allora ci chiudiamo in macchina e ascoltiamo a massimo volume la musica più forte che c’è. Il rumore del silenzio che ti picchia tra le tempie al ritorno da una festa. Il rumore, tipo, della fine. Un giorno qualcuno verrà a prenderci, i sanculotti o il Los Angeles Police Department. Ci accuseranno di aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità e cazzo, mamma, avranno assolutamente ragione. Poi ci porteranno via, tipo, in un posto dove forse il rumore ci lascerà in pace.

 

Ma potrebbero essere anche Jimmy Choo, tipo.

Ma nel frattempo mamma, come fai a farci la morale. Siamo quattro ladruncoli maniaci di gossip che si sono trovati con molto tempo libero nel brevissimo periodo storico in cui i vip di Beverly Hills avevano le ville su google streets, l’agenda degli impegni su tmz, e ancora non avevano collegato le cose e inserito l’antifurto. Cioè, abbiamo rubato oggetti per milioni di dollari senza rendercene assolutamente conto, e adesso siamo, tipo, in galera. E tu ora vai in giro a dire che sei preoccupata per la nostra generazione traviata dalla cultura pop e altre cazzate, mamma, la semplice verità è che stai facendo soldi su di noi. Hai scritto un film su di noi. Cioè, “scritto”. Hai comprato i diritti di un reportage di Vanity Fair, non hai cambiato una virgola. Non hai neanche fatto caso alle cose non dette, alla gelosia delle ragazze per Nick, non hai voluto approfondire – ma non è che non hai voluto – è proprio che non sai come si fa. Tutto quello che potevi fare era inquadrarci da vicino o da lontano. Un altro (o un’altra) al tuo posto non avrebbe fatto così. Si sarebbe inventato una storia, avrebbe scavato nello spazio vuoto tra le dichiarazioni dei personaggi e degli avvocati. Ci avrebbe raccontato di Nick che finalmente trova un’amica ed è disposto a qualsiasi cosa per lei, Nick che la porta nel Nevada guidando un’auto piena di refurtiva – cioè, ti immagini cosa avrebbe potuto fare un altro regista con materiale del genere? Innamorarsi di una cleptomane, seguirla nella sua follia, diventare il suo manichino, imparare a memoria tutte quelle cazzo di nomi di cui fino a quel momento non ti era mai fregato niente, Marc Jacobs, Gucci, YSL – passare in due settimane dalla flanella grunge a impartire lezioni di stile tipo “non puoi mettere zebra e leopardato assieme, devi scegliere”. Che ne avrebbe fatto di tutto questo non dico uno Scorsese, ma un Ron Howard. Ma sei passata tu. E tu la distanza tra i personaggi non ce la puoi mettere. Tu sei sempre in primo piano con loro. È impossibile non immaginarti nella tua cameretta con quelle manolo indosso. E vuoi farci la morale, cioè, insomma, tipo, dai.

 

Cioè, assolutamente.

Però il film si guarda lo stesso, perché c’è la mia amica Emma Watson che è tipo assolutamente fantastica, cioè, guardala. Si è mangiata il tuo film. Lo ha capito sin dall’inizio, come solo i grandi attori: si è resa conto prima di te che sarebbe stato tipo come una puntata lunghissima di The Hills, e ha fatto l’unica cosa sensata che poteva fare un vero professionista: si è studiata The Hills. Lei lo ha capito, non si trattava semplicemente di entrare in casa di Audrina e rubare qualche altro oggettino: stavolta bisognava rubarle l’anima, questo fanno gli attori seri e lei è serissima assolutamente. La sua Rachel è un capolavoro iperrealista, più vera del vero, assomiglia tipo a un sacco di quindicenni che conosciamo. Lei un Oscar non lo ruberebbe, assolutamente. Mangia in testa a tutte le starlette ex Disney di Spring Break, e a quel guitto compiaciuto di James Franco. Che poi c’è da dire che in generale tu sei molto meno autoindulgente di Korine, anche se la categoria è la stessa: usare la superficialità dei giovani d’oggi per valorizzare tipo la propria. 

 

A proposito, Sofia, io non sono tua figlia. Ho più o meno la tua stessa età, e nessun titolo per giudicare, né te, né i tuoi personaggi. Per esempio, senti questa: il tuo film forse l’ho rubato. Cioè, non proprio, ma ammettiamo l’ipotesi che ne abbia tipo scaricato una versione – è stato più forte di me, era peggio di una villa col cancello spalancato: mi è arrivato in casa coi sottotitoli e tutto, dovevo solo premere un tasto. Ma non avrei voluto, è stata la distribuzione italiana che ha deciso di programmare dopo Venezia un film uscito a Cannes, ti immagini? I femminili ne parlavano già in marzo, se uno aveva un po’ di curiosità come faceva a tenersela? Il film però esce oggi, e ci dev’essere senz’altro una strategia commerciale dietro, ma io mi domando sinceramente quale sia: non l’ho capita. Forse è un esperimento sociologico, forse facciamo tutti parte di un’opera d’arte, tipo una gigantesca installazione di ladri di film che guardano e giudicano un film di ladri. Tipo. Cioè. Assolutamente.

 

The Bling Ring, se siete onesti, è al Cinecittà di Savigliano alle 22.30; nei festivi alle 20:20 e alle 22:30. 

Senza categoria

“La purga” è al cinema

I manifesti più belli in Italia non escono mai.

La notte del giudizio (The Purge, James DeMonaco, 2013)

 

In un futuro ormai prossimo, gli Stati Uniti sono soverchiati dalla produzione di film inutili. Decidono di purgarsene in agosto, facendone un mucchio unico e gettandolo nelle sale cinematografiche di un Paese alleato troppo debole per opporsi, che ne so, l’Italia. No, scherzo. In un futuro ormai prossimo, per rimediare alla violenza endemica, i Nuovi Padri Fondatori degli Stati Uniti hanno deciso di concentrare tutti i fatti criminosi in un giorno dell’anno: un solo giorno in cui si può fare qualunque cosa, compreso ammazzare, senza pagarne le conseguenze. Il giorno dopo sono di nuovo tutti tranquilli e non hanno più voglia di delinquere. Ve l’ho spiegata in tre righe, non crediate che il film ci metta molto più tempo.

 

È un peccato, perché è uno spunto interessante. Ricorda la cara vecchia fantascienza sociologica anni Cinquanta-Sessanta: è quella tipica idea su cui Robert Sheckley avrebbe scritto un raccontino fulminante, non più di cinque pagine. Anche questo script non dev’essere molto più lungo: in molti punti è palese l’affanno del montatore per raggiungere un minutaggio decente (“aggiungiamo ancora qualche minuto di tizi spaventati che brandiscono una torcia elettrica contro una parete”). Ricorda anche certa onesta produzione di serie B degli anni Settanta, ma con tanta crudeltà gratuita in meno. Ha visto giusto Nanni Cobretti (Nanni Cobretti vede sempre giusto) quando lo ha definito una specie di finto remake: malgrado sangue ne scorra, si ha costantemente la sensazione di vedere la copia sbiadita di un originale molto più cinico. Un indizio interessante sta nel curriculum dell’autore e regista, James DeMonaco: prima di questo film ha scritto, tra gli altri, il rifacimento del 2005 di Distretto 13 – le brigate della morte. Cosa aveva cambiato – cosa aveva ritenuto necessario cambiare per rendere il primo capolavoro di Carpenter commerciabile, appetibile a una nuova generazione? Tante cose. Troppe.

 

Per esempio: niente scena del gelato. Non si ammazzano più i ragazzini gratuitamente, non si può proprio più fare. E poi: le “brigate della morte”, gente che ammazza e si fa ammazzare per un niente, in sostanza la risposta di Carpenter agli zombie di Romero… nel rifacimento scritto da DeMonaco sono poliziotti deviati. Hollywood non può più stuzzicare il fascismo inconscio dello spettatore medio con lo spettacolo di gang fuori controllo: negli anni Settanta si poteva fare, adesso no, non a caso di tante cose ’70 che si sono rifatte, manca ancora all’appello il Giustiziere della Notte: troppo fascista. Il giorno che finalmente ci riusciranno (Stallone si è già prenotato) gli toccherà di sicuro ammazzare anche qualche poliziotto deviato (come succedeva pure all’ispettore Callaghan, mettiamo le cose in prospettiva). Secondo me a DeMonaco l’idea per The Purge è venuta proprio mentre riscriveva Distretto 13, che è più o meno lo stesso film: un assedio urbano. Insomma, sotto un involucro originale, che attirerà al cinema qualche appassionato d’antropologia (in fondo il carnevale medievale non funzionava allo stesso modo? E i saturnali nell’antica Roma?) c’è una storia vecchia come il cinema: quando scriveva il vero Distretto 13 Carpenter aveva in mente sia Zombi che Un dollaro d’onore.

 

Sotto il letto ti sei andata a nascondere. Anni di nascondino buttati via.

Siccome coi soli appassionati di antropologia non si riempiono le sale (soprattutto in agosto), DeMonaco non si preoccupa minimamente di sviscerare l’idea del rito carnascialesco, e si dedica quasi subito alle variazioni sul tema della famiglia barricata in casa. Dalla sua parte ha almeno due attori d’eccezione (Ethan Hawke e Lena Headey) che da soli probabilmente valevano tutto il budget, e un sacco di spunti promettenti. La figlia ribelle col fidanzato sgradito a papà; il fratellino nerd con velleità umanitarie; il padre arrivista che deve dimostrare di avere conservato un barlume d’umanità; il quartiere “bene” che si barrica invano; i vicini impeccabili e antipatici, la gang di wasp assassini… con tanto materiale, qualche scena gli viene persino bene (memorabile il buon padre di famiglia che per salvare i figli spiega alla moglie come infierire su un ostaggio bendato), ma il bilancio finale è abbastanza fallimentare: un film di barricati in casa dove i personaggi saltano da una stanza all’altra continuamente, senza motivo sensato e senza raccordi, è un furto. Perché poi a far suspense coi corridoi bui sono bravi tutti ormai.

 

DeMonaco vorrebbe mantenere la barra a sinistra, e mostrare tutta la sua disapprovazione per una middle class che si difende dai poveri armandosi e alzando barricate; alla fine però si ha la sensazione che i personaggi che rinnegano la middle class e rifiutano il rito di violenza si comportino in modo assolutamente irragionevole. Il bambino, soprattutto. Dovrebbe dar voce all’innocenza, ma perlopiù commette coglionate incomprensibili. Alla fine non credo che nessuno si possa alzare dalla poltroncina senza la sensazione di essersi purgato di cinque o sette euro – e la cosa non ci rende meno violenti. Per niente. La notte del giudizio (titolo disonesto, il film si svolge di giorno) è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 21:30. Bisogna tener duro, l’estate sta finendo, la prossima settimana esce un Pixar, dai. 

Senza categoria

Quando i terroristi erano bianchi

E le cabine erano rosse.

Doppio Gioco (Shadow Dancer, James Marsh, 2012)

 

Quant’è difficile essere mamme in carriera, Colette lo sa. Se poi la carriera è quella di terrorista nell’IRA, in una cellula che è una piccola impresa di famiglia, prima o poi un guaio ti capita. Non puoi neanche dire a tuo figlio ciao, torno a fine settimana perché devo piazzare una bomba nella metro di Londra. E poi ti distrai, ti dimentichi di attivare il timer, ti fai prendere dai tizi dell’antiterrorismo che ti propongono di fare il doppio gioco, e a quel punto il casino si triplica: mamma, terrorista IRA e doppiogiochista di Sua Maestà, mai un momento per te. Che vita di merda, alzarsi al mattino, preparare la colazione, calzare il passamontagna, tradire i fratelli senza farsi ammazzare… C’è un modo per uscirne? Certo che c’è, Colette. Magari però ci ha già pensato qualcun altro prima. Doppio gioco è un film lento, di una lentezza inespressiva: non è che mostrando tutti i corridoi che deve attraversare l’agente Clive Owen ti si aumenti in qualche modo la suspense. E non c’è bisogno di tenere la camera fissa sullo sguardo sbarrato di Andrea Riseborough per capire che è una madre esaurita, una terrorista stanca e una bravissima attrice. Gillian Anderson per contro (proprio lei, Scully) compare per pochissimi minuti e dice le due battute più importanti di tutto il film.

 

Il film è ambientato nel ’93, quindi lei fa in tempo a dimettersi dall’antiterrorismo e ottenere un incarico speciale all’FBI e la continuity è salva.

Il fatto è che Doppio Gioco è quel classico film lento per il puro gusto di esserlo: così lento che mentre lo guardi vorresti fare l’esperimento di prenderne una copia e tagliare un fotogramma su due. Si salverebbero quasi tutti i dialoghi e gli snodi dell’intreccio, andrebbero persi un sacco di silenzi, scale e corridoi. E avremmo un film tv da 45 minuti, perfetto per una prima serata con tre break pubblicitari. Poi magari bisognerebbe stare attenti davvero a tutto quel che succede sullo schermo. Invece Doppio gioco è così lento che finisce in una nuova categoria, film che puoi guardare mentre scarichi la posta e controlli gli aggiornamenti sui social. Tanto nella saletta piccola del Cinelandia di Borgo, alle dieci e mezza, chi vuoi che si lamenti. Ti siedi in fondo e puoi persino farti una partita a ruzzle mentre Colette riflette se tradire o no i fratelli terroristi. Magari ti perdi un paio di scambi di sguardi intensi, pazienza, tanto se non sei un deficiente totale hai già capito chi è il secondo infiltrato mezz’ora prima di Clive Owen –  che di conseguenza non è che faccia fare all’antiterrorismo britannico una gran figura. Ma la debolezza sta nella storia. Il solito problema: nel romanzo di Tom Bradby c’era ciccia per cinquanta minuti, ma per andare in sala ce ne volevano ottanta. James Marsh è un bravo regista – ha stra-meritato l’Oscar per il suo documentario Man on Wire, sul folle acrobata che camminò su un filo sospeso tra le Twin Towers – ma non ha i mezzi per mantenere l’attenzione più di quanto la storia non meriti.

Andrea. Dove l’avete già vista quest’anno? Su che pianeta?

Bisognava mettere altra carne al fuoco, magari approfittarne per raccontare ai non-britannici e non-irlandesi che cos’è davvero l’IRA e cosa stava succedendo nell’Ulster degli anni Novanta, durante un processo di pacificazione che ovviamente stava innervosendo i duri e puri. Invece Doppio Gioco è un film brittocentrico, che dà tutto per scontato, a rischio di sbattere contro una cortina continentale di indifferenza. Un peccato: avremmo bisogno di più film così, ambientati in un tempo neanche tanto lontano, in cui i terroristi erano bianchi. Non olivastri, non islamici, anzi biondini e devoti al crocifisso.

 

 Doppio gioco stasera è ancora al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo, alle 20:10 e alle 22:35. Se vi interessa è il caso di affrettarsi

Senza categoria

Amleto a Bangkok (è il solito sfigato)

“Wanna fight?” Anche no, Ryan, grazie.

Solo Dio perdona (Nicolas W. Refn, 2013)

 

Ryan Gosling è uno sfigato. No, in realtà Ryan è sempre il grande attore e sex simbol che conosciamo, sempre più ieratico. Stavolta però interpreta uno sfigato figlio di mammà, che per le strade di Bangkok-Pericolosa dovrebbe vendicare l’assassinio del fratello, ma le prende soltanto. Ne prende veramente tante: malgrado il trailer cerchi di vendervi un film d’azione in cui Gosling si fa strada spaccando facce ai cattivi, nell’unica vera colluttazione non riesce ad assestare un pugno che è uno; finisce per suscitare tenerezza mentre si fa pestare a sangue da un poliziotto in pensione. Considerato che Ryan gestisce la palestra di boxe thai che fa da copertura alle attività criminose della sua famiglia, e si atteggia per tutto il film a esperto di combattimenti, misurate la spaventosa entità della sua figura di merda.

 

Questo è il tipo di film che Gosling si sceglie ultimamente. Non lo obbliga nessuno, ormai, è Ryan Gosling, se solo volesse secondo me potrebbe fare un supereroe o un pirata dal cuore d’oro o qualsiasi altra cosa – al limite anche l’insegnante eroinomane come ai vecchi tempi, secondo me adesso la gente farebbe la fila per vedere di nuovo un insegnante che fuma crack nel tempo libero o il self-hating jew di The Believer. E invece negli ultimi mesi ha già fatto il rapinatore sfigato con Cianfrance, e adesso il camorrista sfigato che si fa tumefare il volto da un poliziotto con Refn. Non è che vuole dirci qualcosa? Non so, ma a ogni buon conto intendo esprimere solidarietà a tutte le donne e agli uomini che provano attrazione per Ryan Gosling e pagano un sacco di soldi di biglietto per vederlo farsi distruggere la faccia, senza neanche più accennare un sorriso, una smorfia, niente. Ormai non è più una faccia, è una maschera kabuki che allude forse all’incapacità di esprimere i propri reali sentimenti e altre menate molto scandinave. Come l’Amlodhi delle antiche saghe nordiche, Gosling è un inetto. Non sa vendicarsi, è debole, pure impotente, non riesce a sottrarsi dalle morbose attenzioni materne, insomma una frana totale. Quando la madre, giunta dall’America in fretta e furia, si lamenta del fratello invendicato, Gosling cerca di spiegarle che la cosa è più complicata, sai mamma, in realtà è stato ammazzato perché aveva massacrato una ragazza sedicenne…

“Avrà avuto i suoi buoni motivi”.

 

Noterò qui en passant che Refn è daltonico

È la battuta più divertente del film, tanto vale dirvelo. La mamma è una notevole Kristin Scott Thomas finto-bionda, tigrata, versacizzata, la Clitemnestra più tamarra mai vista sul grande schermo. Anche lei patisce di una certa ieracità, non fosse per il fatto che Refn tiene la camera fissa su qualsiasi immagine finché è sicuro di aver annoiato anche lo spettatore più ben disposto. È un film statico, troppo statico, qual è il superlativo di statico? È un film lynchano, sapete quel tipo di film con i carrelli lentissimi nei corridoi che quasi sempre sono metafore della mente, e dove non si esita mai abbastanza davanti a una porta dietro alla quale a un certo punto ti aspetteresti saltasse fuori Laura Dern – invece arriva il poliziotto in pensione con la katana e ti taglia le mani. Si tratta forse del diavolo, del Vendicatore: non aveva forse detto “vado a incontrare il diavolo” il fratello di Gosling prima di partire per il suo ultimo fatale puttantour? Ma ovviamente non è chiaro, e sicuramente mi sono perso alcune metafore – come coi film di Lynch, ma fa lo stesso: tra qualche anno se mi viene la curiosità troverò un sito internet con un sacco di teorie interessanti sul perché il poliziotto esca dagli armadi e dal rubinetto esca il sangue. Ho paura che comunque scoprirò che si tratta in fin dei conti di una cosa banale, del tipo “mamma ri-accettami nelle tue viscere”, tutti questi edipi irrisolti che se fossi il re di Danimarca bandirei per una generazione: cari cineasti, siete l’orgoglio della nostra piccola nazione, però… però Edipo ha anche rotto. No, così.

 

Qui è mentre la mamma svergogna la fidanzata, che è poi una finta fidanzata perché si vergogna di non averne una.

Oltre a essere molto statico, è un film assai violento. Quanto violento? Se per voi Tarantino è violento, ecco, lasciate proprio perdere; in una scena Refn suggerisce a tutte le ragazze (con la sua usuale levità) di chiudere semplicemente gli occhi, mentre i maschietti dovrebbero “godersi lo spettacolo”. Non mi sono goduto lo spettacolo. La lentezza può essere una voluta aggressione ai montaggi ipercinetici dell’action contemporaneo, o un tentativo di ipnotizzare lo spettatore con ritmi da horror di serie B, ma forse semplicemente Refn non sapeva semplicemente cosa girare per novanta minuti. Questo è un certo handicap per i cineasti; per dire, gli scrittori, se hanno una storia breve, possono anche farci un romanzo breve: ma un regista se vuole essere distribuito in sala almeno un’ora e un quarto te la deve montare. È un vero peccato che non ci sia mercato per i mediometraggi. Si potrebbero fare dei double-feature, non so, quaranta minuti di Amleto refniano e poi una riflessione di Von Trier su quanto le donne siano il demonio, o mezz’ora di conigli di Lynch: magari funzionerebbe, si intercetterebbe un pubblico che è sensibile a Lynch ma si annoia a vedere due ore di corridoi; e anche i danesi secondo me c’è tanta gente che li apprezzerebbe più in piccole dosi. Non so, la butto lì. 

 

Solo Dio perdona, se proprio ci tenete, ma non dite poi che ve l’avevo consigliato io, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 15:30, alle 17:40, alle 20:30 e alle 22:40; al Cinecittà di Savigliano alle 16:00, alle 18:10, alle 20:20 e alle 22:30. È vietato ai minori di 14 anni.

Senza categoria

Le Disneyrapinatrici in bikini + Fabrizio Corona formato rapper = noooooooia

COME SI FA A FARE UN FILM NOIOSO CON QUESTE PREMESSE?

Spring breakers – Una vacanza da sballo (Spring Breakers, Harmony Korine, 2012)

 

Sono andato a vedere Springbreakers, mi sono detto, facciamo ‘sta cazzata.

 

Sono andato a vedere Springbreakers perché mi avevano detto che era fighissimo, coolest movie of the year tipo, una sera dopo che il mattino a scuola avevo mostrato l’Ultimo Imperatore, che secondo me è un bel film per introdurre la storia della Cina del Novecento, ma purtroppo ogni tanto Bertolucci infila una scena softporno, non sarebbe Bertolucci altrimenti, e mi tocca mandare avanti ma poi vado troppo avanti e allora mi tocca tornare indietro e in questo modo magari la stessa tetta se la vedono tre volte invece che zero, e io mi faccio tutta una serie di scrupoli, e poi questi magari la sera escono e vanno a vedere Springbreakers, tette culi sedicenni e James Franco che fa una fellatio al silenziatore di una pistola, con trasporto. Dicono tutti che è la più grande prova di James Franco. Io fossi James Franco non sarei mica tanto contento. Ma forse io in quanto James Franco me ne sbatterei anche molto.

 

Sono andato a vedere Springbreakers alle sei del pomeriggio, c’era un sacco di gente più o meno dell’età dei miei studenti, quelli che sanno distinguere Vanessa Hudgens da Ashley Benson, anche se praticamente fanno lo stesso personaggio e sono abbracciate per mezzo film. Le ragazzine facevano un baccano inverecondo. Mentre cercavo il mio posto mi sentivo già un lurido vecchio guardone. Quando sono partiti i titoli una maschera ha urlato Silenzio Chi Fa Confusione Lo Porto Fuori, come a scuola. Non mi era mai capitato. Sono andato a vedere Springbreakers e ho pensato, adesso faranno urletti per tutta la proiezione. Invece no, hanno smesso subito. Forse temevano di essere messi in castigo davvero. O forse hanno iniziato ad annoiarsi prima di me. I due tipini che avevo davanti hanno acceso il cellulare al quinto minuto e scrollato facebook per gli 85 seguenti. Minchia, facebook. Se mi chiedete come ho fatto a trattenermi dall’appioppare un paio di scapellotti a tradimento, ebbene, trattenermi dal menare preadolescenti è il mio mestiere. Quando si è accesa la luce hanno gettato il biglietto contro le compagne, colpevoli di averli portati a vedere un film di merda, 14 anni e la stessa opinione di Alessandra Levantesi Kezich, interessante:

 

Spring Breakers può avere una sua ragion di essere se lo pensiamo come un video d’arte dilatato sulla durata di 90 minuti; ma in quanto film è così appiattito sul gioco formale da sembrare non meno stupido e vuoto delle sbomballate protagoniste

 

SIAMO ANDATE TIPO ALLO $PRINGBREAK ERA TUTTO BELLI$$IMO CI SIAMO DIVERTITE TANTI$$IMO ABBIAMO TROVATO NOI $TE$$E

Sono andato a vedere Springbreakers e mi sono annoiato. Tenete conto che Springbreakers è la storia di quattro ragazze Appena Maggiorenni (ma Appena Appena) che fanno una rapina per pagarsi la vacanza di primavera e la passano in bikini a Miami, come è d’uso, strofinandola addosso a tutti quelli che le invitano alle feste. Aggiungi che le quattro ragazze Appena Maggiorenni sono davvero Appena Maggiorenni e un paio sono famosissime attrici della Disney. Per dire che se ti annoi davanti a un film così, o sei in andropausa tu, o il regista è veramente scarso. O entrambe le cose. C’è anche James Franco che fa Fabrizio Corona, seriamente. No, in realtà fa il rapper spacciatore, con l’apparecchio dei denti placcato oro, e il bello è che è ispirato a un autentico rapper spacciatore di Miami che mette le sue esibizioni su youtube, lo spitty cash della Florida diciamo – ma si esprime esattamente come Fabrizio Corona quando parla con Pif (però il regista di Pif è più bravo), dice esattamente le stesse cose, che è fiero di essere stato cacciato da scuola e che vuole solo fare ca$h ca$h ca$h, sono andato a vedere Springbreakers e ho avuto un’illuminazione: in un Paese Normale, Fabrizio Corona avrebbe fatto il rapper. E rotto i coglioni uguale, ma senza andare in galera per delle foto del cazzo. Ma forse ci andava lo stesso per altri motivi ugualmente del cazzo, va’ a sapere. Magari lui e Lele Mora si sarebbero litigati le zone di spaccio e si sarebbero mitragliettati a vicenda a un incrocio, magari è così che funziona la Normalità.

 

Sono andato a vedere Springbreakers, ma se stavo a casa e digitavo “spring break” su qualche sito per adulti mi divertivo di più. Forse. In ogni caso l’estetica è la stessa, clip di tizie che si strusciano sulla spiaggia mentre tizi entusiasti le lubrificano con la birra, avete un’idea di quanto puzzano i fondi di birra rovesciati misti al sudore, e poi si fanno le canne col caldo, la nausea al solo pensiero, insomma devo dire che a me questa roba non mi ha mai detto un granché, non mi arriva, preferisco altre cose. Ma in sostanza Korine voleva fare una release di Girls Gone Wild però d’autore, però vietata solo ai minori di 14 (quindi solo qualche tetta e qualche chiappa che sballonzola), però con le attrici Disney. Va bene. Va tutto bene. Si può fare arte anche così. Però non ce la conti mica tutta giusta, Harmony Korine. 

 

E POI CERA JAMES TATUATO TANTI$$IMO KE CI A PAGATO LA CAUZIONE ED ERA TUTTO TIPO COME UN FILM PERO ARTISTICO

Sono andato a vedere Springbreakers e ho avuto la sensazione che l’opera d’arte fosse la confezione più che il film in sé. L’idea di attirare ignare quattordicenni con l’esca di Vanessa Hudgens e poi tramortirli con sesso droga pistole ma soprattutto tanta, tanta noia artistica. Tutto, dal titolo alla locandina, sembrava concepito per attirare i piccoli con la copertura della Solita Commedia di Sbomballati in Vacanza. E invece no, non è una commedia, è un fottuto montaggio di clippini metà youtube metà yousoftporn con voci fuori campo che ripetono sempre quelle quattro cose perché si sa, coi 14enni non si ripete mai abbastanza. “Voglio solo fare soldi! Springbreak forever!” Cioè per quanto sleale, Korine lo ha fatto davvero, un tentativo di avvicinarsi alla sintassi dei bimbominchia. Frasi semplici, reiterate, niente che non si possa scrivere in font 26 e ricalcare con l’uniposca, l’intero script sta in una dozzina di sms. Forse ho capito, Korine, volevi essere il loro primo Autore. Il primo Regista a stupirli con un’inedita visione delle solite cose che possono già vedersi in pigiama sui tablet mentre controllano gli status degli amici. Ecco perché Selena Gomez. Ecco perché Vanessa. Ecco perché mi sono rotto le palle. Sono andato a vedere un Manifesto, il Dogma ’13 dei bimbominchia del cazzo, ma vaffanculo Harmony Korine. 

 

Sono andato a vedere Springbreakers e ho trovato James Franco che mostra le pistole, mazzette di ka$h, “diversi tipi di shuriken”, e poi dice: “Scarface! Il mio film preferito! Ce lo vediamo a ripetizione! Sìììì” Springbreakers è concepito esattamente per lo stesso scopo, per essere caricato su qualche lettore e poi proiettato in stanze in cui la gente fa altre cose. È solo sfondo, tappezzeria, è un film decorativo, ogni tanto alzi lo sguardo e c’è Vanessa che si fa un bong, che si fa una canna, che si struscia con Ashley, in un’ora e novanta ci saranno almeno quaranta situazioni in cui Vanessa si struscia con Ashley, i primi dieci minuti è interessante, poi le abbronzeresti a ceffoni, ma a chi la date a bere, siete meno lesbiche di John Wayne. 

 

Sono andato a vedere Springbreakers e siccome un po’ mi annoiavo (non ve l’ho già detto?) elaboravo teorie. Per esempio, metti che Vanessa e Selena non siano veramente così brave. Metti che appena fuori dai loro ruoli tipici siano terribili. Mi sembra difficile (soprattutto Vanessa) ma metti che. Un sistema per salvare il salvabile potrebbe essere “facciamo che è un film artistico, e le scene d’azione le montiamo alla cazzo, come fanno gli artisti, qualche fotogramma qua e là mescolato ai tramonti, la rapina la giriamo alla finestra che meno si vede meglio è, e anche le voci le montiamo fuori campo, qualche critico di sicuro ci cascherà”, e qualche critico effettivamente c’è cascato, ma non Alessandra Levantesi Kezich, ad Alessandra Levantesi Kezich non gliela si fa.

 

Sono andato a vedere Springbreakers e c’erano due tizie che assaltavano il Palazzo del Pappone del quartiere senza mai cambiare il caricatore del kalashnikov. Per dire che il film “artistico” è persino meno verosimile di un action movie, cioè prendi Die Hard, in Die Hard può succedere qualsiasi cosa, puoi anche abbattere gli elicotteri coi furgoni, però persino Bruce Willis in Die Hard ogni tanto deve fermarsi e ricaricare, Vanessa Hudgens no. A Korine il kalashnikov interessa esteticamente, la poesia della sua silhouette che si staglia sul tramonto, e quei bei passamontagna rosa così iconici, ma vaffanculo Harmony Korine, ci hai la stessa estetica dei Segretissimo anni ’70 con le tizie in bikini che impugnano virili pistoloni, mi sono sempre chiesto chi si comprasse roba del genere, chi si eccitasse con roba del genere, oggi poi, ma sparati un porno e non affettare pretese artistiche alla cazzo.

 

Sono andato a vedere Springbreakers e alla fine mi aspettavo almeno un po’ di sangue, un finalino finto-moralista per mettersi a posto la coscienza. Dopotutto ce l’ha persino Scarface, il film più filo-gangster che ci sia (tant’è che non c’è un gangster o camorrista a cui non piaccia). E invece. E invece niente, secondo me Korine non è in grado nemmeno di fingere un po’ di moralismo, e non è un complimento, è proprio che non sa fingere un bel niente, ma il cinema è fiction, la differenza tra una playlist di clippini di adolescenti che sculettano e il cinema risiederebbe anche in cose del genere, nel saper cominciare una storia e finirla, e non perdere i personaggi per strada così, senza neanche dirci che fine fanno. 

 

Sono andato a vedere Spring Breakers, e intanto riflettevo che la superficialità dei ggiovani è sempre un ottimo alibi. Se non sai andare nel profondo, se hai la stessa profondità di un account instagram, puoi sempre fare finta che i tuoi film siano sulla superficialità degli altri. Korine quand’era giovane mica ci andava agli Spring Break, in un’intervista ha detto che era troppo concentrato sullo skate (???). È tutta una fantasia bavosa di ritorno su foto sbirciate di nascosto, profili facebook lasciati aperti, e la confezione patinata è la solita vecchia scusa, la solita vecchia scusa a cui non crede più nessuno. Sparatevi. Un. Porno.

 

Sono andato a vedere Springbreakers – però mi pagavano. Mettiamola così. Devo fare ca$h, come Spitty, come James, come tutti, devo andare al mare anch’io quest’estate, tutta ‘sta pioggia non ne posso più.

 

Spring Breakers – Una vacanza da sballo, brutti pervertiti, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:30; 22:40); al Multilanghe di Dogliani (21:30).

Senza categoria

Un Lincoln quasi Obama

Lincoln (Spielberg, 2012)

 

“La bussola ti indica il nord, ma non ti mostra dove sono le paludi”, dice più o meno Abraham Lincoln al leader radicale Thaddeus Stevens durante uno dei dialoghi che scandiscono il film. La frase sembra fatta apposta per essere citata, linkata, twittata all’infinito da un certo pubblico che temo sia quello che soprattutto Spielberg aveva in mente (dico “temo” perché ahimè, ne faccio parte): i progressisti moderati, liberal ma non troppo. Quelli che si incazzano con gli amici che votano Ingroia anche se su tanti argomenti starebbero molto più a sinistra di quanto starà mai qualsiasi Ingroia: la nostra bussola indica quel Nord, ma noi abbiamo anche una carta del territorio e sappiamo che in mezzo c’è un’enorme palude e che forse toccherà passare da Sud, attraversando Monti, forse addirittura Casini. Sono cose che succedono e ci fanno vergognare, ma di cosa, poi? Di avere cartine aggiornate?

 

Spielberg, come il migliore cinema americano, ha la bussola e ha la cartina: non dimentica il nobile ideale a cui tendere (l’abolizione della schiavitù) ma non si sottrae alla complessità del reale (bisogna comprar voti al Congresso uno scilipoti alla volta), anzi ci si tuffa con passione, restituendo agli spettatori una sintesi affascinante anche se, nel caso di Lincoln, più utile a discutere il presente che il passato a cui fa riferimento. Questo è un altro tratto tipico di Spielberg: se la Guerra dei Mondi parlava dell’11 settembre, Minority Report del Patriot Act, Lincoln potrebbe essere definito il primo biopic su Barack Obama. Tony Kushner, lo sceneggiatore di Angels in America e Munich, ha lavorato per più di tre anni, leggendosi scaffali di libri sul personaggio, per poi uscirsene con uno script in cui la first lady e la sua sarta nera (personaggio storico) assistono alle sedute del Congresso, una circostanza veramente poco probabile a metà Ottocento. Di fronte a invenzioni come queste, tanto più sleali quanto più il film sembra garantire la solita precisione filologica spielberghiana di Schindler’s o del Soldato Ryan, il regista non ha trovato di meglio che affermare che una ricostruzione come Lincoln è da considerarsi “un sogno”. La Storia americana ci mette gli arredi e i costumi, ma sotto barbette e giacche blu i protagonisti siamo sempre noi, sognanti noi stessi. All’inizio del film un pugno di soldati yankee bianchi e neri imbarazza Lincoln recitando un suo celebre discorso a memoria. Gli storici storcono il naso, i soldati della Guerra di Secessione erano perlopiù analfabeti ed è improbabile che cercassero sui giornali testi di discorsi scritti in piccolo per impararli nelle trincee, come i fans di Obama che li trovano su youtube. Ma nel sogno accadono queste cose: che i discorsi schiudano le porte e spezzino le catene, e che i cittadini le imparino a memoria per motivarsi mentre scannano i ribelli. Più tardi il film darà l’impressione di credere che un buon discorso a quattr’occhi di Abe “l’onesto” Lincoln a un deputato avversario possa riuscire dove non riesce l’offerta di incarichi e prebende. La parola è più forte della corruzione. Ci crediamo?

 

 

Gli americani ci credono, tanto che spesso si fanno governare dagli avvocati: dateci un podio, fateci leggere un’arringa, dicono gli avvocati Abe e Barack, e vi solleveremo il mondo (il fatto che sia Abe che Barack siano stati anche comandanti in capo, e il mondo lo abbiano cambiato più coi cannoni e i droni che con le chiacchiere, scivola in secondo piano). È una cosa di cui ci accorgiamo ogni volta che Obama fa un discorso ufficiale – qualche giorno fa per esempio ha giurato su un paio di bibbie per il re-insediamento, una formalità. Negli USA è anche uno spettacolo, Beyoncé ha cantato l’inno e tutti si sono arrabbiati perché era in playback, ma non è questo il punto. Il punto è che milioni di persone negli USA, nel mondo, persino in Italia, sono pronti a dare a un discorso formale un senso politico: c’è una diffusa convinzione che Obama cambi il mondo con le parole che dice, più con i droni che comanda. Alcuni si lamentano che in Italia non funzioni così: perché i nostri politici non fanno discorsi altrettanto belli e importanti? Tanto vale chiedersi perché non friggiamo il bacon e il baseball ci annoia, comunque dipende da fattori storici: la centralità del sermone nella cultura protestante, la diffidenza italiana per la retorica da cui il fascismo dovrebbe averci vaccinato, ma anche la difficoltà dell’italiano medio a mantenere l’attenzione per più di tre minuti, per cui delle infinite dirette di Santoro o Floris nelle conversazioni del giorno dopo resistono solo due o tre scambi di battute estemporanee. 

 

Temo che uno spettatore italiano possa avere qualche difficoltà a capire cosa succede in Lincoln, un film dove Spielberg dà per scontate veramente troppe cose sul personaggio, il che non è da lui. A scuola non lo studiamo molto, gli anni intorno al 1860 sono già fin troppo ricchi di date e battaglie e trattati da memorizzare; già ci rammentiamo a malapena che i grigi sono gli schiavisti e i blu sono i buoni; ma il fatto per esempio che i Repubblicani siano per l’abolizione della schiavitù e i Democratici contrari ci fa girare la testa, sembra un mondo alla rovescia. Secondo una tendenza dei biopic moderni, il film preferisce concentrarsi su un periodo molto ristretto della vita del protagonista. Il risultato lo fa assomigliare, più che a un bell’affresco spielberghiano, al pilota di una miniserie televisiva di lusso, o se preferite a una season finale di West Wing in costume. L’episodio descritto risulta probabilmente sopravvalutato rispetto al contesto: si tratta della battaglia congressuale per far passare il Tredicesimo Emendamento, che abolisce formalmente la schiavitù su tutto il territorio dell’Unione. Se non fosse passato, gli Stati del Sud riammessi dopo la sconfitta avrebbero potuto reclamare gli schiavi che si erano emancipati durante la guerra, compresi quelli che avevano combattuto per anni con la giacca blu. Così almeno la pensa Lincoln, che come ogni politico è molto bravo a convincerci che la prossima battaglia è quella definitiva, quella più importante, quella da cui dipende il destino delle future generazioni. Gli storici sono un po’ più scettici: all’abolizione si sarebbe anche arrivati in altri modi, non è detto che il decisionismo di Lincoln (in altri casi molto più prudente) sia stato il metodo migliore. Ma questo comunque è il Nord che la bussola addita a Lincoln per tutto il film, mentre si destreggia nelle paludi del Campidoglio proprio come fa Obama quando scende a compromessi col demonio per far passare la riforma sanitaria o superare il Fiscal Cliff. Barack può stare sereno, Abe fece di peggio: mentre un suo pool di maneggioni corteggiava i senatori democratici a scadenza di mandato, lui si permise di allungare di qualche mese la guerra con un Sud in ginocchio per evitare che la pace cambiasse gli equilibri del Congresso, gravandosi la nobile coscienza di qualche migliaio di ragazzini morti in più. Ma se la tua bussola ti mostra il Nord giusto, non c’è palude che ti possa insozzare. In Italia diciamo semplicemente “il fine giustifica i mezzi”, e non ci facciamo un film sopra: un po’ perché non siamo capaci di scrivere un procedurale, un po’ perché da noi i guerriglieri parlamentari sono visti con diffidenza, sia quando acquistano scilipoti un tanto al chilo sia quando si riducono a precettare senatori a vita in fin di vita. Un’altra cosa di cui diffidiamo sono i politici che si affidano troppo spesso alle battute, anche se quelle di Berlusconi non si possono neanche lontanamente paragonare alle storielle da avvocato messe in bocca allo straordinario Daniel Day-Lewis. 

 

Ma insomma il film vuole farci pensare – il film ha un disperato bisogno di farci pensare – che un presidente che sappia quel che è giusto non deve risparmiarsi a ottenerlo da riottosi organismi democratici, anche con metodi ai limiti della decenza e della legalità (solo “ai limiti”: Lincoln tecnicamente non corrompe, offre solo incarichi federali; non mente al Congresso, racconta solo verità parziali). Siccome il film non parla d’altro (dieci secondi di battaglia, qualche grana famigliare tutto sommato dimenticabile), siamo autorizzati a pensare che la grandezza di Lincoln consista in questo suo machiavellismo etico. Non è vero: Lincoln è stato molto altro che il film ha deciso di non mostrarci. Un presidente di guerra, da principio recalcitrante, e poi determinato a intestarsi uno dei più sanguinosi massacri della storia dell’umanità, il primo conflitto industriale con le trincee, la dinamite e le armi a ripetizione. Ma Spielberg preferisce mostrarcelo sbigottito davanti alle fosse comuni, indeciso se graziare un disertore. Thaddeus Stevens, il memorabile personaggio interpretato da Tommy Lee Jones, può essere scambiato dallo spettatore inesperto per un radicale di ultraminoranza: viceversa, da esponente di spicco della corrente maggioritaria tra i Repubblicani, si stava avviando a diventare il “dittatore” del Congresso nei primi anni della ricostruzione post-bellica. Ricostruzione che fallì, platealmente, nel tentativo di trasformare di punto in bianco gli schiavi delle piantagioni in cittadini elettori, forse anche a causa del radicalismo con cui Stevens e i suoi colleghi la portarono avanti. Il tentativo di imporre l’uguaglianza con le baionette federali portò alla nascita del Ku Klux Klan e alle leggi segregazioniste che per un altro secolo fecero degli afroamericani dei cittadini di serie B. Una palude che né Stevens né Lincoln avevano previsto. I due personaggi, pur simpatici e interpretati al meglio, non hanno la profondità di un autentico machiavelli come Oskar Schindler, ed è un peccato, soprattutto per l’impegno che ci ha messo anche stavolta Daniel Day-Lewis. Il suo Lincoln rimane un bravo avvocato e un simpatico conferenziere, con una vita privata non semplice e una vita pubblica sfibrante: un uomo leale, astuto, amabile eccetera eccetera, il presidente che molti americani vorrebbero, e infatti ce l’hanno. 

Lincoln stasera è al cinema Fiamma di Cuneo (ore 21); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (21:10), al Multisala Vittoria di Bra (21:00), al Multilanghe di Dogliani (21:05), al Cinecittà di Savigliano (21:30). Dura due ore e mezza.