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La vendetta è un piatto a 40 sotto zero

The Revenant (Alejandro González Iñárritu, 2015)

Il Sud Dakota secondo Iñárritu.

Dieci anni dopo il fattaccio, Hugh Glass cacciava ancora il castoro dalle parti di Williston, North Dakota. A chi gli pagava da bere raccontava la storia di quando si era trascinato per duecento miglia fino a Fort Henry, tallonato dagli Arikara, sospinto solo dal desiderio di fare la pelle ai due ragazzi che lo avevano abbandonato mezzo morto dopo lo scontro con l’orso. A ogni racconto la bestia diventava più grande, le ferite più profonde, gli agguati aumentavano, e la steppa si corrugava, rivelando al suo interno rilievi alpini, innevati nel mese di giugno.

Il Sud Dakota com’è davvero.

“Ma poi li hai ammazzati?”

“Chi?”

“Quei due ragazzi, alla fine li hai ammazzati?”

“Fitzgerald e Bedger? Ah, no”.

“E perché no?”

“Bedger era un ragazzino, e quanto a Fitzgerald…”

“Non avevano la stessa età?”

“…Si era già arruolato. Se gli avessi torto un capello mi avrebbero impiccato. Ci siamo messi d’accordo con 400 dollari, e mi restituì il fucile. Questo qui”.

“Non erano 300 dollari?”

“Infatti”.

“Ma hai appena detto 400”.

“Mi sarò sbagliato. Figliolo, quando hai visto la morte in faccia, e hai sopravvissuto a una bufera di neve accucciandoti nella carcassa di un cavallo…”

“Ma era giugno”.

(Se vi è piaciuto Il viaggio di Arlo, non perdetevi la versione per adulti, col mille per cento di sangue e cicatrici in più, e un’animazione digitale ancora più raffinata – l’orso sembra vero! Padre e figlio si scambiano le parti, c’è un po’ più di sangue e di visioni dall’oltretomba, e Di Caprio presta la voce – il rantolo – a un mammuth ferito ma non domo).

Il salvaschermo più costoso mai realizzato

Per ritrovare la via verso Fort Henry, Glass aveva preso come riferimento la Thunder Butte, la Rocchetta del Tuono – una collina di 800 metri che è l’unico rilievo di rilievo nel Sud Dakota. Tutto il resto è pianura, pianura e ancora pianura. Per girare The Revenant, Iñárritu ha esplorato le cime innevate della Columbia Britannica, girando solo con la luce naturale a 40 gradi, col rischio di ammazzare Di Caprio di broncopolmonite – e quando è arrivato l’inverno ha semplicemente cambiato emisfero, spostando il set in Terra del Fuoco. Per sfuggire agli Arikara che controllano il fiume Missouri, i suoi attori si inerpicano su un sentiero alpino che li porta a un valico di almeno millecinquecento metri – non cresce più l’erba. In sostanza stanno scalando le montagne rocciose, contro ogni verosimiglianza, perché al regista interessava una storia vera di sopravvivenza e di vendetta, ma anche quei paesaggi mozzafiato da salvaschermo di windows.

A Iñárritu interessa il cinema vero, quello senza green screen e altri trucchetti, quello che si fa con la pellicola, e l’esposizione naturale, e gli animali veri, e le ferite e i colpi di tosse veri – come se tutta questa verità non costasse comunque milioni di dollari. Gli interessa il ritorno alla naturalezza, anche se l’orso che cerca di finire Di Caprio battendolo come un materasso è un prodigio di computergrafica. Con l’ipocrisia ingenua e inconsapevole di quei milionari che sognano il ritorno alla natura ma hanno più in mente il triathlon – a proposito, c’è anche il saggio capo indiano che si lamenta perché il viso pallido gli ha tolto tutto. E nessuno che gli dica: senti nonno, tra venticinque anni potrei anche capire, ma siamo nel 1820, “tutto” cosa? A momenti non c’è un solo viso pallido in tutto il Dakota, e comunque appena arriva lo scotenni e gli rubi il bottino di caccia, a chi la vuoi raccontare? Non ci hai fatto gli affari anche tu, coi bianchi, finché t’è convenuto? Eh, ma questi bianchi sono cattivi sul serio. Rubano le donne, impiccano per divertimento, aggiungendo un cartello di spiegazione come i nazisti – anche se nessuno sa leggere in un raggio di trecento miglia.

È difficile sfuggire a The Revenant, alla sua fotografia da National Geographic, al titanismo essenziale del suo eroe, maschiaccio di poche parole laddove pare che il vero Hugh Class fosse un affabulatore, magari pure un contaballe. Questa parte del suo ruolo se la prende Tom Hardy che prosegue il suo stato di grazia: un antagonista nervoso e rapace che non sta in scena per più di mezz’ora, ma ha più dialoghi di tutti gli altri personaggi messi assieme. Iñárritu ha coraggio da vendere, e anche stavolta non si può che dargliene atto. Dopo due ore senza una sola scena in interni, cominci a capire quello che intendeva Cimino mentre affondava sul ponte dei Cancelli del cielo: i film dovrebbero essere viaggi, dovrebbero prenderti di peso e portarti in un altro luogo, in un altro tempo.

Cosa sta succedendo allora a Hollywood, se Cimino sprofondò e Iñárritu ha preso 12 nomination? Siamo entrati in una nuova età del cinema, o il nuovo regista pazzo è un po’ meno pazzo, un po’ più paraculo di quanto non voglia sembrarci? Disprezza i fumettoni, ma il suo eroe sembra avere lo stesso fattore rigenerante di Wolverine. Vuole le luci naturali, ma sa che la gente verrà a vedere l’orso finto. Vuole la storia vera, ma poi se la reinventa da capo a piedi, ricattandoci col sentimento più a buon mercato – l’amor paterno. Il vero Glass era un fanfarone che si fece duecento miglia per trecento dollari e un fucile. Il Glass del film deve attraversare canyon e ghiacciai per vendicare un figlio. È una storia talmente costruita che alla fine Iñárritu se ne vergogna – e anche stavolta, come in Birdman, il finale manda un po’ a gambe all’aria il film.

Vorrebbe essere profondo, vorrebbe essere autocritico, vorrebbe rivedere le sue stesse premesse. Ha fatto sanguinare Di Caprio, ha opposto bianchi sterminatori a pellerossa in armonia con la natura, e alla fine ci ha ricordato che la vendetta è un buon trucco per costruirci attorno un film – ma che resta sostanzialmente una cosa sbagliata, ragazzi, mi raccomando non vendicatevi a casa. Che gli puoi dire? Bravo è bravo. Ma resta lì sospeso nel bianco delle sue bufere fantastiche, né troppo pazzo né troppo furbo per arrivare davvero al punto. The Revenant è al Cityplex di Alba (21:30), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:30, 22:10), all’Impero di Bra (19:45, 21:45), al Fiamma di Cuneo (21:00), al Baretti di Mondovì (21:00), all’Italia di Saluzzo (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:30)

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Il lungo e folle volo di Iñárritu

Questa per esempio l’hanno girata senza luci che non fossero quelle già presenti in strada.

Birdman, o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza (Alejandro González Iñárritu, 2014)

 

Ma guarda che cesso di posto. Chissà se qualcuno viene mai a spolverare questo buco di merda. Come siamo arrivati fin qui, Alejandro?

Noi non apparteniamo a questo posto. Perché non siamo a LA a bere ginger ale su un terrazzo mentre leggiamo copioni drammatici sui destini incrociati di persone qualsiasi? Cristo Alejandro, c’era una sola cosa al mondo che sapevi fare bene, e te la stai fottendo, lo sai vero? Ti stai fottendo la carriera, sapresti dirmi per cosa esattamente?

“Mr Iñárritu quando vuole uscire siamo pronti a girare”.

Non ascoltarli. Lo sai che mentono. Non sono pronti e lo sai benissimo. Non saranno  mai pronti per questo film, perché questo film è impossibile da girare e tu lo sai, come lo so io. Chi ti credi di essere, alla fine?

 

Non è che non apprezzi, è che la cosa meritava secondo me un maggiore approfondimento, magari uno spin off, una serie tv in due o tre stagioni.

Senti, io ti conosco da così tanto tempo, e te lo devo proprio dire. Sono l’unico che ti vuole bene qui dentro. L’unico. Gli altri hanno paura di te, o sperano in te come un naufrago spera in un canotto anche se ha già visto che è forato. Ti diranno tutti che sta andando tutto bene, che il film funziona, che l’idea è geniale, e non è vero un cazzo. L’idea è irrealizzabile e loro hanno una paura fottuta di sbagliare. Il tuo protagonista non fa una parte importante da vent’anni, e anche a quel tempo usava una maschera. Ma almeno è riuscita a tenersela per un sequel. Sempre meglio di quello giovane, che non è più giovane da un pezzo, ed  riuscito a farsi cacciare a calci pure dall’universo cinematico Marvel, ti rendi conto? Sai cos’ha fatto di importante negli ultimi dieci anni? Il re lebbroso, anche lui rigorosamente mascherato. Lo capisci che sono fantasmi, vero? Gente di cui ci stiamo tutti dimenticando il volto? È con questa gente che ti stai riducendo a lavorare, Cristo, tu hai ancora il numero di Brad Pitt in rubrica e invece lavori con Naomi Watts. Sai cosa faceva Naomi Watts nell’ultimo suo film? La nonna. Ora dimmi di chi è l’idea di farle baciare Andrea Riseborough, la cosa più gratuita che ti ho mai visto girare – coraggio, dimmi che non l’hai fatto per il panico, per avere almeno qualcosa di stuzzicante da mettere nei trailer, dimmi che non hai piazzato un bacio lesbo inutile perché hai la paura fottuta che questo film non se lo guardino nemmeno i critici in copia di valutazione. 

 

Ma cosa c’è che non va, Alejandro? Con Biutiful hai incassato un quinto di Babel, sarà questo? Non ha nessuna importanza finché hai ancora un piede a Hollywood. Ma quel piede devi tenercelo sul serio. Devi fare le cose che sai fare, le cose che la gente si aspetta. Destini incrociati, montaggi serrati, la gente vuole il dramma ma soprattutto vuole saltare di scena in scena senza troppe menate. Sono bambini iperattivi, anche se si danno arie d’adulti. Si stancano subito, non lo vedi che a metà proiezione si mettono a twittare? Cosa pretendi da loro, un piano sequenza di due ore? chi cazzo ti credi di essere, Sokurov?

 

Signori qui se qualcuno sbaglia una battuta tocca rifare una ripresa di dieci minuti.

Perché non ti rassegni a mettere la maschera che ti sei fatto? La gente vuole quella. La gente ha bisogno di maschere, sono comode. Si riconoscono da lontano. Perché vuoi provare a fare cose che nessuno sa ancora come fare? Cosa ti porta verso il disastro esattamente? Non puoi accettare di essere Iñárritu, il regista messicano dallo stile abbastanza riconoscibile? Stai girando un film per chi, esattamente, qualche milione di palati raffinati in tutto il mondo la cui sola preoccupazione è dove andranno a mangiare dopo la proiezione? Credi che a qualcuno di loro gliene fotta realmente qualcosa di te? E diciamocelo in faccia, Alejandro, non lo fai per amore dell’arte. Lo fai perché vorresti essere nei manuali di Storia del cinema, vorresti essere davvero Qualcuno. Come se non ci fosse là fuori un mondo pieno di gente che lotta all’ultimo sangue per essere Qualcuno – ma per te nemmeno esistono. Accadono cose continuamente, in luoghi che tu sei fiero di ignorare, e in quei luoghi tu sei già stato completamente dimenticato. Stai facendo tutto questo perché l’idea di non importare più a nessuno ti spaventa a morte, come chiunque altro, e sai cosa? Hai ragione. Non importi più a nessuno. Non sei nemmeno qui. Non sei che un puntino minuscolo sull’ultimo foglio di carta igienica su cui è tratteggiata la storia dell’umanità. Se pensi che il tuo suicidio professionale sia uno spettacolo artisticamente rilevante, perché non vai davanti al tuo pubblico di figuranti e non ti spari direttamente un colpo in testa?

 

“Mr Iñárritu, mi ha sentito?”.

“Arrivo, arrivo”.

 

(Birdman era un film impossibile da fare, finché Iñárritu e tutti gli altri non lo ha fatto e adesso è uno dei più bei film degli ultimi anni, che vale assolutamente la pena di andare a guardare, stasera, al cinema Fiamma di Cuneo alle 21:10).

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Nello spazio non puoi piangere (al cinema sì)

Cuarón dice che non l’ha girato nello spazio, ma sarà vero? Com’è che tutti gli attori dopo un po’ scappavano? Questo per esempio a un certo punto doveva essere Downey jr. Va benissimo così.

Gravity (Alfonso Cuarón, 2013)

 

Nello spazio non esiste l’alto e il basso: ci sei soltanto tu – e le cose o ti girano intorno o ti arrivano addosso. Quando molte cose ti girano intorno, hai un problema. Non che tu possa fermarti – ameno finché non ti viene addosso qualcosa. Quando ti arriva addosso qualcosa, cerca di afferrarlo, o scansati più che puoi, perché non c’è un singolo oggetto nello spazio, non c’è un singolo frammento o pezzo di astronave o astronauta che non viaggi a una velocità mortale – sono tutte bombe, tutte pallottole, e non è colpa di nessuno. Non c’è niente di fermo nello spazio, la stessa parola “fermo” è un’astrazione con cui noi terricoli definiamo le cose blindate sulla superficie terrestre insieme a noi. Ma nello spazio si muove tutto, a velocità differenti, su traiettorie divergenti, ma sempre troppo velocemente. Nello spazio non puoi piangere, non solo perché non c’è atmosfera e non ti sentirebbe nessuno, ma soprattutto perché le tue lacrime tra milioni di anni potrebbero ancora essere in giro, asteroidi di ghiaccio e sale pronti a distruggere civiltà avanzatissime in pianetini microscopici, o bruciare come stelle cadenti. Nello spazio è complicato persino farla nel vaso, figurati scappare da una stazione spaziale distrutta verso un’altra stazione spaziale che sta bruciando in silenzio.

 

Qualcuno può sentirci? Da qui siete tutti bellissimi.

 

Nello spazio c’è tutto il silenzio che vuoi, e molto di più. Può esplodere una galassia o un’astronave alle tue spalle; se non sei voltato da quella parte non te ne accorgerai. Ma nello spazio non ti senti veramente solo, finché hai la Terra da qualche parte; finché puoi vedere albe e tramonti sullo stivale o sul delta del Nilo, e milioni di luci accendersi e specchiarsi sulle rive del Gange; non sei solo. Quindi aggrappati a qualcosa, a un’asta o a un’antenna o a un sojuz o a una frequenza a onde corte. Nello spazio davvero profondo, nel vuoto cosmico, ti senti soffocare: diventi l’astronave di te stesso e vorresti uscire, ma sei già fuori. Sei più fuori di quanto è possibile, hai infranto milioni di record che interessano soltanto a qualche abitante di una pietra che rotola a secondi luce di distanza. Nello spazio.

 

 

 

E lei doveva essere Angelina Jolie. Va bene così. Va benissimo così.

 

 

Non ci vuoi veramente stare. Non è il tuo posto, semplicemente. Non è colpa di nessuno, non esiste nemmeno il concetto. Nemmeno della vita esiste il concetto. È un accidente esotico causato da alcune muffe su una pietra che rotola a secondi luce di distanza. L’ossigeno nella tuta è già all’uno per cento, tra un poco inalerai soltanto co2, qualche allucinazione e poi sarai parte dello spazio, una lacrima nel vuoto; rotolerai intorno al tuo asse fino al prossimo collasso stellare. Sarai la luna di qualche rottame di stazione spaziale, o di un asteroide – tra milioni di anni non ci sarà nessuna differenza. O un meteorite che l’atmosfera accenderà come un fiammifero. Non è colpa di nessuno, anzi è giusto sia così, questo è lo spazio.

 

Ma tu ti ostini a respirare. Non hai niente da perdere, ma vuoi tornare indietro. Vuoi sentire il guaito di un cane, vuoi prendere fuoco o annegare, qualsiasi cosa sarà meglio di orbitare per sempre. Qualsiasi modulo russo o cinese ti è caro come l’utero di mamma. Carezzare l’atmosfera, a migliaia di chilometri l’ora, è come sfregarsi su una parete di cemento; ma ti sta bene, non c’è una cosa più bella di vedere finalmente un cielo azzurro dall’oblò che si sta incendiando.

 

E forse ce la farai, forse arriverai sulla terra e la bacerai; e un attimo dopo ti sentirai così pesante, ti ricorderai di come funziona su questa pietra la gravità, e per un istante solo rimpiangerai quel momento in cui eri un pianeta libero di ruotare sul suo asse.

 

Gravity è da vedere. È il più bello e verosimile e struggente film di astronauti mai realizzato – perlomeno James Cameron la pensa così, e chi siamo noi per contraddirlo. Forse non vi piace il genere, e l’idea di 90 minuti di astronauti che sbattono contro a relitti di stazioni spaziali vi terrorizza. Ma non dovete aver paura. Anche quando la lancetta dell’ossigeno segnerà lo zero – ce n’è ancora un poco nella tuta, ma mi raccomando, a piccoli sorsi. Da qualche parte c’è un sojuz caldo, una bottiglia di vodka nascosta sotto il quadro dei comandi. Gli occhiali 3d non sono indispensabili, ma vi aiuteranno a nascondere le lacrime. Forse Gravity non sarà il vostro film, ma è comunque la vostra natura: siete corpi gravi che girano all’impazzata, impattando ogni tanto, aggrappati a una speranza o a un’onda che suona del country o a un cane che abbaia, qualcosa che sopravviva a tutto quel silenzio.

 

Gravity è in 2D ai Portici di Fossano alle 20:30 e 22:30; in 3d al Cine4 di Alba (20:00; 22:15), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20; 22:40), al Multisala Impero di Bra (20:20; 22:30), al Multilanghe di Dogliani (21:30), al Cinecittà di Savigliano (20:20; 22:30). Se tutto va bene avrete una storia pazzesca da raccontare. 

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In culo all’Apocalisse

Goya, Blake. Doré. Del Toro.

Pacific Rim (2013, Guillermo Del Toro).

I Kaiju. Io non sono sicuro che a Cuneo possiate capire, che rompimento di coglioni siano i Kaiju. Uno guarda il telegiornale e pensa di farsi un’idea. Anch’io la pensavo così, poi si è aperta la faglia qua dietro. Niente di paragonabile per carità, lo sappiamo che i nostri son kaiju ruspanti, che non tirano giù grattacieli o centrali nucleari. Al massimo se la prendono con un condominio, una palestra, un magazzino. Però davvero non avete idea, di quanto rompano i coglioni i kaiju. Anche quando non escono. Magari stanno fermi per un mese – pensate che in quel mese noi si dorma? No, no, ci vanno nei sogni, li calpestano, sgambettano nei nostri progetti del futuro, ci lasciando la bava, fanno questo i kaiju. Ti svegli urlando: ma prenditi piuttosto un condominio. E lasciami i sogni. Prendi quello sfitto qua di fianco. Tanto i prezzi son crollati. Fanno questo i kaiju. Si siedono sul tuo mutuo ventennale, ci fanno la cacca di ammoniaca. Ti svegli sudato e vedi tua moglie che sta ditando lo smàrfon.

“Ma cosa fai a quest’ora”.

“Ho sentito qualcosa”.

“Stavi sognando”.

“L’hai sentito anche tu, ti sei svegliato”.

“Mi sono svegliato per la lucina di quel cazzo di smàrfon”.

“Vedi? Lo sapevo io. Ne è uscito uno di seconda categoria, a Massa Finalese”.

“Un kaiju di seconda categoria”.

“Esatto”.

“Mi hai svegliato per un cazzo di kaiju di seconda categoria, non lo senti nemmeno con gli strumenti un kaiju di seconda categoria”.

“Magari adesso viene qui”.

“Da Massa fin qui, certo. Manco i pompieri chiamano più, per un kaiju di seconda. Non ci vanno neanche i vigili urbani”.

“Potrebbe essere l’inizio di una sequenza”.

“Se prova ad attraversare il Secchia se lo mangiano le pantegane, un kaiju di seconda categoria. Io te lo rompo quello smàrfon di merda”.

“Me l’hai regalato tu”.

 

 

Brutto pezzo di rettile se ti avvicini di nuovo ti spacco il cranio a randellate giuro che lo faccio

Non so se da Cuneo riusciate a capirci, è che ce li portiamo a letto i kaiju. Di giorno rovistiamo i solai, le cantine abbandonate. Troviamo vecchi bracci di gru, motori dei Landini, campane sganciate da campanili sigillati.

 

“Ma cosa ci vuoi fare con la campana, dai”.

“È bronzo, è buono, ci facciamo la testa”.

“All’età del bronzo siam tornati?”

“Per prendere la rincorsa”.

 

Siamo la resistenza, cos’altro dovremmo essere. Abbiamo vaghe nozioni del tempo e dello spazio. A volte in qualche cassetto ci imbattiamo in un tesoro dell’infanzia – un torso intero di un Mazinga Z, qualche arto di Jeeg robot d’acciaio.

“Questo a diesel funziona”.

“E i raggi gamma?”

“Potremmo usare le resistenze”.

“Si fonde tutto”.

“Va bene, fottiamoci dei raggi gamma. Cerchiamo un’alabarda”.

“Spaziale”.

“L’antenna di via Marx”.

“Perfetta”.

 

Se avessimo saputo che tutto questo ci sarebbe servito – le catene di trasmissione dei Ciao Piaggio, carcasse di betoniere, l’argano dell’OM Lupetto, le teste di Daitarn…

 

Con l’energia del sole bla bla bla beppegrillo bla bla bla… mentre si esibisce i meganoidi fanno in tempo a presentarsi alle elezioni e vincerle.

“Non ci facciamo un cazzo con una testa di Daitarn”.

“Ma dai, è così bella”.

“Lo sai che va a energia solare, sì?”

“Così non sporca”.

“No, macché, devi soltanto rivestire tutta la città di pannelli fotovoltaici, pregare che non piova e aspettare che carichi per una settimana. E dopo hai abbastanza energia per fargli fare la demo. Hai presente la demo, sì?”

E ora con l’energia del sole vincerò!

“Con l’aiuto del sole vincerò. E poi si spegne”.

“Ma no, dai”.

“E il kaiju se lo incula”.

“Che schifo”.

“È successo, sai. A un Gundam di Crevalcore. Si è sbilanciato e si è bloccato a novanta. Il kaiju gli è arrivato dietro in un attimo”.

 “Viviamo in tempi orribili”.

 

Ai bambini non sappiamo cosa dire. Tesoro, ci dispiace, abbiamo fatto un mutuo in una terra di mostri che non avevamo previsto – benché in certi affreschi cinquecenteschi ferraresi risultassero chiarissime evidenze di combattimenti tra draghi ed enormi armature – pensavamo fosse mitologia, pensavamo fosse fiction, ci dispiace tanto. Pensavamo che sarebbe andato tutto bene, l’economia avrebbe tirato per sempre, e sopra i vani degli euromissili americani avremmo riempito tutta questa vallata di villette a schiera col giardino l’altalena e la cuccia del cane. Invece stiamo scavando rifugi anche per te, tesoro. Facciamo fatica a guardarli in faccia, i bambini, e ci rimettiamo a rovistare vecchi garage.

A questo film tutto è concesso, compresa la scena con la bambina con la scarpetta rossa.

 

“Una tastiera alfanumerica, potrebbe servire”.

“Se si leggessero le lettere… butta via, è uno Spectrum a sfioramento, ti partono le lame rotanti senza che te ne accorga. Ci tagliamo i piedi da soli”.

“Non ce le abbiamo le lame rotanti”.

“Mio cugino ha detto che ci porta le frese in ghisa, andranno bene. E questa che cos’è?”

“Robaccia, butta via”.

“Ma sembra antropomorfa”.

“È un pezzo di transformer”.

“Bleah. Ti suona il telefono”.

“Ah sì, è… è l’allarme”.

“Che palle. Che dice?”

“Ma niente, un… un terza categoria”.

“Dove?”

“A Fossoli”.

“Che palle. Che palle”.

“Avevano appena riaperto la scuola”.

“Viene verso di noi”.

“Piscerà su tutta la ciclabile, io adoro quella ciclabile. E la ferrovia…”

“Se intercetta il regionale per Suzzara fa un macello. Ci andiamo?”

“Non so. Abbiamo il torso di un Mazinga, i cingoli di un fiat trattori, la testa in bronzo…”

“Abbiamo l’alabarda”.

“In fondo è solo un terza categoria, voglio dire, gli fai un po’ di paura e scappa via”.

“Oppure gli spacchiamo il culo”.

“Pensi che possiamo?”

“Guardati intorno, fratello. Sta andando tutto a puttane. Dove vorresti essere mentre tutto va a puttane? Dietro una scrivania? In un cantiere? O dentro un torso di Mazinga?”

“Va bene, si va a Fossoli”.

“Stavolta gli spacchiamo il culo a quel bastardo. Dammi la mano”.

 

Abbiamo l’alabarda. Abbiamo i cingoli. Le lame rotanti arriveranno. Cancelleremo l’apocalisse un po’ per volta, come uno scarabocchio: con le nostre gomme staedtler smangiucchiate. I bambini alzeranno la testa e ci guarderanno negli occhi, e vedranno degli eroi.

 

(Pacific Rim è un film di Guillermo del Toro, costato dieci milioni di dollari in meno di World War Z e dieci milioni di volte più bello, con i robottoni di quando eravamo piccoli – sono proprio loro, sono arrugginiti, hanno tutte le scritte consumate, e si smontano appena provi a usarli. Ma sono tornati. Il mondo ormai se ne frega, il mondo ha altre priorità, ma loro hanno un lavoro da finire, un’apocalisse da cancellare. È difficile da spiegare, e non so se a Cuneo interessi. È un film di enormi robot che le prendono da enormi lucertoloni, e io ho pianto per mezz’ora. C’è che odio i kaiju. Li odio veramente tanto). 

 

Pare che sia molto bello anche in 3d – lo dice Bernocchi ed è uomo di fede – la versione in occhialini è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:05 22:45 e al Multisala Impero di Bra alle 21:15. Lo trovate in 2d al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:00 e alle 22:40; ai Portici di Fossano alle 21:30; al cinema Italia di Saluzzo alle 21:30.