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Avengers, un panino a sette strati

Tutti assieme adesso.

Avengers: Age of Ultron (Joss Whedon, 2015)

 

Vendicatori uniti!: la terra è, ovviamente, in pericolo. Da qualche parte è nascosto uno scettro che nasconde una gemma che nasconde un computer che nasconde un’altra minaccia ancora. Il miglior modo per sconfiggerla è ovviamente creare un’intelligenza artificiale che però si ribellerà e creerà un’altra intelligenza artificiale che si ribellerà al ribelle, così che alla fine quasi nessuno degli eroi si farà male, di quelli di cui la Marvel detiene i diritti. Ma voi volete sapere se è un bel film. 

 

Mi piaci perché sei sensibile, non come quegli altri.

Beh, sì, nel suo genere è il massimo. Per dire c’è una sequenza in cui Hulk e un Iron Man sotto steroidi se le danno di santa ragione, è una cosa che – 

 

È il miglior film della Marvel?

 

Sempre questa domanda. Non saprei. Iron Man 3 era più disneyano. Winter Soldier cercava di darsi un tono. Quelli di Thor non li guardo (mai sopportato Thor). I guardiani della galassia era cazzaro al punto giusto, insomma se alla Marvel hanno sbagliato qualcosa negli ultimi anni io non me ne sono accorto. Sono bravi, conoscono il genere, sanno fino a che punto possono stravolgere i personaggi (alcuni anche parecchio, ma sempre per un buon motivo), e soprattutto hanno un grande rispetto per il loro pubblico metà bambino e metà quarantenne nerd. Forse Iron Man 3 guardava più al bambino, Winter Soldier più al nerd, quanto ad Avengers… c’è Joss Whedon in cabina che fa quel che può (e può parecchio): deve seguire sei o sette eroi alla volta e ci riesce – è incredibile come riesca a dare spessore anche ai meno interessanti, il buon vecchio Occhio di Falco – deve raccontare una storia non troppo cretina e ci riesce, deve rallegrare i più piccoli con lunghe sequenze in cui scoppia tutto e ci riesce. Alla fine si esce esausti e soddisfatti, ma chissà se è davvero il miglior film della Marvel. Può anche darsi di no.

 

In effetti c’è troppa roba nel panino, non è che ci gustiamo davvero tutto. Se devo essere sincero, probabilmente digerisco meglio i film in cui c’è un solo eroe, qualche superamico e due o tre supernemici: un solo vero ingrediente con qualche condimento ben dosato. D’altro canto guardiamoci in faccia: di cosa stiamo parlando? Non siamo mica gourmet, non siamo al ristorante. Siamo in un fast food, e al fast food vogliamo il panino con tutti gli ingredienti. Compresi quelli che presi da soli ci stomacherebbero, ad esempio il salmone norvegese – da Whedon molto sapientemente affumicato e usato quasi soltanto come intermezzo comico. Ma anche il cetriolino a stelle e strisce, sulla carta l’elemento più dolciastro e indigeribile, negli anni è stato trattato al punto che ormai riesce ad armonizzarsi che è un piacere – è una delle cose migliori. In attesa di quel panino tutto di Vedova Nera, che per qualche oscuro motivo non ci cucineranno mai. Avengers – Age of Ultron è quell’enorme burger ripieno di ogni ben di dio che ti fa salivare anche se alla fine mentre lo mangi non distingui più i sapori, non capisci più niente, e alla fine prevale più un senso di colpa che di sazietà. Un piacere infantile e poco sano da prendersi una volta ogni due o tre anni, ché noi in realtà siamo adulti e di solito andiamo a mangiare cose sane e genuine in ristoranti seri.

 

“Per esempio la settimana scorsa sono andato da Nanni“.

“Ah, grandissimo Nanni, come sta?”

“Malissimo, gli è morta la mamma”.

“Oh poveraccio. Mi dispiace”.

“Mi ha attaccato una pezza così…”

“Eh, beh, ma lo sai com’è fatto. Ma i bucatini com’erano?”

“Ti devo dire la verità? Un po’ scotti”.

“Eh”.

“D’altronde gli è morta la mamma, cioè”.

“Ma in fatti”

“Chissenefrega dei bucatini”.

“Eh già”.

“Andiamo a farci un panino?”

“Andiamo”.

 

Avengers: Age of Ultron è al Cityplex di Alba alle 20:30 (3d), e alle 21:30; al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo alle 19:50 (3d), 20:00, 21:00, 22:00, 22:40 (3d), 22:45; all’Impero di Bra alle 20:00 (3d), 22:30 (3d), al Fiamma di Cuneo alle 21:00; al Multilanghe di Dogliani alle 21:30; all’Italia di Saluzzo alle 21:30; al Cinecittà di Savigliano alle 21:30.

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Meno saghe più astronavi

Ti preferivo azzurra (però ok, dai).

I guardiani della galassia (James Gunn, 2014)

 

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, gli alieni erano ancora colorati come nelle pagine in quadricromia dei vecchi albi a fumetti: neri, gialli, magenta e blu. Pirati e rigattieri, viaggiavano qua e là per la galassia alla ricerca perlopiù di gemme magiche o altre cose che in un modo o nell’altro rischiavano sempre di distruggere la galassia. Alternavano un lessico fiorito e pomposo a battutacce triviali, a seconda di chi fosse di turno a scrivere i testi. Se ne fregavano della verosimigliananza, godevano a incasinare la continuity, si stavano già prendendo gioco dei luoghi comuni della space opera prima che arrivasse con la sua Morte Nera il potente George Lucas a prendere tutto maledettamente sul serio. Bei tempi. Torneranno?

 

Da qui magari non si capisce, ma sono due personaggi tenerissimi.

I guardiani della galassia è il film che abbiamo sognato da quando eravamo bambini – quel film di cui Lucas ci ha fatto sentire il profumo a bordo del Millennium Falcon, prima di virare decisamente verso il fantasy più manicheo – e più redditizio. Ma a noi di tutto quel misticismo della Forza, quella lotta tra il Bene e il Male, e la repubblica contro l’imperatore, e Luke sono tuo padre e Leila è tua sorella, tutta questa roba in realtà non è che ci convincesse più di tanto. Ce la sorbivamo in mancanza di meglio. Quello che avremmo voluto davvero erano le avventure anarchiche di Han Solo in un universo di mostri sballati e fuori di testa. Volevamo la Space Opera Cazzara, e nessuno al cinema ce la voleva/poteva dare. Lucas no, Star Trek men che meno. Per fortuna che c’erano i fumetti – ma non ce n’erano in giro poi così tanti. Oggi col digitale si può fare quasi tutto: ma si poteva ricreare quell’atmosfera surreale ed esilarante che ti avvolgeva quando aprivi un vecchio albo dell’Editoriale Del Corno allegato a un sacchetto di patatine? Come attraversare un portale dimensionale, finire assorbito dalle avventure incomprensibili di personaggi dai nomi assurdi e immediatamente familiari. Le storie sembravano più lunghe di quanto fossero in realtà perché i personaggi parlavano un sacco: avevano dialoghi metà Shakespeare e metà Paperino. Nel giro di una pagina potevano diventare nemici irriducibili o amici per la vita. I cattivi erano più spesso blu scuro, i buoni rossi o azzurri, la maggior parte sparava raggi fluorescenti dalle mani.

 

…però il più divertente è lui. No, sul serio, fa scompisciare.

I guardiani è un esperimento riuscito – anche se Chris Pratt non ha il carisma di Harrison Ford, anzi, il suo StarLord è uno dei punti deboli del team: l’idea di equipaggiarlo con la fissa hipsterica per le musicassette è una strizzata d’occhio esagerata a un pubblico che avrebbe preferito qualche battuta in più. Per fortuna i Guardiani è un film di squadra, e la squadra funziona: in particolare il procione e il suo amico albero (l’irriconoscibile Vin Diesel) sono esilaranti: li vorresti sempre in primo piano, e chissenefrega se sullo sfondo c’è un’eterna lotta tra il Bene e il Male. Proprio come i due robottini nel primo Guerre Stellari, sì. I guardiani non ha molto che meriti una seconda visione, o un posto speciale nella nostra memoria: e allo stesso tempo è quel tipo di film di cui sei sicuro che non ti perderai il sequel, e pure il sequel del sequel. Ultimamente invece la Marvel (ora proprietà Disney) ha comunicato che i suoi supereroi realistici-in-calzamaglia cominceranno a farsi la guerra tra loro, uno schema già provato e riprovato sulle tavole a fumetti. Avremo Iron Man contro Capitan America, forse tornerà a casa anche l’Uomo Ragno e gli toccherà scegliere con chi stare, la saga si complicherà, tutti saranno coinvolti, la continuity vincerà la sua eterna lotta contro il divertimento. Non c’è nulla che possiamo farci: se la gente vuole saghe complicate perché la Disney dovrebbe rifiutare di apparecchiargliele?  Speriamo solo che si ricordino di darci qualche film balordo come i Guardiani ogni tanto. 

 

I Guardiani della galassia si possono vedere senza occhialini al Cine4 di Alba (20:00, 22:30); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:10, 22:40); al Fiamma di Cuneo (21:15); al Multilanghe di Dogliani (21:30); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Con gli occhialini lo trovate al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 22:45) e all’Impero di Bra (20:10, 22:30), ma chissà se ne vale poi la pena.

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Un calcio ai mutanti

Che poi a ripensarci Claremont ha sempre scritto delle soap verbose, non è che i vecchi fumetti fossero così meglio.

X-Men: giorni di un futuro passato (2014, Bryan Singer)

 

Tra dieci anni non esisteranno più mutanti. Per la verità non esistono anche adesso, fuori dai cinema. Dentro invece cominciano a essercene troppi, e a fare paura alla concorrenza: dinosauri, robottoni, divi in pensione che giocano a fare le spie, eccetera. Alla fine è pura lotta per la sopravvivenza, come diceva il mio bis-bis-bis-bisnonno mentre spaccava il cranio a un Neanderthal con la sua clava. O noi o loro, e loro sono molto cattivi, meglio togliersi il pensiero. Tra dieci anni non esisteranno più mutanti, il pubblico non ne potrà più di loro. Troppi errori di continuity, troppi supereroi morti e poi resuscitati perché la gente vuole il sangue ma anche il lieto fine. Come dice veramente il professor Xavier in una storia che non ricordo, la vita e la morte per gli X-Men hanno le porte girevoli. Contate soltanto quante volte tra fumetto e cinema avranno resuscitato la povera Jean Grey – alla quinta o sesta quale spettatore non si sentirebbe preso in giro? Tutto questo, in un futuro molto prossimo, causerà l’estinzione dei film di supereroi mutanti. A meno che. 

 

A meno che i pochi superstiti del futuro non decidano di mandare uno di loro nel passato per –

“No scusa questa no, eddai”.

Chi ha parlato?

“Sono la voce della coscienza di qualsiasi sceneggiatore, cioè io capisco che la Fox debba continuare a fare più o meno un X-Men all’anno sennò i diritti tornano alla Marvel, ma non è che puoi riciclare Terminator 1 così”.

Ah no?

“No, è proprio il fondo del barile, capisci”.

Il solito ignorante. Di che anno è Terminator 1?

“Primi Ottanta, e allora?”

Lui è Quicksilver ma non si può chiamare così perché i diritti del nome, da quel che ho capito, ce li ha la Marvel. La scena più divertente è la sua, poi decidono di non usarlo perché ruberebbe la scena ai senatori, manco fosse la nazionale italiana.

1984. “Giorni di un futuro passato”, la saga originale di Claremont e Byrne è del 1981. È Cameron che ha copiato. Mai raschiatura dal barile fu più filologica. E dunque – dov’ero rimasto? I pochi superstiti del futuro decidono di mandare uno di loro nel passato per contattare Bryan Singer, che finalmente ha finito di pagare quel mutuo o quegli alimenti o quel ricatto, e sta lavorando a un sequel dell’Allievo, o a un noir come i Soliti sospetti, insomma vuole rimettersi a fare il regista e recuperare il tempo perso a riprendere tizi in calzamaglia, giganti e altre puttanate. Quand’ecco che riceve una visita di Wolverine. Salvaci Bryan, nel futuro prossimo stiamo per estinguerci. I buchi di sceneggiatura prenderanno il sopravvento e ci inghiottiranno tutti. Cazzi vostri, risponde educato Bryan. Eh no, dice Wolverine, tu ci hai creati come esseri di celluloide, e ora spetta a te salvarci. Solo tu puoi darci il boot che meritiamo. Sai dove te lo metterei? Non scherzare Byan, non è il momento.

 

Il boot – per chi non s’intende di saghe – è il Calcio di riavvio. Quando una saga è consumata, frusta; quando tutti gli eroi sono morti e resuscitati più di una volta, non prima di essersi fidanzati e lasciati un paio di volte, come in certe compagnie d’amici di provincia, c’è una sola cosa che puoi fare prima di diventare il Posto al Sole, ed è premere il supremo pulsante del Boot. Fino a qualche anno fa il Boot era molto semplice: spegnevi tutto e poi ripartivi da capo: nuovi attori, storia un po’ diversa, amen. Prendi il nuovo Uomo Ragno: la trilogia di Sam Raimi è stata semplicemente azzerata. Un po’ troppo presto, secondo alcuni – ma il motivo è il solito: se non fai lavorare il personaggio, la Marvel può reclamarlo indietro. La minaccia è più reale che mai, ora che la Marvel ha dimostrato di saper fare film di supereroi meglio di tutti, ed è stata rilevata dalla Disney. Anche gli X-Men andavano quindi presi a calci e riavviati il prima possibile. E d’altro canto come si fa a ripartire sempre dalla stessa lagna, il professore in carrozzella, i giovani mutanti, Logan che ama Jean che sta con Scott che BASTA PER PIETÀ BASTA.

 

Siamo negli anni ’70 e la Lawrence rischia di incontrare la sé stessa di American Hustle. (Se ci andate per lei ci restate male, tolte le scene in cui è incatramata blu restano due o tre minuti, ma sempre meglio di Halle Berry).

Siamo entrati così nella fase manierista del Boot. Da elemento di rottura, il boot è stato per così dire armonizzato nella trama stessa della saga. È come se la continuity se lo fosse mangiato. Il probabile responsabile di questa novità è il controverso J. J. Abrams, che col suo Star Trek del 2009 ha mostrato come il boot possa diventare una figura narrativa, grazie all’altro fondamentale tropo che è il viaggio nel tempo. Un personaggio della saga vecchia e frusta torna indietro nel tempo e combina qualche cazzata che cambia per sempre la storia: et voilà, ora i vecchi personaggi si muoveranno in uno spazio vuoto. Possono rimettersi ad ammazzarsi e fidanzarsi e resuscitare come se niente fosse successo. Poi tra vent’anni rimandano qualcuno indietro nel tempo e si riparte. Giorni di un futuro passato è tutto qui.

 

Veramente tutto qui. È un film molto al di sopra della media degli X-Men, probabilmente grazie alla mano di Singer. Combattimenti ben coreografati e non troppo lunghi, grande equilibrio tra azione e spieghe, buon uso dei personaggi – compreso il Wolverine di Hugh Jackman, benché come sempre distantissimo dall’uomo-bestia dei vecchi fumetti di Miller: un damerino palestrato che continua a fumare sigari nei posti sbagliati, ma che alla fine usa più la voce che gli artigli. La sua missione è rimettere un giovane Xavier sulla retta via, una cosa abbastanza incongrua ma si può trovare una giustificazione narrativa anche per questo. Si può trovare una giustificazione narrativa a tutto. Ma il punto forse è proprio questo: al termine di due ore di intrattenimento di buon livello, con attori di prima classe (Fassbender, la Lawrence) la sensazione che rimane è quella di aver assistito soltanto a un lunghissimo boot. Come se la principale preoccupazione degli sceneggiatori fosse spiegare perché tutto quasi tutto quello che è successo fin qui è come se non fosse successo, e dal prossimo film cambieranno tutti gli attori (tranne probabilmente Jackman). Come se non ce li fossimo già scordati alla grande, tutti i precedenti X-Men. 

 

Giorni di un futuro passato è in giro da un mese, più o meno; ma non è che a Cuneo e dintorni ci sia molto di meglio, eh? Il film è ancora in sala al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo, sabato e domenica alle 22:40 e martedì alle 21, in 2d. 

 

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Capitan America prende a pugni i droni della NSA ma Scarlett è solo un’amica

“Non ti lascerò andare stavolta, Bucky. Stavolta ci salveremo, o cadremo insieme”.

Captain America – The Winter Soldier (Anthony e Joe Russo, 2014)

 

“E allora com’era il film?”

“Eh? Non male”.

“Non male?”

“Ma sì, dai, salva il mondo come al solito, però in modo non banale, sono abbastanza soddisf…”

“Berlinguer?”

“Eh?”

“Non sei andato a vedere Berlinguer?”

“Ma certo, sì, naturalmente, sono andato a vedere Berlinguer”.

“E salva il mondo in un modo non banale?”

“Beh, in un certo senso…”

“Ma è morto, Berlinguer”.

“Non del tutto, no… in realtà è solo congelato, vedi… ogni tanto lo riattivano e gli fanno fare delle missioni speciali”.

“Berlinguer”.

“Ma nel suo cuore resta il ricordo struggente del suo amico che non seppe salvare, come si chiama…”

“Aldo Moro”.

“E insomma il mondo ha ancora bisogno di eroi come lui, perché i nuovi politici hanno una visione semplificata dei problemi e minacciano di far decollare piattaforme sociali che distruggeranno…”

“Sei andato a vedere Scarlett”.

“Ma che c’entra, scusa”.

“Me lo puoi dire. Hai preferito Scarlett Johansson a un documentario su Enrico Berlinguer, per favore, ammettilo”.

“Ma non è Scarlett… cioè c’è anche Scarlett, ma un film di Capitan America, ambientato al tempo dell’NSA, dei droni, presenta svariati motivi di interesse che…”

“Si spoglia in automobile anche stavolta?”

“No, maledizione”.

“Tu lo sai, vero, che ti stanno prendendo in giro da… quanti film? Tre”.

“Sono bei film se ti piace il genere. La Marvel sa veramente il fatto suo”.

“Te la piazzano lì in tre scene e ti staccano un biglietto da dieci”.

“Non l’ho visto in 3d. Anche se le traiettorie dello scudo magari meritavano”.

“Lo scudo?”

Adesso, onestamente, perché non può avere un film tutto per sé? Le vedo solo io le potenzialità? Ma io le vedo molto bene.

“Capitan America ha uno scudo, è la sua arma e il suo simbolo, nonché una metafora dell’America tutta”.

“Lo scudo”.

“L’America è un bel ragazzo biondo che in qualsiasi parte tu ti trovi al mondo ha il diritto di ammazzarti, però con uno scudo”.

“Perché gli americani si stanno soltanto difendendo”.

“In realtà no, è più complesso di così. La vera minaccia è sempre interna. In tutti questi film ci sono due cattivi. Possiamo chiamarli il Burattinaio e il Burattino. Per esempio…”

“In Scarlett Johansson si infila un costume nero in macchina aka Iron Man 2 c’era Mickey Rourke”.

“Ecco, Mickey Rourke in Scarlett Johansson si cambia in macchina ftg Iron Man faceva il Burattino. Parlava russo, sembrava matto. Anche Ben Kingsley in Iron Man 3. I Burattini sono sempre personaggi esotici con accenti strani”.

“Stavolta chi lo fa il Burattino?”

“Un attore rumeno. Interpreta il Soldato d’Inverno, un’ex super-spia sovietica, come Scarlett del resto”.

“Si baciano?”

“No. Nel film, cioè. Nel canone ufficiale succede”.

“Nel cosa?”

“Nella continuity, insomma, nei fumetti”.

“Hai quarant’anni, ti rendi conto”.

“I Burattini all’inizio sembrano la vera minaccia, e in un certo senso danno il sapore al film: per esempio questo è il film in cui Capitan America combatte contro il Soldato d’Inverno. Ma i Burattini non sono mai il vero nemico”.

“Il vero nemico è il Burattinaio”.

“Ovviamente. E il Burattinaio è sempre un Wasp, un americano bianco e biondo. Sempre”.

“Vabbe’, è la politically correctness”.

“No, è più complicato di così. L’idea che nelle stesse radici della libertà americana si annidi il seme del male, il germe del nazismo…”

“Vabbe’ ma se i cattivi sono tutti biondi dopo cinque minuti li scopri comunque”.

“Magari i ragazzini ci mettono un po’ di più”.

“Ho visto che nel cast c’è Robert Redford, niente niente che…”

“SSsssst! Spoiler!”

“Hai quarant’anni. Quarant’anni”.

“Capitan America ne ha novantacinque”.

“E va in giro con la tutina rossa e blu”.

“Blu molto scuro, kevlar,

Tutto sommato Chris Evans è perfetto, il nobile assassino dal broncetto intenso che ti ammazzerà a mani nude solo se minacci la Libertà.

una cosa abbastanza realistica”.

“Realistica”.

“Il film si ispira ai classici politici della Nuova Hollywood, Tutti gli uomini del Presidente, I giorni del Condor…”

“Quanti elicotteri vengono abbattuti?”

“Eh, tre…”

“Solo tre?”

“Tre PORTA-ELICOTTERI DA CENTO ELICOTTERI L’UNA SI PRENDONO A CANNONATE SOPRA IL FIUME POTOMAC, FIGATA PAZZESCA”.

“Mentre Capitan America e Scarlett si baciano”.

“No. Capitan America ritrova il suo amico perduto”.

“E si baciano”.

“No ma quasi – diciamo che non ci si può aspettare un sottotesto omoerotico più evidente di così da un blockbuster”.

“E Scarlett?”

“Un bacetto a un certo punto, solo per depistare i pedinatori”.

“Mamma mia che roba banale”.

“No, è fatta molto bene, con molta cura, da autori sensibili che rispettano il materiale di partenza e…”

“Il materiale di partenza? Un coglione in tutina rossa e blu che ammazza i cattivi con lo scudo?”

“Capitan America non era così. Cioè. Poteva diventare così. Ma proprio perché il rischio di sembrare un coglione in tutina a stelle e strisce era altissimo, è sempre stato un personaggio che ha stimolato i suoi autori, che li ha spinti a scrivere storie meno banali di quanto avrebbero potuto essere, capisci? Capitan America è stato il primo fumetto con un supereroe nero”.

“È diventato nero?”

“No, è sempre stato biondo, ma negli anni Settanta ha avuto un amico nero, Falcon”.

“Molto avanti”.

“È un fumetto che ha raccontato lo scandalo Watergate, ha preso le distanze dal Maccartismo… pensa che le storie in cui picchiava i comunisti, negli anni Cinquanta, sono state rifiutate dal canone: in seguito si è scoperto che il Capitano che scopriva spie rosse dappertutto in quegli anni non era il vero Capitano, ma un impostore paranoico, capisci?”

“Hai quarant’anni”.

“Pensa solo a come nasce… lo sai cosa c’era sul primo numero di Capitan America nel 1940?”

“Tiro a indovinare… Capitan America”.

C’è scritto March, ma uscì quattro mesi prima. Un milione di copie. Ma anche centinaia di lettere indignate, non si tratta così un capo di Stato.

“Che prende a pugni Adolf Hitler”.

“Uh, hai ragione, molto meno banale di come avrebbe potuto essere”.

“Riflettici bene, esce un anno prima di Pearl Harbor, mezzi Stati Uniti erano ancora isolazionisti, un sacco di bravi biondi ragazzi americani pensavano che Adolf Hitler non avesse tutti i torti. E invece a New York c’era gente che diceva: ehi ragazzi, questo è un nemico, questo va contro tutto quello in cui crediamo, questo va preso a pugni”.

“E ci disegnano un fumetto”.

“Erano fumettisti, che altro dovevano fare. Chaplin faceva il Grande Dittatore, loro facevano fumetti. Ma avrebbero potuto fare l’ennesimo eroe in calzamaglia che salva la cassaforte dagli scassinatori, invece no. Si impegnano. Una volta si chiamava engagement”.

“Si chiama  propaganda politica”.

“Anche il primo film… una mezza cazzata, però c’era questa idea geniale, di un Capitano che viene arruolato nel settore propaganda, fa gli spettacoli con le ballerine in cui prende a pugni Hitler… però poi diventa un eroe vero e elimina i pericolosi nazisti. E però alla fine i più pericolosi sono simili a lui… dopotutto è il risultato di un esperimento che doveva creare il super-soldato… i nemici che combatte gli sono sinistramente famigliari, capisci? Il germe del male…”

“…alligna nelle stesse radici della libertà bla bla”.

“Pensa solo a questo. Il nemico è la NSA. In un futuro prossimo la NSA si dota di droni orbitanti e usa le informazioni in suo possesso (tutte le mail che ci siamo scritti, le foto che ci siamo scattati, ecc.) per decidere chi eliminare. Per la pace nel mondo. Per la stabilità”.

“Siamo spacciati”.

“Ma Capitan America combatte”.

“E Scarlett?”.

“Lo aiuta, ovviamente”.

“Ma non si baciano”.

“Solo un istante, per depistare”.

“E Berlinguer?”

“Magari la settimana prossima”.

“La settimana prossima esce Charlotte Gainsbourg fa sesso con chiunque per quattro ore, Parte prima“.

“Non so, ci devo pensare”.

“Con Scarlett non sei stato molto a pensarci”.

“No, è più complicato”.

“Hai quarant’anni”.

“È più complicato”.

 

Captain America secondo me si può vedere tranquillamente in 2d, per esempio al Fiamma di Cuneo (21:15), al Cine4 di Alba (21:00), al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:05, 22:45), all’Italia di Saluzzo (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:30). Ma se ci tenete a vedere lo scudo della libertà che vi arriva adosso, troverete la versione 3d al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 22:40) e all’Impero di Bra (20:10, 22:30).

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Wolverine e la fabbrica delle delusioni

Una scena così non sarà mai altrettanto poetica al cinema, dai.

Wolverine l’Immortale (The Wolverine, James Mangold, 2013)

 

Wolverine è il migliore in quello che fa. Uccidere? Sventrare? Annusare prede in mezzo al traffico metropolitano? No, quello era il Wolvie dei fumetti. Il Wolverine cinematografico è il migliore del mondo a nutrire rimorsi, avere incubi, ecc.. Non c’è notte che non si svegli con gli artigli in fuori, è seccante soprattutto se hai delle trombamiche, per cui è andato a vivere in montagna. Lo raggiunge una giapponese che parla come una guida turistica, avete presente, quelle che prima di affettarvi con la katana vi devono spiegare tutto il pedigree della katana, che era appartenuta al prozio del grande samurai Sto Katzo-San e tutto il resto. Indovinate che gli racconta: Logan, non puoi nasconderti al tuo destino, sei una macchina per uccidere, sei John Rambo col 100% di adamantio in più, dai, vieni in Giappone che ci divertiamo, c’è la Yakuza e il boss moribondo di una multinazionale che hai salvato da giovane a Nagasaki e ha un bellissimo ricordo del tuo fattore rigenerante, e i ninja neri sui tetti come nei vecchi fumetti di Miller, te li ricordi i vecchi fumetti di Miller, bei tempi quelli, però anche adesso non si sta male, dai, abbiamo katane vere e un sacco di effetti speciali, possiamo saltare sui treni a trecento chilometri all’ora, dai, vieni in Giappone con me.

 

“Va bene, ma solo 24 ore”.

 

Pagano sceneggiatori per scrivere frasi del genere. Vengo in Giappone – dal Canada – ma solo per 24 ore. All’inizio di un film di Wolverine. È come se i fratelli Grimm mettessero a Cappuccetto Rosso in bocca la battuta: “Beh, scambierò qualche parola col lupo, dopotutto; ma solo buongiorno e buonasera”. Potrei continuare a lamentarmi per tutta la recensione. Perché mi ricordo la storia originale, e vederla saccheggiata così, profanata – non si potrà più riutilizzare, hanno bruciato in due ore sia l’idillio con Mariko sia la strage della famiglia – fa male. Ma lagnarsi non serve a niente. È come insistere sul fatto che Hugh Jackman non sia nella parte, per quanto si faccia crescere i basettoni io continuo a immaginarmelo col farfallino mentre canta scemenze a Broadway o presenta gli Oscar – ma dopo sei film forse vale la pena di rassegnarsi, o no? Nel frattempo si sono ruotati due Spider Men, due Supermen e ben tre Terribili Hulk, e Jackman è sempre lì. Si vede che a qualcuno piace. Qualcuno che non sono io, ma che compra più biglietti di me, evidentemente.

 

Wolverine è uno di quei pochi casi in cui la voce off avrebbe veramente un senso. E quindi non la usano.

Alla fine il problema è tutto lì, cari appassionati di fumetti. Ogni volta che riportano un nostro personaggio al cinema, noi ci caschiamo. Entriamo aspettandoci cose che il cinema forse non ci può dare – o forse potrebbe almeno provarci – ma perché al mondo dovrebbe accontentare proprio noi, che siamo gli unici che di sicuro pagheranno il biglietto comunque? Noi siamo lo zoccolo duro dei film di supereroi, ce ne piace uno ogni tre ma ci andiamo lo stesso, e quando usciamo riempiamo l’internet di lamentele perché Silver Samurai non si può presentare e bruciare in quindici minuti, e che senso ha spendere tutti quei soldi in paludatissimi sceneggiatori se la storia originale di Claremont era cento volte più bella e cinematografica, eccetera eccetera eccetera. Siamo come gli elettori del PD. Per quale motivo al mondo i dirigenti del PD dovrebbero preoccuparsi di darci qualche soddisfazione? Se li abbiamo votati fin qui, è abbastanza chiaro che li voteremo anche la prossima, e quindi loro hanno altre priorità: conquistare gli elettori di Berlusconi, gli elettori di Grillo, ho sentito che esistono persino gli elettori di Ingroia, e gli astensionisti, tutta gente che con un po’ di effettacci speciali che non c’entrano nulla col PD si può sul serio conquistare, e scassare il botteghino, che è quello che vogliamo anche noi elettori del PD, no? E comunque se la cosa non ci va possiamo sempre riempire l’internet con le nostre accorate lamentele, è un modo di divertirsi anche questo. È così che funziona. Il PD è fatto apposta per deluderci, e anche i film di supereroi. La malinconia che proviamo ogni volta che ci accorgiamo che di una bella saga magistralmente raccontata non è rimasto che qualche oggetto di scena, non è un fenomeno accidentale: è la natura stessa dell’oggetto “film di supereroi”. Se il cinema è la fabbrica dei sogni, il cinema tratto dai fumetti è quel tipo di sogno che ti delude ogni volta che lo fai, quel sogno in cui le cose non vanno mai, mai, mai come vorresti. Allora esci dalla sala incazzato, ti sfoghi in un blog, e tre mesi dopo ci ricaschi. A proposito, la settimana prossima esce Kick-Ass 2. Probabilmente è una cazzata. Però, quasi quasi.

 

Wolverine l’immortale è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:45. Perché non andate al cinema d’estate? No, sul serio, perché? C’è l’aria condizionata, si sta bene, potete far tardi, perché?, se più gente ci andasse d’estate i distributori smetterebbero di trattarla come la stagione dei fondi di magazzino, e io non perderei ore della mia vita a guardare Wolverine l’immortale. 

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Il panico dell’Uomo d’Acciaio

Lui chiede scusa continuamente.

Iron Man 3 (Shane Black, 2013)

 

Tony Stark non è più quello di una volta. L’adorabile sbruffone che portava lo smoking sotto la corazza, il supereroe ubriacone che si pisciava nel costume, non è più lui. Ha crisi di panico, nessuna armatura gli sembra abbastanza robusta. Oltre alla lotta consueta coi demoni interiori, la formula prevede due nemici, uno con l’accento esotico e l’apparenza inquietante, l’altro americano e biondo, espressione di quel complesso industriale-militare da cui lo stesso Stark vorrebbe affrancarsi. Ci saranno molte esplosioni, il Presidente degli Stati Uniti rischierà di farsi incenerire in diretta tv  e anche Gwyneth Paltrow sarà più volte in pericolo, ma alla fine dimostrerà ancora una volta che dietro a un supereroe c’è sempre una superdonna.

 

La Marvel sa come si fanno i film di supereroi. Li ha inventati, li conosce, li possiede, e proprio per questo può tradirli con più disinvoltura se ne vale la pena; magari calpestare 40 anni di vita di un personaggio (il Mandarino) e reinventarlo da capo tutto diverso, un Ben Kingsley che dopo Gandhi e Itzhak Stern si ritrova nei panni di un finto Osama e… si diverte un sacco (e noi con lui). Fosse stato chiunque altro, milioni di nerds in tutto il mondo avrebbero gridato Tradimento anche più forte di quella volta che George Clooney fece un Batman gay. Ma se lo fa la Marvel ha un senso, anzi, è una reinvenzione geniale. La Marvel conosce l’arte di ri-raccontare le storie, è abituata a fare e disfare universi di personaggi ogni cinque, dieci, quindici anni. Il primo Iron Man era nato in Vietnam, poi in Iraq, quello cinematografico ha mosso i primi passi nel 2008 in Afganistan. Si è capito subito che avrebbe funzionato. Più di ogni effetto speciale o evoluzione narrativa, la vera idea è stata infilare nella tuta d’acciaio Robert Downey Jr.

 

Spassoso. Sul serio. Non dico altro

Oggi è difficile immaginare un Iron Man diverso da lui, eppure siamo stati a tanto così da ritrovare nello stesso ruolo Tom Cruise o Nicholas Cage. Sarebbero stati eroi molto diversi. Tom non avrebbe mai pisciato nel costume, non riesco a immaginarmelo. Cage sì, in un altro film di supereroi addirittura piscia fiamme; ma avrebbe fatto smorfie tutto il tempo. Downey non ne ha bisogno, ma sembra strizzi l’occhio tutto il tempo. Quello che faceva Harrison Ford nei primi Guerre Stellari, e li rendevano guardabili anche a un pubblico un po’ più adulto. Ci sono milioni di teorie sul perché la seconda trilogia non sia bella quanto la prima; quanto a me la differenza la fa Ford, semplicemente. Senza di lui ad ammiccare, a piazzare battutine, a sparare senza troppi preavvisi e senza troppa nozione di quello che sta succedendo, non mi diverto più, mi ritrovo imbarazzato davanti a un fantasy per adolescenti; cioè quello a cui probabilmente Lucas tendeva già a metà ’70, ma a quel tempo ci si vergognava, roba del genere era considerata di serie B. 

 

Robert Downey non è mai di serie B; finché c’è lui, si diverte anche il papà che ha portato al cinema il ragazzino. La Marvel sa come si fa. Due delle scene più divertenti prevedono proprio che Stark si confronti coi suoi fan, manipolandoli senza scrupolo, per una buona causa ovviamente. La ricetta ha funzionato con alti e bassi per due film: la principale novità nel terzo è il cuoco, Shane Black. Non ha diretto molti film, ma ha scritto le sceneggiature di quei pochi action movie che vi ricordate senza vergognarvi, oppure vi vergognate, ma sono tra i pochi che riguardereste: il primo Arma letale, L’ultimo boy scout. Black sa impastare azione e trama fino a far sparire ogni grumo: l’intreccio procede scena per scena, senza bisogno di “spieghe” decisive. Soprattutto, Black non si perde uno spunto comico, e regala ai ragazzini ma soprattutto ai loro papà qualche scena esilarante che dovrebbe essere obbligatoria in tutti i film di supereroi. Vedi il modo in cui si sfrutta quel momento topico che in altri film rasenta sempre il ridicolo: la vestizione del supereroe; quei tre minuti in cui il Cattivo sta distruggendo la città o rapendo la bella, e il superman di turno è indaffarato a cambiarsi in una cabina del telefono. Nel caso di Iron Man si tratta sempre di un “lanciami i componenti” spettacolare ma – proprio come nei vecchi cartoni giapponesi – implausibile; in Iron Man 2 mentre Downey si lasciava rivestire d’acciaio, Mickey Rourke avrebbe avuto il tempo per friggerlo tre volte. Black ci scherza su a meraviglia: le sue armature sono ammaccate e maldestre, e cento volte più simpatiche. 

 

Un’altra parola sui due cattivi del film (SPOILER). Uno impazza per internet e in tv gridando “Siete tutti morti, morti! Americani siete morti! Presidente sei morto!” Ma in realtà è solo un attore. L’altro (la mente) è l’ennesimo wannabe-Steve-Jobs con tante idee immaginifiche, e all’inizio del film ha i capelli lunghi e spettinati. Almeno al cinema è un piacere vederla sconfitta sonoramente, un’accoppiata così.

 

Iron Man è uno di quei film che ti tocca guardare con gli occhialini, perlomeno se ci vai con i ragazzi. Con gli occhialini è la solita storia, all’inizio dici “oooh”, alla fine ti ricordi solo un mal di testa più o meno lieve. La cosa che odio di più è quando accendono le luci e tutti se ne vanno e tu resti come un pirla con questi occhialini a guardare i titoli (e in casi come questi bisogna guardarli tutti i titoli, fidatevi). Secondo me non valgono i tre euro, gli occhialini. Il vero gadget indispensabile per un film del genere dovrebbe essere il Ragazzino Nella Fila Dietro. Quello che sa a memoria la canzone dei titoli iniziali, e che ogni tanto si lascia scappare un BELLO! o un MA GUARDA QUANTI SONO [gli uomini d’acciaio]!!! prima che i fratelli maggiori lo tacitino. All’inizio lo odi, poi capisci che ne hai bisogno. 

 

Iron Man 3 lo trovate al cinema Fiamma di Cuneo alle 21:10; al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (ore 20:00, 20:05, 22:40, 22:50; in 3d alle 20:10 e alle 22:45); ai Portici di Fossano (20:00, 22:30); al Bertola di Mondovì (21:00); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (21:00, o in 3d alle 21:30); al Cityplex di Alba (in 3d, alle 21:30); al Multisala Impero di Bra (in 3d alle 20:10 e alle 22:30).