Senza categoria

C’è un giudice anche in Yemen

La sposa bambina (I Am Nojoom, Age 10 and Divorced, Khadija al-Salami).

Una bambina di dieci anni entra in un taxi. Chiede al conducente di portarla da un giudice. Quale giudice? La bambina non ne ha idea. Il giudice. Ce ne sarà almeno uno a Sana’a, Yemen. La bambina non può dirlo al tassista, ma sta andando a chiedere il divorzio.

La sposa bambina è il primo film di Khadija al-Salami, regista yemenita nata nel 1966 e data in sposa dalla sua famiglia nel 1977; ripetutamente violentata dal marito, riuscì a separarsene e alla fine vinse una borsa di studio negli USA. Trent’anni dopo, in Yemen ci sono ancora spose bambine: tra queste Nojoom Ali è diventata suo malgrado famosa in tutto il mondo per essere riuscita a divorziare a dieci anni. I Am Nojoom, Age 10 and Divorced è la storia agghiacciante del suo matrimonio, descritto da Nojoom stessa e dalla giornalista francese Delphine Minoui nel libro omonimo. La regista si trova insomma di fronte a una storia vera, tragica, necessaria, che è anche molto simile alla storia della sua vita: è un’occasione unica e non la spreca.

La sposa bambina è un film talvolta ingenuo, ma tutt’altro che banale. Paga senz’altro la scelta coraggiosa di girarlo completamente in Yemen – uno dei paesi più cinematografici del mondo – e di non lesinare in quanto a esterni. Sana’a è una metropoli infida e polverosa; le montagne terrazzate sono un mondo a parte dove ogni pietra, se spostata, può originare una disgrazia. Una gestione originale dei piani temporali scongiura il rischio (altissimo) di trasformare una storia tanto potente in una semplice didascalia: per quanto la distanza tra buoni e cattivi non possa che essere enorme e chiara sin da subito, il film riesce ugualmente a spiegarci che le cose sono più complesse di quel che sembrano, e addirittura si permette di dosare un po’ di suspense. Allo stesso tempo, La sposa bambina è un film che non si vergogna di volerci indignare e commuovere con tutti i mezzi che ha – e il più potente forse è il volto così disarmante della sua protagonista, Reham Mohammed: una bambina qualsiasi che potremmo aver incrociato su qualsiasi marciapiede, anche davanti a casa nostra.

 

Femministe e islamofobi potrebbero restare delusi da un film sulla carta così promettente: ci sono donne che partecipano attivamente al meccanismo della violenza, e giudici apparentemente illuminati che però ci tengono a far notare che stanno semplicemente applicando i dettami della Sharia. La cosa più curiosa è il rilievo modesto dato ai personaggi positivi, un giudice tranquillissimo che non alza mai la voce nemmeno di fronte all’ingiustizia più palese, e un’avvocata esperta di diritti civili che dice dieci parole in tutto il dibattimento (gli imputati non riescono nemmeno a capire chi sia, e perché non si faccia i fatti suoi). Come se la giustizia non avesse poi bisogno di tutte queste parole o lacrime per affermarsi. Il film termina con una nota di speranza che purtroppo la cronaca si è incaricata di deludere: la guerra in Yemen ha di fatto bloccato l’approvazione di una legge che proibisca le nozze tra minorenni; coi soldi dell’autobiografia della figlia, il vero papà di Nojoom si è comprato altre spose.

La sposa bambina è all’Aurora di Savigliano mercoledì 7 e giovedì 8 giugno, sempre alle ore 21:00.

Senza categoria

Abbiamo tutti un mostro in cantina

Babadook (Jennifer Kent, 2014)

Se un tipo sveglio sei, e ben vedere sai,
un amico speciale troverai,
un amico tuo e mio.
Un suono tonante e tre colpi secchi: babada dook! dook! dook!
che lui è lì così saprai, e lo vedrai se guarderai…

Abbiamo tutti un mostro nello scantinato, un libro sulla mensola più alta che nessuno deve aprire. Un calendario senza un giorno che per gli altri è un giorno qualsiasi. Un incubo che ci fa sentire in colpa se da un po’ non lo sogniamo. E un debito di sonno che ci fa vedere i mostri dove dormono i nostri bambini. Girato e ambientato in un suburbio australiano simile a tutti i suburbi del mondo, Babadook è la storia di Amelia, che ha perso il marito e partorito nello stesso giorno. Ora il bambino ha sei anni e non è come gli altri bambini. Amelia un tempo scriveva; ora il figlio e il lavoro si contendono il suo tempo lasciando le briciole al sonno. Insomma il mostro potrebbe entrare da qualsiasi fessura: approfitterà di un misterioso libro per bambini.

 

Quando dico “insopportabile” so quel che dico.

Babadook è un film che pesca dal torbido della condizione umana quanto basta a giustificare un’ora e mezza di spaventi e disagio. Chi non è avvezzo al genere avrà qualche diritto di dichiararsi esasperato da un film che indulge senza pudore a tutti i vecchi trucchi (porte che cigolano e sbattono, voci inquietanti al telefono, bambini insopportabili); chi viceversa di horror ne guarda parecchi potrà restare deluso dagli effetti speciali volutamente rétro e da un intreccio che non è niente di così originale.

Si capisce che ho in mente Kubrick? Si capisce? Eh?

Il grosso rischio del film era proprio la sua natura compromissoria: si capisce che la regista, al suo primo lungometraggio, aveva in mente qualcosa di più ambizioso di un horror; che gli stilemi del cinema di genere le servivano per tentare un discorso più serio sulla maternità. E allo stesso tempo non c’è dubbio che avesse anche voglia di spaventarci, e tutto sommato c’è riuscita. Le si perdona anche un certo citazionismo da prima della classe (vedi i classici in bianco e nero che la tv somministra all’insonne Amelia – tra un Mélies e un vecchio Dracula c’è posto anche per Mario Bava), perché con tutti i suoi difetti Babadook è un film che non prende in giro lo spettatore, e dopo avergli inflitto qualche serio brivido, gli dà anche il motivo di spremere una lacrima e lanciare un paio di grida al proprio mostro personale. È un film catartico – parola da usare con parsimonia, ma stavolta è proprio il caso di tirarla fuori. E ora scusate, vado a dire due paroline al fantasma qua sotto che ieri notte non m’ha fatto dormire – no, il caldo non c’entra niente. Babadook è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (17:40, 20:30, 22:40) e all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15). Astenersi minori di 14 anni e cardiopatici.

Senza categoria

Mai abbastanza denti: Jurassic World

Generazioni a confronto

Jurassic World (Colin Trevorrow, 2015)

 

In principio furono due fauci: così si chiamava in originale lo Squalo di Spielberg, Jaws. Spuntarono fuori da una spiaggia di Long Island 40 anni fa e cambiarono per sempre la storia del cinema USA. L’estate era un brutto periodo per le sale, anche laggiù – ma i tempi stavano cambiando, ormai in tutte le città aprivano mall climatizzati. Ai ragazzi che non potevano permettersi di passare i pomeriggi in spiaggia, Spielberg avrebbe offerto il brivido di una consolazione fredda e dolciastra (e tolto ogni voglia di tuffarsi per mesi o anni). Jaws fu distribuito il 20 giugno in più di quattrocento sale: a quei tempi era la strategia che si usava per minimizzare i danni delle cattive recensioni, e non è escluso che anche l’Universal avesse molti dubbi sul prodotto – lo squalo finto era così poco credibile che il giovane regista aveva deciso di esibirlo il meno possibile, compensando con la suspense la povertà degli effetti speciali. Fu un successo micidiale, che nel giro di qualche mese si mangiò al botteghino tutti i record precedenti – L’esorcistaIl padrino, la Stangata, finirono tutti nelle fauci del predatore. Era nata una razza di film (i blockbuster estivi, e i blockbuster in generale), che nel giro di qualche anno si sarebbero mangiati la Nuova Hollywood. Mostri dal budget pesantissimo, eppure in grado di adattarsi a qualsiasi ambiente: avrebbero espugnato ogni botteghino al mondo, e covato uova di mostri ancora più grossi, perché gli spettatori comunque dopo un po’ si annoiano. Vogliono più sangue. Più denti. E qualcuno prima o poi glieli dà. 

 

Quarant’anni dopo, lo squalo che terrorizzava le spiagge di Amity Island non è che un bocconcino per il nuovo Mosasauro. Jurassic World è quel classico film ipocrita che solletica il pubblico e un attimo dopo gli fa la morale: è colpa vostra se siamo costretti a darvi mostri sempre più grossi, facendo strame delle più recenti teorie paleontologiche (Niente piumaggi, anche se nel Giurassico vero c’erano: ma non c’erano nel Jurassic Park di Spielberg e Crichton, e quindi niente da fare). O pubblico viziato, che cerchi il conforto dei vecchi brand ma ti aspetti anche novità a tutti i costi, perché non resti bambino per sempre? Perché non ti accontenti di due diorama e una cavalcata su un baby stegosauro? Sei irrequieto come il complesso militare-industriale. Tu vuoi più denti perché ti annoi, loro vorrebbero qualcosa di più performante di un drone. E se ancora non lo vogliono, domani lo vorranno, e prima o poi qualcuno glielo darà. Forse lo spunto più interessante del nuovo congegno dentato di Casa Spielberg è la naturalezza con cui mostra un parco di divertimenti svelarsi in un esperimento militare. La gente vuole sempre più Sicurezza, ma anche più Divertimento – è chiaro che ogni tanto qualcosa va storto. 

 

Più grande, più veloce, più denti.

Riguardo ai personaggi, sarebbe ingiusto aspettarsi più tridimensionalità di quella consentita dagli occhialini – più o meno come pretendere profondità dalle ganasce del vecchio Squalo. C’è da registrare il passaggio del caro vecchio T. Rex dalla parte dei buoni: proprio come accadeva a Godzilla a un certo punto della sua saga, non più il nuovo mostro da combattere, ma quello vecchio che ci difende dai nuovi mostri inaffidabili. Perché la gente è insaziabile ma è anche sentimentale, dopo averti visto per due o tre film non le importa quanti esseri umani hai schiacciato o divorato: si affeziona. Meno interessanti gli esseri umani, ridotti a figurine un po’ più stilizzate del solito: più che esprimere un carattere, lo evocano, sono citazioni ambulanti. C’è un Bambino Saputello e Boccoloso che sintetizza in pochi tratti tutta la poetica della Amblin (se non ne è la caricatura); un Fratello Maggiore In Preda Agli Ormoni che quando non guarda le ragazze si ficca nei guai; l’Algida Donna in Carriera che ha capito che il pubblico vuole cose più grosse, il Magnate Visionario che le commissiona allo Scienziato Irresponsabile che non si pone troppi problemi, il Sergente Ottuso che spera di farci la guerra. Tutte sfaccettature dell’uomo bianco contemporaneo e pasticcione, tutti a turno fanno qualcosa di tragicamente stupido. Chi ci salverà dalla fatale spirale Marketing-Scienza-Guerra? Il Cowboy, l’unica figurina positiva di tutto il film. L’uomo che sa domare i velociraptor, ma non vuole plagiarli. Chris Pratt fa quel che può per entrare nei suoi panni, ma è un po’ troppo giovane e palestrato per assumere con naturalezza quell’autorità morale che avremmo conferito a un John Wayne – insomma alla fine risulta meno credibile del tirannosauro.

 

Altri hanno già sottolineato la curiosa misoginia del film, che sembra suggerire che una donna in carriera senza figli sia contronatura più o meno quanto un animale geneticamente modificato; resta da annotare un ultimo dettaglio, abbastanza imbarazzante: per quanto sia un film derivativo, ipocrita, maschilista e prevedibile, Jurassic World è anche maledettamente divertente. Non c’è niente da fare, i denti funzionano sempre. Lo trovate al Citiplex di Alba alle 21:00 (2d); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10, 21:30, 22:45 (2d), alle 20 e alle 22:35 (3d); al Vittoria di Bra alle 21 (3d); al Fiamma di Cuneo alle 21 (2d); al Multilanghe di Dogliani alle 21 (2d); ai Portici di Fossano alle 21: 15 (2d); all’Italia di Saluzzo alle 20 e alle 22:15 (2d); al Cinecittà di Savigliano alle 21:30 (2d)

Senza categoria

Brad Bird che veniva dal futuro

Buena Vista me la ricordavo un po’ diversa

Tomorrowland (Brad Bird, 2015).

 

A 11 anni il piccolo Brad fu condotto, come tutti, a Disneyland. Quando fu ora di tornare a casa in Montana, i genitori non riuscivano a trovarlo. Alla fine lo scoprirono nel tempio, mentre discuteva coi Nove Vegliardi. Brad, cosa stai facendo? Perché disturbi questi vecchietti? Mamma, papà, lasciatemi stare, non sapete che il mio posto è qui? Da grande farò l’animatore. Darò vita alle cose. Sono nato per questo.

 

Tomorrowland è un film strano. Se all’entrata vi aspettate quanto promesso da trailer e locandine, un film action per famiglie, potreste anche rimanerci male. Intendiamoci, l’action c’è, e neanche troppo edulcorata – c’è una bambina che stacca la testa ai suoi nemici, che però si rivelano androidi, quindi niente sangue e per i bambini pare sia ok – ma l’intreccio è più contorto e sgangherato del solito, con tanti snodi appena accennati o lasciati in ombra; insomma non c’è dubbio che Lindelof sia passato di qui (c’è una corporazione segreta in un luogo al di là del tempo e dello spazio, e persino un arcano conto alla rovescia bislacco, per gli incurabili nostalgici di Lost). 

 

Bella scena, per carità, ma in realtà non c’entra nulla né con quanto viene prima, né con quanto segue dopo.

Tomorrowland appartiene anche a quel filone trasversale di film con cui la Disney sta rimodellando la sua immagine, trasformando la sua storia gloriosa in mitologia. Se Saving Mr Banks era l’apologia del lieto fine a tutti i costi, Tomorrowland ci informa che solo l’ottimismo può salvare il mondo: nella fattispecie, l’ottimismo delle esposizioni universali e dei parchi a tema, insomma l’ottimismo Disney. Se a dispetto di tante premesse il film non suona falso, è perché a raccontare questa storia è uno dei pochi che hanno il diritto di crederci: l’ex bambino prodigio Brad Bird, folgorato a 11 anni da una visita ai Walt Disney Studios. Bird che a 14 anni terminava il suo primo corto d’animazione, che a 24 disegnava già per la Disney (Red e Toby); che dopo aver lavorato un po’ per Spielberg e per i Simpson, ha diretto il Gigante di ferro, gli Incredibili e Ratatouille.

 

Ciao, mi chiamo Raffey Cassidy e decapito gli androidi a calci. Altre domande? Meglio di no, non mi piacciono le domande.

Tomorrowland è anche, a quanto pare, uno dei peggiori flop della Disney degli ultimi anni. Cosa non ha funzionato? Non saprei. C’era veramente tanta carne al fuoco: l’accostamento bizzarro tra l’ottimismo titanico di Bird e il pessimismo vagamente paranoide di Lindelof, con una bella spennellata spielberghiana – però stesa troppo rapidamente. È un film che per un’oretta accarezza il bimbo rannicchiato in ogni spettatore, sussurrandogli “tu sei speciale, tu puoi salvare il mondo”: finché a un certo punto Lindelof non prende il sopravvento e per voce di George Clooney gli urla: no, non sei speciale, non farti fregare. Ti hanno fatto solo vedere una réclame. Un invito a una festa che non c’è mai stata – tutto questo non è terribilmente lindelofiano? Segue una serie di colpi di scena un po’ gratuiti, come le attrazioni di un parco a tema, tra cui spicca per arroganza una rapidissima tappa a Parigi con la Tour Eiffel che diventa la rampa di lancio di una capsula steampunk. Nel finale l’ottimismo Birdiano riprende il sopravvento.

 

Tomorrowland è anche la sua autobiografia fantastica: la storia di un cinquantenne che ha la sensazione di essere arrivato nel mondo degli adulti all’improvviso. Proprio come il personaggio di Clooney (che un po’ gli somiglia), espulso dal mondo del domani. Più che un raggiungimento della maggiore età, è stata come una Caduta. Lui s’è arrangiato in un qualche modo: ha pure diretto un Mission Impossible, però c’è qualcosa nel mondo degli adulti che lo lascia evidentemente perplesso, e Tomorrowland alla fine parla soprattutto di questo. Più che un film ottimista, è un manifesto contro il pessimismo dei film catastrofici. Perché vi piacciono tanto?, si domanda il piccolo Brad. Pandemie, terremoti, guerre termonucleari, sul serio tutto questo vi affascina più dei cari vecchi razzi, dei viaggi spaziali, dell’epica degli astronauti? Dopo essersi interrogato sul problema, Bird si è anche dato una risposta, e nel finale del film l’ha messa in bocca a Hugh Laurie in versione scienziato matto. Ora mi giocherò quel poco di faccia che mi resta, ma il suo discorso finale è una delle cose più interessanti che ho sentito al cinema quest’anno. Certo, chi tiene al proprio status di intellettuale preferirà qualche massima intensa in bocca ai pensosi personaggi di Sorrentino, mentre quello che dice il vecchio dottor House, conciato da imperatore nero dell’ultramondo, sembra il classico spiegone da fumetto. E però alla fine la sua diagnosi è impietosa come ai vecchi tempi: noi preferiamo le catastrofi perché sono comode. La disperazione è comoda: che bisogno c’è di alzarsi dal divano e rimboccarsi le maniche, se l’umanità ha i giorni contati? Ovviamente Brad non ci sta. Ci vuole salvare (il che va benissimo. Che ci voglia salvare la Disney, ecco, è già un po’ più inquietante).

 

 Tomorrowland è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (15:30, 17:00, 20:00, 22:40); all’Impero di Bra (22:30); al Fiamma di Cuneo (15:10 18:00 21:10); al Cinecittà di Savigliano (21:30).

Senza categoria

…che un giorno da pecora

Me and the Farmer like brothers, like sisters.

Shaun – Vita da pecora: Il film! (Richard Starzak, Mark Burton, 2015)

 

Quando eravamo cuccioli ci innamoravamo di tutto, la felicità era a portata di zampa come un osso o un ciuffo d’erba. Quando eravamo cuccioli tutto era perfetto e indistruttibile come in un cartone animato di plastilina. Ma poi il cartone animato è andato avanti, le puntate sono diventate stagioni, le stagioni sono volate, e adesso ci costa così fatica anche soltanto recitare la sigla. Come ogni mattino il gallo canterà, il Fattore ti schiaccerà il naso con la porta, e insieme verrete a scortarci verso un altro giorno inutile. Se solo esistesse un altrove dove poter scappare. Il primo colpo di genio bussa a film appena iniziato: la sigla del cartone televisivo (che ogni habitué di Rai Yoyo non può non conoscere a memoria) destrutturata e interpretata dai suoi protagonisti con sempre minor convinzione. La tv come recinto da evadere, il cinema come spazio di fuga. Ma attente, pecorelle: oltre il recinto potrebbe attendervi una gabbia anche peggiore…

 

Comparsa per la prima volta in un episodio di Wallace e Gromit, la pecora Shaun è ormai il personaggio di maggior successo della Aardman Animations: ma se il vostro amore per gli studios di Bristol e per la loro stopmotion fuori dal tempo si è sviluppato al cinema, grazie a Galline in fuga o la Maledizione del Coniglio Mannaro, è possibilissimo che la pecora fin qui vi sia sfuggita. Chi invece per motivi famigliari si ritrova spesso il telecomando bloccato sul 43, guarda a Shaun con reverenza e gratitudine: è senz’altro il personaggio meno infantile di tutto il palinsesto. In effetti non è ben chiaro che ci faccia tra Peppa Pig e i Teletubbies. Shaun non è soltanto pensato per un pubblico più grandicello: è proprio la sua comicità a non entrare negli stampini con cui si produce oggi l’intrattenimento per le fasce protette.

 

Something in the way she moves

I cartoni di oggi sono in sostanza tutti sit-com in miniatura: i personaggi, spesso animali antropomorfi, sono inseriti in un contesto sociale modellato sulla famiglia contemporanea, hanno amici con cui litigano e fanno la pace e nel giro di tre-quattro minuti commettono qualche marachella e imparano la lezione. I migliori – quasi sempre inglesi, come Peppa – aggiungono al modello uno humour che li rende più tollerabili ai genitori, ma si guardano bene dal sovvertire la formula. Shaun guarda semplicemente altrove, al surrealismo comico dei Looney Tunes e ancora più indietro. Shaun non parla; vive nel mondo muto e pieno di rumori delle comiche in bianco e nero. Non è un bambino, è una pecora geniale in un mondo di adulti carichi di difetti e frustrazioni. In una delle mie puntate preferite, le pecore si travestono per salvare la festa in maschera organizzata dal Fattore. In qualche modo la cosa funziona, il Fattore balla e beve, e dopo un po’ comincia a provarci con la pecora più grossa. Esatto, lo fanno vedere su Rai Yoyo più o meno verso l’ora di cena. Pensate sia il caso di avvertirli? 

 

Il film porta le pecore nella Grande Città – una meravigliosa metropoli di plastilina, tentacolare e familiare a un tempo – e offre anche al Fattore una mezza giornata per riscattarsi dalla mediocrità. Il tema dell’evasione si conferma essere uno dei più congeniali per gli animatori della Aardman: i pochi minuti che Shaun e il cane Blitzer trascorrono nella cella dell’accalappia-animali comunicano un senso di angoscia che non è comune trovare in un prodotto per bambini. L’equivoco è sempre lo stesso: Shaun non è esattamente un prodotto per bambini, ma probabilmente se alla Rai se ne fossero accorti in Italia nessuno lo conoscerebbe, e oggi non sarebbe nemmeno nelle sale. In realtà un po’ di comicità vecchio stile ai bambini non può che far bene – certo, rinunciare ai dialoghi significa privarsi dello humour di altre produzioni Aardman, ma la pecora è comunque divertentissima e gli ottanta minuti volano. Verso la fine accade il solito misfatto: smettiamo di ammirare ogni fotogramma per quello che è, un capolavoro di tecnica artigianale, e ci concentriamo sull’azione, dando per scontato che quelle forme di plastilina siano vive e dotate di passioni e sentimenti. Poi le luci si accendono, parte la sigla: la grande fuga è finita.

 

Shaun è al Multisala Impero di Bra (20:20), all’Italia di Saluzzo (17:00), al Cinecittà di Savigliano (20:20). Beeeeeeeh!

Senza categoria

Il lato oscuro del casolare in Toscana

Anche quella vestita in rosso, non sono sicuro di come si chiami, ma è bravissima.

Le meraviglie (Alice Rohrwacher, 2014)

 

C’è stata una guerra qualche tempo fa. Non se la ricorda più nessuno. Chi ha vinto ha riscritto la Storia; chi ha perso e non ci ha rimesso la pelle si è rintanato da qualche parte, nelle foreste e nei buchi ancora agricoli d’Europa, ad aspettare la fine del mondo. La fine purtroppo tarda a venire e i figli crescono, selvaggi e interdetti. La tv continua a cantare che non c’è mai stata nessuna guerra. E se papà e mamma si fossero inventati tutto? 

 

Il secondo film di Alice Rohrwacher ci ha fatto stare molto in pensiero. Quel poco che se ne sapeva era preoccupante: il casolare in Toscana, la natura incontaminata, la tv contaminatrice, Monica Bellucci, i bambini e gli animali. Le creature più difficili da gestire su un set. Ingredienti che ci sono stati miscelati già altre volte, ma il risultato non ci aveva mai soddisfatto. I casolari soprattutto: perché sempre casolari voi registi italiani? perché non potete raccontare la realtà post-industriale o il terziario avanzato che sniffa e smignotta? – No aspetta, l’anno scorso a Cannes c’era La grande bellezza, almeno quel terziario lì per un po’ lo abbiamo coperto. È impossibile non ripensare al precedente di Sorrentino, quando verso la fine anche la Rohrwacher comincia a piazzare ingombranti animali simbolici. Sarà anche un po’ questione di gusti: il cammello della Rohrwacher che all’improvviso si rimette in piedi per me ha una pregnanza che la giraffa di Sorrentino si sogna. Riesce veramente per un secondo a contenere tutto il film, laddove i fenicotteri in balcone mi sembravano complicazioni barocche: aggiungiamo pure questi, qualcosa vorranno dire. 

 

E comunque anche la Bellucci, a modo suo, brava.

In comune i due film hanno un tema che ci ossessiona da anni – la decadenza – e poco altro. La grande bellezza puntava a Roma come al centro di tutto, offrendo al suo pubblico uno specchio deformato ma comunque intrigante. Le meraviglie si tiene ai margini, racconta la storia di una civiltà dimenticata e dimenticabile (i babyboomers che ritornarono alla terra negli anni ’70) e questo lo condanna a un gramo destino di film d’essai. Eppure chi non ce l’ha un vecchio amico o parente che a un certo punto è scappato in montagna? Le Meraviglie è un film che va visto, proprio perché prende un feticcio cinematografico e culturale (il casolare) e lo demistifica senza pietà, al punto che forse non comprerete mai più un vasetto di miele bio in vita vostra. E soprattutto non è quel film compiaciuto e noioso che temevamo che fosse – intendiamoci, se avete voglia di azione magari Gozzilla o gli X-men saranno una scelta più assennata, ma questo film non consiste di due ore di bambine estatiche che mangiano api. C’è una storia che procede con un certo ritmo, lasciandoci qualche volta persino col fiato sospeso; i personaggi hanno tutti un cammino da percorrere, non fanno nulla di inspiegabile o gratuito.

 

Ai più piccoli piace saltare su e giù nelle pozzanghere di fango, ma quelle vere, e dopo due anni di Peppa Pig anche questo è molto demistificante.

È vero che i grandi parlano poco, in lingue diverse: ma sono i reduci sbandati di una brigata internazionale (più di Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo e Sam Louwyck portano tutte le rughe della sconfitta), tornati da una battaglia di cui hanno poca voglia di parlare. I ragazzini invece non hanno ancora le parole. In compenso sono molto bravi. Dopo Alex Bisconti (La mafia uccide solo di sabato), Matilde Gioli (Il capitale umano), Francesco Bracci (Noi 4), ancora un film italiano che decide di appoggiarsi sulle spalle di un’attrice giovanissima, che lo regge persino con disinvoltura: si chiama Maria Alexandra Lungu e adesso sembra anche a me di conoscerla da una vita. È soprattutto grazie a lei e ai suoi giovanissimi colleghi che il film può indugiare sullo sfacelo di una generazione senza sembrare mai veramente disperato: è sbocciata tanta vita in mezzo al fango, ora basta aspettare il sole e qualcosa ne verrà fuori. Le meraviglie a Cannes ha vinto il gran premio della Giuria. Lo trovate al cinema Fiamma di Cuneo alle 17:40, alle 20:15 e alle 22:40.

Senza categoria

Il colpo all’italiana di Peppa

Ah, anche in Italia mangiate la pizza?

Peppa Pig, vacanze al sole e altre storie (il titolo originale non esiste perché si tratta di dieci normali puntate di Peppa Pig, dirette nel 2011 probabilmente da Phillip Hall e Joris van Hulzen).

 

Ciao (oink), io sono Peppa Pig. Questo è il mio fratellino George (oink). Questa è Mamma Pig (oink). Questo è Papà Pig (OINK!) E questa è una rapina che i distributori italiani hanno deciso di infliggere ai vostri genitori, i quali pagheranno uno o due biglietti a prezzo pieno per guardarsi con voi dieci miei episodi inediti; gli stessi episodi che tra un mese saranno costretti a rivedere e riascoltare su Ray YoYo un giorno sì e un giorno no. Oink, se non è una porcata questa.

 

D’altro canto voi avete in media quattro anni, come me; e io (oink!) sono l’unico personaggio che riesce ad attirare la vostra attenzione per un’oretta scarsa. L’unico vero fenomeno di massa provenuto dal digitale terrestre. Vengo dalla Gran Bretagna, dove l’intrattenimento per bambini di età prescolare è una scienza, non un feudo parastatale, un ripiego per autori frustrati o un intermezzo tra le pubblicità dei pannolini. Per dire, i Teletubbies li ha creati la BBC. Ma io, oink! diciamolo, sono veramente meglio di quei quattro pupazzi telecomandati, che agli adulti sono sempre riusciti incomprensibili. Io invece riesco a piacere anche ai vostri genitori, per via della garbata ironia (oink!) dei miei autori. In inglese si dice “tongue-in-cheek”, credo che significhi dire delle cose con la lingua irrigidita nella lingua per evitare di mettersi a ridere; ecco, Neville Astley, Mark Baker e Phillip Hall me li immagino così, sempre con la lingua nella guancia mentre mi fanno dire e fare cose normalissime, oink! ma anche molto divertenti. Nel mio mondo tutto è semplice come deve sembrare a un bambino di quattro anni. Gli adulti fanno qualche sciocchezza, nulla che non si possa risolvere con qualche risata. A volte guardano la tv. Guardano programmi noiosi, a base di patate e altri ortaggi che parlano e parlano. Io non sono così.

 

Ai Gatti piace venire all’acquario (“è più interessante della televisione”).

Io sono la rivincita dell’animazione 2d, dopo anni in cui qualsiasi cartone anche minuscolo doveva avere una computer-grafica tridimensionale. Migliaia di brutti cartoni con svolazzamenti di camera gratuiti e giochi di luce e di ombra che aumentano il realismo dove non se ne sente alcun bisogno, ma il più delle volte fanno sembrare i personaggi finti come robot di plastica in un mondo astratto senza un granello di polvere – non troppo a monte della valle perturbante. Io invece sono 2d e me ne vanto, oink! Sono piatta come nei vostri disegni; così piatta che mi hanno disegnato gli occhi sullo stesso lato della testa, il che ha reso un po’ problematico il merchandising (diciamolo, i miei pupazzi sono veramente brutti). Ma forse quando mi sbozzarono non avevano in mente l’affare da milioni di sterline che sarei diventata. Ho persino un parco a tema, come Topolino, ma nell’Hampshire. Ora sapete dove volete andare in vacanza, oink! ditelo a mamma e papà.

 

Io invece sono venuta in Italia, come scoprirete al cinema. Ho imparato che anche voi mangiate la pizza, che avete macchine più piccole e buffe, che i vostri carabinieri sono molto gentili e sempre pronti a inseguire mio papà; non perché guida sempre sul lato sbagliato (papà pasticcione!), ma per rendermi l’orsacchiotto Teddy, che perdo dappertutto. Mi sono vista sulla prima pagina di Vanity Fair Italia, ho letto il pezzo che mi ha dedicato Gramellini – è a quel punto che ho capito di essere diventata mainstream anche in Italia. Anche se voi e i vostri genitori mi seguivate quando ero ancora di nicchia, certo. All’inizio su Rai YoYo ero una striscia tra tante: dieci minuti tra Bob Aggiustatutto e Sam il Pompiere. Poi mi sono mangiata Bob, mi sono mangiata Sam, adesso all’ora di cena c’è una cosa che la signorina presentatrice chiama “scorpacciata” e consta di un’ora e mezza di Peppa Pig show. Peccato che i miei disegnatori non siano stati molto prolifici – appena quattro stagioni da 52 episodi, di cui una inedita in Italia fino a un anno fa. Quando la signorina l’estate scorsa cominciò a promettere “novità a casa di Peppa”, nei vostri genitori nacque un barlume di speranza: arrivano puntate nuove! Le vecchie le sapevano a memoria. Ormai in casa si comunicava mediante citazioni dei miei episodi: non è affatto divertente! ora sono molto rotto. Bleah! Sa di crema pasticcera e di calzini sporchi. Sono uno splendido cigno, oink! Il passero fa bau, il cane fa cip, e così via. Questa infinita litania forse era giunta a termine. 

 

A settembre arrivò soltanto mezza stagione – ma in tripla versione: italiano, inglese con la voce narrante in italiano, inglese. Una bella idea per familiarizzare con la musicalità di una lingua straniera, nonché per allungare il brodo. Nel giro di una settimana anche i nuovi episodi erano stati metabolizzati e memorizzati. Nel frattempo si avvicinava Natale, e io dilagavo negli spot: compra le mie figurine! la mia casetta! la mia automobile! la mia nave! il mio orsetto! il cd delle mie canzoni, così i tuoi genitori potranno ascoltarmi anche in macchina, lo sai, non vedono l’ora, oink! E proprio quando il regalo di Natale era stato ormai acquistato, l’annuncio fatale: bambini, sono anche al cinema! Dieci mie puntate a sette euro, dai, un affare!

 

tàta tatàtà, tata tata tàta.

In queste dieci puntate, a parte il viaggio in Italia, non succede niente di particolare. Una gita all’acquario con i miei e il mio pesciolino rosso. All’asilo assistiamo a un’altra lezione di quel mitomane di Nonno Coniglio. Pedro Pony perde gli occhiali, insomma, tutti i vecchi classici. Se siete degli esperti – e ormai lo siete – vi renderete conto che gli autori cominciavano a sentire la stanchezza: non inventano più nulla, giocano con le aspettative degli spettatori, rilanciando i vecchi tormentoni. Quella degli occhiali di Pedro è stata la mia ultima puntata. Non so quando tornerò. Girano strane voci, forse vogliono disegnarmi un po’ più grande, e insegnare a George qualche parola in più. Mah, non so se ne valga la pena. Forse sarebbe meglio voltar pagina, trovare qualche altro bel cartone – i miei ne hanno disegnato un altro ancora più divertente, il piccolo mondo di Ben e Holly. Certo, è per bambini un po’ più grandi, dai quattro anni agli otto. Bisogna avere voglia di crescere, non tutti ce l’hanno. Anche da voi.

 

In effetti ho il sospetto che in Italia mi segua molta gente che quattro anni non li ha più da un pezzo, con bambini o senza. Non per il piacere proibito che può dare a ogni età il rotolarsi nelle pozzanghere di fango. Temo che mi guardi un sacco di gente che con gli amici si vanta di guardare questo o quel film importante, di seguire questa o quella serie intricata e avvincente. E magari lo fanno davvero, ma faticano a capire la trama, hanno sempre avuto questo problema ma si vergognano a chiedere aiuto, è un segreto che si portano dentro da quando erano piccoli. Con me questo problema non c’è mai. Sono sul 43, se aspetti un po’ arrivo sempre. E se non hai ancora capito dove si è perso il Signor Dinosauro, puoi rivedere la stessa puntata tutte le volte che vuoi, finché non ne avrai penetrato, oink! il senso. Se poi non ce la fai, beh, puoi sempre saltare in una pozzanghera di fango. A me piace saltare in una pozzanghera di fango. A George piace saltare in una pozzanghera di fango. A tutti piace saltare in una pozzanghera di fango, oink! Peppa Pig

 

Peppa Pig è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo oggi (sabato 18 gennaio) e domani (domenica 19) alle 15.00, alle 16.30 e alle 18.00. Se avete un bambino sotto i cinque anni, può essere l’occasione di entrare in un cinema prima che chiudano tutti. Ah, se tra 15 anni un’intera generazione si dedicherà a saltare nel fango, sapremo da dove è partita l’idea. Quanto al fango, ho il sospetto che ce ne sarà in abbondanza.

Senza categoria

Ricotta, cioccolata e piombo

Regge sulle piccole spalle mezzo film, una prova notevole.

La mafia uccide solo d’estate (Pierfrancesco “Pif” Diliberto, 2013)

 

Arturo è un bambino normale in una famiglia normale in una città con un problema che non è il traffico. Ogni tanto qualcuno muore ammazzato. Nel garage sottocasa, nella pasticceria sulla strada per la scuola, ogni tanto qualcuno cade in un lago di sangue e il motivo pare sempre lo stesso: le femmine. Soprattutto in estate i delitti passionali non guardano in faccia a nessuno: poliziotti, magistrati, giornalisti, persino i politici. Persino Arturo: anche per lui è venuto il momento di innamorarsi, anche se è solo un bambino e ha paura.

 

A quarantun anni (no, non li dimostra) Pif si carica in spalla una macchina da presa un po’ più grande del solito, e il risultato è abbastanza sorprendente. Di solito chi passa al cinema dalla tv cerca di riprodurre sul grande schermo quello che gli spettatori conoscono già sul piccolo: peraltro di reporter prestati al cinema negli ultimi dieci anni ne abbiamo già visti parecchi, è una formula che può funzionare. Pif invece per l’occasione si ricorda di aver lavorato con Zeffirelli e Giordana, e prova a fare qualcosa di meno televisivo confinando sé stesso e la guest star Cristiana Capotondi nell’ultima mezz’ora, concentrando l’obiettivo sul vero eroe del film, il piccolo Arturo (Alex Bisconti, bravo). Una scelta insolitamente matura, e anche un po’ temeraria – lavorare coi bambini è più difficile – che coincide con una precisa scelta narrativa: il forrestgumpismo. Un giorno bisognerà trovare una parola più bella per definirlo, ma nel frattempo ecco una definizione approssimativa:

 

Dicesi Forrest-Gumpismo la tendenza a rivisitare il passato recente in una collana di momenti topici, infilando a forza i personaggi in tutti gli avvenimenti storici rilevanti. In Italia ci sguazzano un po’ gli autori di noir, ma l’oggetto forrest-gumpista in assoluto è La meglio gioventù di Giordana, dove se due ex coniugi si danno un appuntamento durante gli anni Ottanta, dev’essere per forza la sera di Italia-Germania al Santiago Bernabeu con le comparse che ascoltano la telecronaca di Martellini alla radio, cioè, hai capito spettatore scemo? Siamo negli anni Ottanta! Rossi! Tardelli! Altobelli!

 

Io invece da bambino vidi una fiction sulla mafia in cui sparavano a un tizio mentre mangiava il cannolo e il sangue usciva dal cannolo, e ogni volta che mangio un cannolo mi viene in mente.

I forrestgumpisti italiani di solito vivono in centro: tutto deve succedere nello spazio di pochi isolati. Assistono a tutti gli episodi più importanti che stanno già sui libri di Storia (in questo caso tutti i delitti illustri da Boris Giuliano a Borsellino), senza capirci mai molto: spesso sono bambini o handicappati. L’importante è che abbia già capito tutto lo spettatore. Il forrestgumpismo ci porta a spasso per la Storia contemporanea come se fossimo in gita scolastica: le cose dobbiamo averle studiate già, ora si tratta di riviverle, di provare emozioni, per cui rieccoci a Capaci da spettatori: non si capisce niente, c’è solo fumo, sembra un terremoto, ecco: abbiamo avuto un po’ di paura, abbiamo “sentito” Capaci. Il forrestgumpismo al cinema funziona molto bene. Siamo tutti contenti quando qualcuno ci racconta una storia che conosciamo già, magari da un’angolazione diversa; quanta soddisfazione nel sapere già cosa succederà a un dato personaggio, ad es. Salvo Lima; nel saper riconoscere la strage di Capaci da una gag su un telecomando. Se poi il punto di vista è quello ingenuo e fiabesco di un bambino, chi oserà mai parlare male del tuo film, rimproverandoti qualche superficialità nel descrivere un fenomeno mafioso assai più ramificato e complesso, nel trasformare capoclan e stragisti in pagliacci (sempre meglio di glorificarli come eroi maudit, come si è fatto in tv) – ok, mi arrendo Pif, hai vinto tutto. Mettiamola così: non è un film sulla mafia, è un film sull’omertà, sul crescere in una città che finge di essere sana, e scoprire uno spavento alla volta che gli adulti hanno più paura di te.

 

Impressionante l’accento della Capotondi – poi magari se sei di Palermo non ci caschi, ma da qui sembrava una principessa normanna.

Nell’ultima mezz’ora però accade qualcosa di diverso. Improvvisamente il piccolo Arturo si sveglia trasformato in Pif: il Pif che conosciamo, che 41 magari non li dimostra, ma neanche i venti che dovrebbe avere nel film. La trasformazione è improvvisa, pinocchiesca: Arturo non è davvero cresciuto. È solo diventato più grande, come Tom Hanks in un altro film; ma dorme ancora nello stesso lettino, ed è ancora bloccato nel suo amore elementare per Flora. Qui c’era un’idea meno rassicurante: crescere nella città della mafia significa compromettersi, e Arturo non ce la fa. Ci prova. Flora, lei, è cresciuta e lavora per i grandi vecchi, perché non provarci? C’è bisogno di giovani che portino idee fresche, che inquadrino i vecchi da angolature inedite, che scrivano i discorsi. Pif per un po’ ci prova.  È quel momento tipico dei vent’anni, in cui “si fanno tante caz… sciocchezze”, per amore ma anche perché è sparito qualsiasi altro riferimento all’orizzonte, e non c’è più un prete o un giornalista a spiegarti cosa fare; il momento in cui giri la tua città con un curriculum in mano e ti senti soffocare. Una situazione molto più difficile da raccontare delle epifanie dell’infanzia, e che Pif racconta molto più in fretta, forse meno sicuro di sé come attore che come regista. Mi piacerebbe dirgli che ha torto, ma il film piacerà a tutti così. E davvero per un’opera prima non ci si può lamentare. 

 

Un ultimo perfido appunto: un bambino trascinato dai genitori davanti a tutte le lapidi di tutti i martiri della mafia, secondo me, appena compie undici anni corre ad affiliarsi alla prima cosca che trova nel quartiere. Perlomeno, quel poco che ho capito di psicologia dei preadolescenti mi suggerisce ciò – poi magari mi sbaglio, eh. La mafia uccide solo d’estate è al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:20; 22:35), al Vittoria di Bra (16:15, 18:15, 20:15, 22:30); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30) – ma da voi li fanno i bomboloni alla ricotta con le scaglie di cioccolato? M’è venuta la curiosità.

Senza categoria

Papà e mamma hanno fatto sesso, io ci faccio un film

Anni felici (Daniele Lucchetti, 2013)

 

I bambini ci guardavano. Una volta. D’estate, specialmente, non avevano molto altro da fare; e così erano sempre tra i piedi a osservarci. Per compleanno chiedevano cineprese e rullini. I bambini ci spiavano, sapevano tutto di noi. Chi stava scopando papà (non sempre era la mamma), chi stava baciando la mamma (non sempre era un amico di papà), ai bambini poi non è che fregasse un granché di tutta quella lussuria da adulti; ma era estate e non c’era molto altro da fare. In tv c’era un solo canale in bianco e nero e anche in spiaggia dopo pranzo per fare il bagno dovevi aspettare tre ore, e intanto la mamma dov’è? Mamma? Stai piangendo? Perché piangi? Vuoi papà? Vuoi divorziare? Vuoi che m’ammazzo? I bambini una volta erano un grosso problema.

 

Ora non è più così. Tante cose sono peggiorate, ma almeno adesso i bambini di noi se ne fottono. E meno male. Se avessi un figlio e da grande facesse un film su di me, mi mostrerebbe sempre seduto da qualche parte a ditaleggiare su un arnese digitale ridicolo. Ma non succederà, perché se avessi un figlio non mi starebbe guardando: lui per primo avrebbe di meglio da fare, ad esempio ditaleggiare su un arnese digitale ridicolo. Viva i nintendo, viva i cellulari, i tablet, viva tutta l’oggettistica che ha conquistato l’attenzione delle giovani generazioni che non si sa bene come cresceranno – forse con deficit di attenzione irrecuperabili – ma sicuramente non faranno più film il cui messaggio (se dobbiamo proprio sintetizzarlo in una frase) è PAPA’ MAMMA GUARDATEMI. Luchetti invece ha fatto un film così e non c’è niente di male, basta che nessuno da qui in poi ne faccia più. 

 

Chissà per quanti anni se l’è tenuta in serbo, la storia della vita. Purtroppo quando per anni ti tieni una storia, va a finire che un bel giorno decidi che è l’ora – e solo in quel momento ti accorgi che magari non è un granché. Forse hai fatto scappare il momento giusto, è passato ma avevi ancora paura. Forse non è mai stato un granché: era una storia bella da immaginare, ma una volta realizzata è solo una storia come un’altra, ne parlava Pasolini alla fine del Decamerone credo. Il decamerone di Luchetti sulla carta era una cosa fichissima, con mamme borghesi che scoprono l’amore saffico, artisti di neoavanguardia che al primo scompenso emotivo cedono al figurativo, e un bambino che riciclando i filmini estivi trasforma la Rivoluzione femminista in un carosello commerciale; una metafora potentissima a saperla maneggiare, e invece alla fine Luchetti non ci aveva tanta voglia.

 

E comunque finché c’è la Gedeck ti aspetti sempre che saltino fuori i brigatisti tedeschi.

Triste ma è così. Mescolando gli stessi ingredienti (rivoluzione e spot), quest’anno Pablo Larrain ci ha regalato quella meravigliosa riflessione sulla politica e la comunicazione che è No – i giorni dell’arcobaleno. Luchetti, che tante altre volte ha mostrato di saper infilare la politica nei film con estro e leggerezza (la sinfonia di Mio fratello è figlio unico!) stavolta non ci aveva voglia. D’accordo, è tutto visto attraverso gli occhi guardoni di un bambino che non aveva la minima idea di vivere sulla soglia degli anni di piombo – ed è meglio lasciar perdere qualsiasi riferimento alla cronaca piuttosto che rischiare l’effetto Meglio Gioventù, quella situazione per cui in un certo tipo di film italiani se qualcuno accende la radio c’è sempre una partita storica della nazionale, o un discorso di un leader politico o di un Papa. Resta l’imbarazzo di trovarsi di fronte a un autore che potrebbe raccontarti storie interessanti, che ha già dimostrato di saperlo fare come pochi in Italia, e invece ha solo voglia di dire: Papà, mamma, sono qui, ci sono sempre stato, e non me la scordo l’estate del ’74. Magari vi ho perdonato, ma non prima di mettervi in un film dove ormai siete più giovani di me e fate cose molto stupide, la neoavanguardia, il limonarsi a mezzo finestrino aperto, lo scopare in posti dove nessuno oggi riuscirebbe (la Mini Minor), eccetera, eccetera, eccetera. La memoria è un nastro super8 montato in loop. Ma andrebbe bene anche così, non c’è niente di male a rivendersi il sesso che hanno fatto i nostri genitori invece di interessarsi di noi – voglio dire, dopo che da bambino hai rivenduto i fotogrammi della tua fidanzatina all’industria pubblicitaria, non puoi veramente cadere più in basso. Non c’è niente di male a voler fare un film intimo e raccontare che a tua mamma negli anni Settanta piacevano anche le donne, tranne forse Micaela Ramazzotti.

 

“La senti questa voce…” no, ops, mi sono confuso, scusate.

Che è bellissima, è bravissima, e la vorremmo vedere in tutti i film italiani e anche stranieri, tranne in questo, che ha il trascurabile difetto di assomigliare un po’ a un film di tre anni fa, La prima cosa bella, che ci ricordiamo ancora tutti molto bene – anche perché non si sono visti parecchi film italiani all’altezza, da lì in poi. Ecco. Allora, cari esperti di casting, secondo me le cose stanno in questi termini: se nel giro di tre anni fate rifare a Micaela Ramazzotti un ruolo di mamma bisessuale di due bambini negli anni Settanta, dovreste perlomeno assicurarvi che il film sarà così bello, così meraviglioso, da farci dimenticare all’istante e per sempre di aver visto La prima cosa bella. Siccome ciò, senza offesa, era abbastanza improbabile, bisognerebbe almeno in questo film evitare di scritturare un’attrice che ci ricorderà, a ogni fotogramma, un film magari un filo più bello di questo – onde evitare che a luci accese tutti si mettano a bisbigliare: mmmsì, però vuoi mettere La prima cosa bella? A me sembra un ragionamento abbastanza lineare. Ma forse è prevalsa la voglia di rivedere la Ramazzotti madre bisex di due bambini negli anni Settanta. Posso anche capirvi: e siccome non c’è due senza tre, a questo punto mi aspetto un terzo film di Micaela Ramazzotti che ha due bambini negli anni Settanta e scopre l’amore saffico – ma sì, una bella trilogia, se gli americani ci hanno Batman e Guerre Stellari noi non possiamo avere le mamme lesbiche degli anni Settanta? Non so, stavolta si potrebbe ambientare nel Nord industriale o meglio ancora nel Sud arcaico: una torbida passione all’ombra dei trulli d’Alberobello, una mamma sedotta e abbandonata dalla postina, mentre i due figli appostati dietro i fichi d’india spìano tutto, spìano, spìano, maledetti bambini degli anni Settanta senza nintendo in mano. Daniele Luchetti è autorizzato a tirarmi un pugno in faccia per questa, chiamiamola, recensione. Dalla mano che ha girato La nostra vita sarebbe comunque un onore. 

 

Anni felici è ancora per questa settimana al multisala Impero di Bra (infrasettimanale 20:20 e 22:30) – se siete appassionati di film in cui Micaela Ramazzotti interpreta mamme bisex degli anni Settanta datevi una mossa.