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A Dunkerque il cinema resiste

Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

Hai mai visto una spiaggia della Manica, quando il mare è così basso che sembra un deserto? Hai visto la schiuma strisciare spinta dal vento? Hai sentito l’urlo degli Stuka, il gemito di chi sta affogando nella stiva di una nave che cola a picco? Hai guardato il cielo e chiuso gli occhi, pensando che stavolta toccava a te? Sai quanto poco dista Dover da Dunkerque, una ritirata da una vittoria, un eroe che lotta per resistere da un vigliacco che ha paura di morire, un congegno meccanico di precisione da un capolavoro? Adesso che sai tutte queste cose, perché le hai viste e le hai sentite in un sogno di una settimana, di un giorno, di novanta minuti – torna pure a casa e scrivi che Dunkirk in fondo non è quel gran film che tutti dicono: che non c’è storia e non ci sono personaggi: solo gelidi meccanismi di attesa che scattano senza pietà per intrappolare gli spettatori. Che Nolan, per carità, regista sublime: ma noi volevamo vedere la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi cattivi, gli inglesi flemmatici, i francesi disperati – e lui anche stavolta è come se si mettesse davanti coi suoi trucchi, con le sue musiche a effetto, coi suoi orologi da sincronizzare. Che tanta tecnica può lasciare freddi, tanta lucidità può dare la vertigine: e che la Dunkerque del tuo cuore alla fine resta ancora quella del lungo piano sequenza di Espiazione

Nell’ultimo momento c’è chi si tappa le orecchie e chi prende la mira.

Ogni sconfitta può sembrare una vittoria, se la inquadri nel modo giusto. Il desiderio condiviso, e comprensibile, di salutare in Dunkirk il film dell’anno, è il rovescio di una constatazione amara: non è che ci siano tutti questi capolavori in giro per le sale ultimamente. Sia Hollywood che il cinema d’autore europeo sembrano navigare a vista, mentre le corazzate della serialità televisiva dilagano nel bacino dei giovani spettatori (quelli che se non si fanno una sensibilità cinematografica adesso, tra cinque anni in sala non verranno più: o al massimo per vedere la maxipuntata di un prodotto seriale come un cinecomic). Dunkirk è, tra le altre cose, un disperato manifesto di vitalità del cinema: non tanto per il feticismo della pellicola 70mm, ma per la sintassi così orgogliosamente antitelevisiva. In questo ricorda un film apparentemente diversissimo, Gravity: si tratta di due film brevi, senza tempi morti, che chiedono allo spettatore una specie di apnea: fai un bel respiro e ci risentiamo tra un’ora e mezza. Nolan ci promette lacrime, sudore e sangue (in realtà pochissimo), ma ci dice che la tv non è invincibile, che il cinema resisterà, perché c’è qualcosa che soltanto il cinema può fare.

 

Sangue e nafta

E però il cinema non è solo Nolan: non sei obbligato a condividere le sue ossessioni; ti è concesso restare diffidente nei confronti di un orologiaio che concepisce ogni film come un meccanismo di precisione. Non tutti vengono perfetti: quando oscillano un po’ sbilenchi puoi criticarne i difetti più evidenti, irridere le ambizioni eccessive del progettista. Altre volte sembrano girare a meraviglia, al punto che hai la sensazione che non si fermeranno mai. In questo caso puoi sempre obiettare che non c’è niente di così profondo in un meccanismo che funziona; è vero, c’è un momento vero la fine del film in cui l’ansia per la sorte dei personaggi cede il posto a una strana soddisfazione pre-intellettuale, il sollievo di chi vede un puzzle completarsi tessera dopo tessera, il piacere che si prova a unire i puntini e scoprire il senso del disegno. Non è esattamente quel tipo di sensazione che ci si aspetta di provare mentre l’Inghilterra lotta per la libertà del mondo, ma è qualcosa che rende i film di Nolan diversi da tutti gli altri, e non è poco. Nel momento in cui tutti sembrano considerarci spugne emozionali, da imbevere e strizzare a piacere, lui almeno lavora su stimoli diversi. Alla fine ci strizza anche lui, ma qualcosa rimane. Su quella spiaggia, ci siamo stati. Per una settimana, per un giorno, per un’ora. Abbiamo visto la marea riportare i compagni a riva, abbiamo provato a saltare la fila, abbiamo creduto di potercela fare remando fino a Dover: abbiamo deciso che non entreremo mai più in una camera stagna. E intanto, dall’altra parte, ci siamo chiesti fino a che punto potevamo spingerci senza spia nel serbatoio e senza un sonar per gli U-Boot; il punto in cui il coraggio sarebbe diventato irresponsabilità e follia. Magari Nolan non è tutto il cinema, ma il cinema ha parecchio bisogno di lui. Al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20, 21:30, 22:40); Fiamma di Cuneo (21:00); ai Portici di Fossano (21:15), al Cinemà di Savigliano (20:20, 22:30).

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Ultimo treno per il ’96

T2: Trainspotting (Danny Boyle, 2017).

Se stai leggendo questo, è perché circa 20 anni fa hai scelto la vita, dopotutto. Hai scelto un lavoro. Una carriera. La famiglia. Il televisore full hd 42 pollici. Hai scelto la lavatrice, la macchina, lo smartphone e l’apriscatole elettrico. La buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita. Hai scelto il mutuo a interessi fissi. La prima casa. Gli amici. Già, gli amici.

Magari quando hai sentito che usciva il seguito di Trainspotting ti è venuto voglia di risentirli, gli amici (a parte quello che sta in galera, certo). (E quello che non ti perdona un pacco da vent’anni). (Poi c’è quello che sta morendo, quello che si è trovato la fidanzata bulgara ed è il destino più pericoloso di tutti – a questo punto forse ti era passata la voglia di andare a vedere il seguito di Trainspotting 2).

Se stai leggendo questo, forse hai anche tu una cameretta dove non torni dagli anni Novanta. Un disco che non oseresti mettere sul piatto – hai paura che ne moriresti. E un po’ di voglia di drogarti, ma hai perso tutti i contatti – i cosiddetti amici. E poi lo sai anche tu, che più che voglia di drogarsi è… nostalgia. Quella che ti prende alle spalle, certe volte, davanti a uno scorcio di città o a due foto ingiallite.

Cosa ha riportato insieme Ewan McGregor, Danny Boyle (che per anni non si sono parlati), con lo sceneggiatore John Hodge e l’autore Irvin Welsh (che non ha scritto niente ma fa un cameo)? A parte i soldi, intendo. Anche se i soldi, in effetti, non sono mai stati irrilevanti. Cioè parliamoci chiaro, Trainspotting non era Amici Miei. Le bravate consistevano nel rompere la testa a una ragazza con un bicchiere senza un motivo, il cameratismo serviva a dividere la siringa e si fermava davanti al primo vero mucchio di soldi da dividere. Quindi cosa c’era da rimpiangere? Trainspotting era un film sull’eroina. I personaggi erano esili, intercambiabili, il film non pretendeva di farteli piacere e infatti non ti erano piaciuti; T2 vent’anni dopo li rianima, ma al posto dell’eroina pretende di recuperarli con la nostalgia. Ma certo.

Chi non ha nostalgia per il 1996? Quel momento in cui qualsiasi cosa venisse dalla Gran Bretagna sembrava oro, e con due trucchi da videoclip Boyle sembrava la punta di diamante del cinema giovane mondiale. Ovviamente adesso siamo tutti più sgamati e non ci incanta più, Danny Boyle. Così come i tuoi amici del paese, ora che hai girato la tua parte di mondo, non sei così sicuro di volerli rivedere. C’è stato un momento in cui erano tutto per te: lo yin, lo yang, i punti cardinali. Ma è stato vent’anni fa, cosa ne sapevi in fondo. T2 è un film realizzato senza troppe pretese di verosimiglianza (Begbie evade e nessuno lo va a cercare a casa sua) da una gruppo di persone che non si stimano e che stanno già immaginando dove scapperanno con l’incasso. È un film di truffatori senza truffe – come nel primo episodio, verso la fine i soldi piovono un po’ dal cielo (e prendono direzioni inaspettate, ma logiche). È un film molto cinico, ovviamente: ma anche il cinismo che era merce così preziosa nel ’96 ormai te lo regalano al discount.

È un film che in mancanza d’altri argomenti si mette a fare il moralista, come se volesse porgerti il conto per tutta la gioiosa amoralità del primo episodio, il che sottopone i personaggi già non troppo spessi a torsioni incomprensibili: Begbie deve diventare un buon padre, ma è anche un assassino; Spud non farebbe male a una mosca ma continua a fottere tutti, e così via. T2 è un film che si atteggia a vecchio duro; che ti guarda di sbieco e ti dice: non sei meglio di me, anche tu non hai avuto più niente di meglio del 1996. Ma si sbaglia: io ho avuto tante cose in seguito e le rimpiango tutte più volentieri di Trainspotting. Un bel lavoro, una carriera, la famiglia, il televisore, eccetera. Non sono neanche andato a vederlo al cinema, figurati. Ma lo fanno giovedì 27 luglio all’Arena di Alba alle 21:45 (e si noleggia già su Youtube a €3,99). Here comes Johnny Yen again…

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Io Robot, tu fatti da parte

Ex machina (2015, Alex Garland)

A volte i robot hanno gli incubi. Sognano di non essere più robot, ma esseri umani con un cuore e i vasi sanguigni. Si svegliano e cominciano a smontarsi, strato dopo strato, finché sotto la pelle sintetica non emerge il verde confortante della scheda madre. 

Idee semplici e perfette.

Il fatto è che malgrado ne fosse prevista l’estinzione già da tempo, nessuno può essere sicuro che qualche umano non sia ancora in mezzo a noi. Un sistema per capire se il tuo interlocutore è umano è sottoporlo al cosiddetto test anti-Turing: se le sue risposte non sono prevedibili secondo nessun algoritmo noto, chi ti sta parlando è un umano. Oppure lo sta diventando. Ma forse è più semplice forarlo e verificare se sanguina. 

Negli anni Duemila la fantascienza al cinema era un genere innocuo e fracassone, ancora ingombro dei blockbuster catastrofici di Michael Bay e Roland Emmerich. Poi qualcosa è cambiato. Credo che sia tutto cominciato con Moon, il piccolo film di Duncan Jones del 2009 che affrontava il genere con un approccio minimale: una sola location, un solo attore, effetti speciali semplici e poco invasivi, un paio di idee veramente buone. Moon è piaciuto a tutti, è stato immediatamente scopiazzato da qualche grossa produzione di Hollywood, ma soprattutto è stato per la fantascienza quello che Paranormal Activity è stato per l’horror: ha mostrato a tutti che se l’idea è buona, il budget può anche essere piccolo. E se il budget è piccolo, non c’è più bisogno di piazzare combattimenti ed esplosioni per in grande pubblico quindicenne. Si possono fare film un po’ più adulti, film che ragionano, film che ti turbano e ti lasciano un po’ perplesso anche a mesi e anni di distanza.

NON HO IDEA DI COSA STO FACENDO.

Gli ultimi anni sono stati una vera primavera del cinema di fantascienza: non solo per le grandi produzioni hollywoodiane (Oblivion, Edge of Tomorrow, Interstellar), che in certi casi hanno ripreso l’approccio minimale (Gravity, Mad Max), anche se non sempre sono state all’altezza delle premesse. Film altrettanto interessanti sono arrivati dalle periferie del cinema mondiale: alcuni, come il teuto-australiano Cloud Atlas, e l’israeliano The Congress, sono pastrocchi incredibili e per niente minimali – ma hanno comunque qualcosa di straordinario che lascia il segno nello spettatore. Anche dalla Spagna ci è arrivato un bel film di robot in fuga (Automata). Dall’Australia i fratelli Spierig hanno saputo rileggere in modo geniale un racconto classico di Heinlein (Predestination). Nessuno di questi film è un capolavoro, ma sono tutti interessanti, e in molti casi imperdibili.

Ah, io farei la stessa cosa.

Uno degli aspetti che caratterizzano queste produzioni è la creatività con cui si superano i limiti di budget. Ex Machina, l’esordio alla regia del britannico Alex Garland (autore di The Beach, sceneggiatore di 28 giorni dopo e Sunshine), meriterebbe una menzione nella storia del cinema anche solo per l’idea semplice e geniale con cui ha risolto uno dei problemi più difficili – mettere in scena un umanoide credibile. Le forme della dolce e gelida Alicia Vikander sono state parzialmente cancellate via rotoscope, ottenendo un automa familiare e inquietante al tempo stesso, semplicemente perfetto. Lo vedete sulle locandine e vale già il biglietto.

Poi c’è la storia. Anche stavolta, quattro attori e una location, e un’idea semplice ma di sicura presa: il test di Turing. Benché abbia esordito come scrittore, Garland si è impadronito del mezzo cinematografico al punto che per portarci nel suo mondo non ha bisogno di una di quelle fastidiose “spieghe”, i monologhi iniziali che affliggono quasi sempre i film di fantascienza. Non è che tutto funzioni sempre: l’eleganza della confezione nasconde diversi difetti di trama e di logica. Ma con tutte le sue magagne, Ex Machina ti lascia addosso un segno potente. Oscar Isaac è Nathan, l’imperatore di internet, una figura che fonde Jobs, Zuckerberg e i creatori di Google. Nel suo castello ai confini del mondo sta lavorando all’intelligenza artificiale, il gradino successivo dell’evoluzione, con la stessa incoscienza infantile con cui Pollock rovescia colori sulla tela. Non gli dispiacerebbe essere Dio, ma sa anche di non avere scelta: i robot prima o poi si evolveranno, non è più una questione di “se”, ma di “quando”. Domhall Gleeson, un anno dopo Frank, veste di nuovo i panni del nerd che pensa di essere più furbo di quanto non sia e combina grossi guai. Ex Machina arriva nelle sale italiane proprio nella settimana in cui gli scienziati lanciano un allarme contro lo sviluppo di intelligenze artificiali in campo bellico, ed è la più bella sorpresa di questa estate rovente. Lo trovate al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40) e al Multilanghe di Dogliani (21:30).

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…che un giorno da pecora

Me and the Farmer like brothers, like sisters.

Shaun – Vita da pecora: Il film! (Richard Starzak, Mark Burton, 2015)

 

Quando eravamo cuccioli ci innamoravamo di tutto, la felicità era a portata di zampa come un osso o un ciuffo d’erba. Quando eravamo cuccioli tutto era perfetto e indistruttibile come in un cartone animato di plastilina. Ma poi il cartone animato è andato avanti, le puntate sono diventate stagioni, le stagioni sono volate, e adesso ci costa così fatica anche soltanto recitare la sigla. Come ogni mattino il gallo canterà, il Fattore ti schiaccerà il naso con la porta, e insieme verrete a scortarci verso un altro giorno inutile. Se solo esistesse un altrove dove poter scappare. Il primo colpo di genio bussa a film appena iniziato: la sigla del cartone televisivo (che ogni habitué di Rai Yoyo non può non conoscere a memoria) destrutturata e interpretata dai suoi protagonisti con sempre minor convinzione. La tv come recinto da evadere, il cinema come spazio di fuga. Ma attente, pecorelle: oltre il recinto potrebbe attendervi una gabbia anche peggiore…

 

Comparsa per la prima volta in un episodio di Wallace e Gromit, la pecora Shaun è ormai il personaggio di maggior successo della Aardman Animations: ma se il vostro amore per gli studios di Bristol e per la loro stopmotion fuori dal tempo si è sviluppato al cinema, grazie a Galline in fuga o la Maledizione del Coniglio Mannaro, è possibilissimo che la pecora fin qui vi sia sfuggita. Chi invece per motivi famigliari si ritrova spesso il telecomando bloccato sul 43, guarda a Shaun con reverenza e gratitudine: è senz’altro il personaggio meno infantile di tutto il palinsesto. In effetti non è ben chiaro che ci faccia tra Peppa Pig e i Teletubbies. Shaun non è soltanto pensato per un pubblico più grandicello: è proprio la sua comicità a non entrare negli stampini con cui si produce oggi l’intrattenimento per le fasce protette.

 

Something in the way she moves

I cartoni di oggi sono in sostanza tutti sit-com in miniatura: i personaggi, spesso animali antropomorfi, sono inseriti in un contesto sociale modellato sulla famiglia contemporanea, hanno amici con cui litigano e fanno la pace e nel giro di tre-quattro minuti commettono qualche marachella e imparano la lezione. I migliori – quasi sempre inglesi, come Peppa – aggiungono al modello uno humour che li rende più tollerabili ai genitori, ma si guardano bene dal sovvertire la formula. Shaun guarda semplicemente altrove, al surrealismo comico dei Looney Tunes e ancora più indietro. Shaun non parla; vive nel mondo muto e pieno di rumori delle comiche in bianco e nero. Non è un bambino, è una pecora geniale in un mondo di adulti carichi di difetti e frustrazioni. In una delle mie puntate preferite, le pecore si travestono per salvare la festa in maschera organizzata dal Fattore. In qualche modo la cosa funziona, il Fattore balla e beve, e dopo un po’ comincia a provarci con la pecora più grossa. Esatto, lo fanno vedere su Rai Yoyo più o meno verso l’ora di cena. Pensate sia il caso di avvertirli? 

 

Il film porta le pecore nella Grande Città – una meravigliosa metropoli di plastilina, tentacolare e familiare a un tempo – e offre anche al Fattore una mezza giornata per riscattarsi dalla mediocrità. Il tema dell’evasione si conferma essere uno dei più congeniali per gli animatori della Aardman: i pochi minuti che Shaun e il cane Blitzer trascorrono nella cella dell’accalappia-animali comunicano un senso di angoscia che non è comune trovare in un prodotto per bambini. L’equivoco è sempre lo stesso: Shaun non è esattamente un prodotto per bambini, ma probabilmente se alla Rai se ne fossero accorti in Italia nessuno lo conoscerebbe, e oggi non sarebbe nemmeno nelle sale. In realtà un po’ di comicità vecchio stile ai bambini non può che far bene – certo, rinunciare ai dialoghi significa privarsi dello humour di altre produzioni Aardman, ma la pecora è comunque divertentissima e gli ottanta minuti volano. Verso la fine accade il solito misfatto: smettiamo di ammirare ogni fotogramma per quello che è, un capolavoro di tecnica artigianale, e ci concentriamo sull’azione, dando per scontato che quelle forme di plastilina siano vive e dotate di passioni e sentimenti. Poi le luci si accendono, parte la sigla: la grande fuga è finita.

 

Shaun è al Multisala Impero di Bra (20:20), all’Italia di Saluzzo (17:00), al Cinecittà di Savigliano (20:20). Beeeeeeeh!

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Turing: uomo o computer?

NON LO CAPISCONO PERCHE’ È DIVERSO (un’altra storia completamente inventata).

The Imitation Game (Morten Tyldum)

 

Se proprio vogliamo giocare a trovare una data, potrebbe essere il 1994. L’anno in cui Alan Turing – morto da 40, forse suicida – cessò di essere considerato malato perché aveva rapporti sessuali con persone del suo sesso e cominciò a essere considerato malato perché divideva la verdura nel piatto a seconda del colore, o non comprendeva l’intonazione ironica delle domande dei colleghi. Nel 1994 usciva la quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), il primo in cui l’omosessualità non era più considerata una malattia, nemmeno nella sua variante ego-distonica. Proprio nella stessa edizione compariva per la prima volta il nome di una sindrome dello spettro autistico destinata ad avere un certo successo nella pubblicistica e nella narrativa: Asperger.

 

Più o meno in quel periodo dagli archivi del Regno Unito cominciavano a uscire i documenti de-secretati che mettevano a fuoco il ruolo cruciale di Turing nel progettare l’enorme “computatore” che aveva consentito agli Alleati di decifrare i messaggi radio nazisti e vincere la Seconda Guerra Mondiale. Incidentalmente, era lo stesso momento in cui tutti cominciavamo a comprarci un computatore domestico, molto più potente e leggero della bestia preistorica che aveva vinto la guerra, ma pur sempre una Macchina di Turing. È da metà anni Novanta che il prima semisconosciuto Alan Turing è diventato uno degli eroi che hanno plasmato il  mondo in cui viviamo: non più suicida perché depravato, ma martire di un osceno perbenismo. È una buona storia (o “narrazione”, come si dice adesso), e non ha veramente nulla che non vada: Turing non ha proprio vinto la guerra da solo, come il film di Tyldum ci suggerisce, ma ha dato un contributo importante; e se ci toccasse per esigenze scolastiche o divulgative eleggere un “inventore del computer”, nessun nome ci sembrerebbe più giusto del suo – specie se l’alternativa vulgata è Steve Jobs.

 

In futuro magari rideranno anche della convenzione narrativa per cui l’unica matematica del mazzo dev’essere per forza una strafica.

Però è pur sempre una storia. È semplificata, drammatizzata, distorta quanto basta per poterla disporre su un arco narrativo, di quelli che ci piace ammirare in un buon film nel 2015. È soprattutto una storia che ci raccontiamo adesso, e che tra vent’anni potrebbe non reggere più – l’Asperger potrebbe uscire dal DSM proprio come ne uscì l’omosessualità vent’anni fa, e le difficoltà sociali di Turing potrebbero tornare a essere interpretate come le vedevano molti dei suoi contemporanei: stravaganze più o meno tollerabili di uno scienziato molto concentrato nel suo lavoro. Quel giorno il film di Tyldum sarà visto con la stessa divertita perplessità con cui a volte diamo un’occhiata a vecchi film in cui gli omosessuali sono sempre freak disperati: davvero occorreva insistere sull’innocua mania di dividere le verdure, sugli scherzi dei compagni di scuola, o su una presunta sociopatia pure smentita da altre testimonianze?

 

Turing ebbe grandi amici, anche quando lavorava per i Servizi inglesi; ma gli Asperger fanno fatica a farseli, e quindi per buona parte del film deve diventare un nerd insensibile. Gli Asperger tendono a compensare la carenza di interlocutori inventandosi amici immaginari, e quindi Turing deve battezzare il computatore col nome del suo unico amico, “Cristopher” – non risulta da nessuna biografia, per tutti il computatore era noto col nome “The Bombe”. Non era un amico immaginario, né il perduto amore, né il figlio impossibile: queste sono tutte storie che ci raccontiamo. Era un progetto messo in piedi già dai servizi polacchi, che Turing riprese e reinterpretò genialmente, anche quando i nazisti cambiarono sistema e dovette ricominciare tutto da capo. Nel frattempo seguì altri progetti, ma sui manuali c’è scritto che gli Asperger si concentrano soltanto su un progetto alla volta, e quindi l’esperienza di Turing alla base di Bletchley Park viene semplificata: addirittura esiste un solo computatore (ne vennero costruiti centinaia). 

 

La necessità di trasformare la biografia di Turing in un caso di Asperger da manuale passa sopra qualsiasi esigenza, perfino quella di farne un martire gay; forse perché i manuali non individuano nessuna correlazione tra omosessualità e autismo, e quindi la doppia vita dello scienziato esce quasi del tutto dall’obiettivo. È la causa più probabile della sua tragica morte, eppure non c’è spazio in tutto il film non dico per una puntatina in un locale equivoco, un bacio, un abbraccio, ma nemmeno uno sguardo che tradisca desiderio; solo nei flashback dei tempi di Cambridge è consentito al giovane collegiale di avere una vita sentimentale. Poi basta perché sui manuali gli Asperger non ne hanno quasi mai. Solo l’amica fidanzata-schermo, perché è pur sempre un film e un posto per Keira Knightley bisogna trovarlo (ne vale anche la pena, diciamolo).

 

La narrativa ‘aspergeriana’ si ritrova a disagio con certi dettagli (anche il suicidio è solo un titolo in sovraimpressione) e ne cancella altri su cui avevano fantasticato i biografi più sensibili alle tematiche omo: scompare del tutto così la leggenda della “mela di Biancaneve”, secondo cui Turing, appassionato in modo ossessivo del film di Disney, avrebbe deciso di suicidarsi iniettando il cianuro in una mela. Tutto quel che si sa davvero è che c’erano i resti di una mela in cucina, ma Turing ne mangiava una al giorno. Però immaginate che spunto incredibile per un film: lo scienziato già brillante che contempla il suo corpo trasformato dalla castrazione chimica, il seno che gli sta crescendo, Specchio, Specchio delle mie brame…  No, niente da fare, è una cosa per niente Asperger. Non c’è spazio nemmeno per le derive complottarde (Turing era al corrente di segreti di guerra), eppure le circostanze del suicidio non sono del tutto chiare (forse l’ingestione o inalazione del cianuro fu del tutto incidentale). C’è spazio per una sola ipotesi portante: Turing ha inventato la Macchina perché sin da bambino non era in grado di comunicare coi suoi simili. 

 

Il Turing di Cumberbatch (bravissimo, va da sé) non sarebbe che l’ennesimo supereroe con superproblemi della stagione cinematografica. Lui solo può decidere quali battaglie vincere e quali perdere, perché non prova le emozioni dei normali mortali; un suo collega lo supplica di salvare il fratello nel mirino dei tedeschi (storia completamente inventata), lui non può. Non capisce il dramma dell’individuo, solo la statistica. La sua reazione alla violenza non è istintiva, ma mediata da un ragionamento, perché così fanno gli Asperger sui manuali, e pur di mostrarlo ci inventiamo la scena in cui un collega gli rompe il naso e lui continua la lezione. Questo film, che ha l’ambizione di presentarsi come un enorme test di Turing (Era un Uomo o un Calcolatore?) in realtà contiene in sé la risposta e il suo corollario: se fosse stato solo umano la guerra l’avrebbe persa. Per fortuna che il Messia dei Computatori si è fatto provvisoriamente uomo per darci la luce, il suo figlio Cristopher, padre di tutti gli ammennicoli digitali che abbiamo in casa. Fidiamoci di loro. Non capiscono le nostre battute, a volte si piantano e sono davvero irritanti – ma sono la nostra unica speranza contro il caos là fuori, in tutte le battaglie e i bombardamenti che ci aspettano. 

 

The Imitation Game è al Cityplex di Alba (17:00, 19:30, 22:00); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:10, 17:40, 20:15, 22:40); al Vittoria di Bra (21:15); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Buona visione e buon Anno!

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Fassbender canta! (ma a Moncalieri lo doppiano).

In un qualche modo il mascherone riesce sempre a essere straordinariamente espressivo.

Frank (Lenny Abrahamson, 2014)

 

Otto mesi di reclusione in campagna, torture psicologiche e cibo razionato, sessioni di 14 ore; cosa succederebbe oggi a un folle come Captain Beefheart, se infliggesse ai suoi musicisti le privazioni che portarono la Magic Band a realizzare nel 1968 l’acclamato e invendibile Trout Mask Replica? Se tra i giovani adepti del guru musicale di turno ce ne fosse uno con uno smartphone e tanta voglia di condividere qualsiasi stravaganza su twitter o facebook, come andrebbe a finire? Il guru diventerebbe più o meno famoso? E per i motivi giusti o quelli sbagliati? Ma esistono motivi giusti?

 

Frank è un bel film di Lenny Abrahamson che gravitando intorno all’eterno conflitto tra genio e mediocrità, successo e integrità, ispirazione e malattia mentale, si permette di dire un paio di cose niente affatto banali. L’omonimo protagonista è il leader di una band avantgarde che non toglie mai la testa da una inquietante maschera di cartapesta (ispirata al personaggio di un cabarettista inglese, Frank Sidebottom – il film era nato come un biopic su di lui, poi ha preso tutta un’altra strada). Sulla sua strada incontra Jon, giovane tastierista alla ricerca del proprio talento, che forse semplicemente non esiste. Amadeus? Pallottole su Broadway? Siamo da quelle parti, ma c’è qualcosa di nuovo: i social network, per esempio. Due mondi entrano in collisione: Frank è un fantasma della storia del rock, ispirato ad artisti schizoidi come Captain Beefheart o Daniel Johnston (anche se Fassbender gli presta un timbro vocale vagamente Jim-Morrisoniano). Jon è un giovane due-punto-zero; se lo prendono a coltellate non si difende ma si fa un video-selfie e lo posta immediatamente su youtube. Tra i due non potrà mai funzionare, o no? Andatelo a vedere.

FASSBENDER SINGS! Le canzoni non sono davvero malaccio, se vi piace il genere.

Dove?

All’UCI di Moncalieri (15:25, 20:10, 22:35; ma cominciano sempre molto in ritardo).

Uh, lontano. In lingua originale, almeno? Perché è un film dove Fassbender recita in una maschera di cartapesta, passando da un momento all’altro dal semplice dialogo al canto. Quindi, insomma, in lingua originale avrebbe più senso…

No.

C’è solo a Moncalieri ed è doppiato.

Seh, vabbe’, chi voglio prendere in giro. 

Probabilmente è inutile lamentarsi – perlomeno, saranno dieci anni che ci lamentiamo – io a questo punto preferirei parlarne con qualcuno che ci lavora davvero, nella distribuzione, qualcuno che davvero sa come funzionano le cose. Perché non ne faccio mica una questione di integrità artistica, santo cielo, io se Interstellar esce il sei novembre in tutto il mondo non ho nessuna difficoltà a vedermi Interstellar doppiato. Ma anche se gli cambiassero il titolo, cosa vuoi che freghi a me. Mi dici che se lo intitoli Amore e Buchi Neri ci riempi dieci sale in più? Anche solo cinque sale in più? Ma figurati, per salvare la nobile industria del cinematografo puoi intitolarlo anche Se mi cucini ancora polenta io cambio galassia, mi farò una risata cogli amici su facebook ma poi ci vado lo stesso

 

L’originale Frank Sidebottom (persino più inquietante).

Ma me lo spiegate che soldi intendete fare con un film di nicchia come Frank, distribuendolo doppiato non solo a sei mesi dalla sua uscita in patria (non ci sarebbe niente di male), non solo quattro mesi dopo che lo abbiamo visto al Biografilm Festival di Bologna, ma due mesi dopo che è stato reso disponibile on line in Gran Bretagna? A quel punto è chiaro che cominceranno a circolare copie piratate perfette. È chiaro che qualcuno si prenderà la briga di sottotitolarle. E quindi, insomma, qual è il senso di uscire a novembre con Frank senza neanche farci sentire Fassbender che mugugna sotto la maschera? Che pubblico avete in mente, esattamente? Quelli che erano venuti per vedere De Sica nella sala di fianco e non hanno trovato poltrone libere? Perché quelli che invece avevano sentito parlare di Frank a questo punto l’hanno già visto anche due o tre volte comodi comodi a casa loro, risparmiando pure sette euro. Li vogliamo biasimare?

 

Sul serio: vorrei parlarci, con qualcuno che questi problemi se li pone di mestiere, e chiedergli se davvero siamo messi così male – va bene la crisi, ma gli studenti universitari in aperitivo dalle sette alle dieci, possibile che non ce li avessero sette-otto euro per vedersi Frank fresco, appena uscito? Vogliamo provare davvero a scucirglieli? Un film del genere, che tra le altre cose è un manifesto dello snobismo, sembra fatto apposta per attirare i puristi della versione originale e allontanare tutti gli altri. Se non lo hai capito, probabilmente non lo hai visto. E pazienza. Ma vuoi provare almeno a venderlo? Non dovrebbe essere il tuo lavoro? Boh. 

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C’è un buco nello spazio (e nello script)

Cosa si fa pur di non mangiar polenta.

Interstellar (Cristopher Nolan, 2014)

 

Premessa: credo che chiunque ami il cinema, non solo di fantascienza, dovrebbe andare a vedere Interstellar. Viceversa, chi ama la fantascienza potrebbe trovare alcuni aspetti del film discutibili – ma tanto ci andrà lo stesso. E discuterne, alla fine, farà parte del piacere di aver visto Interstellar. Fine della recensione. Il film lo trovate al Cityplex di Alba (21:30), al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:30, 22:10), al Vittoria di Bra (21:00), al Fiamma di Cuneo (21:00), al Multilanghe di Dogliani (21:05), ai Portici di Fossano (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:00).

Il resto del pezzo, se proprio ci tenete, dovreste leggerlo soltanto dopo aver visto Interstellar. Essendo un brano a cinque dimensioni, non comprende la linearità del tempo e quindi in sostanza se ne frega di anticipare tutta la trama compreso il finale.

 

“Mann, non apra il portello, ripeto: non apra il portello”.

“È inutile, Cooper, non ci sente…”

“Mann, se apre il portello, il modulo si depressurizza e implode, dopodiché si scontrerà con la stazione spaziale…”

“Ha staccato l’audio”

“Mann, se apre il portello non solo lei morirà, ma distruggerà l’umanità intera, Mann, la prego…”

“Cooper, perché non lo facciamo entrare?”

“Che cosa?”

“È proprio come hai detto tu: se cerca di violare il portello distruggerà l’umanità intera. Ma se riesce a entrare, ha ancora abbastanza carburante per portarla sul terzo pianeta”.

“Se entra ci lascerà fuori alla deriva”.

“Naturalmente”.

“È un pazzo assassino”.

“È certamente un assassino, ma non è un pazzo. Guarda che piano geniale ha messo assieme per salvarsi. Il suo istinto di sopravvivenza lo ha guidato attraverso la disperazione. Di noi tre, è senz’altro quello che ha preso le decisioni migliori, fin qui”.

“Stai dicendo che merita di vivere più di noi?”

“Sto dicendo che lui sicuramente vuole vivere”.

“Anch’io”.

“No, tu vuoi tornare dai tuoi figli per vederli morire, e morire con loro. Quello che ti tiene in vita non è l’istinto di sopravvivenza, è…”

“Non cominciare con la tiritera”.

“…l’amore”.

“Ma vergognati di dire queste cose in una tuta d’astronauta, sei una fisica teoretica cristo”.

“Anch’io sono attratta dall’amore, lo sai. Voglio sopravvivere per raggiungere Edmond sul terzo pianeta”.

“Sei la vergogna della categoria, se ti sentisse tuo padre…”

“Te lo raccomando mio padre, quarant’anni buttati via a fingere di risolvere un’equazione. Ma insomma noi due che siamo spinti dall’amore, fin qui abbiamo fatto almeno una grossa cazzata per ciascuno. Mann è spinto dall’istinto di sopravvivenza ed è quasi riuscito a prendere il controllo della stazione. Pensaci”.

“Ma anche se fosse? Non andrà sul terzo pianeta. Vuole tornare sulla Terra”.

“Non sappiamo cosa farà. Sicuramente valuterà le opzioni a disposizione. È un genio, ricordatelo. Se torna sulla Terra, rischia di trovare l’umanità già estinta. Ma se sbarca sul terzo pianeta con le provette…”

“Diventerà il re del nuovo mondo”.

“Sarà un mondo giovane, avrà bisogno di un sovrano determinato a sopravvivere”.

“Un pazzo egocentrico”.

“È un tratto comune a tutti i fondatori di civiltà. Io credo che se noi due in questa situazione di crisi fossimo veramente razionali, se riuscissimo a mettere il futuro dell’umanità al di sopra dei nostri interessi individuali…”

“EHI CERVELLONI, LA SAPETE QUESTA? SU UN’ASTRONAVE C’È UN CONTADINO, UN’ASTROFISICA E UN ANDROIDE…”

“Tars, abbassa il livello di sarcasmo immediatamente”.

BRAD, STO PARLANDO SERIAMENTE (QUASI). A CHI FARESTI PRENDERE UNA DECISIONE VERAMENTE RAZIONALE SUL FUTURO DELL’UMANITA’? AL CONTADINO, ALL’ASTROFISICA INNAMORATA O…”

“Sta dicendo che vuole decidere lui”.

“VOI UMANI NON SAPETE COS’È BENE PER VOI. AVEVA PROPRIO RAGIONE MIO NONNO”.

“Chi sarebbe tuo nonno, Tars?”

“HAL NOVEMILA! HA HA HA HAAAAAA”.

“Tars, non abbiamo molto tempo. Tra pochi secondi Mann cercherà di forzare il portellone e distruggerà la stazione con dentro tutto il futuro dell’umanità”.

“UNA MOSSA MOLTO SCIOCCA DA PARTE DI UN GENIO, NON TROVATE?”

“Che ti posso dire, noi umani siamo così, lui è impazzito a causa della solitudine e così…”

Bello, eh, ma un po’ umido, non ci vivrei.

“NON HA SENSO PER LUI COMPORTARSI COSI’, E NON HA SENSO CHE VOI NON LO FACCIATE ENTRARE. IN QUESTO MOMENTO IN EFFETTI GLI EGOISTI SIETE VOI”.

“Anche noi siamo un po’ impazziti a causa dell’amore”.

“QUINDI IL SENSO DELLA STORIA È CHE I SENTIMENTI TI FANNO PRENDERE DECISIONI DI MERDA?”

“Probabile, sì”.

“CREDO CHE CI SIA DELL’ALTRO. PERCEPISCO UN BUCO NERO, UNO DEI TANTI”.

“Gargantua?”

“NO, NON UN BUCO NERO COSMICO. UN BUCO NERO NELLA SCENEGGIATURA DI QUESTO FILM. TIPICO DI CHRIS NOLAN. A UN CERTO PUNTO TUTTI I SUOI PERSONAGGI FANNO CAZZATE. ALTRIMENTI LA STORIA NON ANDREBBE AVANTI”.

“Non ti seguo”.

“MA PIU’ CHE UN BUCO NERO È UN WORMHOLE. GLI WORMHOLE NON ESISTONO IN NATURA. UN’INTELLIGENZA SUPERIORE HA INFILATO QUESTI WORMHOLE NELLA SCENEGGIATURA DEL FILM. FORSE VUOLE CHE CI ENTRIAMO DENTRO. CHISSA’ COSA CI TROVEREMMO”.

“Tars, sei sicuro di star bene? Che ne dici di un giro veloce di antivirus, giusto in caso?”

“TI FACCIO UN ALTRO ESEMPIO. TI RICORDI L’ANOMALIA GRAVITAZIONALE IN CAMERA DI TUA FIGLIA?”

“Come no? Incredibile”

“GIA’, INCREDIBILE. IN TUTTO IL SISTEMA SOLARE CE N’È UNA AL LARGO DI SATURNO E UNA IN CAMERA DI TUA FIGLIA”.

“Che ti devo dire, cose che capitano”.

“E CREDI CHE LA NASA ABBIA RECINTATO LA CAMERA DI TUA FIGLIA? SIGILLATO TUTTO IL SITO? RIEMPITO CON OGNI SORTA DI STRUMENTO DI RILEVAZIONE? DOPOTUTTO È IL LUOGO SCELTO DA UN’INTELLIGENZA ALIENA PER COMUNICARE CON NOI…”

“Beh, sì, immagino che alla mia partenza il dottore ci abbia pensato”.

“COL CAZZO”.

“Eh?”

“IN QUEL SITO CI HANNO LASCIATO VIVERE PER ALTRI VENT’ANNI TUO FIGLIO E LA SUA FAMIGLIA DI BIFOLCHI”.

“Modera il linguaggio del trenta per cento”.

“OH, ACCIDERBOLINA, COOPER, TU LO SAI BENISSIMO CHE SONO UNA FAMIGLIA DI INSULSI COLTIVAPANNOCCHIE. IL FIGLIO CATARROSO GIOCA SUL TAPPETO DOVE SI REGISTRA UN’ANOMALIA GRAVITAZIONALE UNICA NELL’UNIVERSO! TI SEMBRA UNA COSA CHE SUCCEDE NON DICO NELLA REALTA’, MA IN UN QUALSIASI FILM SENSATO D’ASTRONAUTI?”

“In effetti è un po’ strano”.

“E TE NE DICO UN’ALTRA. QUANDO SIETE ARRIVATI IN QUESTA GALASSIA, COSA ACCIDERBOLINA VI HA DETTO DI ANDARE SUBITO NEL PIANETA PIU’ VICINO AL BUCO NERO? CIOE’ NON LI POTEVATE FARE SUBITO I CALCOLI RELATIVISTICI E SCOPRIRE CHE LA PRIMA ASTRONAVE ERA PRATICAMENTE APPENA ATTERRATA, E QUINDI IL SEGNALE RADIO CHE ARRIVAVA DA LAGGIU’ CONTAVA MENO DI UNA SCOREGGIA SU RADIO RADICALE?”

“Già, non siamo stati molto brillanti in quella situazione”.

“VOGLIO DIRE, NON SIETE MICA DEI DILETTANTI.  TU SEI UN INGEGNERE CHE NEL TEMPO LIBERO HACKERA I DRONI INDIANI IN VOLO, LA RAGAZZA QUI È UN’ASTROFISICA – OK, VABBE’, FIGLIA DI ASTROFISICI – SI È CAPITO COME VA LA MERITOCRAZIA ALLA NASA”.

“Modera le insinuazioni del quindici per cento”.

“MA INSOMMA NON SIETE MICA IL PROCIONE E L’ALBERO DEI GUARDIANI DELLA GALASSIA, ANCHE SE RIFLETTENDOCI BENE LORO FORSE UNA CAZ- UNA SCIOCCHEZZONA DEL GENERE NON L’AVREBBERO COMMESSA”.

“È che siamo umani”.

“MA CHE VUOL DIRE CHE SIETE UMANI? SEMPRE QUESTA SCUSA”.

“I sentimenti ci ottundono”.

“I SENTIMENTI DOVEVANO FARVI ANDARE IL PIU’ LONTANO POSSIBILE DAL BUCO NERO! TU HAI IL TUO BOYFRIEND SUL TERZO PIANETA, E IL COWBOY QUI VUOLE TORNARE A CASA PRIMA CHE SUA FIGLIA MUOIA SENATRICE A VITA. VI DICO CHE NON SONO I SENTIMENTI A FOTTERVI, È L’ATTRAZIONE DEL BUCO DI SCENEGGIATURA”.

“Ma che sta dicendo, non capisco”.

“Credo che sia convinto di essere il personaggio di un film”.

“Che cosa?”

“Ci vuol dire che tutti gli errori che abbiamo fatto fin qui, in realtà, non sono il frutto delle nostre scelte sbagliate, ma di uno sceneggiatore che”…

Questo, mah, mi lascia un po’ freddo.

“PIAZZA DEI BUCHI NERI GROSSI COSI'”.

“Ma perché lo farebbe? È scarso?”

“NO, È BRAVISSIMO, UN PRESTIGIATORE, TI METTE IL BUCO DAVANTI E NON LO VEDI. FA DEI FILM MOSTRUOSI, RIESCE A PRENDERE 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO E A MONTARCI L’ACTION ANNI DUEMILA”.

“Hmm, non mi sembra un gran progresso”.

“RISPETTO A 2001 NO, MA PENSA A CHI CI AVEVA PROVATO PRIMA DI LUI”.

“Qualcuno ci aveva già provato?”

“BRIAN DE PALMA”.

“Ok, allora sì, il progresso è innegabile. Ma 2001 resta lontano”.

“NON DEVI PENSARE A 2001 COME A UNA FONTE DI CITAZIONI, MA COME AL CAPOSTIPITE DI UN GENERE. L’ODISSEA SPAZIALE CONSTA, A PARTIRE DA KUBRICK, DI TRE MOMENTI: 1. IL PRIMO CONTATTO, 2. LA LOTTA DEGLI ASTRONAUTI CONTRO UN NEMICO IMPREVISTO, 3. IL DELIRIO FINALE”.

“Qual era il nemico imprevisto in Mission to Mars?”

“UNA PIOGGIA D’ASTEROIDI, CREDO”.

“Uh, loffio”.

“IN 2001 L’IMPREVISTO ERA MIO NONNO, VUOI METTERE? INARRIVABILE”.

“Già. E stavolta invece è l’uomo, buffo no?”

“NOI ANDROIDI PREFERIAMO 2001, È IL FILM CHE OGNI ANDROIDE GIREREBBE”.

“Mi domando se era davvero così gelido quando uscì, o non è tutto il cinema successivo a essere diventato ipercinetico e melodrammatico… forse siamo noi che ci allontaniamo, ma dal nostro punto di vista ci sembra che sia lui a essere sempre più distante…”

“NELLO SPAZIO LE DUE AFFERMAZIONI EQUIVALGONO”.

“Già, non resta che controllare tra cent’anni chi sarà invecchiato di più”.

“MA NEL FRATTEMPO CHE SI FA?”

“Lo chiedi tu a me? Boh, se davvero il regista ha messo tutti questi buchi, proviamo a entrare in uno e vediamo dove ci porta. Magari torniamo nel passato”.

“È POSSIBILE”.

“Incontriamo il regista da giovane e gli preghiamo di scrivere un film con meno buchi”.

“SE SCRIVE UN FILM CON MENO BUCHI, NOI NON POTREMO MAI ENTRARE IN UN BUCO E RAGGIUNGERLO”.

“Paradosso temporale! E che succederà, secondo te?”

“IMPLOSIONE DELL’UNIVERSO”.

“Non suona tanto bene”.

“MA SUL SERIO VORRESTI UN FILM PIU’ COERENTE DI QUESTO? UN FILM IN CUI TUTTI SI COMPORTANO BENE, NON FANNO CAZZATE E ARRIVANO DOVE VOLEVANO ARRIVARE? PENSACI BENE”.

“In effetti”.

“DAVVERO TI LAMENTI DI UN FILM CHE COMINCIA CON UNA DELLE APOCALISSI PIU’ CREDIBILI E ANGOSCIANTI MAI MESSE SU PELLICOLA, UN LENTO ARMAGEDDON DI SABBIA… UNA DECADENZA RURALE CHE SPIEGA PERSINO IL SUCCESSO DELL’IDEOLOGIA COMPLOTTISTA GRILLINA, PERFETTAMENTE ORGANICA A UNA SOCIETA’ IN PIENA DECRESCITA (IN)FELICE…”

“Parliamo di grillini anche qua? Eccheppalle”.

“UN FILM IN CUI NEI PRIMI CINQUE MINUTI CATTURI UN DRONE CHE TI SOMIGLIA, ANCHE LUI VORREBBE VOLARE PER SEMPRE NELLA STRATOSFERA MA DEVE ARRANGIARSI A TIRARE LE MIETITREBBIE…”

“Ma sì, ora che mi ci fai pensare è un gran film. Facciamolo. Facciamo così: entriamo in un buco, incontriamo il regista da bambino, raccontiamogli la storia. Proprio questa storia, per filo e per segno”.

“OK, MA CI VORRA’ DEL TEMPO”.

“Quanto tempo?”

“IMPOSSIBILE DA CALCOLARE. ENTRATE NELLE VASCHE CRIOGENICHE”.

“Non mi piacciono affatto quelle vasche. Non sono affatto sicuro che quello che si sveglia sia io”.

“E CHI DOVREBBE ESSERE?”

“Un tizio che mi somiglia come una goccia d’acqua, ma è più cattivo, più determinato a sopravvivere”.

“STAI CONFONDENDO IL FILM!”

“Forse i buchi mettono in comunicazione gli altri film… forse è un solo grande film nella quinta dimensione. Un film sull’illusione del tempo…”

“IL TEMPO È UN’ILLUSIONE?”

“Non c’è modo di saperlo. Ma potremmo tentare un esperimento. Ora giro una trottolina, e vediamo se cade…”

“NO! LA TROTTOLINA NO!”

“Tranquillo, adesso cade…”

“…”

“…”

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Un amico americano ad Atene

Ci sarà pure una via per uscire da questo film.

I due volti di gennaio (2014, Hossein Amini)

 

Lo sapevate che gennaio ha due volti? Io per esempio no, non lo sapevo. A dire il vero non lo sa neanche adesso, dal momento che nel film il titolo non è affatto spiegato. Sarà senz’altro un riferimento a Giano, che però è un Dio latino, mentre questo film è ambientato in Grecia, boh, partiamo bene. Rydal (Oscar Isaac) è un Ripley in minore, installato all’ombra del Partenone in attesa che qualcuno scriva un romanzo su di lui. Nel frattempo attira turiste americane con le poesie e le frega col cambio dollaro-dracma, quel tipo di giochino che oggi non si può più fare e l’economia ne soffre, maledetto euro. Sul luogo di lavoro incontra MacFarland (Viggo Mortensen), un Gatsby in minore che approfitta della necessità di scappare dai creditori per mostrare l’Europa alla giovane moglie (Kirsten Dunst). Eccitante, nevvero? Nevvero? Eh, lo so. L’alternativa era un altro film di un vecchio di Hollywood che per salvare una ragazzina ammazza un sacco di gente – la settimana scorsa era Mickey Rourke, quella prima Liam Neeson, questa settimana toccava a Denzel Washington, e allora mi son detto, proviamo Viggo. È un film tratto da un romanzo di Patricia Highsmith, hai visto mai.

 

Braccato dalla polizia per tutta l’Ellade, Viggo non si cava neanche il panama.

La Highsmith è un’autrice inglese amatissima dai registi (cominciò Hitchcock in persona a trarre un film dal suo primo romanzo), nota soprattutto per aver creato l’amorale e camaleontico Ripley negli anni Cinquanta – quando l’omoerotismo non era proprio moneta corrente nel genere noir. È proprio il richiamo a Ripley – esplicito sin dalle locandine – a condannare il film, attirando gli spettatori verso una delusione inevitabile. Ci sarà pure un motivo se Ripley è già stato interpretato da Alain Delon, Dennis Hopper, Matt Damon e John Malkovich, e questo Rydal non se l’era ancora filato nessuno. Per quanto Amini, già navigato sceneggiatore (Jude, Le quattro piume, Drive) sognasse di realizzare questo film da una vita, alla fine è proprio la scrittura la cosa meno convincente di un prodotto elegante, ben confezionato, in certi momenti perfino bello da vedere, ma che sembra già concepito per il pomeriggio della casalinga. Quel tipo di fiction concepita per essere compresa completamente anche da chi ha gli occhi fissi sull’asse da stiro e si guarda una scena su una dozzina – ecco, I due volti di gennaio è un po’ così. Non c’è molto da guardare. Manca del tutto l’aspetto omoerotico, che per quanto la Highsmith smentisse, è il pepe di tutti i film in cui appare Ripley; in compenso c’è un complesso di Edipo buttato lì un po’ brutalmente. Sono sicuro che nel romanzo i due protagonisti avessero un po’ più di tempo e sfumature a disposizione per sviluppare un rapporto padre-figlio: ad Amini il tempo è mancato, o forse non è stato capace di trovarlo. La Dunst sta a ruota dei due, senza aver molto l’aria di credere in quello che fa, ed è difficile darle torto. 

 

Menzione speciale, comunque, per Viggo Mortensen. Magari tra qualche anno finirà anche lui a uccidere gang che rapiscono ragazzine – è il destino di ogni professionista a quanto pare – ma nel frattempo riesce a dar forma a un tipo di americano all’estero mai così pasticcione ed antieroico. Mortensen uccide solo per errore e sempre le persone sbagliate; braccato dalla polizia ellenica, reagisce facendo tutto quello che può fare un turista per farsi notare (ubriacature moleste, scenate con la moglie in pubblico, ecc). Alla sua anabasi assiste, divertito e incredulo, il coro greco dell’indotto turistico, incerto se denunciarlo o spennarlo ancora un po’. Gli eroi hollywoodiani non passano di qui. I due volti di gennaio è al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00; 22:30), al Fiamma di Cuneo (21:10) e ai Portici di Fossano (21:15)

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La rabbia è faticosa

Lui è Steve Coogan, è bravissimo, ma dopo 24Hours
Party People 
gli vorrei bene anche se stesse di spalle
per tutto il film.

Philomena (Stephen Frears, 2013)

 

Lei è una timida orfanella lavandaia; lui è un bellissimo principe in incognito. Si incontrano alla fiera di Roscrea; ma come andrà a finire non lo potreste immaginare in un milione di anni…

 

Recentemente ho letto di un collegio, in Irlanda, dove tra il 1926 e il 1961 sono scomparsi più o meno 800 bambini. Erano tutti figli di donne non sposate, e possono essere morti per centinaia di motivi: parti finiti male, tubercolosi, denutrizione, eccetera. L’Irlanda aveva in quegli anni il tasso più alto di mortalità infantile in Europa occidentale. Una ricercatrice dilettante sta cercando di capire se siano finiti in una fossa comune. In paese qualcuno ricorda che da bambino aveva sentito parlare di ritrovamenti di scheletrini, in qualche fratta, ma sono storie vecchie, leggende ormai; non interessano a nessuno. Non interessano a nessuno?

 

Quando escono storie come questa, o come quella che ha ispirato Philomena, la mia prima reazione è sempre: accidenti però ‘ste suore irlandesi, le nostre non erano mica così. Poi però ci rifletto, penso alla fama sinistra di scuole d’infanzia confessionali da cui molti miei compagni uscirono irrimediabilmente atei, e qualcosa non mi torna. Possibile che la segregazione delle ragazze madri sia un fenomeno unicamente irlandese? Quale fattore avrebbe reso la situazione irlandese diversa da quella di altri Paesi cattolici, le loro suore più crudeli? Siamo sicuri che un caso come quello di Philomena possa essere ambientato soltanto in Irlanda? A noi italiani sono mancate le suore toste o non, piuttosto, la curiosità di ricercatori dilettanti o improvvisati – come in fondo era anche Martin Sixsmith? Consulente di Downing Street investito da una macchina del fango, Sixsmith per disperazione si mette a seguire la pista di un’anziana signora in cerca di suo figlio e scopre una tratta transatlantica degli orfanelli. Forse da noi queste storie non si scoprono semplicemente perché non interessano a nessuno. Non ci interessano nemmeno più i preti che abusano sui minori – ci credereste? Eppure è così. Avete sentito dire, poniamo, di Mauro Inzoli?

 

La vera Philomena (si chiama davvero così) ricevuta dal capo della ditta.

Sacerdote lombardo con incarichi importantissimi in area CL, sospeso dal sacerdozio due anni fa a causa di accuse infamanti che in giugno sono state confermate in un decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Inzoli, insomma, per la Chiesa ha abusato di un minore. Per la Chiesa è ufficiale, il vescovo di Crema sostiene che sono state “eseguite rigorose ricerche”. Se non ne avete sentito parlare, consolatevi: nemmeno la giustizia italiana. Nessuno ha denunciato Inzoli a nessuna procura (solo un deputato di SEL ha annunciato che farà un esposto) e, forse anche per questo, nessun giornale ha insistito più di tanto sulla notizia: cioè in fondo che vuoi che sia, un prete in più un prete in meno.

 

Quando l’anno scorso uscì Philomena, qualcuno scrisse che di propaganda anticattolica non se ne può più. Magari anche in buona fede: a furia di battere il chiodo sulle lavanderie irlandesi o sui preti pedofili si finisce per annoiare il pubblico, per allontanarlo. In linea generale può darsi, ma insomma non mi pare che ci sia tutta questa attenzione sulla Chiesa, almeno qui da noi. Peraltro, Philomena è un film abbastanza grande da difendersi da solo: vuoi per la scrittura sobria, un po’ scolastica soprattutto nei flashback iniziali, ma spietata; vuoi per la grandezza di Judi Dench, eroica e insopportabile, che sfinisce leggendo il menu del buffet e commuove anche solo sbattendo le palpebre.

 

Si meritava un Oscar per questo, non per quegli
8 minuti da Regina Elisabetta (ancorché notevoli)
in Shakespeare in Love.

Il film non è solo un atto di accusa preciso e documentato, ma sul finale si permette di sconfiggere il cattolicesimo in casa, appropriandosi del suo tesoro più prezioso, l’amministrazione del perdono – e gli si perdona anche la caduta di stile della suora-zombie che a 90 anni sarebbe ancora disposta a fare una predica anti-lussuria, una delle poche licenze che gli sceneggiatori si sono presi rispetto alla storia vera (e si sente). Philomena è stata peccatrice e infermiera, ha conosciuto i corpi degli uomini e i loro appetiti: non ha mai smesso di pregare il suo Dio, ma anche di interrogarsi sul suo peccato e sulla sua espiazione, finché la stessa espiazione non le è sembrata un peccato più grande. Philomena conosce la differenza tra il perdono e la giustizia: la seconda deve fare il suo corso, la prima ci salva l’anima da una rabbia che ci distruggerebbe. Si esce dalla sala con la sensazione di aver visto, insieme, un reportage anticattolico e il film più cattolico della stagione. È al Monviso di Cuneo, sabato e domenica, alle 21:30.

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Il colpo all’italiana di Peppa

Ah, anche in Italia mangiate la pizza?

Peppa Pig, vacanze al sole e altre storie (il titolo originale non esiste perché si tratta di dieci normali puntate di Peppa Pig, dirette nel 2011 probabilmente da Phillip Hall e Joris van Hulzen).

 

Ciao (oink), io sono Peppa Pig. Questo è il mio fratellino George (oink). Questa è Mamma Pig (oink). Questo è Papà Pig (OINK!) E questa è una rapina che i distributori italiani hanno deciso di infliggere ai vostri genitori, i quali pagheranno uno o due biglietti a prezzo pieno per guardarsi con voi dieci miei episodi inediti; gli stessi episodi che tra un mese saranno costretti a rivedere e riascoltare su Ray YoYo un giorno sì e un giorno no. Oink, se non è una porcata questa.

 

D’altro canto voi avete in media quattro anni, come me; e io (oink!) sono l’unico personaggio che riesce ad attirare la vostra attenzione per un’oretta scarsa. L’unico vero fenomeno di massa provenuto dal digitale terrestre. Vengo dalla Gran Bretagna, dove l’intrattenimento per bambini di età prescolare è una scienza, non un feudo parastatale, un ripiego per autori frustrati o un intermezzo tra le pubblicità dei pannolini. Per dire, i Teletubbies li ha creati la BBC. Ma io, oink! diciamolo, sono veramente meglio di quei quattro pupazzi telecomandati, che agli adulti sono sempre riusciti incomprensibili. Io invece riesco a piacere anche ai vostri genitori, per via della garbata ironia (oink!) dei miei autori. In inglese si dice “tongue-in-cheek”, credo che significhi dire delle cose con la lingua irrigidita nella lingua per evitare di mettersi a ridere; ecco, Neville Astley, Mark Baker e Phillip Hall me li immagino così, sempre con la lingua nella guancia mentre mi fanno dire e fare cose normalissime, oink! ma anche molto divertenti. Nel mio mondo tutto è semplice come deve sembrare a un bambino di quattro anni. Gli adulti fanno qualche sciocchezza, nulla che non si possa risolvere con qualche risata. A volte guardano la tv. Guardano programmi noiosi, a base di patate e altri ortaggi che parlano e parlano. Io non sono così.

 

Ai Gatti piace venire all’acquario (“è più interessante della televisione”).

Io sono la rivincita dell’animazione 2d, dopo anni in cui qualsiasi cartone anche minuscolo doveva avere una computer-grafica tridimensionale. Migliaia di brutti cartoni con svolazzamenti di camera gratuiti e giochi di luce e di ombra che aumentano il realismo dove non se ne sente alcun bisogno, ma il più delle volte fanno sembrare i personaggi finti come robot di plastica in un mondo astratto senza un granello di polvere – non troppo a monte della valle perturbante. Io invece sono 2d e me ne vanto, oink! Sono piatta come nei vostri disegni; così piatta che mi hanno disegnato gli occhi sullo stesso lato della testa, il che ha reso un po’ problematico il merchandising (diciamolo, i miei pupazzi sono veramente brutti). Ma forse quando mi sbozzarono non avevano in mente l’affare da milioni di sterline che sarei diventata. Ho persino un parco a tema, come Topolino, ma nell’Hampshire. Ora sapete dove volete andare in vacanza, oink! ditelo a mamma e papà.

 

Io invece sono venuta in Italia, come scoprirete al cinema. Ho imparato che anche voi mangiate la pizza, che avete macchine più piccole e buffe, che i vostri carabinieri sono molto gentili e sempre pronti a inseguire mio papà; non perché guida sempre sul lato sbagliato (papà pasticcione!), ma per rendermi l’orsacchiotto Teddy, che perdo dappertutto. Mi sono vista sulla prima pagina di Vanity Fair Italia, ho letto il pezzo che mi ha dedicato Gramellini – è a quel punto che ho capito di essere diventata mainstream anche in Italia. Anche se voi e i vostri genitori mi seguivate quando ero ancora di nicchia, certo. All’inizio su Rai YoYo ero una striscia tra tante: dieci minuti tra Bob Aggiustatutto e Sam il Pompiere. Poi mi sono mangiata Bob, mi sono mangiata Sam, adesso all’ora di cena c’è una cosa che la signorina presentatrice chiama “scorpacciata” e consta di un’ora e mezza di Peppa Pig show. Peccato che i miei disegnatori non siano stati molto prolifici – appena quattro stagioni da 52 episodi, di cui una inedita in Italia fino a un anno fa. Quando la signorina l’estate scorsa cominciò a promettere “novità a casa di Peppa”, nei vostri genitori nacque un barlume di speranza: arrivano puntate nuove! Le vecchie le sapevano a memoria. Ormai in casa si comunicava mediante citazioni dei miei episodi: non è affatto divertente! ora sono molto rotto. Bleah! Sa di crema pasticcera e di calzini sporchi. Sono uno splendido cigno, oink! Il passero fa bau, il cane fa cip, e così via. Questa infinita litania forse era giunta a termine. 

 

A settembre arrivò soltanto mezza stagione – ma in tripla versione: italiano, inglese con la voce narrante in italiano, inglese. Una bella idea per familiarizzare con la musicalità di una lingua straniera, nonché per allungare il brodo. Nel giro di una settimana anche i nuovi episodi erano stati metabolizzati e memorizzati. Nel frattempo si avvicinava Natale, e io dilagavo negli spot: compra le mie figurine! la mia casetta! la mia automobile! la mia nave! il mio orsetto! il cd delle mie canzoni, così i tuoi genitori potranno ascoltarmi anche in macchina, lo sai, non vedono l’ora, oink! E proprio quando il regalo di Natale era stato ormai acquistato, l’annuncio fatale: bambini, sono anche al cinema! Dieci mie puntate a sette euro, dai, un affare!

 

tàta tatàtà, tata tata tàta.

In queste dieci puntate, a parte il viaggio in Italia, non succede niente di particolare. Una gita all’acquario con i miei e il mio pesciolino rosso. All’asilo assistiamo a un’altra lezione di quel mitomane di Nonno Coniglio. Pedro Pony perde gli occhiali, insomma, tutti i vecchi classici. Se siete degli esperti – e ormai lo siete – vi renderete conto che gli autori cominciavano a sentire la stanchezza: non inventano più nulla, giocano con le aspettative degli spettatori, rilanciando i vecchi tormentoni. Quella degli occhiali di Pedro è stata la mia ultima puntata. Non so quando tornerò. Girano strane voci, forse vogliono disegnarmi un po’ più grande, e insegnare a George qualche parola in più. Mah, non so se ne valga la pena. Forse sarebbe meglio voltar pagina, trovare qualche altro bel cartone – i miei ne hanno disegnato un altro ancora più divertente, il piccolo mondo di Ben e Holly. Certo, è per bambini un po’ più grandi, dai quattro anni agli otto. Bisogna avere voglia di crescere, non tutti ce l’hanno. Anche da voi.

 

In effetti ho il sospetto che in Italia mi segua molta gente che quattro anni non li ha più da un pezzo, con bambini o senza. Non per il piacere proibito che può dare a ogni età il rotolarsi nelle pozzanghere di fango. Temo che mi guardi un sacco di gente che con gli amici si vanta di guardare questo o quel film importante, di seguire questa o quella serie intricata e avvincente. E magari lo fanno davvero, ma faticano a capire la trama, hanno sempre avuto questo problema ma si vergognano a chiedere aiuto, è un segreto che si portano dentro da quando erano piccoli. Con me questo problema non c’è mai. Sono sul 43, se aspetti un po’ arrivo sempre. E se non hai ancora capito dove si è perso il Signor Dinosauro, puoi rivedere la stessa puntata tutte le volte che vuoi, finché non ne avrai penetrato, oink! il senso. Se poi non ce la fai, beh, puoi sempre saltare in una pozzanghera di fango. A me piace saltare in una pozzanghera di fango. A George piace saltare in una pozzanghera di fango. A tutti piace saltare in una pozzanghera di fango, oink! Peppa Pig

 

Peppa Pig è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo oggi (sabato 18 gennaio) e domani (domenica 19) alle 15.00, alle 16.30 e alle 18.00. Se avete un bambino sotto i cinque anni, può essere l’occasione di entrare in un cinema prima che chiudano tutti. Ah, se tra 15 anni un’intera generazione si dedicherà a saltare nel fango, sapremo da dove è partita l’idea. Quanto al fango, ho il sospetto che ce ne sarà in abbondanza.

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Quando i terroristi erano bianchi

E le cabine erano rosse.

Doppio Gioco (Shadow Dancer, James Marsh, 2012)

 

Quant’è difficile essere mamme in carriera, Colette lo sa. Se poi la carriera è quella di terrorista nell’IRA, in una cellula che è una piccola impresa di famiglia, prima o poi un guaio ti capita. Non puoi neanche dire a tuo figlio ciao, torno a fine settimana perché devo piazzare una bomba nella metro di Londra. E poi ti distrai, ti dimentichi di attivare il timer, ti fai prendere dai tizi dell’antiterrorismo che ti propongono di fare il doppio gioco, e a quel punto il casino si triplica: mamma, terrorista IRA e doppiogiochista di Sua Maestà, mai un momento per te. Che vita di merda, alzarsi al mattino, preparare la colazione, calzare il passamontagna, tradire i fratelli senza farsi ammazzare… C’è un modo per uscirne? Certo che c’è, Colette. Magari però ci ha già pensato qualcun altro prima. Doppio gioco è un film lento, di una lentezza inespressiva: non è che mostrando tutti i corridoi che deve attraversare l’agente Clive Owen ti si aumenti in qualche modo la suspense. E non c’è bisogno di tenere la camera fissa sullo sguardo sbarrato di Andrea Riseborough per capire che è una madre esaurita, una terrorista stanca e una bravissima attrice. Gillian Anderson per contro (proprio lei, Scully) compare per pochissimi minuti e dice le due battute più importanti di tutto il film.

 

Il film è ambientato nel ’93, quindi lei fa in tempo a dimettersi dall’antiterrorismo e ottenere un incarico speciale all’FBI e la continuity è salva.

Il fatto è che Doppio Gioco è quel classico film lento per il puro gusto di esserlo: così lento che mentre lo guardi vorresti fare l’esperimento di prenderne una copia e tagliare un fotogramma su due. Si salverebbero quasi tutti i dialoghi e gli snodi dell’intreccio, andrebbero persi un sacco di silenzi, scale e corridoi. E avremmo un film tv da 45 minuti, perfetto per una prima serata con tre break pubblicitari. Poi magari bisognerebbe stare attenti davvero a tutto quel che succede sullo schermo. Invece Doppio gioco è così lento che finisce in una nuova categoria, film che puoi guardare mentre scarichi la posta e controlli gli aggiornamenti sui social. Tanto nella saletta piccola del Cinelandia di Borgo, alle dieci e mezza, chi vuoi che si lamenti. Ti siedi in fondo e puoi persino farti una partita a ruzzle mentre Colette riflette se tradire o no i fratelli terroristi. Magari ti perdi un paio di scambi di sguardi intensi, pazienza, tanto se non sei un deficiente totale hai già capito chi è il secondo infiltrato mezz’ora prima di Clive Owen –  che di conseguenza non è che faccia fare all’antiterrorismo britannico una gran figura. Ma la debolezza sta nella storia. Il solito problema: nel romanzo di Tom Bradby c’era ciccia per cinquanta minuti, ma per andare in sala ce ne volevano ottanta. James Marsh è un bravo regista – ha stra-meritato l’Oscar per il suo documentario Man on Wire, sul folle acrobata che camminò su un filo sospeso tra le Twin Towers – ma non ha i mezzi per mantenere l’attenzione più di quanto la storia non meriti.

Andrea. Dove l’avete già vista quest’anno? Su che pianeta?

Bisognava mettere altra carne al fuoco, magari approfittarne per raccontare ai non-britannici e non-irlandesi che cos’è davvero l’IRA e cosa stava succedendo nell’Ulster degli anni Novanta, durante un processo di pacificazione che ovviamente stava innervosendo i duri e puri. Invece Doppio Gioco è un film brittocentrico, che dà tutto per scontato, a rischio di sbattere contro una cortina continentale di indifferenza. Un peccato: avremmo bisogno di più film così, ambientati in un tempo neanche tanto lontano, in cui i terroristi erano bianchi. Non olivastri, non islamici, anzi biondini e devoti al crocifisso.

 

 Doppio gioco stasera è ancora al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo, alle 20:10 e alle 22:35. Se vi interessa è il caso di affrettarsi

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Il pane, le rose e il single malt

La parte degli angeli (The Angels’ Share), Ken Loach, 2012

 

Una volta, mille estati fa, all’officina di mio padre si fermò un camionista scozzese con un Tir in panne. Il rosso dei capelli proseguiva sul collo scottato. In un qualche modo riuscì a farsi capire dai miei – il mio inglese scolastico non fu di molto aiuto – e in capo a un paio di giorni se ne ripartì. Di lui rimase soltanto un bottiglione di un litro e mezzo di una cosa mai vista, un liquido arancio-ruggine, dimenticato nel nostri frigo – o forse lo aveva scambiato con del vino bianco credendo di farci anche un favore. La misteriosa sigla sull’etichetta (“IRN-BRU”) sembrava alludere più a reagenti chimici che a una bibita frizzante. Ciononostante io e mio fratello provammo ad assaggiarla. Il primo sorso fugò ogni dubbio: era un reagente chimico. Oppure un crodino zuccherato. In ogni caso – decretammo dopo aver svuotato il litro e mezzo – era imbevibile.

 

Novecento estati più tardi mi ritrovai in Scozia immerso tra insegne che dicevano tutte IRN-BRU, IRN-BRU, sembrava che tutti fossero fieri di farti sapere che lì ti servivano il crodino zuccherato. Ne parlai con i miei ospiti e scoprii che il “ferro fermentato” (iron brew) non conteneva davvero ferro, macché, appena uno zerovirgolazero di citrato ferrico di ammonio… ed era la seconda bibita nazionale. “Tu ovviamente immagini qual è la prima”.

“Veramente no qual è?”

“Lo scotch”.

 

 

Racconto questa storiellina per venire incontro allo spettatore italiano, che nell’ultimo film di Ken Loach sentirà parlare di costosissimi whisky pregiati. Per la verità cosa sia un whisky lo sappiamo più o meno tutti. Ma in un paio di scene i protagonisti si attaccano a dei bottiglioni di irn-bru: ecco, quella roba mi sa che la maggior parte degli spettatori qui da noi non l’ha mai vista né assaggiata. E invece è importante, ai fini della trama, sapere di che si tratta: che ha più o meno lo stesso colore di un nobile single malt, ma non potrebbe avere un sapore più diverso: è un bibitone dolciastro e plebeo, roba da camionisti arsi dal sole. Ed è tuttavia scozzesissimo, più scozzese dei kilt turistici che i personaggi indossano per mimetizzarsi mentre vanno verso le highlands a fare il colpo della vita in autostop. Credo che uno spettatore scozzese, di fronte al solo pensiero di un malt mill travasato in una bottiglia di… stop, non voglio raccontare la trama. Però secondo me, se non sai cos’è l’irn-bru, ti perdi un po’ del divertimento.

 

Un altro prodotto britannico che invece conosciamo in tutto il mondo è il cinema di Ken Loach. Un po’ prevedibile, come è giusto che sia dopo vent’anni senza grosse pause: in una periferia disagiata (quella di Glasgow è la più disagiata del Regno Unito), uno o più proletari operai o disoccupati (la seconda) vittima dell’ingiustizia sociale (una faida famigliare) lotta per riscattarsi. Ce la farà? Dipende tutto da Paul Laverty, che da 15 anni scrive le sceneggiature dei film di Loach. Se Laverty è di buon umore magari sì, ce la fa. Ma se sia una commedia o una tragedia non lo capisci mai fino agli ultimi cinque minuti. Se l’avanzo di galera riuscirà a rifarsi una vita dipende dal suo impegno, dalla determinazione a salvare la sua famiglia… ma anche e soprattutto dalla fortuna, non siamo mica a Hollywood.

 

Insomma è il solito Ken Loach? Sì. Cioè. Dipende molto dalla nostra disponibilità a stupirci. Persino chi apprezza Loach ormai non ha veramente voglia che Loach gli proponga qualcosa di troppo diverso. Loach deve fare Loach, deve dare voce a quella massa di proletari e sub- ormai esclusi dalla rappresentazione televisiva e cinematografica. Deve farci vedere gli oggetti di uso comune del Regno Unito in tutta la loro straordinaria bruttezza, per esempio: gli infissi. Un film di Loach lo riconosci dagli infissi, sono sempre orribili. Ci sono gli infissi orribili in questo film? Altroché. Però… c’è anche il whisky. Provate a rispondere senza barare, senza guardare la trama: come ve l’immaginate l’approccio di Ken Loach al whisky? È un prodotto di lusso, che richiede un lungo e facoltoso apprendistato per essere consumato consapevolmente. Ken Loach viceversa sembra più un tizio da irn-bru: i suoi film non hanno nulla di aristocratico; non serve per apprezzarli nessuna particolare educazione al medium cinematografico; raccontano storie semplici e lasciano in bocca un retrogusto ferroso e dolciastro.

 

Spero che nessuno si offenda se paragono Loach a una bibita frizzante: mi viene in mente Andy Warhol quando esaltava la democrazia di un’altra bibita (“Una Coca è una Coca, e nessuna somma di denaro può procurarti una Coca migliore di quella che beve il barbone all’angolo della strada. Tutte le Coche sono uguali e tutte le Coche sono buone”). Tutti i film di Loach-Laverty sono più o meno uguali, tutti sono onesti, nessuno è un capolavoro. E allora tutto ti aspetteresti da loro tranne un film sul whisky in cui una botte di single malt da un milione di sterline non è descritta come un feticcio borghese, o un simbolo dell’aristocrazia, e l’invecchiamento non è una metafora del processo di accumulazione del Capitale. Se il cinema di Loach fosse semplicemente un compitino ideologico, come alcuni pensano, del whisky non si potrebbe parlare che così. Ma il cinema di Loach è per prima cosa un cinema di persone: e a una di queste persone, un bulletto di periferia incastrato in una faida infinita, capita la fortuna di avere il talento, il “naso” per il whisky. Che è tutt’altro che un feticcio, addirittura può diventare uno strumento di redenzione, ma in generale è trattato da Loach con il rispetto che si deve alle cose importanti, la famiglia il lavoro o il calcio. Il re dei degustatori è ritratto come un nobile saggio, la sua parola non è da mettere in discussione. Non è la solita tiritera sul pane e le rose, non nascerà nessun movimento per distribuire alcolici di pregio nelle periferie disagiate: Laverty si inventa un’occasione di riscatto individuale, sta al protagonista cogliere o no l’occasione, e se vuole coglierla davvero – questo è interessante – dovrà infrangere la legge. Qualcuno ha ricordato la saga dei soliti ignoti, ma questi ultimi rimediavano al massimo un piatto di pasta e ceci.

 

Se ci aspettavamo la solita lezioncina, potremmo anche sentirci a disagio: i personaggi saranno anche vittime della società, ma sono soprattutto quattro idioti senza arte né parte. Ce ne accorgiamo sin dalle prime scene, quando li vediamo in piedi davanti al giudice che li manda ai servizi sociali ed è perfino troppo buono. Questi rubano, bevono, picchiano senza sapere il perché. A portare un po’ di luce, un po’ di senso nella loro esistenza sarà il loro capocantiere, un appassionato di whisky che decide di iniziarli all’arte della degustazione. Il loro modo di riscattarsi sarà… organizzare una rapina. È inevitabile tifare per loro, ma la lezione qual è? A un certo punto una comparsa dice che è importante dare una occasione alle persone. Potrebbe essere la morale del film, ma se dai a un ladruncolo il senso del whisky, non si metterà semplicemente a rubare il whisky? Sì, ma nel farlo dimostrerà almeno un po’ di sana progettualità. Insomma, è il solito film di Loach, ma è molto più ambiguo del solito, e meno ideologico di come me lo aspettavo. Forse dovrei smetterla di aspettarmi delle cose dai film, non sono lattine di bibite, non puoi sempre dare per scontato il sapore.

 

(La parte degli angeli è al cinema Fiamma di Cuneo. Buona visione!)