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I 1001 pianeti di Valérian

Valerian e la città dei mille pianeti (Valérian et la Cité des mille planètes, Luc Besson, 2017).

Da qualche parte al centro di questa città quadrimensionale, vivono i superstiti di un antico e nobile popolo che abbiamo sterminato un giorno senza volere – cose che càpitano quando si esplora la galassia. Non vivono in armonia con la natura: la natura non c’è più. Hanno la loro tecnologia, sviluppata un po’ in autonomia un po’ rubacchiando quello che passava ai piani superiori. Non è incomprensibile, ma ha le sue stranezze – comunicano col Minitel, hanno le tastiere con la A al posto della Q. Un giorno spiccheranno il volo, verso un nuovo pianeta dove vivere in pace e stagionare altri ottocento formaggi diversi. E ci mancheranno. Sì, proprio i francesi. Lo so, sembra impossibile.

Ma tingerle i capelli proprio non si poteva? Anche in CGI…

Un giorno ci mancherà Luc Besson – per quanto sia così difficile volergli bene. È un tamarro senza scrupoli e senza redenzione. La sua idea di cinefumetto fantascientifico è esattamente quella che aveva Lucas negli anni Ottanta: navi spaziali in fiamme e pupazzoni. In più Besson ci mette tutta la computergrafica che si può permettere con 197 milioni di euro, e non gli resta nemmeno un eurocent per pagare lo sceneggiatore. Questa è la cosa che fa più rabbia, perché sul serio: quanto si può risparmiare se invece di farti scrivere buoni dialoghi, te li fai scrivere scadenti? Il costo di un mostro digitale? Di un attore europeo in ribasso? Tra un’ospitata di Rihanna e una buona storia, tu cosa avresti scelto? È praticamente impossibile voler bene a Luc Besson quando prende uno, anzi due storici personaggi del fumetto fantascientifico francese, e invece di farli battibeccare per tutto il film come due colleghi che flirtano tra una battaglia e l’altra, decide che proprio in quelle due ore devono confessare la reciproca attrazione e fidanzarsi – che cosa imbarazzante, in un cinefumetto del 2017, vedere lui che fa una proposta di matrimonio e lei che fa la difficile perché non vuole essere “una della tua playlist”. Se almeno fosse una gag e invece no, man mano che il film perde l’energia iniziale, l’idea banalotta del matrimonio procede per inerzia fino ad assorbirlo tutto. È come se Besson, che in teoria sogna questo film da una vita (e ci ha investito parecchio), fosse persuaso di non avere seconde possibilità: Valérian e Laureline hanno solo un film a disposizione, tanto vale buttarci dentro tutto, immergerli in centinaia di ambienti diversi in due ore (il che andrebbe anche bene) e poi farli sposare come succede nelle fiabe (il che invece no). Il film poi non è andato nemmeno così malaccio come sembrava, per ora siamo a 225 milioni di euro di incasso. Quindi per il sequel che ci dobbiamo aspettare, Valérien e Laureline oltre i limiti della galassia in luna di miele? Valérien e Laureline che litigano su chi deve cambiare il cyberpannolino? Ci sarà un motivo se gli eroi dei fumetti non si sposano mai? E impossibile voler bene a Luc Besson quando cade su queste sciocchezze. Eppure è necessario.

L’idea – molto europea – che la convivenza sia un caos, però un caos che tutto sommato funziona.

Si potesse fare a meno di lui, ne sarei contento. Ci fosse in circolazione qualche altro visionario regista francese in grado di attingere a quell’immaginario autoctono che negli anni Sessanta dava i punti agli americani – ma non c’è. Quel momento in cui il pianeta Francia e il suo satellite Belgio erano gli astri più fiammanti del firmamento, e Mézières e Moebius plasmavano il nostro immaginario, con situazioni più problematiche di quelle che arrivavano da oltre oceano, ma immagini altrettanto suggestive – alzi la mano chi ha trovato l’astronave di Valérian un po’ troppo simile al Millenium Falcon, beh, è ovviamente il contrario. Besson non sarà il miglior difensore del patrimonio culturale che rappresenta, ma al momento è l’unico, e quindi viva Luc Besson e i suoi pupazzoni digitali (che comunque reggono il confronto di Avatar). Per quanto sia difficile volergli bene, una volta su dieci ne vale la pena. A volte gli riescono cose impossibili, ad esempio rendere simpatica Cara Delevigne. Mentre Dane DeHaan ha esattamente la faccia da schiaffi che serve a un avventuriero dello spazio. Valerian e la città dei mille pianeti resiste indomito al Monviso di Cuneo, almeno fino a stasera 24 ottobre alle ore 21.

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Wonder Woman nel Paese dei Manspleiners

Wonder Woman (Patty Jenkins, 2017)

Oltre il grande mare, figlia mia, vivono i Maschi. Un giorno li incontrerai. Da cosa li riconoscerai? Dalla barba, se va ancora di moda; da come si sbracano sui sedili dei mezzi pubblici – ma molto più probabilmente da come ti interromperanno mentre parli. Ti giuro. Non è una leggenda: magari stai raccontando la tua ultima battaglia, e loro, senza aspettare che tu finisca la frase, cominciano a spiegarti che le cose sono molto più complesse di quel che credevi; che non è tutto bianco o nero; pensa, esiste anche il grigio!; che certe volte un male è un bene, un armistizio serve a prolungare la guerra e un’arma chimica può servire a fare la pace. Figlia mia, il giorno che li incontrerai, tu magari ascoltali.

Poi menali tutti – neri, bianchi, grigi – non importa. Dagliene tante, figlia mia. Anche se non sai il perché: loro senz’altro lo sanno. Magari – se sopravvivono – te lo spiegheranno.

È incredibile come facesse ridere
già dal poster (quelle orecchie, dio).

Il 2017 è un anno storico per l’uguaglianza di generi ed etnie al cinema. Dopo tanti cinecomics, finalmente ne abbiamo avuto uno al femminile, Wonder Woman – e in breve la Marvel ci darà il suo primo film concentrato su un supereroe nero, Black Panther! Non è incredibile, però, che ci sia voluto tanto? Mentre tutto intorno il nostro immaginario si faceva sempre più multicolore e multigenere; mentre i cast dei film d’azione riservavano sempre più posti alle minoranze, e sempre più spesso il ruolo della protagonista a una donna, non è curioso che i cinecomics siano arrivati a un risultato del genere così lentamente?

No.

Non è incredibile e non è nemmeno così vero, visto che 13 anni prima di Panther e Wonder Woman, Halle Berry era già Catwoman in un film che nessuno ricorda volentieri; soprattutto a casa Warner. E può darsi che quel flop, neanche il primo (ElektraSupergirl) sia in un qualche modo responsabile del ritardo con cui la principessa amazzone arriva sul grande schermo: buona ultima dopo personaggi molto meno iconici e meno popolari (Ant-Man…), in un momento di iper-inflazione del genere a cui sempre più gli studios reagiscono proponendo personaggi collaterali e bizzarri: il supereroe che dice le parolacce, i supercattivi tuttitatuati, i procioni parlanti. Ecco il primo cinecomic al femminile arriva nell’anno del secondo film su un procione parlante. Furries 2 – Femministe 1, palla al centro.

La cosa sarebbe molto meno rilevante di quel che sembra, visto che grazie al cielo al cinema non ci sono solo supereroi, e nemmeno quel segmento molto chiassoso, cialtrone e culturalmente rilevante che sono i film d’azione. Prendi una qualsiasi saga young adult, da Hunger Games in poi; prendi Jennifer Lawrence, prendi Charlize Theron in Mad Max 4. Prendi Scarlett Johansson, a cui la Marvel non ha voluto dedicare un film solista, forse perché sarebbe costato troppo, e nel frattempo è diventata protagonista di una saga giapponese e di una francese. Prendi Angelina Jolie e Milla Jovovich che nel 2004 (13 anni fa!) mentre Gal Gadot diventava Miss Israele ed entrava nell’esercito, erano già protagoniste di saghe sparatutto. Persino in Fast and Furious le donne sono sempre più rilevanti: persino nei Transformers. Eppure c’è davvero chi ha aspettato il 2017, e l’arrivo di Wonder Woman, per festeggiare un traguardo nelle pari opportunità. Non è solo la storia a rendere omaggio alla bella semplicità dei tempi andati (c’è un’eroina buona ma ingenua che deve sconfiggere un cattivo astuto): anche il dibattito critico sembra arrivare da un tempo lontano in cui poteva sembrare incredibile che una donna prendesse al lazo i nemici anziché rammendar loro i calzini.

 

Lei è perfetta e arriva da una piccola terra di fieri combattenti
che l’hanno forgiata e le hanno spiegato che il Bene è il Bene
e il Male è il Male. NO NON STO PARLANDO DI ISRAELE:
È LA TRAMA DEL FILM. Oh maledizione.

C’è persino chi trova molto femminista il fatto che ci sia una donna anche tra i cattivi! – malgrado a conti fatti sia una sgobbona che prende gli ordini dai superiori. (Forse, se uno avesse la pazienza di controllare, scoprirebbe che era più femminista la cattiva Sharon Stone in Catwoman) (ma in generale di cosa stiamo parlando? Di donne perfide il cinema è pieno credo dagli anni Venti).

A questo punto però devo rammentare che sono un maschio eterosessuale, e forse la mia posizione non mi permette di capire che enorme salto in avanti sia, un film su Wonder Woman, per tutte le ragazze e bambine del mondo: soprattutto nei mercati emergenti, dove forse la Jolie e la Jovovich non sono arrivate così presto e così bene. Forse tutto quello che ho scritto fin qui è un lungo e ponderato mansplaining. Forse.

Ma anche in quel caso che altro posso fare, a parte recitare fino in fondo la mia parte di noioso maschio che spiega l’ovvio? Per me parlare di femminismo per questo film è fare un torto sia al femminismo sia al film. Quest’ultimo è divertente: probabilmente il migliore prodotto fin qui dall’universo cinematico Warner – dopo due mostri senza capo né coda né senso come BvS e Suicide Squad. È una storia dedicata all’origine di un singolo eroe, e per quanto la formula sia inflazionata è comunque più fresca dei polpettoni a più personaggi che la Warner ci doveva assolutamente propinare.

C’è una periodizzazione un po’ più originale del solito (la Prima Guerra Mondiale, in tutto il suo orrore che a un secolo di distanza sembra ancora fantascienza apocalittica); c’è un prologo mitologico un po’ kitsch ma che si riscatta con una delle cose più assurde e divertenti che ho mai visto sul grande schermo: Robin Wright che guida un assalto di amazzoni a cavallo contro delle truppe di sbarco tedesche.

 

La profezia si sta realizzando.

C’è soprattutto una meravigliosa Gal Gadot che più che una donna è una bambina: uno spirito ingenuo e puro che difende le ragioni semplici dei bambini nel mondo complicato, deludente e orribile degli adulti. Diana fugge dalla sua isola con un’idea molto semplice – distruggere il Male – e lungo la sua strada non farà che trovare personaggi maschili che opporranno alla sua morale fanciulla le obiezioni degli adulti: sensate ma insoddisfacenti, com’è giusto che sia in un film che prima di pensare alle pari opportunità, pensa ai suoi spettatori bambini. Diana sa tutto tranne come ci si veste e come ci si comporta; in combattimento non ha rivali ma non sempre ha chiaro quali siano i veri nemici. Persino la personificazione (maschile) del Male, quando alla fine si rivelerà, avrà un paio di cose da insegnarle. Insomma tutto questo femminismo non lo vedo: non vedo nemmeno troppo maschilismo perché ho la sensazione che il film sia solo il primo capitolo di una storia, e che l’ingenuità di Diana abbia un senso narrativo, più che ideologico. La Diana odierna, già intravista in Batman v Superman, non sembra più avere bisogno che i suoi colleghi maschi in mantello le spieghino chi combattere e perché. Anzi, speriamo che nei prossimi film accada spesso il contrario, visto che ora Diana Spencer sembra il personaggio con più esperienza alle spalle. Ma soprattutto speriamo che siano guardabili: Wonder Woman grazie al cielo (e alla regista) lo era. Dopo tre settimane lo si vede ancora al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (19:50, 22:40) e al Multisala di Bra (20:00)

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Non t’immischiare con Capitan Totomorto

La XXth Century Fox, in associazione con la Marvel Enterteinment non si vergogna affatto di presentarvi il nuovo film di un qualche cazzone. Nei panni del supereroe, un coglione. Con la straordinaria partecipazione della gnocca di turno. Poi c’è un cattivo dal forte accento inglese, la spalla comica, un’adolescente musona, un personaggio completamente fatto al computer, un cameo gratuito. Prodotto da dei figli di buona donna, scritto dai veri eroi qua dentro, diretto da un automa superpagato. (Questa non è una recensione, questi sono i veri titoli iniziali – per inciso, la cosa migliore del film. Dopo Morena Baccarin).

Se capite cosa intendo.

Dopo i supereroi coi superproblemi, i supereroi dal destino tragico e dalle grandi responsabilità, i supereroi recalcitranti, arriva Deadpool, ed è soltanto un coglione. Non è una ventata d’aria fresca? Un po’ lo è. D’altro canto, non basta ammettere di essere coglioni per smettere di esserlo. A volte è il primo passo. Ma può anche essere un passo indietro. Di solito è il modo in cui cercavamo di sfangarla al liceo.

A volte penso a quanto sono fortunati i ragazzini di adesso, con tutti questi supereroi al cinema che ai miei tempi te li potevi soltanto sognare. Altre volte penso a quanto dev’essere difficile crescere in un mondo in cui i genitori conoscono tutti i personaggi dei tuoi sogni. Prendi Star Wars. Trent’anni fa era un mondo nuovo, qualcosa che creava un’immediata frattura tra il tuo mondo e quello dei grandi. Tuo padre non sapeva chi fosse Luke Skywalker – non era previsto che lo sapesse. Invece adesso noi maledetti grandi coi capelli grigi sappiamo tutto, tutto. Tutte le vite di tutti gli eroi. Per i buchi di memoria ci sono le ristampe, le antologie, se proprio butta male wikipedia.

Nel frattempo, in virtù di un calcolo di mercato neppure troppo oscuro, l’Universo Cinematico Marvel continua a insistere su storie di quarant’anni fa, che perfino noi abbiamo letto in ristampa. Vedi l’ultimo Avengers: contiene due personaggi irrimediabilmente datati, l’androide Ultron e il suo antagonista buono, Visione, un tizio col mantello. Non so se vi rendete conto: il mantello. E quell’incarnato magenta che probabilmente negli anni Settanta era più pratico da stendere in quadricromia. Qual è il senso di resuscitare situazioni così vecchie, a parte compiacere i genitori che portano figli e nipotini e vogliono mostrare di saperla lunga? Per fortuna che da qualche cassetto la Fox ha tirato fuori Deadpool.

Una mossa abbastanza disperata, da parte di una major che negli ultimi anni ha fatto tutto quello che poteva fare per sputtanare gli eroi Marvel di cui deteneva ancora i diritti. Un Uomo Ragno per ragazze, un X-Man che ha definitivamente incasinato la timeline, un Fantastici Quattro horror, e poi cosa?

“Ci sarebbe un assassino psicopatico onnisessuale che non tace mai”.
“Stai scherzando?”
“Ryan Reynolds ci tiene tantissimo”.
“Ah beh allora”.
“È un personaggio autoironico, dice un sacco di parolacce, infilza la gente con le spade…”
“Non si può fare, sarebbe vietato ai minori”.
“Magari così funziona”.
“Dici?”
“Teniamo basso il budget e vediamo. Insomma qualcosa prima o poi dovrà pur funzionare. È la legge dei grandi numeri”.

Beh, ha funzionato. Però resta un sospetto. Forse più dell’autoironia da quattro soldi, di quel turpiloquio da macchinetta delle merendine, più di quella cosa così sovversiva che è sfondare la quarta parete (che non è un valore in sé, se la sfondi solo per dire cretinate) Deadpool ha funzionato proprio perché noi vecchi non lo conosciamo. Chi è questo Deadpool, in fin dei conti?

Che è un po’ come chiedersi chi è questo Eminem di tutti i parlano – sì, il personaggio nei fumetti fa sfracelli già da più di vent’anni. Ma noi lo abbiamo appena intravisto, quindi dev’essere l’ultimo arrivato. E come si permette di sbancare il botteghino?

Se Deadpool ha un merito – non sono del tutto sicuro che ce l’abbia – è proprio quello di tagliarci fuori. Finalmente un supereroe che non è fatto per noi. Il film non ha niente di originale – anzi, cavalca senza vergogna e con una certa foga tutti gli stereotipi del genere “origini di un eroe”. Di buono ci mette uno script compatto, che mira al sodo e taglia tutto il grasso; si sente che stavolta gli sceneggiatori non provavano la solita ansia da primo episodio (“Oh mio dio devo raccontare le origini di questo famoso personaggio senza tradire i fans e trasformandolo in un eroe maturo a metà del secondo tempo”). Deadpool non è una leggenda, Deadpool è una barzelletta: era essenziale non tirarla in lungo. Detto questo, rimane pur sempre la storia della sfida mortale tra due galletti che ce l’hanno a morte perché hanno iniziato a sfottersi in un corridoio. Il target è più ristretto del solito: è un film che in patria è vietato ai minori di 16 e che nessun normodotato maggiore di 24 dovrebbe avere un motivo serio per guardarsi. Gli X-Men forniscono due guest star, si fa per dire, due avanzi di continuity che rappresentano abbastanza fedelmente l’idea che lo spettatore tra i 16 e i 24 ha della generazione successiva (una teen-ager musona che whatsappa durante il combattimento) e della precedente, ovvero Colosso. Ecco: il nobile Colosso, che finalmente ha recuperato il suo accento russo, è il personaggio in cui gli spettatori più grandi sono costretti a immedesimarsi. Per tutto il film non fa che chiedere a Deadpool di non fare il deficiente. Indovinate che figura ci fa.

Deadpool, tra le altre cose, è un segnale eloquente che mi manda l’industria cinematografica: la vuoi piantare di andare a vedere i film di supereroi e di uscire deluso? Cosa ti aspetti ancora alla tua età da dei tizi in maschera e tutina colorata? Da bravo, perché non vai a vedere i film intensi o di denuncia sociale o non porti semplicemente i tuoi popcorn ai piccioni nel parchetto più vicino? Niente di personale ma insomma ci spaventi i clienti veri. I ragazzini. Deadpool è al Citiplex di Alba (20:00, 22:15), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20, 22:40), all’Impero di Bra (20:20, 22:30), al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30).

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Avengers, un panino a sette strati

Tutti assieme adesso.

Avengers: Age of Ultron (Joss Whedon, 2015)

 

Vendicatori uniti!: la terra è, ovviamente, in pericolo. Da qualche parte è nascosto uno scettro che nasconde una gemma che nasconde un computer che nasconde un’altra minaccia ancora. Il miglior modo per sconfiggerla è ovviamente creare un’intelligenza artificiale che però si ribellerà e creerà un’altra intelligenza artificiale che si ribellerà al ribelle, così che alla fine quasi nessuno degli eroi si farà male, di quelli di cui la Marvel detiene i diritti. Ma voi volete sapere se è un bel film. 

 

Mi piaci perché sei sensibile, non come quegli altri.

Beh, sì, nel suo genere è il massimo. Per dire c’è una sequenza in cui Hulk e un Iron Man sotto steroidi se le danno di santa ragione, è una cosa che – 

 

È il miglior film della Marvel?

 

Sempre questa domanda. Non saprei. Iron Man 3 era più disneyano. Winter Soldier cercava di darsi un tono. Quelli di Thor non li guardo (mai sopportato Thor). I guardiani della galassia era cazzaro al punto giusto, insomma se alla Marvel hanno sbagliato qualcosa negli ultimi anni io non me ne sono accorto. Sono bravi, conoscono il genere, sanno fino a che punto possono stravolgere i personaggi (alcuni anche parecchio, ma sempre per un buon motivo), e soprattutto hanno un grande rispetto per il loro pubblico metà bambino e metà quarantenne nerd. Forse Iron Man 3 guardava più al bambino, Winter Soldier più al nerd, quanto ad Avengers… c’è Joss Whedon in cabina che fa quel che può (e può parecchio): deve seguire sei o sette eroi alla volta e ci riesce – è incredibile come riesca a dare spessore anche ai meno interessanti, il buon vecchio Occhio di Falco – deve raccontare una storia non troppo cretina e ci riesce, deve rallegrare i più piccoli con lunghe sequenze in cui scoppia tutto e ci riesce. Alla fine si esce esausti e soddisfatti, ma chissà se è davvero il miglior film della Marvel. Può anche darsi di no.

 

In effetti c’è troppa roba nel panino, non è che ci gustiamo davvero tutto. Se devo essere sincero, probabilmente digerisco meglio i film in cui c’è un solo eroe, qualche superamico e due o tre supernemici: un solo vero ingrediente con qualche condimento ben dosato. D’altro canto guardiamoci in faccia: di cosa stiamo parlando? Non siamo mica gourmet, non siamo al ristorante. Siamo in un fast food, e al fast food vogliamo il panino con tutti gli ingredienti. Compresi quelli che presi da soli ci stomacherebbero, ad esempio il salmone norvegese – da Whedon molto sapientemente affumicato e usato quasi soltanto come intermezzo comico. Ma anche il cetriolino a stelle e strisce, sulla carta l’elemento più dolciastro e indigeribile, negli anni è stato trattato al punto che ormai riesce ad armonizzarsi che è un piacere – è una delle cose migliori. In attesa di quel panino tutto di Vedova Nera, che per qualche oscuro motivo non ci cucineranno mai. Avengers – Age of Ultron è quell’enorme burger ripieno di ogni ben di dio che ti fa salivare anche se alla fine mentre lo mangi non distingui più i sapori, non capisci più niente, e alla fine prevale più un senso di colpa che di sazietà. Un piacere infantile e poco sano da prendersi una volta ogni due o tre anni, ché noi in realtà siamo adulti e di solito andiamo a mangiare cose sane e genuine in ristoranti seri.

 

“Per esempio la settimana scorsa sono andato da Nanni“.

“Ah, grandissimo Nanni, come sta?”

“Malissimo, gli è morta la mamma”.

“Oh poveraccio. Mi dispiace”.

“Mi ha attaccato una pezza così…”

“Eh, beh, ma lo sai com’è fatto. Ma i bucatini com’erano?”

“Ti devo dire la verità? Un po’ scotti”.

“Eh”.

“D’altronde gli è morta la mamma, cioè”.

“Ma in fatti”

“Chissenefrega dei bucatini”.

“Eh già”.

“Andiamo a farci un panino?”

“Andiamo”.

 

Avengers: Age of Ultron è al Cityplex di Alba alle 20:30 (3d), e alle 21:30; al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo alle 19:50 (3d), 20:00, 21:00, 22:00, 22:40 (3d), 22:45; all’Impero di Bra alle 20:00 (3d), 22:30 (3d), al Fiamma di Cuneo alle 21:00; al Multilanghe di Dogliani alle 21:30; all’Italia di Saluzzo alle 21:30; al Cinecittà di Savigliano alle 21:30.

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Il ragazzo inguardabile

È in missione per fregare le soluzioni della verifica di Mate dal cassetto della prof.

Il ragazzo invisibile (Gabriele Salvatores, 2014)

 

Michele Silenzi vorrebbe tanto fare il supereroe, ma non può permettersi un costume americano. Neanche cinese – è allergico all’acrilico. Non gli resta che l’opzione più disperata: sarà il primo supereroe italiano. Che tipo di supereroe? Invisibile, pensa. Mal che vada passerà inosservato. Michele non sa che la gente lo vede benissimo, ma preferisce guardare da un’altra parte…

 

Questa settimana pensavo di scrivere qualcosa sul Ragazzo invisibile di Salvatores, prima che un film un’operazione commerciale coraggiosa ai limiti della spavalderia. Purtroppo Il Ragazzo era già scomparso dalle sale di Cuneo e provincia. Oggi è riapparso a Fassano, sennò bisogna salire a Moncalieri, ed è l’unica sala in tutta la provincia di Torino – nel capoluogo lo danno in altre due. Anche a Milano non è che la situazione sia molto più rosea. Il Ragazzo è uscito due settimane fa, a Natale, pigliandosi in pieno la botta di Big Hero 6, un film Disney-Marvel in 3d concepito più o meno per lo stesso pubblico. Com’è andata? 

 

Siccome prima che di un film stiamo parlando di un’operazione commerciale coraggiosa (ai limiti dell’imprudenza), più che delle opinioni personali valgono i numeri. È un film costato otto milioni; in due settimane ne ha recuperati quattro, ma nelle sale comincia a latitare. Qualsiasi confronto con le altre pellicole italiane (tutte commedie più o meno panettonesche), o coi bluckbuster americani non ha senso: il Ragazzo correva da solo, in un campionato a parte. L’impressione personale – spassionata, addolorata, di un vecchio fan di Nirvana – è che questa corsa il Ragazzo la stia perdendo. Magari se fosse stato un buon film di supereroi fatti in casa, con pochi ma efficaci effetti speciali e tanto amore… alla fine sarebbe andato male comunque; ma il fatto che sia un compitino distratto, svolto svogliatamente da maestranze poco convinte, non aiuta.

 

Proprio perché si trattava di un’operazione coraggiosa ai limiti della follia (infilarsi una calzamaglia e sperare che i ragazzini ti prendano sul serio), nell’esecuzione ci si sarebbe aspettato di vedere all’opera tutto questo coraggio, tutta questa follia. Se hai davvero deciso di fare un film di supereroi; se hai deciso di lottare contro la Marvel e la Warner per il cuore dei ragazzini, sai dal principio che le possibilità di vincere sono nulle; ma anche che se solo riuscirai a fare un punto – un punto solo, come Bud Spencer in Bulldozer – sarà una cosa epica, da raccontare ai nipoti. Il Ragazzo quel punto non lo segna, il che era prevedibile; ma il guaio è che nemmeno ci prova. Nirvana almeno ci provava – certo il cyberpunk era un filone più congeniale al regista. Il Ragazzo gioca in difesa tutto il tempo sperando di ridurre i danni, invano. È davvero un ragazzino finito per imprudenza in un mondo molto più grande di lui, persuaso in qualche modo che un costume aderente e un superpotere gli sarebbero stati sufficienti per avere una chance.

 

Servirebbero invece trucchi, armi segrete, e non ne abbiamo. Certo, l’effettistica hollywoodiana non possiamo permettercela, ma se ci impegnassimo potremmo isolare singoli aspetti di un genere codificato negli USA ed esagerarli fino al grottesco – come fecero con risultati straordinari, in tempi ormai lontani, Leone o Bava. Un esempio più contemporaneo è Luc Besson che pestando a tavoletta il pedale della tamarraggine è riuscito a creare l’EuropaCorp, una macchina da euro che ultimamente riesce a succhiare persino i dollari degli spettatori americani. Purtroppo Salvatores non è Besson, non ci tende e non ci tese mai. Non fa action, non ci ha nemmeno mai provato. Quando Besson girava le soggettive delle pallottole lui faceva sparare in aria Silvio Orlando in Sud: riuscite a immaginare film più diversi? Più o meno la differenza tra un rapper gangsta e un alternativo del Leonkavallo; ognuno ha i suoi gusti, ma a chi dei due fareste girare il vostro film di superoeroi? 

 

La bella fotografia rende il prodotto ancora più irritante.

Un’altra possibilità era trovare una storia originale. Qualcosa che gli americani ancora non hanno e che in seguito ti copieranno, così come copiano noir svedesi, horror norvegesi, manga dal Giappone.  Purtroppo il Ragazzo va esattamente nella strada opposta, verso un cinema di serie B superderivativo (che se fosse davvero di serie B e non costasse i milioni farebbe simpatia) adottando con rassegnazione più che entusiasmo il canovaccio tipico di ogni racconto di formazione supereroistica da Stan Lee in poi, con un uso delle citazioni esibito, bonelliano. Tanto valeva bussare direttamente alla Bonelli Editore e chiedere se qualcuno per caso non avesse una storia già pronta, e migliore – se di solito i supereroi ci collaudano per decenni sulla carta prima di passare alla pellicola, forse c’è un motivo. Dico Bonelli perché è la principale industria dei sogni italiana, assolutamente autoctona, e sta reggendo quasi da sola una crisi infinita continuando a vantare numeri paragonabili a quelli degli omologhi americani. Non è certo roba raffinata, ma se si cercava qualche artigiano in grado di buttar giù dialoghi credibili senz’altro bisognava cercarlo lì.

 

Invece gli sceneggiatori del film – neanche gli ultimi arrivati, purtroppo – si trovano più volte nell’evidente imbarazzo di non sapere cosa mettere in bocca ai loro personaggi. Sono quei momenti in cui la citazione non è più una strizzata d’occhio, ma l’ancora di salvataggio per tirarsi fuori da vuoti improvvisi di idee: come facciamo a rendere il panico di Michele durante la festa in maschera? Boh, come farebbe un ragazzino in quella situazione? E chi lo sa, chi li ha mai visti i ragazzini. Buttiamo lì una scena di Shining, i genitori capiranno e i bambini magari si spaventeranno (il film di Kubrick ritorna pigramente almeno un paio di volte: del resto alla festa in maschera delle medie della classe ’00 non c’è un solo mostro che un cinquantenne non riconosca al volo). 

 

Salvatores gli vuol bene teneramente a quel personaggio come fosse il suo figlioletto: ”guarda quant’è adorabile quando diventa invisibile” (Jackie Lang)

Terrorizzati dall’idea di osare qualche effetto speciale in più, gli autori scelgono il superpotere meno spettacolare per definizione – l’invisibilità – nonostante costituisca un problema non da poco per la messa in scena (un problema a cui Salvatores non trova una soluzione coerente: a volte ce lo mostra anche se è invisibile, a volte no). L’invisibilità si presta poi a tante scipite metafore con la condizione giovanile… ecco, questa poteva essere un’idea: ma è stata immediatamente smarrita per strada. Michele non è il classico ragazzino invisibile che si aggira tra scuola e famiglia senza che nessuno lo noti o ne intuisca le potenzialità. L’esatto contrario: la madre lo cerca dappertutto, a scuola i bulli lo prendono di mira: che non è evidentemente il problema di chi si sente invisibile. A casa è servito e riverito, la mamma lo marca stretto, è naturalmente la migliore del mondo e ha sempre tempo e cinquanta euro per lui (sul paternalismo dominante si è espresso già Jackie Lang sui 400 Calci; siamo davanti a un film per ragazzini che non ha nemmeno il coraggio di prendere un po’ in giro i genitori).

 

Con la scusa che è introverso, Michele tace il più del tempo e non fa nessuno sforzo di sembrarci simpatico – nei fatti non lo è. Non solo ha le tipiche reazioni esagerate dei teenager cinematografici italiani (“MI HAI LAVATO IL COSTUME NON SEI LA MIA VERA MADRE TI ODIOOOOOOOH!“), ma ha un maggiordomo Alfred che è una bambina di otto anni, non proprio l’ideale come spalla comica: del resto non è la sola a esprimersi per didascalie (“Sei-un-supereroe”, “Devi-dire-la-verità-alla-ragazza”). Completamente ignorata la lezione dei migliori film Marvel, dove tra una sequenza action e l’altra il ritmo è quello sincopato delle commedie e tutti un sacco di cose da dirsi. Neanche i superpoteri renderanno Michele umanamente migliore: quel che riesce a scoprire sui suoi compagni non lo induce a farseli amici, ma a scavalcarli con supponenza sbattendo loro in faccia i problemi più intimi; del resto chi ha bisogno di amici quando può conquistarsi la ragazza coi risultati (rubati!) della verifica di matematica. Insomma pare che dai grandi poteri derivino grandi opportunità di circuire il prossimo: il che fa davvero di Michele il primo supereroe italiano – ma speriamo anche l’ultimo. 

 

Ora se voi pensate che i ragazzini si bevano una roba del genere perché tanto sono ragazzini, magari con la scusa della difesa dell’italianità, temo che abbiate frainteso la situazione. I ragazzini non sono il vostro parco buoi – ovvero, probabilmente puoi fregarli su tante cose, ma sui film di supereroi no. Ci sono cresciuti in mezzo – sono nati quando Sam Raimi reinventava Spiderman – e se li sono visti tutti, presto o tardi, in dvd o in streaming. Può darsi che non capiscano nulla di politica e di musica e di sentimenti, ma quando si arriva a parlare di supereroi e superproblemi sono dei cazzutissimi esperti, dei sommelier; non puoi annacquare aceto in una damigiana e raccontare che è il migliore spumante italiano, un’eccellenza slow food da difendere. Se davvero lo fai, sei coraggioso oltre i limiti della onestà. 

 

 

Il ragazzo invisibile a Cuneo e provincia è quasi scomparso. Qualcuno dice di averlo visto ai Portici di Fossano verso le 20:30. 

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Meno saghe più astronavi

Ti preferivo azzurra (però ok, dai).

I guardiani della galassia (James Gunn, 2014)

 

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, gli alieni erano ancora colorati come nelle pagine in quadricromia dei vecchi albi a fumetti: neri, gialli, magenta e blu. Pirati e rigattieri, viaggiavano qua e là per la galassia alla ricerca perlopiù di gemme magiche o altre cose che in un modo o nell’altro rischiavano sempre di distruggere la galassia. Alternavano un lessico fiorito e pomposo a battutacce triviali, a seconda di chi fosse di turno a scrivere i testi. Se ne fregavano della verosimigliananza, godevano a incasinare la continuity, si stavano già prendendo gioco dei luoghi comuni della space opera prima che arrivasse con la sua Morte Nera il potente George Lucas a prendere tutto maledettamente sul serio. Bei tempi. Torneranno?

 

Da qui magari non si capisce, ma sono due personaggi tenerissimi.

I guardiani della galassia è il film che abbiamo sognato da quando eravamo bambini – quel film di cui Lucas ci ha fatto sentire il profumo a bordo del Millennium Falcon, prima di virare decisamente verso il fantasy più manicheo – e più redditizio. Ma a noi di tutto quel misticismo della Forza, quella lotta tra il Bene e il Male, e la repubblica contro l’imperatore, e Luke sono tuo padre e Leila è tua sorella, tutta questa roba in realtà non è che ci convincesse più di tanto. Ce la sorbivamo in mancanza di meglio. Quello che avremmo voluto davvero erano le avventure anarchiche di Han Solo in un universo di mostri sballati e fuori di testa. Volevamo la Space Opera Cazzara, e nessuno al cinema ce la voleva/poteva dare. Lucas no, Star Trek men che meno. Per fortuna che c’erano i fumetti – ma non ce n’erano in giro poi così tanti. Oggi col digitale si può fare quasi tutto: ma si poteva ricreare quell’atmosfera surreale ed esilarante che ti avvolgeva quando aprivi un vecchio albo dell’Editoriale Del Corno allegato a un sacchetto di patatine? Come attraversare un portale dimensionale, finire assorbito dalle avventure incomprensibili di personaggi dai nomi assurdi e immediatamente familiari. Le storie sembravano più lunghe di quanto fossero in realtà perché i personaggi parlavano un sacco: avevano dialoghi metà Shakespeare e metà Paperino. Nel giro di una pagina potevano diventare nemici irriducibili o amici per la vita. I cattivi erano più spesso blu scuro, i buoni rossi o azzurri, la maggior parte sparava raggi fluorescenti dalle mani.

 

…però il più divertente è lui. No, sul serio, fa scompisciare.

I guardiani è un esperimento riuscito – anche se Chris Pratt non ha il carisma di Harrison Ford, anzi, il suo StarLord è uno dei punti deboli del team: l’idea di equipaggiarlo con la fissa hipsterica per le musicassette è una strizzata d’occhio esagerata a un pubblico che avrebbe preferito qualche battuta in più. Per fortuna i Guardiani è un film di squadra, e la squadra funziona: in particolare il procione e il suo amico albero (l’irriconoscibile Vin Diesel) sono esilaranti: li vorresti sempre in primo piano, e chissenefrega se sullo sfondo c’è un’eterna lotta tra il Bene e il Male. Proprio come i due robottini nel primo Guerre Stellari, sì. I guardiani non ha molto che meriti una seconda visione, o un posto speciale nella nostra memoria: e allo stesso tempo è quel tipo di film di cui sei sicuro che non ti perderai il sequel, e pure il sequel del sequel. Ultimamente invece la Marvel (ora proprietà Disney) ha comunicato che i suoi supereroi realistici-in-calzamaglia cominceranno a farsi la guerra tra loro, uno schema già provato e riprovato sulle tavole a fumetti. Avremo Iron Man contro Capitan America, forse tornerà a casa anche l’Uomo Ragno e gli toccherà scegliere con chi stare, la saga si complicherà, tutti saranno coinvolti, la continuity vincerà la sua eterna lotta contro il divertimento. Non c’è nulla che possiamo farci: se la gente vuole saghe complicate perché la Disney dovrebbe rifiutare di apparecchiargliele?  Speriamo solo che si ricordino di darci qualche film balordo come i Guardiani ogni tanto. 

 

I Guardiani della galassia si possono vedere senza occhialini al Cine4 di Alba (20:00, 22:30); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:10, 22:40); al Fiamma di Cuneo (21:15); al Multilanghe di Dogliani (21:30); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Con gli occhialini lo trovate al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 22:45) e all’Impero di Bra (20:10, 22:30), ma chissà se ne vale poi la pena.

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Nessuno odia sé stesso come Frank Miller

Nel film non c’è davvero molto altro da vedere, d’altro canto chi avrebbe mai voglia di vedere altro?

Sin City – Una donna per cui uccidere (Frank Miller, Robert Rodriguez, 2014).

 

Sei lì tranquillo che hai appena messo la moka sul fornello, quando bussano alla porta. È Pablo Picasso.

 

“Buonasera, mi perdoni l’intrusione, ma…”

“Maestro! Non trovo le parole per dire quanto questo sia un onore per me…”

“Non le cerchi nemmeno le parole, giovanotto, io vado un po’ di fretta”.

“Posso offrirle qualcosa? Un caffè?”

“Come se avessi accettato, grazie. Le spiego senz’altri convenevoli il motivo della mia visita. Lei ha per caso presente una tela discutibile che dipinsi qualche anno fa, Les Demoiselles d’Avignon?”

“Come potrei non conoscerla, Maestro? È forse la sua opera più celebre”.

“Già, già. E non ha per caso nel suo appartamento qualche riproduzione di siffatta opera, in bianco e nero o a colori?”

“Mi dispiace, no. Ma non deve pensare che questo sia un segno di disistima nei suoi confronti…”

“Non lo penso, non lo penso. Ma mi chiedevo… anche solo una foto in un libro, un catalogo, un manuale per la scuola media…”

“Ah, beh, certo, Storia dell’Arte 3. È qui nella mensola alta, un attimo… Eccolo. C’è la foto a piena pagina, come può notare”.

“Già. Splut!”

“Maestro, ma cosa sta facendo? Perché scaracchia nel mio libro e si soffia il naso con la foto del suo capolavoro?”

“Perché lo odio quel quadro di merda! Non lo sopporto più!”

“Ma non dica così, è una pietra miliare del…”

“È una zozzeria orrenda!”

“Ma ci sono fior di critici, e connaisseurs, e collezionisti, che non condividono questa sua opinione”.

“Lo credo bene, l’ho dipinto per pigliarli per il culo!”

“Beh, questo ha un senso, almeno nel quadro delle avanguardie artistiche del secolo scorso”.

“Sì, appunto, è passato un secolo, mobbasta. Secondo lei io ero talmente coglione da dipingere le facce romboidali? Io se mi impegnavo davo i punti a Rembrandt. Questa schifezza ha rotto le palle”.

“E quindi cosa intende fare? Entrare in casa di ogni persona che l’ha vista e distruggerla con le sue mani? È un’impresa impossibile!”

“E perché?”

“Perché l’editoria stampa manuali e cataloghi a getto continuo… e poi c’è internet… e ora che ci penso lei comunque è morto”.

“Già, non la trova un’ingiustizia? Che io sia morto e che quella schifezza possa sopravvivermi?”

“Credo che debba rassegnarsi”.

“Mai. Dopotutto è roba mia, ci ho messo il nome sopra, perché non posso più distruggerla? Possibile che non ci sia un modo per sabotarne definitivamente la ricezione?”

“No, mi dispiace. L’unico che conosco che ci è riuscito è Frank Miller”.

“Chi è Frank Miller?”

“Un fumettista che disegnava tavole violentissime e molto eleganti, che tutti compravamo e mettevamo sulle mensole alte”.

“E poi ha fatto come me? È entrato di casa in casa di ogni singolo acquirente e ci si è nettato il culo?”

“No, le ha trasformate in film e ce li ha fatti guardare”.

“Interessante”.

“Meno di quanto sembra”.

“Trasformare l’arte grafica in cinema per distruggerla. Pura avanguardia”.

“Sul serio? Non ci avevo pensato”.

 

Disegnata sembrava una bella scena, pensate.

Una donna per cui uccidere è la prima storia di Sin City che mi capitò di leggere, e dunque è quella che ricordo meglio. Non tanto la storia (le storie di Sin City non sono fatte per essere ricordate): ricordo me stesso che leggeva Una donna per cui uccidere; ricordo la ragazza che me l’ha prestato e che era un’artista, lei, molto promettente. Affrescava pareti e illustrava libri per bambini, privilegiava le tinte pastello e disegnava dolcissimi leprotti. E intanto ascoltava Licensed to ill a palla, e mi prestava i fumetti di Lobo o Sin City di Frank Miller. Una dicotomia davvero affascinante, se solo ci avessi fatto caso. Ma era una di quelle fasi della vita di noi maschietti in cui, come spiegarlo? Non fai caso a niente. Il sistema endocrino governa ogni tua percezione, il sistema nervoso centrale è completamente succube della prima ragazza che ti telefona e dice: mi aiuti ad accendere il computer? a rimettermi col mio ragazzo? a traslocare? a uccidere il marito ricco e noioso? Così potremmo dire che Una donna per cui uccidere parlava di me, in quel modo grottesco e completamente fuori le righe che aveva già allora Miller per parlare delle cose: ma siamo onesti, in quella fase della vita di noi maschietti qualsiasi messaggio complesso parla di noi, anche le istruzioni per lo spremiagrumi. Probabilmente, se lo tirassi fuori da quella mensola alta, scoprirei che Una donna per cui uccidere è un fumetto bislaccamente violento, che ti sbatte in faccia una serie insostenibile di luoghi comuni con la scusa postmoderna della riscoperta del “genere”. Ma allora non ci facevo caso. Lo trovavo elegante, nella sua rozza e programmatica abolizione delle sfumature. Ammiravo la sintesi del tratto, la trasformazione degli schizzi di sangue in cascate di luce; e un occhio cavato da un’orbita non mi impressionava più di tanto. Poi, vabbè, la storia era assurda e tagliata con l’accetta: ma l’importante era lo stile, e lo stile richiedeva che la storia fosse così. Le donne erano tutte puttane, tranne le puttane professioniste, loro sì affidabili e deliziosamente spietate: ma che importava, Miller mica faceva il moralista, Miller trasfigurava i cliché dell’hardboiled in sofisticate silhouettes, Miller era un genio. Gli mancava solo di morire in quel momento.

 

Invece è sopravvissuto a sé stesso, Frank Miller, cominciando da un certo punto in poi a sabotare la sua stessa reputazione. Una cosa persino eroica, a suo modo, perché è facile essere iconoclasti col culo degli altri, ma provate a usare il vostro – nessuno è mai stato capace di autodistuggersi come lui. Potremmo dire che si è rincoglionito, ma è troppo facile. Capita a tutti di rincoglionire, è più o meno il destino di tutti  gli artisti che non hanno l’occasione di levarsi di mezzo da giovani. Una sorte in qualche modo persino augurabile. Ma per quanto tu possa rincoglionire, se hai fatto delle cose buone da giovane non puoi rovinarle. Ormai stanno lì, sulle nostre mensole: non puoi venire casa per casa e stracciare ogni singola edizione del Cavaliere Oscuro. Puoi ingegnarti a scriverne un sequel; puoi farlo brutto apposta, ma non servirà a niente: lo dimenticheremo presto e continueremo a sfogliare il Cavaliere Oscuro. Per quanto il nuovo Miller si sforzasse di autosabotarsi, non c’era nulla che potesse fare per distruggere la stima che avevamo di lui.

 

Ma a questo punto entra in scena Robert Rodriguez, el Rey dei tamarri.

 

Un giorno si presenta a casa di Miller e gli mostra un pezzo del suo Sin City trasformato in film. Non è una semplice trasposizione cinematografica. È proprio Sin City. Gli attori si muovono come nelle vignette. I dialoghi sono gli stessi delle nuvolette. Dunque si può fare! Abolire lo script tradizionale e usare le tavole di un fumetto come storyboard. Era da anni che non facevamo che scomodare l’aggettivo ‘cinematografico’ per l’arte di Frank Miller, e benché i suoi rapporti col mondo del cinema non fossero del tutto incoraggianti, era impossibile non accostarsi al primo film tratto da Sin City con curiosità. Quante volte ci eravamo detti insoddisfatti di un fumetto tratto da un film? Più o meno tutte le volte che abbiamo avuto il coraggio di andarlo a vedere. Bene, col primo Sin City non avevamo più scuse: il film era il fumetto. Rodriguez prometteva di girarlo esattamente come Miller lo aveva immaginato. Direttamente dal cervello di Miller al grande schermo.

 

Questa è sempre la Dawson, ma secondo i due registi non dovremmo accorgercene subito: cioè questa secondo loro è la Dawson mascherata.

E quindi insomma, cosa avevamo da obiettare al viso di cartapesta di Mickey Rourke? Ai ridicoli completi sadomaso di Rosario Dawson? Non erano uguali a quelli stilizzati sulle tavole di Miller? Perché ci faceva strano che le teste tagliate parlassero? Non succedeva la stessa cosa nella storia più divertente di Miller? Com’è possibile che trovassimo insostenibili le continue voci narranti? Non facevano che rileggere le didascalie di Frank Miller. Alcune di quelle didascalie le sapevamo persino a memoria (“il suo bacio è una promessa di paradiso”). Perché ci sembrava ridicolo il colore bianco del sangue? È che quella che sulla tavola di Miller sembrava una cascata di luce, al cinema diventava una cagata di piccione. Il primo Sin City fu un film importante se non altro perché mise definitivamente i patiti di fumetto di fronte alla realizzazione dei loro desideri, sbattendo loro in faccia l’amara verità: sul serio desideriamo questo? Sul serio crediamo che quelle silhouette in bianco e nero possano trasformarsi in personaggi in carne e ossa e indugiare in quei monologhi paratattici senza passare dal ridicolo?

 

Da lì in poi non ci siamo più lamentati del fatto che le storie a fumetti al cinema diventassero un’altra cosa. Anzi, abbiamo cominciato ad augurarci che incontrassero registi privi di timore reverenziale, pronti a violentarli se necessario; perché se invece i film pretendono di mettere in scena le vignette come tableaux viventi, come sacre rappresentazioni, non solo diventano ridicoli, ma irradiano di ridicolo anche gli originali cartacei. Io sul serio non mi ero reso conto di quanto fosse tamarro Frank Miller, finché el rey Rodriguez non mi ha levato il velo artistoide dagli occhi. Tutte quelle puttane che saltano sui tetti imbracciando cannoni, un immaginario softporno anni Settanta, ma sul serio abbiamo perso così tanto tempo ad ammirare un misogino negato con l’anatomia che racconta sempre la stessa storia ed è pure una storia scema? Noi credevamo di essere fini connaisseurs, poi arriva Rodriguez e ci dice wow! tacchi a spillo e pistole! tette e teste mozzate! katane e frusini! i miei sudditi prolet cafoni andranno pazzi per questa roba! Daccene ancora! Dici: e vabbe’, sarà il cinema che deforma, che svilisce, che semplifica. Ma sotto sotto sai che non è vero; che se avessi davvero voglia di riaprire quel volume nella mensola lì in alto, ci troveresti tutto già deformato, svilito, semplificato. 

 

Nove anni dopo, Miller e Rodriguez tornano sulla scena del delitto. Chissà perché poi. Probabilmente entrambi sono in una fase non particolarmente felice della loro rispettiva carriera e hanno bisogno di lavorare; nel frattempo il digitale ha fatto grandi progressi, e probabilmente girare un film completamente su green screen è diventato così facile che sembra stupido non provarci. Mickey Rourke non è che abbia l’agenda fitta di impegni, Bruce Willis è un signore e cinque minuti di set non li negherebbe neanche a Ed Wood; le storie ci sono già, il brand bene o male esiste e non è ancora stato definitivamente sputtanato – ecco, appunto, rimaneva solo questa mossa: sputtanare definitivamente il brand. Non credo che nessuno dei due registi sperasse davvero di cavarci fuori un film decente. In particolare le storie nuove scritte da Miller esplicitamente per il film ribadiscono che il tizio odia sé stesso e passa il tempo a farsi il verso da solo. Me li immagino, registi e produttori seduti a un tavolo, mentre si pongono il problema: ok, molto probabilmente verrà una merda. Possiamo fare qualcosa per mandare comunque la gente a vederla? Qualcuno ha qualche idea? Tu là in fondo. 

No, in realtà c’è anche Jessica Alba che si sculaccia da sola e ti sputa addosso il gin in 3d. Cioè dalle foto uno davvero si domanda come è possibile che un film del genere sia noioso, eppure.

“Tette”.

“Un po’ banale, forse”.

“Di Eva Green”.

“Ah, beh no, allora è un classico”.

“Non stancano mai”.

“Non hai tutti i torti”.

“Io ho già consumato due dvd dei Dreamers”.

“Eh, ma d’altronde il grande cinema europeo, Bertolucci, il Sessantotto francese…”

“Ah, è ambientato in Francia?”

“Credo di sì, onestamente non l’ho mai visto intero”.

“Neanch’io”.

“Ok, quindi se nessuno ha un’idea migliore tagliamo su tutto il budget e investiamo nelle tette di Eva Green, qualcuno è contrario? Ok, all’unanimità”.

***

Drin Drin

“Casa Rodriguez, chi parla?”

“Chiedo scusa, lei è proprio Roberto Rodriguez? El rey dei tamarri?”

“In carne e cappellone”.

“Mi presento, sono Pablo Picasso, un pittore del secolo scorso, forse avrà già sentito parlare di me”.

“Vagamente”.

“Volevo proporle un soggetto che la renderà ancora più ricco, famoso e culturalmente rilevante: una torbida storia ambientata in un bordello nella Francia del sud”.

“Un bordello nella Francia del sud?”

“La storia è ispirata a un mio quadro famoso”.

“Ci sono le tette?”

“In tutte le angolazioni possibili, e inoltre volti deformati senza un perché”.

“Tette e volti deformati. Ha la mia attenzione”.

Sin City 2, se proprio uno ci tiene a vedere Frank Miller che si sputa addosso, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:45, e in versione 3d al Multisala Impero di Bra alle 22:30. 

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Spara, sbaglia, crepa, ripeti

Lei è l'”Angelo di Verdun”, e per tutto il film non fai che chiederti: ma perché sbarcate in Normandia se avete già vinto a Verdun? Cioè guardate che non ha senso.

Edge of Tomorrow (Doug Liman, 2014)

 

Presidente, mi scusi l’intrusione, per favore non suoni l’allarme che si trova nel cassetto destro della scrivania. Non urli nemmeno, la prego, ho già neutralizzato sia Antonio che Pasquale. Sì, conosco i nomi di battesimo dei corazzieri. Ora se mi lascia raccontare la mia storia – premetto che all’inizio le sembrerà assurda, ma poi vedrà che tutto quadra. Ah, tra cinque secondi squillerà il telefono. È Clio che vuole sapere se pranza con lei. C’è il polpettone. Dica di no, che ha un impegno importante.

 

Presidente, è il sei novembre 2011, lo spread è alle stelle e lei ha appena ricevuto una telefonata di Silvio Berlusconi che la informa, che ha intenzione di rassegnare le dimissioni. Da qui a un mese Lei scioglierà le Camere. Come posso saperlo? Lo so perché vengo dal futuro. Un futuro possibile, diciamo. In questo futuro, l’Italia è distrutta. È il focolaio di una spaventosa epidemia di influenza che ha già contagiato Europa e Africa. Russia e Cina stanno pianificando di invadere il continente ormai disabitato e spartirsi le risorse, ma non hanno fatto i conti con una mutazione del virus che farà altri miliardi di morti nei loro paesi. Tutto questo – mi creda, la prego – comincia oggi.

 

Tom legge +eventi! e sta facendo proprio quello che gli avevo chiesto un anno fa: un film di fantascienza all’anno – giocando sempre sulla sua immagine, ormai, di replicante di sé stesso. Edge of Tomorrow non ha i guizzi artistoidi di Oblivion, ma ti cattura dal primo minuto all’ultimo senza mai cadute banali.

Tra qualche giorno Lei scioglierà le Camere e indirà nuove elezioni in febbraio che saranno vinte di misura dal PD di Pierluigi Bersani. Per rassicurare i mercati internazionali, Bersani sarà costretto a misure impopolari. Reintrodurrà l’Ici cambiandone il nome, eccetera. Tutto questo è già ampiamente prevedibile, Presidente; ma quello che non avete previsto è l’ondata di rabbia che incuberà nel Paese e trionferà nelle elezioni del 2016, portando il Movimento di Beppe Grillo al 60% – non cominci a ridere come fa tutte le volte, la prego, la prego, potrei avere una di quelle golia che tiene nella ciotola sul comò? Grazie. 

 

Sarà una vera e propria rivoluzione. Il suo successore, Romano Prodi, verrà messo agli arresti con l’accusa di alto tradimento. I Cinque Stelle – so che adesso sembrano inoffensivi, ma non idea di quanta rabbia incuberanno nei prossimi anni – ci sarà una frangia anarconaturista che prevarrà sulle altre e, non appena al potere, renderà tutti i vaccini facoltativi e non mutuabili. Due anni dopo arriverà dall’Anatolia un virus particolarmente virulento, formato da cellule con una singolare proprietà atomica – quantistica, se solo avessi mai capito cosa significa – non sono io il medico, io sono la cavia del suo esperimento – insomma questi virus riescono a spostarsi nello spazio-tempo – cioè: tutti ci spostiamo nello spazio-tempo, ma loro si muovono in modo, diciamo, meno banale. Questo li rende molto virulenti, perché da lunedì possono contagiarti anche se tu occupi lo stesso spazio il martedì, mi capisce?

 

Il mio amico dott. Arci è però riuscito a coltivarne un ceppo tutto particolare e me lo ha inoculato. Questo succede tra dieci anni, secondo il vostro calendario. Tremilacinquecentosettantadue anni fa, secondo il mio tempo personale. Deve capire che io, dopo che Arci mi inocula il virus, mi risveglio nel 6 novembre 2011, trovo una scusa, prendo un treno, arrivo qui al Quirinale, e il più delle volte mi faccio ammazzare da Antonio o Pasquale mentre cerco di entrare qui a discutere con lei. Altre volte invece mi prendono vivo, scambiamo due chiacchiere e poi mi ammazzo io per non perdere tempo. È come in un videogioco dove ogni volta devi cominciare da capo… o quel bel film di Tom Cruise, ha presente? No, certo che no, non è ancora uscito. Allora facciamo così: è come il Giorno della Marmotta, con quel bravo attore americano, Bill Murray, che ogni giorno si sveglia nello stesso posto: ecco. Soltanto che io devo salvare l’umanità, tutte le volte, e non ci sono ancora riuscito, e comincio ad avere un’età, capisce?

 

Tremilaseicento anni, perdio. 

 

Mi affascina il solo fatto che per migliaia di anni non abbiamo mai scritto o letto una sola storia su un loop temporale; poi nel 1993 è uscito Groundhog Day, e da lì in poi la si trova dappertutto, anche negli special natalizi di Paperino. A dire il vero Richard A. Lupoff scrisse un racconto con un loop temporale nel 1973, ma ha rinunciato a fare causa.

Allora, mi creda pure pazzo, ma mi stia ad ascoltare. Chiami Mario Monti. Nel giro di una settimana lo nomini senatore a vita. No, non è lui che salverà l’Italia e il mondo, decisamente no. Ma servirà a prendere tempo. Governerà per un anno, con una squadra di tecnici. Faranno scelte ovviamente impopolari, ma almeno non le caricheranno unicamente sulle spalle del PD. Poi andremo a votare, prima che il Movimento di Grillo abbia il tempo per ottenere la maggioranza assoluta. 

 

Chi vincerà? Ha un’importanza relativa. Posso dirle che ormai le abbiamo provate tutte. Se rivince Berlusconi lo spread schizza a mille, caos, rielezioni, vince Grillo, game over. E io mi risveglio il 6 novembre. 

 

Se vince Bersani, gli mancano comunque i numeri per fare un governo solido. Deve allearsi con Berlusconi in cambio dell’immunità. Dura comunque un paio d’anni e poi caos, rielezioni, Grillo, game over. 

 

Ho anche provato Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze, ha presente? Ma certo, ha fatto una leopolda pochi giorni fa, beh, una volta mi sono detto: proviamo. Gli ho fatto vincere le primarie contro Bersani. Poi è andato alle elezioni, ha vinto di poco e ha ottenuto più o meno lo stesso risultato di Bersani: alleanza con Berlusconi, misure impopolari, caos, game over. Le giuro che le ho provate davvero tutte. Sono tremilacinquecentosettant’anni che ci sto provando, capisce? 

 

Ora le spiego la strada più promettente che mi sono aperto fin qui, e per favore non scuota la testa come fa sempre. Ci teniamo Mario Monti per un anno, e poi il Pd vincerà con Bersani, ma di poco, di pochissimo. Infatti dopo più di un mese di trattative lei l’incarico lo darà… non rida… a Enrico Letta. Sì, glielo darà lei, che nel frattempo sarà rieletto presidente – è l’unico modo, mi dispiace – Oh, certo, lei si sente stanco, lei. Vuole sapere come mi sento io dopo tremilaseicento anni?

 

Alla fine è rimasto un film giapponese – benché non ci sia un solo giapponese nel film – come il romanzo illustrato da cui è tratto: un inno ai kamikaze, a dare la vita per la causa suprema, eccetera. Con un finalino hollywoodiano appiccicato malamente che si può perdonare (Lei ci crede un sacco, ha fatto preparazione atletica sul serio).

Nel frattempo Renzi prosegue la sua scalata al partito, senza neanche partecipare alle elezioni. È l’uomo nuovo, capisce. A fine 2013 vince le primarie, diventa segretario del PD, apre a Berlusconi sulle riforme. Solo in quel momento io e lei lo contattiamo e gli raccontiamo tutta la storia, e lo obblighiamo a sostituire Letta a Palazzo Chigi. Sarà una cosa un po’ brusca ma non c’è nessuna alternativa. A fine maggio ci sono le europee e Grillo deve perderle. Quindi Renzi deve vincerle, capisce? 

 

So che ha capito. Questa discussione, l’abbiamo fatta migliaia di volte e mi creda, la conosco meglio di chiunque… come dice?

 

Cosa succederà dopo che Renzi ha vinto alle europee?

 

Eh, saperlo.

 

Vede, non ne ho la minima idea. È una cosa che fin qui non è ancora successa. Mi son detto: proviamo anche questa. 

 

Adesso chiami Mario. No, nell’agenda ha il numero dell’università, ma a quest’ora è al ristorante. Deve chiamarlo al cellulare. Le do il numero. Sì, lo so a memoria. 

 

Edge of Tomorrow è davvero un bel film d’azione con Tom Cruise ed Emily Blunt che sparano a ragni giganti negli esoscheletri. Lo trovate dappertutto: in 2d al Cityplex di Alba (17:00, 19:45, 22:00); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:00, 15:15, 17:30, 18:00, 20:00, 21:00, 22:35); al Fiamma di Cuneo (17:30, 20:00, 22:35); al Multilanghe di Dogliani (17:30, 20:45); ai Portici di Fossano (16:15, 18:30, 21:15); all’Italia di Saluzzo (16:00, 18:00, 20:00, 22:20); al Cinecittà di Savigliano (16:00, 18:10, 20:20, 22:30); in 3d al Vittoria di Bra (17:30, 21:00). Buona visione!

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L’amore non è mai stato così blu

La femme piège se li sapeva tingere meglio, diciamo.

La vita di Adele (Abdellatif Kechiche, 2013; palma d’oro a Cannes).

 

Un giorno Zeus ed Era stavano litigando su chi traesse più piacere dall’atto sessuale, se l’uomo e la donna, quando ebbero un’idea: chiediamo a Tiresia, è l’unico che possa sapere come stanno le cose davvero, per via dei suoi trascorsi transessuali. Quando uccise una serpentella che copulava col suo partner, lo punimmo rinchiudendolo per sette anni in un corpo femminile: lui lo saprà chi dei due gode di più. E dicci quindi, Tiresia, quale orgasmo hai preferito?

 

Tiresia non usò mezzi termini: nove decimi dell’orgasmo spettano alla donna, punto. Maledetto Tiresia, hai svelato il nostro segreto! disse Era, e per punizione lo accecò. Così almeno non avrebbe fatto il regista. La vita di Adèle è il terzo film a tema lesbico che guardo in un mese (e non mi sto annoiando). Di tutti è il più sfacciato. Kechiche si è accomodato nell’esile storia a fumetti di Julie Maroh svuotandola dall’interno, suggendola come un’ostrica, senza fingere nessun rispetto per tematiche e personaggi. A capirlo bastano le primissime scene: siamo in un liceo, ragazzi e ragazze ripassano un romanzo di Marivaux che col fumetto non c’entra assolutamente nulla. Ma Kechiche ha già provato con la Schivata a sovrapporre la retorica fiorita del drammaturgo settecentesco francese ai silenzi impacciati dei liceali di banlieue. Marivaux ha scritto il Paesan rifatto, ha composto commedie in cui i servi fingono d’essere i padroni e viceversa; Marivaux racconta di oneste fanciulle di campagna che finiscono in città, abbandonate agli azzardi del caso e dell’amore. Kechiche è un cinquantenne etero il cui amore per la cultura francese è pari soltanto alla sua diffidenza per la spocchia degli ambienti culturali francesi. La fatica di crescere lesbiche nella Lille degli anni Novanta non è che gli interessi più di tanto, e non finge nemmeno d’interessarsene, questo è in fondo apprezzabile: Kechiche lo sa di essere un intruso in una storia che non lo riguarda, e gli piace. Per girare tre o quattro scene di sesso Kechiche reclude per settimane sul set due giovani attrici che all’inizio nemmeno si conoscono, e pretende che si masturbino a comando. La più grandicella è erede di due dinastie di produttori cinematografici francesi. Kechiche è un regista di origine tunisina che si è fatto da solo, e ora sul set ha il corpo di Léa Seydoux a sua disposizione. Se conosci tutti questi dettagli, quando vai a vedere la Vita di Adele hai paura che non riuscirai a seguire la storia, che vedrai il riflesso del rancoroso paesan rifatto Kechiche in ogni occhio lucido d’attrice. Poi si spengono le luci, e scopri che c’è ben altro.

 

Se si è letto La vie de Marianne per te, a prescindere dalla scelta di genere, tu un po’ gliela dovresti dare.

C’è che a un certo punto della lavorazione – molto presto – Kechiche deve essersi innamorato della 19enne Adèle Exarchopoulos. Ma parecchio. Una di quelle scuffie totali, che quando vai al liceo hai paura di morire per davvero, e poi per fortuna o disgrazia cresci. Un amore platonico nei limiti in cui può essere platonico il tizio che per mestiere ti ordina di leccare la tua collega su un set. Una passione senza vergogna, questa è la vita di Adèle: un film dove un regista ci mostra due ore e mezza di primi piani di una ragazza e non se ne vergogna. E poi sì, è complicato scoprire di essere lesbiche al liceo, ma… diomio avete visto com’è bella quando sorride? Adesso ve la rimostro. E la famiglia, eh, è un vero problema fare outing in famiglia, perché… ma che mi frega della famiglia, leggetevi il fumetto se vi frega di queste cose, ma guardate quand’è bella quando fa le facce stanche, è stanca perché le faccio rifare le stesse scene per ore e ore, il sindacato degli operatori è incazzatissimo e forse il film non uscirà mai, ma chissenefrega, io amo Adèle Exarchopoulos e credo dobbiate amarla anche voi: etero, gay, uomini, donne, sedetevi in poltrona e assistete all’abbacinante spettacolo di Adèle Exarchopoulos. Ve la faccio vedere che posa nuda. Ve la faccio vedere che fa sesso gay ed etero, il suo personaggio poi sostiene che l’etero le piace meno, ma a voi piacerà. Ve la faccio vedere tirata e nervosa per la festa col terrazzino degli amici intellos della sua fidanzata, gente che fa discorsi cioè troppo colti (“Schiele è morboso preferisco Klimt” “No vaffanculo Klimt è decorativo”, e questa è gente che ha fatto l’Accademia di Beaux-Arts, Adèle si sente a disagio perché sa solo Marivaux a memoria). Ve la faccio vedere quando fa la maestra d’asilo, e adesso tenetevi forte, a un certo punto passa in prima elementare e per dettare alla lavagna si mette gli o c c h i a l i , ooooooooh, Adèle, ma sei proprio sicura della tua scelta di genere? Sicura sicura? Non è che semplicemente non hai ancora trovato quello giusto, che ne so, un magrebino che ti faccia ridere?

 

Il film che ridefinisce il concetto di “ripetizioni di filosofia”.

Le lesbiche si sono incazzate? Le lesbiche avrebbero qualche diritto di essere incazzate, questa all’inizio era una storia militante. Julie Maroh ha iniziato a disegnarla a diciannove anni, con tutta l’intensità e l’ingenuità che ci si può mettere a 19 anni. La tragica educazione sentimentale gay è stata completamente colonizzata da un franco-tunisino di successo che continua a sentirsi a disagio quando va ai cocktail. Il deragliamento è così completo che alla fine è spettacolare in quanto tale: non andate a vedere La vita di Adèle per ricavarne informazioni sulla vita o sull’amore delle lesbiche, perché probabilmente esse non vivono né si amano come nel film. Andate a vederlo se vi va di innamorarvi di nuovo della ragazzina nell’ultimo banco in fondo, quella che non avete notato per tre anni e poi improvvisamente esiste solo lei. Andateci per sentire il sale delle sue lacrime su vecchie cicatrici dimenticate. Andateci per passare l’ultima mezz’ora a dirle Adèle, non far cazzate, non sarai mica scema come la protagonista del fumetto? Tu sei in carne e ossa, Adèle, all’amore si sopravvive. Per fortuna, o per disgrazia. La vita di Adele è al Fiamma di Cuneo alle 21. Dura tre ore; è vietato ai minori di 14 anni.

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Calcinculo colpisce ancora

Non mi ricordo nemmeno chi dei due sta convincendo l’altro che il suo destino è fare il supereroe – si scambiano i ruoli, dai, è chiaro che sono due proiezioni della stessa persona.

Kick-ass 2 (Jeff Wadlow, 2013)

 

Dave Lizewski è cresciuto. Sta per andare al college. Non è più quel coglione che mascherato da super-eroe se le faceva dare di brutto nei video più cliccati di youtube. O no? Da qualche parte nella sua testa riccioluta di tardo teen-ager annoiato si aggira ancora quella fantasia allucinata, la bambina assassina. È cresciuta anche lei, adesso ha, gasp, quindici anni. Ancora pochi per alimentare fantasie sessuali consapevoli, quindi continua a vivere in un fumetto iperviolento dove salva Dave dai criminali spaccando ossa e tranciando mani. Dave Lizewski non è cresciuto. Non può. Da qualche parte sa di essere anche lui il protagonista di un fumetto. E che malgrado ogni logica e verosimiglianza, si ricalcherà il cappuccetto verde in testa e si rimetterà a prendere botte in compagnia di qualche altro cosplayer sciroccato.

 

Ci sono vari motivi per cui un film di Kick-ass è più interessante di quasi ogni altro film di supereroi. Uno è Chloë Grace Moretz, la bimba assassina. Un altro è Chloë Grace Moretz, ora anche teen-ager alle prese con le risaputissime dinamiche dell’high school (indovina, ci sono tre cheerleader che la prendono di mira, ma lei è più tosta. C’è anche la gag sul vomito, che nelle comunità giovanili americane dev’essere una specie di tabù: chi vomita in pubblico perde automaticamente il suo status). Il terzo motivo è l’ambiguità fondamentale del concetto di Kick-ass, una serie che nasce per prendere per il culo i cosplayer (quelli che si travestano da personaggi alle convention), ma alla fine per esigenze di drammatizzazione finisce per trasformarli in eroi veri. È come se don Chisciotte a un certo punto, in virtù della sua purezza di cuore, diventasse realmente un grande cavaliere, e Ronzinante un focoso destriero, e Dulcinea prendesse le forme, che ne so, di Chloë Grace Moretz. Nel primo episodio Lizewski inaugurava le imprese facendosi accoltellare e investire da un’automobile; nel finale saliva su un grattacielo con uno zainetto a reazione. Succede più o meno la stessa cosa anche stavolta. La storia comincia nel reame del verosimile, raccontando di sfigati che per varie traversie esistenziali hanno deciso di andare in giro in maschera e opporsi al crimine, rischiando di farsi molto male. Non sono tutti nerd incurabili, c’è anche la coppia che ha perso un figlio e lo fa per tenere alta l’attenzione sul caso: il quarto motivo per cui Kick-ass è interessante è per questa commistione di ridicolo e struggente, purtroppo appena accennata. 

 

Lui è un mafioso che ha scoperto Gesù.

Lentamente però si entra nel regno della fiaba; è un percorso irresistibilmente regressivo, in cui Chloë Grace Moretz ti prende per mano. Un quinto motivo per cui Kick-ass può darti i brividi, è che i due piani (realtà e fumetto) non combaciano mai bene, e ti suggeriscono che qualcosa non stia funzionando: lo stesso pugno può romperti il naso o rimbalzare. Forse qualcuno sta sognando. Forse l’unico vero supereroe, Chloë, in realtà non esiste, è soltanto un fantasma nella testa di Dave. Il suo coniglio fantasma. Una scheggia di infanzia che non si rassegna: non andrai mai al college, il tuo posto è qui, tra i fumetti. Presto o tardi il fiabesco prende il sopravvento. Un Jim Carrey quasi irriconoscibile è il mago sacrificabile che proverà a rifare di Dave un eroe. Christopher Mintz-Plasse è l’ex amico viziato delle medie: per trasfigurarsi in antieroe gli basta calcarsi in faccia le maschere sadomaso della mamma appena morta. Coi soldi dell’eredità ha deciso di finanziare una squadra di super-cattivi che sono, definitivamente, non di questo mondo; tra cui la gigantessa Mother Russia, protagonista di una delle scene più assurdamente violente e, lo confesso, divertenti. 

 

Un sesto motivo per cui Kick-ass mi è piaciuto di più di tante altre trasposizioni da fumetti, è che non ho letto il fumetto. Chi lo conosce si sta già ovviamente lamentando delle edulcorazioni – però capiamoci; è pur sempre un film dove una quindicenne ti taglia le mani e una falciatrice da giardino può tranciare un paio di giugulari. È comunque interessante notare alcune autocensure: una riguarda uno stupro, ribaltato in farsa ma con un dettaglio realistico: come succede a molti violentatori veri, il supercattivo non riesce ad avere un’erezione, e quindi decide di compensare con le botte. L’altra riguarda un cane, con tanto di strizzata d’occhio dello sceneggiatore: a un personaggio umano si può tagliare la testa, al suo cane no. “Non sono così insensibile”, dice il perfido Chris. 

 

“Hai ucciso mio padre!” Giuro, in quel momento sembra quasi una cosa seria.

Il settimo motivo per cui Kick-ass, a dispetto di molte recensioni insoddisfatte, mi ha divertito parecchio, è che io i cosplayer li sento torbidamente affini. Certo, non mi dispiacerebbe vederli tutti orrendamente menati. Ma poi appena qualcuno ci prova davvero comincio a sentirmi in pena. È che alla fine anch’io ho avuto per tanti anni una doppia vita, un’identità segreta. No, di notte non mi mettevo dei cappucci buffi, ma quasi. Mi bastava assumere un nick ugualmente buffo. E anch’io andavo in giro a caccia di bricconi, saltando di sito in sito; e li inchiodavo alle loro malefatte, e in qualche caso mi facevo pure male. Ero un blogger. Lo sono ancora. Da che pulpito posso fare la predica a uno sfigato come Dave. La sua fame di avventura la capisco benissimo. Lo sguardo rassegnato del padre, perché m’è capitato un ragazzo così, l’ho già visto. Calcinculo prima o poi crescerà. Ma fino ad allora, vai di calcinculo.

 

L’ottavo motivo è Chloë Grace Moretz – stavo per dimenticarmi che in questo film c’è Chloë Grace Moretz. In seguito ne farà tantissimi altri. Ma non avrà più sedici anni, e non assalterà più un furgone in vestito nero e camicetta bianca gridando ai gangster: “siete morti, succhiac****”. 

 

Kick-Ass 2, indovinate, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 e alle 22:40. È un film molto violento. Meglio aver già visto il primo episodio. Buon divertimento.

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Wolverine e la fabbrica delle delusioni

Una scena così non sarà mai altrettanto poetica al cinema, dai.

Wolverine l’Immortale (The Wolverine, James Mangold, 2013)

 

Wolverine è il migliore in quello che fa. Uccidere? Sventrare? Annusare prede in mezzo al traffico metropolitano? No, quello era il Wolvie dei fumetti. Il Wolverine cinematografico è il migliore del mondo a nutrire rimorsi, avere incubi, ecc.. Non c’è notte che non si svegli con gli artigli in fuori, è seccante soprattutto se hai delle trombamiche, per cui è andato a vivere in montagna. Lo raggiunge una giapponese che parla come una guida turistica, avete presente, quelle che prima di affettarvi con la katana vi devono spiegare tutto il pedigree della katana, che era appartenuta al prozio del grande samurai Sto Katzo-San e tutto il resto. Indovinate che gli racconta: Logan, non puoi nasconderti al tuo destino, sei una macchina per uccidere, sei John Rambo col 100% di adamantio in più, dai, vieni in Giappone che ci divertiamo, c’è la Yakuza e il boss moribondo di una multinazionale che hai salvato da giovane a Nagasaki e ha un bellissimo ricordo del tuo fattore rigenerante, e i ninja neri sui tetti come nei vecchi fumetti di Miller, te li ricordi i vecchi fumetti di Miller, bei tempi quelli, però anche adesso non si sta male, dai, abbiamo katane vere e un sacco di effetti speciali, possiamo saltare sui treni a trecento chilometri all’ora, dai, vieni in Giappone con me.

 

“Va bene, ma solo 24 ore”.

 

Pagano sceneggiatori per scrivere frasi del genere. Vengo in Giappone – dal Canada – ma solo per 24 ore. All’inizio di un film di Wolverine. È come se i fratelli Grimm mettessero a Cappuccetto Rosso in bocca la battuta: “Beh, scambierò qualche parola col lupo, dopotutto; ma solo buongiorno e buonasera”. Potrei continuare a lamentarmi per tutta la recensione. Perché mi ricordo la storia originale, e vederla saccheggiata così, profanata – non si potrà più riutilizzare, hanno bruciato in due ore sia l’idillio con Mariko sia la strage della famiglia – fa male. Ma lagnarsi non serve a niente. È come insistere sul fatto che Hugh Jackman non sia nella parte, per quanto si faccia crescere i basettoni io continuo a immaginarmelo col farfallino mentre canta scemenze a Broadway o presenta gli Oscar – ma dopo sei film forse vale la pena di rassegnarsi, o no? Nel frattempo si sono ruotati due Spider Men, due Supermen e ben tre Terribili Hulk, e Jackman è sempre lì. Si vede che a qualcuno piace. Qualcuno che non sono io, ma che compra più biglietti di me, evidentemente.

 

Wolverine è uno di quei pochi casi in cui la voce off avrebbe veramente un senso. E quindi non la usano.

Alla fine il problema è tutto lì, cari appassionati di fumetti. Ogni volta che riportano un nostro personaggio al cinema, noi ci caschiamo. Entriamo aspettandoci cose che il cinema forse non ci può dare – o forse potrebbe almeno provarci – ma perché al mondo dovrebbe accontentare proprio noi, che siamo gli unici che di sicuro pagheranno il biglietto comunque? Noi siamo lo zoccolo duro dei film di supereroi, ce ne piace uno ogni tre ma ci andiamo lo stesso, e quando usciamo riempiamo l’internet di lamentele perché Silver Samurai non si può presentare e bruciare in quindici minuti, e che senso ha spendere tutti quei soldi in paludatissimi sceneggiatori se la storia originale di Claremont era cento volte più bella e cinematografica, eccetera eccetera eccetera. Siamo come gli elettori del PD. Per quale motivo al mondo i dirigenti del PD dovrebbero preoccuparsi di darci qualche soddisfazione? Se li abbiamo votati fin qui, è abbastanza chiaro che li voteremo anche la prossima, e quindi loro hanno altre priorità: conquistare gli elettori di Berlusconi, gli elettori di Grillo, ho sentito che esistono persino gli elettori di Ingroia, e gli astensionisti, tutta gente che con un po’ di effettacci speciali che non c’entrano nulla col PD si può sul serio conquistare, e scassare il botteghino, che è quello che vogliamo anche noi elettori del PD, no? E comunque se la cosa non ci va possiamo sempre riempire l’internet con le nostre accorate lamentele, è un modo di divertirsi anche questo. È così che funziona. Il PD è fatto apposta per deluderci, e anche i film di supereroi. La malinconia che proviamo ogni volta che ci accorgiamo che di una bella saga magistralmente raccontata non è rimasto che qualche oggetto di scena, non è un fenomeno accidentale: è la natura stessa dell’oggetto “film di supereroi”. Se il cinema è la fabbrica dei sogni, il cinema tratto dai fumetti è quel tipo di sogno che ti delude ogni volta che lo fai, quel sogno in cui le cose non vanno mai, mai, mai come vorresti. Allora esci dalla sala incazzato, ti sfoghi in un blog, e tre mesi dopo ci ricaschi. A proposito, la settimana prossima esce Kick-Ass 2. Probabilmente è una cazzata. Però, quasi quasi.

 

Wolverine l’immortale è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:45. Perché non andate al cinema d’estate? No, sul serio, perché? C’è l’aria condizionata, si sta bene, potete far tardi, perché?, se più gente ci andasse d’estate i distributori smetterebbero di trattarla come la stagione dei fondi di magazzino, e io non perderei ore della mia vita a guardare Wolverine l’immortale. 

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Il panico dell’Uomo d’Acciaio

Lui chiede scusa continuamente.

Iron Man 3 (Shane Black, 2013)

 

Tony Stark non è più quello di una volta. L’adorabile sbruffone che portava lo smoking sotto la corazza, il supereroe ubriacone che si pisciava nel costume, non è più lui. Ha crisi di panico, nessuna armatura gli sembra abbastanza robusta. Oltre alla lotta consueta coi demoni interiori, la formula prevede due nemici, uno con l’accento esotico e l’apparenza inquietante, l’altro americano e biondo, espressione di quel complesso industriale-militare da cui lo stesso Stark vorrebbe affrancarsi. Ci saranno molte esplosioni, il Presidente degli Stati Uniti rischierà di farsi incenerire in diretta tv  e anche Gwyneth Paltrow sarà più volte in pericolo, ma alla fine dimostrerà ancora una volta che dietro a un supereroe c’è sempre una superdonna.

 

La Marvel sa come si fanno i film di supereroi. Li ha inventati, li conosce, li possiede, e proprio per questo può tradirli con più disinvoltura se ne vale la pena; magari calpestare 40 anni di vita di un personaggio (il Mandarino) e reinventarlo da capo tutto diverso, un Ben Kingsley che dopo Gandhi e Itzhak Stern si ritrova nei panni di un finto Osama e… si diverte un sacco (e noi con lui). Fosse stato chiunque altro, milioni di nerds in tutto il mondo avrebbero gridato Tradimento anche più forte di quella volta che George Clooney fece un Batman gay. Ma se lo fa la Marvel ha un senso, anzi, è una reinvenzione geniale. La Marvel conosce l’arte di ri-raccontare le storie, è abituata a fare e disfare universi di personaggi ogni cinque, dieci, quindici anni. Il primo Iron Man era nato in Vietnam, poi in Iraq, quello cinematografico ha mosso i primi passi nel 2008 in Afganistan. Si è capito subito che avrebbe funzionato. Più di ogni effetto speciale o evoluzione narrativa, la vera idea è stata infilare nella tuta d’acciaio Robert Downey Jr.

 

Spassoso. Sul serio. Non dico altro

Oggi è difficile immaginare un Iron Man diverso da lui, eppure siamo stati a tanto così da ritrovare nello stesso ruolo Tom Cruise o Nicholas Cage. Sarebbero stati eroi molto diversi. Tom non avrebbe mai pisciato nel costume, non riesco a immaginarmelo. Cage sì, in un altro film di supereroi addirittura piscia fiamme; ma avrebbe fatto smorfie tutto il tempo. Downey non ne ha bisogno, ma sembra strizzi l’occhio tutto il tempo. Quello che faceva Harrison Ford nei primi Guerre Stellari, e li rendevano guardabili anche a un pubblico un po’ più adulto. Ci sono milioni di teorie sul perché la seconda trilogia non sia bella quanto la prima; quanto a me la differenza la fa Ford, semplicemente. Senza di lui ad ammiccare, a piazzare battutine, a sparare senza troppi preavvisi e senza troppa nozione di quello che sta succedendo, non mi diverto più, mi ritrovo imbarazzato davanti a un fantasy per adolescenti; cioè quello a cui probabilmente Lucas tendeva già a metà ’70, ma a quel tempo ci si vergognava, roba del genere era considerata di serie B. 

 

Robert Downey non è mai di serie B; finché c’è lui, si diverte anche il papà che ha portato al cinema il ragazzino. La Marvel sa come si fa. Due delle scene più divertenti prevedono proprio che Stark si confronti coi suoi fan, manipolandoli senza scrupolo, per una buona causa ovviamente. La ricetta ha funzionato con alti e bassi per due film: la principale novità nel terzo è il cuoco, Shane Black. Non ha diretto molti film, ma ha scritto le sceneggiature di quei pochi action movie che vi ricordate senza vergognarvi, oppure vi vergognate, ma sono tra i pochi che riguardereste: il primo Arma letale, L’ultimo boy scout. Black sa impastare azione e trama fino a far sparire ogni grumo: l’intreccio procede scena per scena, senza bisogno di “spieghe” decisive. Soprattutto, Black non si perde uno spunto comico, e regala ai ragazzini ma soprattutto ai loro papà qualche scena esilarante che dovrebbe essere obbligatoria in tutti i film di supereroi. Vedi il modo in cui si sfrutta quel momento topico che in altri film rasenta sempre il ridicolo: la vestizione del supereroe; quei tre minuti in cui il Cattivo sta distruggendo la città o rapendo la bella, e il superman di turno è indaffarato a cambiarsi in una cabina del telefono. Nel caso di Iron Man si tratta sempre di un “lanciami i componenti” spettacolare ma – proprio come nei vecchi cartoni giapponesi – implausibile; in Iron Man 2 mentre Downey si lasciava rivestire d’acciaio, Mickey Rourke avrebbe avuto il tempo per friggerlo tre volte. Black ci scherza su a meraviglia: le sue armature sono ammaccate e maldestre, e cento volte più simpatiche. 

 

Un’altra parola sui due cattivi del film (SPOILER). Uno impazza per internet e in tv gridando “Siete tutti morti, morti! Americani siete morti! Presidente sei morto!” Ma in realtà è solo un attore. L’altro (la mente) è l’ennesimo wannabe-Steve-Jobs con tante idee immaginifiche, e all’inizio del film ha i capelli lunghi e spettinati. Almeno al cinema è un piacere vederla sconfitta sonoramente, un’accoppiata così.

 

Iron Man è uno di quei film che ti tocca guardare con gli occhialini, perlomeno se ci vai con i ragazzi. Con gli occhialini è la solita storia, all’inizio dici “oooh”, alla fine ti ricordi solo un mal di testa più o meno lieve. La cosa che odio di più è quando accendono le luci e tutti se ne vanno e tu resti come un pirla con questi occhialini a guardare i titoli (e in casi come questi bisogna guardarli tutti i titoli, fidatevi). Secondo me non valgono i tre euro, gli occhialini. Il vero gadget indispensabile per un film del genere dovrebbe essere il Ragazzino Nella Fila Dietro. Quello che sa a memoria la canzone dei titoli iniziali, e che ogni tanto si lascia scappare un BELLO! o un MA GUARDA QUANTI SONO [gli uomini d’acciaio]!!! prima che i fratelli maggiori lo tacitino. All’inizio lo odi, poi capisci che ne hai bisogno. 

 

Iron Man 3 lo trovate al cinema Fiamma di Cuneo alle 21:10; al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (ore 20:00, 20:05, 22:40, 22:50; in 3d alle 20:10 e alle 22:45); ai Portici di Fossano (20:00, 22:30); al Bertola di Mondovì (21:00); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (21:00, o in 3d alle 21:30); al Cityplex di Alba (in 3d, alle 21:30); al Multisala Impero di Bra (in 3d alle 20:10 e alle 22:30).

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E Tom Cruise cadde sulla Terra

Porno per architetti modernisti

Oblivion (Joseph Kosinski, 2013).

 

In un residence sospeso su un pianeta Terra in fase di smantellamento, ogni mattina Jack e Victoria si svegliano, si danno due bacetti e vanno a combattere gli alieni che hanno distrutto la Luna e reso il pianeta inabitabile. Non è che si ricordino molto del passato; comunque la loro missione è difendere le gigantesche idrovore che trasformano l’acqua in energia per il resto della razza umana, che adesso vive su una luna di Saturno. Ma le cose stanno davvero così? No.

 

E lo spettatore un po’ smagato lo capisce subito; diciamo che al primo minuto del film Tom Cruise ha già accennato a una procedura di Cancellazione della Memoria, che è un po’ come quando all’inizio del Sesto Senso Bruce Willis sembra che muoia, poi invece sembra di no, poi ti accorgi che nessuno gli sta rivolgendo la parola, e devi restare al cinema per un’altra ora e mezza. Voglio dire, è chiaro che c’è qualcosa che non va, se ti hanno cancellato la memoria. Siamo in un (bel) film di fantascienza; se all’inizio ti cancellano la memoria il minimo che possa succedere è che qualcuno non ti stia raccontando le cose come sono andate veramente. E a questo punto che mi resta da fare, bullarmi perché in sala ho capito il colpo di scena con tre quarti d’ora d’anticipo? Sgattaiolare nella sala di fianco e guardarmi Brignano? Invece no, sono rimasto inchiodato davanti a Oblivion e ne è valsa la pena come poche volte quest’anno.

 

Ogni mattina di buon ora Jack si reca al lavoro…

Certe volte bisogna rassegnarsi. Se un film ti ricorda altri film, se nessuna trama ti sembra più originale, se a metà film stai già indovinando come andrà a finire, non è necessariamente colpa del film. Può anche essere colpa tua, ne hai visti troppi. Non sei più lo spettatore ideale di un film di fantascienza, un ragazzino disposto alla sorpresa. Sei diventato un’enciclopedia ambulante di luoghi comuni cinematografici e la cosa non è necessariamente piacevole – soprattutto quando nella scena topica del film ti viene in mente Indipendence Day. E non è un’allucinazione, la situazione ricorda davvero il più cazzaro dei blockbuster anni Novanta, salvo il particolare che quello era un brutto film, questo no. Non è un problema di Joseph Kosinski, che ha attinto allo stesso immaginario da cui pescavano i cazzari di Indipendence. È un problema tuo che ancora ti ricordi quel filmaccio, ti ci vorrebbe un protocollo per la cancellazione della memoria che ti permettesse di godere di più i film che valgono la pena.

 

Oblivion vale la pena. Somiglia ad altri film del passato più o meno recente, salvo che è fatto meglio: con più rigore, più amore per il materiale, più effetti, più soldi. Fortunata la generazione che può andare al cinema e stupirsi per film così, invece che per Indipendence Day. Il fatto che non dica molto di nuovo è meno paradossale di quel che possa sembrare per un film di fantascienza. Diciamo che c’è un tipo di immaginario, fatto di basi spaziali un po’ squadrate e paesaggi desolati dopobomba, che quando eravamo bambini era già maturo e stratificato sulle pagine dei fumetti, e che solo negli ultimi anni è diventato trasferibile nei lungometraggi non animati. Kosinski è arrivato al cinema dall’architettura (e si vede) e dai fumetti (e si capisce); nella sua opera prima ha trasformato l’universo di Tron in qualcosa di credibile. Stavolta mette in scena una sua graphic novel, e senz’altro il suo interesse è più per la resa visuale (andrebbe visto in un Imax) che per la storia. Che in fin dei conti è una storia di sf classica; ecco, forse noi enciclopedie di luoghi comuni ambulanti dovremmo smettere di surfare sulle onde di questo o quel revival, e capire che certe cose non passeranno mai di moda: le capsule di ibernazione, i computer cattivi con l’occhio rosso, i Led Zeppelin, le biblioteche sepolte coi libri putridi, le orde di freak che vivono negli scantinati, tutti questi elementi non sono citazioni dagli anni Settanta Ottanta o Novanta: sono cose classiche, è normale che si ripropongano a ogni generazione, perché sono fuori del tempo come il berrettino degli Yankees e le borse Chanel, ecco un argomento che potete spendere con la ragazza mentre la portate a guardare Oblivion.

 

“Moriremo?” “No! Forse!”

Un altro argomento è Tom Cruise, che fa benissimo a fare e finanziare film di fantascienza: dovrebbe farne di più, e probabilmente dovrebbe fare solo quelli – fateci caso, ormai sono gli unici in cui funziona ancora – probabilmente è l’unico modo in cui la nostra generazione di spettatori può esorcizzare il fatto che la nostra prima fiamma delle elementari aveva già sul diario più o meno la stessa faccia di Tom Cruise che nel 2013 ripara i droni di Oblivion. Sono passati davvero tutti questi anni? O siamo stati rapiti da un’entità aliena che in una notte ci ha invecchiato di un quarto di secolo, e l’unico che si è salvato è Tom Cruise, che ci sta inviando messaggi tramite i suoi film? Oppure è un clone (ops).

 

Il terzo argomento (non c’è mai abbondanza di argomenti) è la frase “Siamo ancora una squadra efficiente?” Dopo il film passerete anni a chiedervelo, un po’ scherzando e un po’ no. Forse la differenza tra Oblivion e prodotti brutti che un po’ gli somigliano sta anche in dettagli che nei filmoni-di-effetti-speciali in genere passano in secondo piano, come la recitazione. L’attrice inglese Andrea Riseborough con pochi minuti a disposizione ci regala una perfetta moglie-dell’astronauta-frustrata. Melissa Leo ha ancora meno spazio e tempo per interpretare un personaggio memorabile. Olga Kurylenko è la bella addormentata che tutti vorremmo trovare nella capsula di ibernazione, Morgan Freeman è il solito vecchio saggio in quota minoranze ma va bene. Se vi piace il genere, è uno dei due o tre biglietti di quest’anno che sarete contenti di aver staccato.

 

Oblivion è al Cine4 di Alba (ore 19:30, 22:00); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10; 21:00; 22:45); al Vittoria di Bra (21:15); al Multilanghe di Dogliani (21:30); ai Portici di Fossano (21:30); all’Italia di Saluzzo (20:00; 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20; 22:30). Buona visione. Siete ancora una squadra efficiente?