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Whiplash è sadico come un talent show

Altro che autostima, sette ottavi e pedalare.

Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

 

“Hai fatto un buon lavoro”. Quante volte te lo sei sentito dire. Quante volte ci hai creduto davvero? Dopotutto, se il tuo lavoro fosse così buono, non sarebbero così contenti. Comincerebbero ad aver paura di te – è pericoloso, chi sa fare un buon lavoro. Ma loro tu non ti preoccupare, perché hai fatto…  Un buon lavoro. La senti l’intonazione? La senti sul serio? E allora dimmi: ci senti invidia o condiscendenza? Un buon lavoro. Forse una sfumatura di gratitudine, perché il tuo non è un lavoro così buono dopotutto. È un lavoro passabile, un lavoro che non farà sfigurare i loro lavori mediocri. “Hai fatto un buon lavoro”, che frase criminale. Quanti talenti ha sedotto e sviato. Tu non vuoi fare un buon lavoro. Tu puoi fare di meglio. Ma poi?

 

Quando in giro si è cominciato a parlare di Whiplash come di un gran bel film – e non c’è dubbio che lo sia – molti musicisti si sono premurati di informarci che il mondo della musica non è così atroce e competitivo, e soprattutto il jazz non è così – lo stesso Bird non veniva preso a piatti in testa se sbagliava un assolo, come racconta per giustificarsi il demoniaco maestro di musica del film. Era una polemica tutto sommato prevedibile, anche se già un po’ surreale. Probabilmente anche ai tempi dello Squalo qualche ittiologo si sentì il dovere di scrivere ai giornali che i pescecani non attaccavano i motoscafi.

 

In Italia la discussione è scesa a livelli avvilenti. Goffredo Fofi su Internazionale lo ha definito “una favola per gonzi di destra”, anche se ha ammesso che “tecnicamente, è un buon film”. Però antipatico, perché racconterebbe “per l’ennesima volta la smaniosa logica americana della lotta per diventare qualcuno, per emergere, nella distinzione mostruosa che quella cultura fa tra winner e losers”. È un’analisi un po’ semplice: forse se per affrontare la cultura USA si deponesse ogni tanto il modellino “maggioritario e a tratti totalitario”, e ci si addentrasse un po’ nei dettagli, si potrebbe notare nel film lo scontro tra due concezioni educative: il cosiddetto “self-esteem movement”, che ha portato le scuole americane a distribuire medagliette per ogni “buon lavoro” svolto, e il fantasma di un approccio diverso, militaresco e pseudo-darwiniano, che più che a scuola vediamo trionfare nei posti di lavoro e soprattutto nei talent show.

 

Secondo Fofi “ce la fa”. Boh.

Che parlino di musica o di ristorazione, il motivo per cui guardiamo i talent è il motivo per cui ci siamo fatti ipnotizzare dal maestro di Whiplash: i professori sadici sono terribilmente sexy. Vederli tormentare le loro vittime è uno spettacolo per cui paghiamo decoder e biglietti di cinema. Forse ci piacciono proprio perché sono all’opposto dei nostri ex prof, empatici e condiscendenti, sempre pronti ad applaudire ogni nostro minimo sforzo. Noi poi abbiamo sempre la sensazione di non essere diventati quei personaggi di successo che i nostri maestri vedevano in noi, e a quel punto forse ce la prendiamo con loro, troppo buoni, troppo illusi, e rimpiangiamo di non avere avuto caporali che ci prendessero a ceffoni in pubblico. È un’ipotesi come un’altra. 

 

In ogni caso, non c’è dubbio che certe società siano più competitive di altre: e se quella americana lo è, perché un film non dovrebbe raccontarla? Fofi però sembra non aver fatto caso al distacco critico con cui Chazelle guarda al protagonista del film e alla sua ossessione per la batteria. Un “winner”? Soltanto perché [SPOILER] alla fine del film riesce a suonare davanti al pubblico un assolo di Buddy Rich, a portare a termine il suo numero da pappagallino ammaestrato? E poi che succederà? Nei film di “winner e losers”, di solito parte la fanfara e il pugile suonato ma glorioso chiama il nome della moglie o fidanzata. Il batterista di Whiplash non ha la fidanzata, non ha un amico, ha un papà comprensivo che disprezza e un maestro stronzo che difficilmente lavorerà più con lui. Sul serio la sua è una success story? Sarebbe come prendere il caporale di Full Metal Jacket per un personaggio di propaganda… ah, ma Fofi lo fa. 

 

“Il meccanismo è lo stesso dei film di guerra con il sergente cattivo e il soldato debole che grazie a lui si fa forte (e spietato) e “ce la fa”. Kubrick ne mostrò un prototipo in Full metal jacket”.

 

Il film in cui il soldato debole [SPOILER!] si tira un colpo in testa prima ancora di arrivare al fronte, non prima di aver fatto fuori anche il sergente cattivo… uhm, forse Fofi ha preso un abbaglio. D’altronde capita ai migliori. 

 

Proprio mentre sto archiviando Fofi, ecco piombare da Wired un articolo che definisce Whiplash, mettetevi seduti, “ideologicamente sbagliato”.

 

“Ideologicamente sbagliato”.  

 

Il tizio che scrive questa roba (“Sì perché alla fine, più che l’opera d’arte in sé, il raggiungimento della perfezione espressiva, sembra che il protagonista, il giovane batterista, abbia come obiettivo quello di essere il migliore e basta. E questa non è la pulsione di una personalità genuinamente ispirata quanto patologicamente ambiziosa“)… il tizio che scrive questa roba, dicevo, ha appuntato in petto la medaglietta di “Staff Editor della Sezione Idee” di Wired. Purtroppo essa non riesce a trattenere neanche un milligrammo del timore reverenziale che provo per il maestro Fofi, sicché la mia prima reazione sarebbe piantarmi davanti a questo Staff Editor e dirgli: ma cosa hai scritto, ma ti rendi conto? Nel 2015? “Ideologicamente sbagliato”? Sei un viaggiatore nel tempo? Una Guardia Rossa ibernata nel ’69 e scongelata in circostanze da chiarire? Lo sai cosa vuol dire ideologia? Credi che ce ne siano di giuste e di sbagliate? Sapresti definire la tua ideologia? Ammesso che tu ne sia in grado, pensi che al lettore medio di Wired fotta sega della tua ideologia? Eh? Eh?

 

Il problema è che la follia di Whiplash, come dicevo, non è sentita, ma parte di un prodotto ben confezionato e che alla fine lascia non dico delusi, ma freddi. Non aggiunge nulla, nel cuore dello spettatore, su quello che già sapeva della vita.

Grazie, basta cazzate adesso.

 

No, ma buon lavoro, davvero. Signor Staff Editor Sezione Idee, probabilmente della vita ne sai già troppo per farti insegnare qualcosa da Whiplash, però… ti aspettavi di uscire “caldo” dalla storia di un ragazzo che per suonare meglio di chiunque altro rinuncia agli affetti, al rispetto dei compagni, alla salute, a ogni altra cosa? Non ti ha assalito nemmeno per un istante il sospetto che il film non sia una success story ma la sua parodia? che il “freddo” di cui tu parli sia l’esatta sensazione che Chazelle voleva farti sentire, dopo averti fatto ascoltare e soffrire un monumentale, inutilissimo assolo di batteria di nove minuti? Ma a te piacciono gli assoli di batteria? Li ascolti mai? Non li ascolta nessuno. Secondo alcune teorie hanno inventato il tasto skip apposta. Questo è “l’opera d’arte in sé?” “il raggiungimento della perfezione espressiva”?

 

Whiplash non è un film particolarmente originale, ma ci si domanda se poteva essere migliore di così, come certe partiture di jazz dell’età dell’oro. Ha semplicemente il ritmo giusto;non c’è una nota messa lì senza un motivo, senza che prima o poi sia ripresa nel tema principale. Finché dura non esiste nient’altro: un attimo dopo cominci a pensare: ma cosa ho ascoltato? Non è un raccontino a tema, per quanto Fofi e i suoi allievi si arrangino a vederlo così. È un film che ti pone delle domande: sul serio vorresti un maestro che tirasse fuori la bestia che hai in te?  Sei sicuro che sarai felice, dopo? La risposta tocca a noi, ma non dobbiamo per forza portarcene una già pronta da casa. 

 

Whiplash si può finalmente vedere a Cuneo, alla Sala Lantieri, venerdì sabato e domenica alle 21. Speriamo che si senta bene. 

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Il lato oscuro del casolare in Toscana

Anche quella vestita in rosso, non sono sicuro di come si chiami, ma è bravissima.

Le meraviglie (Alice Rohrwacher, 2014)

 

C’è stata una guerra qualche tempo fa. Non se la ricorda più nessuno. Chi ha vinto ha riscritto la Storia; chi ha perso e non ci ha rimesso la pelle si è rintanato da qualche parte, nelle foreste e nei buchi ancora agricoli d’Europa, ad aspettare la fine del mondo. La fine purtroppo tarda a venire e i figli crescono, selvaggi e interdetti. La tv continua a cantare che non c’è mai stata nessuna guerra. E se papà e mamma si fossero inventati tutto? 

 

Il secondo film di Alice Rohrwacher ci ha fatto stare molto in pensiero. Quel poco che se ne sapeva era preoccupante: il casolare in Toscana, la natura incontaminata, la tv contaminatrice, Monica Bellucci, i bambini e gli animali. Le creature più difficili da gestire su un set. Ingredienti che ci sono stati miscelati già altre volte, ma il risultato non ci aveva mai soddisfatto. I casolari soprattutto: perché sempre casolari voi registi italiani? perché non potete raccontare la realtà post-industriale o il terziario avanzato che sniffa e smignotta? – No aspetta, l’anno scorso a Cannes c’era La grande bellezza, almeno quel terziario lì per un po’ lo abbiamo coperto. È impossibile non ripensare al precedente di Sorrentino, quando verso la fine anche la Rohrwacher comincia a piazzare ingombranti animali simbolici. Sarà anche un po’ questione di gusti: il cammello della Rohrwacher che all’improvviso si rimette in piedi per me ha una pregnanza che la giraffa di Sorrentino si sogna. Riesce veramente per un secondo a contenere tutto il film, laddove i fenicotteri in balcone mi sembravano complicazioni barocche: aggiungiamo pure questi, qualcosa vorranno dire. 

 

E comunque anche la Bellucci, a modo suo, brava.

In comune i due film hanno un tema che ci ossessiona da anni – la decadenza – e poco altro. La grande bellezza puntava a Roma come al centro di tutto, offrendo al suo pubblico uno specchio deformato ma comunque intrigante. Le meraviglie si tiene ai margini, racconta la storia di una civiltà dimenticata e dimenticabile (i babyboomers che ritornarono alla terra negli anni ’70) e questo lo condanna a un gramo destino di film d’essai. Eppure chi non ce l’ha un vecchio amico o parente che a un certo punto è scappato in montagna? Le Meraviglie è un film che va visto, proprio perché prende un feticcio cinematografico e culturale (il casolare) e lo demistifica senza pietà, al punto che forse non comprerete mai più un vasetto di miele bio in vita vostra. E soprattutto non è quel film compiaciuto e noioso che temevamo che fosse – intendiamoci, se avete voglia di azione magari Gozzilla o gli X-men saranno una scelta più assennata, ma questo film non consiste di due ore di bambine estatiche che mangiano api. C’è una storia che procede con un certo ritmo, lasciandoci qualche volta persino col fiato sospeso; i personaggi hanno tutti un cammino da percorrere, non fanno nulla di inspiegabile o gratuito.

 

Ai più piccoli piace saltare su e giù nelle pozzanghere di fango, ma quelle vere, e dopo due anni di Peppa Pig anche questo è molto demistificante.

È vero che i grandi parlano poco, in lingue diverse: ma sono i reduci sbandati di una brigata internazionale (più di Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo e Sam Louwyck portano tutte le rughe della sconfitta), tornati da una battaglia di cui hanno poca voglia di parlare. I ragazzini invece non hanno ancora le parole. In compenso sono molto bravi. Dopo Alex Bisconti (La mafia uccide solo di sabato), Matilde Gioli (Il capitale umano), Francesco Bracci (Noi 4), ancora un film italiano che decide di appoggiarsi sulle spalle di un’attrice giovanissima, che lo regge persino con disinvoltura: si chiama Maria Alexandra Lungu e adesso sembra anche a me di conoscerla da una vita. È soprattutto grazie a lei e ai suoi giovanissimi colleghi che il film può indugiare sullo sfacelo di una generazione senza sembrare mai veramente disperato: è sbocciata tanta vita in mezzo al fango, ora basta aspettare il sole e qualcosa ne verrà fuori. Le meraviglie a Cannes ha vinto il gran premio della Giuria. Lo trovate al cinema Fiamma di Cuneo alle 17:40, alle 20:15 e alle 22:40.

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Scuola di velleità

Ecco ragazzi, se studiate sodo potete iscrivervi a lettere e realizzarvi più o meno come questo disadattato che è appena venuto a trovarmi.

The English Teacher (Craig Zisk, 2013).

 

Il film si apre sul consueto corridoio di armadietti – esatto, sì, siamo in una high school americana. Chi sarà il protagonista? Questo tizio che limona la cheerleader? Ma no, figùrati. Quest’altro in felpa grigia mogio mogio? Il classico emarginato, magari vittima di bullis… no, aspetta, sta solo trafficando bustine. Poi si apre una porta e ne esce Julianne Moore, e persino chi non ha fatto caso al titolo deve arrendersi all’evidenza: niente adolescenti, stavolta si parla dei prof. Di come siano appassionati e soli. Proprio perché appassionati. Proprio perché soli. Di come il sacro fuoco della letteratura invece di bruciarli li abbia caramellati, imprigionati in una crisalide di ideali e velleità da cui non c’è più il tempo di uscire. Di come abbiano tirato i remi in barca e da una retrovia della Pennsylvania esortino gli studenti più fragili a non arrendersi, a lanciarsi allo sbaraglio laureandosi in cose affascinanti e inutili, a scappare a NY e farsi venire l’ulcera scrivendo drammi disturbanti. Come se il loro fallimento non bastasse, no, devono mettere il nido, rubare le uova alle famiglie per bene e covare altri falliti velleitari che moriranno di cirrosi a cinquant’anni e poi magari tra due generazioni saranno rivalutati da qualche critico annoiato.

 

Emily è perplessa (lo sareste anche voi se sapeste cosa sta fissando).

Una sera la prof. Moore si imbatte nel suo migliore ex studente, che a vent’anni è già tornato da NY a casa da papà, rassegnato a rimettersi in riga, studiare legge e diventare una persona noiosa. Forse non abbastanza bravo per fare lo scrittore, dopotutto. Per convincerlo a perseverare lungo la strada incerta della gloria letteraria la prof. Moore convincerà la filodrammatica della scuola a mettere in scena l’unico dramma del geniale ex studente, una schifezza ibsen-kafkiana con insetti giganti e tutti i personaggi che si ammazzano.  Come se Broadway e Hollywood potessero davvero assorbire tutti le giovani promesse talentuose che poi diventeranno freelance cognitari e si lamenteranno che li pagano meno di un idraulico. Come se in casa avessimo tutti più necessità culturali che rubinetti. Ma se invece avesse ragione l’ex studente? Se per una volta il protagonista, quello che deve-credere-forte-forte-nel-suo-sogno-così-il-sogno-si-avvererà, fosse un mediocre narciso destinato presto o tardi a svegliarsi e trovarsi un lavoro?

 

The English Teacher mi è proprio piaciuto, devo dirlo. Sono contento di esserci inciampato sopra durante la Festa dei Fondi di Magazzino, pardon, del cinema. Tre euro spesi benissimo, quando altri film molto meno interessanti, non faccio nomi, sono in sala da un mese a più del doppio del prezzo. Non c’è ovviamente bisogno di dire quanto sia brava la Moore, che soprattutto nella provincia americana nuota come nel suo elemento. Gli altri attori, adolescenti e meno, sono magari penalizzati dal doppiaggio, ma in un film sulla filodrammatica anche questo ha un senso. Quello che mi è piaciuto davvero è il testo, un congegno teatrale dove ogni battuta ha un senso. Ho anche apprezzato la mise an abîme: un film che racconta la storia di una produzione teatrale che deve finire bene per esigenze economiche, e si conclude con un lieto fine visibilmente imbastito per le medesime esigenze. Con qualche piccolo colpo di genio (la voce fuori campo che litiga coi personaggi nel finale) e senza calare di ritmo nel secondo tempo, come quasi sempre succede. Gli altri tre spettatori borbottavano, ma io non ascoltavo. Per me era già la sorpresa dell’anno.

 

Anche il dramma in sé è poco sviluppato (da quel poco che si vede in scena sembra una fetenzìa senza pari).

Poi sono tornato a casa e ho fatto quello che un professionista non farebbe – ho dato un’occhiata a cosa aveva già scritto la critica mondiale. E ho scoperto che, insomma, è piaciuto quasi soltanto a me. E io chi sono? Un insegnante di italiano, con malsopite velleità letterarie, che già l’anno scorso mise in cima ai suoi titoli dell’anno un film sugli stessi argomenti, Dans la maison. Ma quello di Ozon era davvero un gran bel film, tratto da una vera pièce teatrale. The English Teacher, se ci ripenso adesso, ha tanti punti deboli. Personaggi abbozzati, dialoghi quasi sempre efficaci ma mai davvero divertenti. Mi verrebbe da dire che c’è la struttura, ma manca la polpa: il soggetto è buono, lo spunto quasi geniale, il problema che illustra è vivo e riguarda milioni di persone. Ma poi servivano bravi scrittori, e quelli che hanno messo mano al copione non erano abbastanza bravi dopotutto. Sono le cose che si potrebbero perdonare a un esordiente, e almeno il regista lo è – anche se macina ciak sui set televisivi USA da decenni: ha firmato talmente tanti episodi di serie tv che alcuni li ho visti persino io (Scrubs, Nips/Tuck, Weeds). 

 

Allora forse è successo questo: una sera qualunque sono inciampato in un esordiente di talento che aveva una buona storia. Almeno, ho voluto credere che fosse buona. Ma forse quello che mi ha fatto ridere, e piangere, e sgranocchiare nervosamente, non era la qualità della storia, ma il fatto che sembrasse parlare di me. E allora mi sono commosso, in quel modo stucchevole e sentimentale che abbiamo noi insegnanti di materie umanistiche di commuoverci sul nostro solitario destino: quando ci immaginiamo che anche Dickens e Ibsen possano avere finali diversi, magari felici – uscite sul parcheggio da cui uscire riconciliati col mondo. Come se a scuola non ci capitasse tutti i giorni di insegnare l’esatto contrario: è sempre quello tragico, il finale originale. 

 

Buona festa del cinema: The English Teacher (da non confondere con The German Doctor, che è una storia su Mengele) è al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:15, 22:30) e all’Impero di Bra (20:20, 22:30).

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Il flagello di Lars Von Trier

Nymphomaniac II (Lars Von Trier, 2014)

L’altra sera mi sono spaventato, c’era un canale che trasmetteva vecchi film di Woody Allen a ripetizione e ho avuto paura che gli fosse successo qualcosa. Mentre controllavo su internet mi sono rimesso a guardicchiare Manhattan, uno di quei film che tutti hanno visto così tanto che alla fine è come se l’avessi visto tanto anch’io. In realtà era da un sacco di tempo che non lo vedevo e mi sono sorpreso, davvero, di trovarlo così bene invecchiato. Non sto dicendo che sia un film attuale; può darsi che non lo sia più: gli adulteri sono un po’ passati di moda, almeno nei film, e gli intellettuali oggi hanno tic diversi, probabilmente anche a Manhattan. E però è uno di quei film in cui c’è meravigliosamente tutto, anche se lo apri in una sequenza a caso; e in una sequenza famosissima ho anche trovato il migliore giudizio sul porno esistenziale di Lars Von Trier. 

Ma siccome non vengo da Philadelphia e non ho studiato ad Harvard; e senz’altro Von Trier non è Bergman, mi viene il sospetto che tutto questo sia perversamente consapevole; ovvero alla fine della fiera di quattro ore non è da escludere che l’intento programmatico del regista fosse proprio nobilitare le proprie inibizioni psicologiche e sessuali collegandole non già a fondamentali questioni filosofiche, ma a un po’ di fuffa culturale, molto spesso di seconda e terza mano: la serie di Fibonacci, santo cielo, ne vogliamo parlare? Perché i registi e gli scrittori hanno il debole per la serie di Fibonacci e non, poniamo, per la sezione aurea? Siete proprio sicuri che non potrebbe sprizzare simbologie erotiche anche la sezione aurea, a strizzarla per bene? Non sarà semplicemente che per capire Fibonacci basta saper fare uno più due, mentre il pi greco è molto spesso un concetto troppo astruso per chi si iscrive a cinematografia? Molta della cultura sfoggiata da Seligman è trovarobato del genere: due o tre trucchi su dove pigliare i pesci, due citazioni dal Doktor Faustus che il regista sente il dovere di esplicitare, proprio come le matricole che hanno paura che gli interlocutori non colgano i riferimenti: ehi, ho appena letto il Doktor Faustus! E ho scoperto che Beethoven era negato con le fughe. Bene Lars, ma se hai voglia di flagellare a sangue il sedere di un’attrice (o una controfigura), perché non ti limiti a farlo senza ammazzarci col silenzio di Dio, e la morte del padre, e la responsabilità di allevare i figli, eccetera eccetera? Cioè non dico di non aver apprezzato il tentativo di levare al sadomaso tutta quella patina burlesque insopportabile da dominatrici della domenica: però alla fine voglio almeno provare un po’ di vergogna di aver pagato il biglietto per vedere un sedere che sanguina; e invece me lo annacqui con tutte le visioni e i sensi di colpa e kierkegaardismi non dico adolescenziali, ma… quanti anni avevate l’ultima volta che avete provato a leggere Kierkegaard? Ecco. 

Joe è ninfomania: brucia tutto e poi va via.

 

Cos’è poi la ninfomania per Von Trier? Una pulsione autodistruttiva che parte dall’infanzia e si prende, grosso modo, tutta la vita, a scapito di lavoro e famiglia e affetti e salute. Non procede da un trauma infantile; non è il precipitato di un’alienazione sociale; Joe ci è nata, e noi no. Lei chiede troppo al tramonto, noi ci rassegniamo a un timido riflesso del sole all’alba. Forse davvero Von Trier gioca con noi come il gatto col topo: mentre Joe passa la nottata a raccontare di quanto sia stata una ragazza cattiva, non abbiamo altra scelta che entrare nel timido Seligman, e far combaciare la sua curiosità con la nostra. Come Seligman, all’autodafé di Joe non possiamo che reagire con una sentenza assolutoria. È la normale dinamica di una coppia che discute: se il tuo interlocutore comincia a denigrarsi, istintivamente scatta in noi l’impulso di consolarlo. La notte sarà lunga e ci sarà il tempo per scambiarsi le parti: di fronte all’estremo tabù (la pedofilia) Seligman si ritrarrà per un istante, ma alla fine… non vi racconto come va a finire, ma le mie due reazioni. La prima: ok, mi hai fregato, la mia equanimità era accecata da una curiosità che forse era già desiderio. La seconda (sulle note dei titoli di coda): che trabocchetto da due soldi, Lars Von Trier. E un sedere è stato frustato a sangue per questo? Insisto sul finale perché leggo in giro che sarebbe una cosa toccante, drammatica, eccetera. Per me è la conferma di avere assistito a una lunghissima, estenuante barzelletta alla scandinava. E la canzone… non vi dico qual è, ma immaginate che un personaggio di un film dica di chiamarsi “Marinella”, e che alla fine del film anneghi in un fiume, e a quel punto parta De Andrè con la canzone omonima, ecco, siamo a questi sofisticati livelli di tesina del liceo artistico. 

A che servono gli elenchi telefonici, oggigiorno.

 

Un mese fa feci un maldestro paragone con Jeune et jolie di Ozon, dicendo che parlava con delicatezza più o meno dello stesso argomento. Ripensandoci, non è affatto vero: l’Isabella di Ozon non è particolarmente ninfomane. Ma si prostituisce. Tutto il contrario di Joe, che passa di lavoro in lavoro senza che l’idea di monetizzare il suo sesso l’attraversi mai. Ecco, questo è interessante: anche perché verso la fine Joe si mette a fare una professione persino più discutibile. A rifletterci è incredibile che in un film dalle ambizioni quasi enciclopediche non si parli mai della possibilità di scambiare sesso per denaro. Di pedofilia sì, di sadomaso sì, di prostituzione no. Ho controllato: pare che in Danimarca prostituirsi non sia più un reato dal ’99. Dallo stesso anno è la legge antiprostituzione svedese, che criminalizza i clienti e non le prostitute (poi imitata da Norvegia e Islanda). Forse anche il più scandaloso Von Trier ha i suoi tabù, dopotutto: ancora più stridenti in un film così apparentemente liberato, in cui gli organi sessuali conquistano il primo piano, talvolta liberi persino dalla necessità di eccitare lo spettatore (da questo punto di vista il threesome con gli africani è la scena più divertente – divertente come dovrebbe essere il vero backstage di un porno – anche se l’idea che Joe debba avvalersi di un interprete per approcciare due africani in un parco britannico tradisce un razzismo o un provincialismo che francamente – ma poi si alza qualcuno a dire che Von Trier non si può giudicare per i contenuti perché i contenuti sono volutamente antirealistici, sarebbe un po’ come voler giudicare la merda d’artista dall’odore – e finiamola qui, allora: può darsi che la merda di Von Trier sia buona, almeno come concetto, ma io purtroppo sento anche la puzza. Sarà che sono nato a Modena, problema mio).

 

Nymphomaniac II non è ancora programmato in nessun cinema della provincia di Cuneo: chi si sentisse offeso può rimediare recandosi all’UCI di Moncalieri alle 14:00, alle 16:45, alle 19:30 e alle 22:15 (sempre con quel caratteristico ritardo delle sale UCI). Oppure potete flagellarvi in casa da soli, chissà cosa sia più soddisfacente.

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Chi ha più voglia di un pornoVonTrier?

Finalmente un treno regionale brutto, come i regionali veri! Questa è la pornografia!

Nymphomaniac I, (Lars Von Trier, 2013)

 

Che senso ha buttare via la religione e tenersi il senso di colpa? Se lo chiede il timido Seligman, all’inizio della lunga conversazione con la signora che ha trovato sanguinante in un vicolo. Dice di chiamarsi Joe e di essere, dall’infanzia, irredimibilmente cattiva. Ninfomaniaca, addirittura. Ma cos’è questa ninfomania?

 

Non è nemmeno una malattia. Lo sapevate? Dal 1992 l’Organizzazione Mondiale della Sanità non la riconosce più come tale; tre anni più tardi è stata cancellata dal quarto volume del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, che preferisce parlare di “Ipersessualità”, sia maschile che femminile. Anche su quest’ultima non c’è un vero consenso: è un disturbo ossessivo-compulsivo? Una dipendenza? Negli USA esistono i Sessuomani Anonimi, con programmi di recupero modellati su quelli degli alcolisti, perlomeno nelle serie tv e nei romanzi di Palahniuk: da noi no, credo, ma non me ne intendo. 

 

Probabilmente neanche Lars Von Trier, che finalmente ha fatto dono al mondo del suo film porno-d’autore. Come ricorda l’ottimo Bernocchi, l’idea di girare un porno gli frulla in testa da tantissimo tempo – forse fin da quando lo conosciamo, i tempi delle Onde del destino e di Dogma. Già allora la buttava lì, forse per ravvivare un po’ il gelido imbarazzo delle sue conferenze stampa: e poi sapete che c’è? una volta o l’altra faccio un porno. Certo, perché no. Ora, non voglio dire che a metà Novanta fossimo verginelli appena usciti dal collegio: i miei ricordi sono vividi ancorché un po’ sgranati, come le vhs troppo videonoleggiate. Magari ci sono altri motivi per cui quella che nel 1996 poteva sembrarci una grande idea, avanguardistica e iconoclasta, oggi ci lascia un po’ più che perplessi: sgomenti. Dite la verità, dai: voi come l’avete vissuta la notizia: “sta per uscire nelle sale un film di cinque ore di Von Trier con scene di sesso esplicito tra controfigure di attori famosi”? Per me è stato più o meno quando mi avvisano che devo pagare una tassa in più: buongiorno, siamo l’Ente Preposto all’Aggiornamento Culturale e le notifichiamo che ci deve cinque ore di vita: cinque ore che passerà guardando coiti altrui ripresi senza entusiasmo da un regista tormentato e depresso. Così impara a farsi piacere Dogville, Manderley addirittura. No, per dire che io sono uno di quelli che una volta Von Trier se lo andava a guardare volentieri. Qualcosa non va. 

 

Potrebbe anche non trattarsi di Von Trier, che alla fine ha il solo torto di restare fedele ai suoi temi, alle sue ossessioni eccetera (anche se mi sembra sempre meno rigoroso, sempre più incerto, stavolta per esempio fa il citazionista ma in modo un po’ maldestro, a un certo punto toglie il colore per fare Bergman ma è come mettersi i baffi finti per fare Chaplin, cioè proprio non basta, capisci? In altri casi sembra voler fare il verso a Greenaway, è un auto-paragone impietoso). Dicevo, potrebbe anche non trattarsi di Von Trier, ma di tutto quello che gli è successo intorno. Il concetto stesso di pornografia, che nel ’95 era eversione, era l’anti-Hollywood, il realismo estremo, dogmatico, e oggi cos’è? la cosa più normale del mondo. Ne è passato di liquido sotto i ponti.

 

Questa potrebbe realmente essere la citazione di un porno (che non ho visto).

Per dire, alla fine degli anni ’90 nella mia città (non Cuneo) c’erano ancora i cinema porno. Erano una specie di specialità locale, i turisti fotografavano le locandine sbianchettate. Ci andavano perlopiù vecchietti e persone in cerca di partner occasionali. Il consumo di pornografia era, per così dire, “sociale”. Ma era uno spettacolo al tramonto. Trionfava il modello di consumatore completamente opposto, quello dei videonoleggi: un solitario manovratore di telecomando, nell’oscurità della propria cameretta. Da allora ci sono state due o tre rivoluzioni tecnologiche: il passaggio ai dvd; il peet-to-peer su internet; flash e i siti alla youtube. Un economista ci direbbe che la pornografia è diventata una commodity: come l’acqua potabile e la luce elettrica, anzi ancora più comoda, visto che per raggiungerla non dobbiamo nemmeno alzarci dalla sedia. Entrare in un videonoleggio o in un sex shop a metà Novanta richiedeva ben altra determinazione. Oggi guardare un porno è diventato maledettamente facile. Risultato?

 

Diciamo subito che la paventata disintegrazione della società e della famiglia e della civiltà occidentale fin qui non c’è stata. Non vi è stata una particolare recrudescenza dei crimini sessuali, nemmeno tra i minori. Qualcuno afferma di soffrire di forme di dipendenza dalla pornografia – e però anche su questa sindrome gli specialisti litigano: forse non esiste. Senz’altro tra centinaia di milioni di utenti in tutto il mondo vi sarà chi ne consuma in modo patologico (ammesso che su internet abbia senso parlare ancora di consumo). Ma la maggior parte degli utenti, oggi, consulta pornografia per un tempo ridicolmente breve. Qualche mese fa un popolare sito porno ha messo on line le statistiche, da cui si evince che la visione di un utente medio duri più o meno tre minuti (ma è in lieve aumento nell’ultimo anno). Come dire che la maggior parte degli utenti trova la visione di un porno piacevole ma – dopo nel giro di pochi minuti – insostenibile

 

La mia scena preferita, fin qui.

Può darsi che sia sempre stato così: il fatto che le nostre modalità di fruizione in passato fossero più lente non significa che ci divertissimo di più. Pensiamo a quel che è successo coi quotidiani: una volta ne leggevamo di più, ma eravamo più informati? No: ci mettevamo semplicemente più tempo a trovare cose che ci piacessero. Era così con la musica (dedicavamo più ascolto agli album, o ai programmi radio) e probabilmente con la pornografia. Ci serviva più tempo per trovare la roba interessante. Quello che ha veramente accelerato i tempi è l’aumento vertiginoso della biblioteca a disposizione (per questo mi pare che oggi abbia più senso il verbo “consultare” che “consumare”) e il motore di ricerca. Non dobbiamo più accontentarci: se ci piacciono brune coi piedi lunghi, possiamo rapidamente digitare e ottenere “brune coi piedi lunghi”. Questo rende il nostro rapporto con la pornografia sempre più breve e, in fin dei conti, soddisfacente. Pensavamo che l’abbondanza di internet ci avrebbe portato a insane abbuffate, ma fin qui non è andata così; ormai ci basta qualche snack ogni tanto.

 

E proprio in quel momento, dalla Danimarca tormentata il dinosauro dogmatico si risveglia e ci fa sapere che ha pronto per noi un pranzo nuziale di cinque portate. Noi che ormai, al cinema, quando c’è una scena di sesso di più di trenta secondi, ridiamo dall’imbarazzo. Se vi ricordate cos’è successo con Adèle, e del modo in cui una stupenda scena di sesso era stata presentata come interminabile – otto minuti, vi rendete conto? Ormai in sala facciamo fatica a sostenere la visione di due molto graziose ragazze che fanno sesso per otto miserevoli minuti. 

 

Pubblicità ingannevole.

Devono aver tratto simili conclusioni anche i produttori di Nymphomaniac che, non paghi di aver tagliato il film in due parti, hanno provvisoriamente accantonato un’altra ora di girato, che probabilmente riusciremo a recuperare in dvd. Il risultato com’è? Boh, non saprei. Davvero. Chi ha già visto la seconda parte ne parla abbastanza bene. Io ho visto solo la prima e non credo di poter già esprimere un giudizio sensato. Senz’altro non ha senso prendersela con Von Trier per l’antirealismo di molte scene, che sembrano progettate in laboratorio piuttosto che studiate dal vero. Il fatto che tra una situazione astratta e artificiale e l’altra faccia capolino un po’ di sesso molto crudo mi ha fatto realmente ricordare i vecchi porno con la trama, ma non so quanto l’effetto sia voluto: però se davvero è riuscito a citare Joe D’Amato fingendo di citare Bergman, complimenti. Mi domando se valga la pena di guardare un film di Von Trier così – anche dopo aver visto la seconda parte, quando uscirà, mi resterà la sensazione di essermi perso qualcosa (tipica anche questa di certe esperienze cinematografiche anni Ottanta, quando finalmente riuscivi a guardare Otto settimane e ti dicevi: tutto qui? Ma no, impossibile, avranno censurato un sacco di roba). Sarebbe più saggio probabilmente aspettare il dvd – e mentre scrivo questa cosa una voce dentro di me bisbiglia: non lo guarderai mai quel dvd, non troverai mai cinque ore di spazio per i tormenti sessuofobi o sessuomani di Lars Von Trier. Con tutte le cose interessanti che ci sono in giro, su internet e altrove.

 

Che altro dire. Fin qui è un film che ti fa apprezzare altri film, per contrasto. L’estasi libera dai sensi di colpa di Adèle. La leggerezza e l’attenzione al dettaglio con cui Ozon in Jeune et jolie affronta un tema molto simile; al confronto Von Trier sembra perso in una controriforma tutta sua. Stacy Martin è inquietante e molto a suo agio nel ruolo della giovane ninfomane (che nella seconda parte si evolverà in Charlotte Gainsbourg). Uma Thurman, contrariamente a quanto poteva farvi pensare il poster, non gode, anzi non fa sesso proprio; ma compare in uno sketch tragicomico che mi spinge a riflettere una volta ancora sul senso dell’umorismo di Lars Von Trier. Può darsi dopotutto che non ce l’abbia, allo stesso modo in cui Refn non vede i colori. Mettiamo che esista una sindrome che ti rende incapace di capire le barzellette. Passi la vita a sentire barzellette e a notare che la gente ride. A un certo punto provi anche tu a raccontarle, tanto più o meno le regole le capisci, la teoria è facile. In pratica racconti storie assurde e il pubblico prova disagio: sei un artista. 

 

Nymphomaniac Volume I si può guardare al Cinecittà di Savigliano alle 20:20 e alle 22:30. È vietato soltanto ai minori di 14 anni.

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Ricotta, cioccolata e piombo

Regge sulle piccole spalle mezzo film, una prova notevole.

La mafia uccide solo d’estate (Pierfrancesco “Pif” Diliberto, 2013)

 

Arturo è un bambino normale in una famiglia normale in una città con un problema che non è il traffico. Ogni tanto qualcuno muore ammazzato. Nel garage sottocasa, nella pasticceria sulla strada per la scuola, ogni tanto qualcuno cade in un lago di sangue e il motivo pare sempre lo stesso: le femmine. Soprattutto in estate i delitti passionali non guardano in faccia a nessuno: poliziotti, magistrati, giornalisti, persino i politici. Persino Arturo: anche per lui è venuto il momento di innamorarsi, anche se è solo un bambino e ha paura.

 

A quarantun anni (no, non li dimostra) Pif si carica in spalla una macchina da presa un po’ più grande del solito, e il risultato è abbastanza sorprendente. Di solito chi passa al cinema dalla tv cerca di riprodurre sul grande schermo quello che gli spettatori conoscono già sul piccolo: peraltro di reporter prestati al cinema negli ultimi dieci anni ne abbiamo già visti parecchi, è una formula che può funzionare. Pif invece per l’occasione si ricorda di aver lavorato con Zeffirelli e Giordana, e prova a fare qualcosa di meno televisivo confinando sé stesso e la guest star Cristiana Capotondi nell’ultima mezz’ora, concentrando l’obiettivo sul vero eroe del film, il piccolo Arturo (Alex Bisconti, bravo). Una scelta insolitamente matura, e anche un po’ temeraria – lavorare coi bambini è più difficile – che coincide con una precisa scelta narrativa: il forrestgumpismo. Un giorno bisognerà trovare una parola più bella per definirlo, ma nel frattempo ecco una definizione approssimativa:

 

Dicesi Forrest-Gumpismo la tendenza a rivisitare il passato recente in una collana di momenti topici, infilando a forza i personaggi in tutti gli avvenimenti storici rilevanti. In Italia ci sguazzano un po’ gli autori di noir, ma l’oggetto forrest-gumpista in assoluto è La meglio gioventù di Giordana, dove se due ex coniugi si danno un appuntamento durante gli anni Ottanta, dev’essere per forza la sera di Italia-Germania al Santiago Bernabeu con le comparse che ascoltano la telecronaca di Martellini alla radio, cioè, hai capito spettatore scemo? Siamo negli anni Ottanta! Rossi! Tardelli! Altobelli!

 

Io invece da bambino vidi una fiction sulla mafia in cui sparavano a un tizio mentre mangiava il cannolo e il sangue usciva dal cannolo, e ogni volta che mangio un cannolo mi viene in mente.

I forrestgumpisti italiani di solito vivono in centro: tutto deve succedere nello spazio di pochi isolati. Assistono a tutti gli episodi più importanti che stanno già sui libri di Storia (in questo caso tutti i delitti illustri da Boris Giuliano a Borsellino), senza capirci mai molto: spesso sono bambini o handicappati. L’importante è che abbia già capito tutto lo spettatore. Il forrestgumpismo ci porta a spasso per la Storia contemporanea come se fossimo in gita scolastica: le cose dobbiamo averle studiate già, ora si tratta di riviverle, di provare emozioni, per cui rieccoci a Capaci da spettatori: non si capisce niente, c’è solo fumo, sembra un terremoto, ecco: abbiamo avuto un po’ di paura, abbiamo “sentito” Capaci. Il forrestgumpismo al cinema funziona molto bene. Siamo tutti contenti quando qualcuno ci racconta una storia che conosciamo già, magari da un’angolazione diversa; quanta soddisfazione nel sapere già cosa succederà a un dato personaggio, ad es. Salvo Lima; nel saper riconoscere la strage di Capaci da una gag su un telecomando. Se poi il punto di vista è quello ingenuo e fiabesco di un bambino, chi oserà mai parlare male del tuo film, rimproverandoti qualche superficialità nel descrivere un fenomeno mafioso assai più ramificato e complesso, nel trasformare capoclan e stragisti in pagliacci (sempre meglio di glorificarli come eroi maudit, come si è fatto in tv) – ok, mi arrendo Pif, hai vinto tutto. Mettiamola così: non è un film sulla mafia, è un film sull’omertà, sul crescere in una città che finge di essere sana, e scoprire uno spavento alla volta che gli adulti hanno più paura di te.

 

Impressionante l’accento della Capotondi – poi magari se sei di Palermo non ci caschi, ma da qui sembrava una principessa normanna.

Nell’ultima mezz’ora però accade qualcosa di diverso. Improvvisamente il piccolo Arturo si sveglia trasformato in Pif: il Pif che conosciamo, che 41 magari non li dimostra, ma neanche i venti che dovrebbe avere nel film. La trasformazione è improvvisa, pinocchiesca: Arturo non è davvero cresciuto. È solo diventato più grande, come Tom Hanks in un altro film; ma dorme ancora nello stesso lettino, ed è ancora bloccato nel suo amore elementare per Flora. Qui c’era un’idea meno rassicurante: crescere nella città della mafia significa compromettersi, e Arturo non ce la fa. Ci prova. Flora, lei, è cresciuta e lavora per i grandi vecchi, perché non provarci? C’è bisogno di giovani che portino idee fresche, che inquadrino i vecchi da angolature inedite, che scrivano i discorsi. Pif per un po’ ci prova.  È quel momento tipico dei vent’anni, in cui “si fanno tante caz… sciocchezze”, per amore ma anche perché è sparito qualsiasi altro riferimento all’orizzonte, e non c’è più un prete o un giornalista a spiegarti cosa fare; il momento in cui giri la tua città con un curriculum in mano e ti senti soffocare. Una situazione molto più difficile da raccontare delle epifanie dell’infanzia, e che Pif racconta molto più in fretta, forse meno sicuro di sé come attore che come regista. Mi piacerebbe dirgli che ha torto, ma il film piacerà a tutti così. E davvero per un’opera prima non ci si può lamentare. 

 

Un ultimo perfido appunto: un bambino trascinato dai genitori davanti a tutte le lapidi di tutti i martiri della mafia, secondo me, appena compie undici anni corre ad affiliarsi alla prima cosca che trova nel quartiere. Perlomeno, quel poco che ho capito di psicologia dei preadolescenti mi suggerisce ciò – poi magari mi sbaglio, eh. La mafia uccide solo d’estate è al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:20; 22:35), al Vittoria di Bra (16:15, 18:15, 20:15, 22:30); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30) – ma da voi li fanno i bomboloni alla ricotta con le scaglie di cioccolato? M’è venuta la curiosità.

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Giovane, carina, molto occupata

Vi state sensibilizzando sull’odioso fenomeno della prostituzione minorile?

Giovane e bella (François Ozon, 2013).

 

Isabella ha compiuto 17 anni ed è uno schianto. Ha una madre che non le fa mancare niente, un patrigno che l’ama come un padre, un fratellino che si strugge per lei e forse non riuscirà a toccare nessun’altra donna. Isabella è giovane e meravigliosa e tutti si aspettano da lei una serie di mosse precise: perdere la verginità una notte in spiaggia con un ragazzo straniero bellissimo, e poi tornare a Parigi e tra una lezione e una festa trovarsi un fidanzato, magari innamorarsi davvero, comunque cominciare una liaison benedetta dai parenti da interrompere prima della laurea (quando incontri il padre dei tue due figli, da cui divorzi verso i 35). Perché più o meno è quello che fanno tutte le belle ragazze di buona famiglia nei romanzi e nei film, e i genitori lo sanno, si tengono al corrente, hanno già cominciato a lasciarti i preservativi in bella vista in bagno. Peccato che a Isabella di tutta questa trafila postpuberale contemporanea non freghi nulla.

 

Isabella ha appena compiuto 17 anni e le piace far sesso con gli sconosciuti. Non tanto il sesso in sé, ginnastica a tratti piacevole ma generalmente noiosa. Ma dare appuntamenti a voci misteriose con un cellulare clandestino; viaggiare nel ventre di Parigi con una missione segreta; cambiarsi nei bagni, diventare più grande e poi di nuovo più piccola; intrufolarsi come un agente segreto negli alberghi esclusivi, ottenere da mani trepidanti una misura precisa della propria bellezza (cinquecento euro a botta), tutto questo è senz’altro pericoloso e sconsigliabile e a Isabella piace. Jeune et jolie è stato presentato a Cannes come La vita di Adèle, cui somiglia come un fratello cattivo: all’amour fou delle ragazze di Kechiche, Ozon oppone la frigidità sentimentale di Isabella. E tanto appassionato è il regista di Adèle (ai limiti dello stalking) tanto stavolta sembra glaciale Ozon. Non importa quanto vecchi od odiosi saranno i clienti di Isabella: nulla riuscirà a sporcarla, nulla è irreparabile. 

 

Sbrigatevi a sensibilizzarvi, ché lei entro alle sei dev’essere a casa.

L’avessi visto in qualsiasi altro momento, Jeune et jolie mi avrebbe innervosito per il distacco con cui abbozza un tema così attuale e pesante senza darsi la pena di cercare moventi sociali, morali, psicologici – niente, pare che a Ozon interessi soltanto impaginare la giovinezza di Marine Vacth in meravigliosi fotogrammi. Ma è il novembre del 2013, e oltre al fatto che gli sono ancora debitore di uno dei film più belli dell’anno, in queste due settimane ho fatto talmente il pieno di accorati opinionismi sulla prostituzione che l’impassibilità di Ozon mi è gradita come un balsamo, un necessario colpo di spugna profumata su tante chiacchiere benpensanti e puzzolenti. Ah, per inciso, viva la Francia; dove se tua figlia si prostituisce, la polizia viene a spiegarti con molto tatto che è meglio se metti la password ai computer di casa; dove un’assistente sociale spiegherà a tua figlia che prostituirsi è pericoloso da un punto di vista igienico; il tutto senza pazziate imbarazzanti che non servono a niente e a nessuno, senza Barbare D’Urso corrucciate e croniste d’assalto appostate. I compagni non sospetteranno niente; Isabella avrà ancora un po’ di tempo per crescere e capire il rischio che ha corso (un rischio fisico, concreto, non il “degrado antropologico morale” con cui i nostri esperti marchiano vittime e genitori).

 

Qui c’è una lievissima metafora

Chissà se poi funziona così davvero, non lo so. Magari è una Francia di sogno, in tal caso viva la Francia dei sogni di Ozon e miei, un luogo dove persino un ponte pieno di lucchetti non è più un oggetto degno di derisione: Ozon non ha bisogno di ironizzare su Moccia o il moccismo per sentirsi superiore; ammira la giovinezza così com’è, con la sua arroganza e il suo sprezzo del pericolo, e i suoi errori di percorso. Anche se per apprezzarla davvero bisogna tenersi un po’ distanza, sennò ti si spezza il cuore come a Kechiche, o anche in modi meno metaforici. Un caro vecchio avatar del regista interverrà verso la fine per dirci che Isabella, alla fine, è solo una ragazza che ha avuto un po’ troppo coraggio: il coraggio di non inventarsi un amore quando l’amore in effetti non c’è, il coraggio di fare sesso se ne hai voglia e di farci i soldi se ne hai voglia. Tutto qui? Tutto qui. È un film immorale? Non più di tanti altri. È un film che restituisce un’immagine fuorviante della prostituzione? Senza dubbio, di sicuro non sono tutte così carine e prive di preoccupazioni economiche. Potrebbe mettere idee sbagliate in testa alle ragazzine? Mah, prima di prendervela coi film mettete una password ai laptop di casa. È un bel film? Non lo so, ma dopo Adèle ne sentivo un po’ il bisogno.

 

Gonna give you some terrible thrills.

Ah, quasi dimenticavo: per me la prostituzione minorile è una brutta cosa. Ma non perché sia sintomo di degrado antropologico o cazzate del genere. A me sembra inevitabile che ci siano automobili per strada, ma non vorrei che le guidassero i sedicenni. Mi rendo conto che si tratta di un pregiudizio non del tutto razionale – in fin dei conti un sedicenne ha riflessi e vista migliori dei miei – ma ritengo che sia più sicuro, più igienico che i sedicenni non guidino. Non so se prostituirsi sia più pericoloso che guidare: senz’altro è pericoloso. Si possono contrarre malattie, si possono incontrare psicopatici, il rischio di subire violenze è altissimo. Questo è l’unico discorso sensato che io farei a Isabella, e mi piace che qualcuno glielo faccia nel film.

 

Giovane e bella questa settimana è al cinema Fiamma di Cuneo, nei giorni feriali alle 21; al sabato alle 17.35, alle 20.15 e alle 22.35; la domenica alle 15.15, alle 18.10 e alle 21.00. 

 

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Scuola di genocidio, 1

Vi schiaccio tutti come zanzare, E POI mi faccio anche venire i sensi di colpa.

Ender’s Game (Gavin Hood, 2013)

 

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Quelli ancora implumi che non guardano le ragazze e sono imbattibili ai videogiochi. Gli adulti faranno solo i selezionatori, andranno in giro per le scuole medie come mercanti di bestiame in cerca del puledro più promettente. Sarà senz’altro un mingherlino caricato a molla con tutte le frustrazioni proprie dell’età, un fascio di nervi pronti a contrarsi e uccidere. Un giorno videogiocando i ragazzini entreranno in un livello appena appena più elaborato e sarà la guerra. Se ne accorgeranno, di non pilotare grumi di pixel sullo schermo, ma droni veri contro nemici mortali? Farà qualche differenza per loro? Tratto da un classico della fantascienza usa anni ’80, Ender’s game si è già parzialmente avverato: parla di droni, guerra preventiva, abolizione della privacy in nome della sicurezza; il tutto senza rinnegare la sua vocazione spettacolare.

 

Il destino del mondo è nelle vostre mani di bimbominchia

Sarà anche per l’età del protagonista (il 16enne Asa Butterfield, sempre fantastico), ma rispetto ad altri film di fantascienza della stagione Ender’s Game sembra più orientato verso un pubblico giovane, anche a rischio di diventare una specie di Harry Potter Contro Starship Troopers. In particolare il vero Starship Troopers (il romanzo di Heinlein) condivide con Ender un dettaglio rivelatore: è uno dei romanzi più letti nelle accademie militari USA. Ora, la fantascienza militare al cinema ha un problema (in realtà ce l’ha tutta la fantascienza, ma quando è ambientata in scuole d’addestramento si nota di più). Da una parte c’è un pubblico che ha esigenza di vedere battaglie, guerre, nemici annichilati, ecc. A questa domanda la fantascienza non può rispondere con qualche varietà di mostri dalle ovvie cattive intenzioni, che sia lecito sterminare (zombie, vampiri, draghi, orchi). La fantascienza non è costituzionalmente manichea come il fantasy o l’horror; al massimo ti può fornire qualche razza aliena; ma sterminare una razza aliena non è proprio una buona cosa: senti come suona male, sterminare una razza? I film di fantascienza militare ci mettono un attimo a diventare fascisti. Si può ovviare in vari modi: per esempio, immaginare alieni molto cattivi (Independence Day, La guerra dei mondi). Sono loro che hanno cominciato, l’uomo vuole solo difendersi. Guillermo Del Toro ci aggiunge la diffidenza latinoamericana per le forze armate e sostituisce l’esercito regolare con una brigata di robottoni partigiani che resiste all’invasore squamato. E tuttavia anche in casi come questi nello spettatore anche giovane rimane come un retrogusto di propaganda.

 

Nel futuro i fascisti hanno vinto. E indovina che macchina guidano.

Proprio su questa sensazione Paul Verhoeven costruì quel film che a un certo punto divenne Starship Troopers semplicemente perché i produttori acquistarono i diritti per il romanzo: l’idea originale era più debitrice del nazista Trionfo della libertà. Verhoeven (che non si diede mai la pena di leggere tutto il romanzo di Heinlein) risolse il problema del fascismo elevandolo alla massima potenza, con tanto di cinegiornali didascalici tra una strage di insetti e l’altra. Poi ci fece sapere che era una satira del nazismo. Purtroppo ce lo rivelò anni dopo, nei contenuti speciali del dvd: nel frattempo milioni di persone in tutto il mondo si erano goduti un film simpaticamente nazista senza nemmeno sospettare l’ironia. Starship Troopers è anche l’esempio di scuola del film furbetto, che assume punti di vista ambigui non per disorientare gli spettatori, come la sana fantascienza dovrebbe fare, ma per conquistare due fette di pubblico senza dare noia a entrambe: il militarista ci trova tutta l’esaltazione delle virtù militari di cui ha bisogno, il pacifista si diverte pensando che tanto è tutta parodia. Anche Ender’s Game purtroppo si risolve in un trucchetto simile: dopo aver insistito per un’ora e un quarto sull’irredimibile malvagità degli insetti alieni che minacciano la Terra nella sua stessa esistenza, arriva il finalino edificante in cui si scopre che, beh, non ve lo dico, comunque forse sterminarli non era tutta questa priorità. Rispetto al romanzo manca la volontà di insistere su questo aspetto (che ci costringerebbe a rivedere tutto il film da una prospettiva diversa). Sembra esattamente quel che è: un tentativo in extremis di prendere un po’ le distanze dal fascismo che gronda indisturbato in tutto il resto del film. Tentativo fallito. Hood e il suo cast sono molto più a loro agio quando ci mostrano l’ascesa al potere del gerarca Ender, genocida predestinato: le battaglie sostenute per sottrarre agli altri maschi alfa la solidarietà del branco, l’astuzia innata con cui sfida o blandisce gli adulti da cui dipende il suo successo. Dietro il vetro, in realtà, gli adulti non cessano di studiarlo e di metterlo alla prova per vedere se crolla o diventa più forte. Ogni tanto passa sul set una psicologa progressista, dice che tutto questo stress farà male al ragazzo… ma suona terribilmente falsa. Non ci crediamo, Ender è una macchina per uccidere e vogliamo soltanto vederlo all’opera. Sì, beh, ha degli scrupoli, chi non ne ha… non ce ne frega niente, Ender, vai! Uccidili tutti!

 

C’è anche Kingsley in versione maori, che ultimamente si diverte un sacco.

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Al comando metteremo quelli che prima colpiscono e poi, solo poi, si fanno venire qualche rimorso. Daremo loro divise colorate, ne vanno matti: caschi e ginocchiere e altre bardature, anche se la guerra la faranno seduti davanti a uno schermo. Gli adulti passeranno il tempo a ripeterci, come Harrison Ford, che il nemico sta per arrivare e ci vuole distruggere, e nessun compromesso è possibile. Ma alla fine si tratterà sempre di andarlo a snidare in qualche pianetino remoto, nella fascia degli asteroidi o in Afganistan. Ender’s game è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:40. Ai ragazzini di prima media piacerà immensamente – finalmente un film che li guarda e vede in loro quel meraviglioso potenziale di assassini.

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L’amore non è mai stato così blu

La femme piège se li sapeva tingere meglio, diciamo.

La vita di Adele (Abdellatif Kechiche, 2013; palma d’oro a Cannes).

 

Un giorno Zeus ed Era stavano litigando su chi traesse più piacere dall’atto sessuale, se l’uomo e la donna, quando ebbero un’idea: chiediamo a Tiresia, è l’unico che possa sapere come stanno le cose davvero, per via dei suoi trascorsi transessuali. Quando uccise una serpentella che copulava col suo partner, lo punimmo rinchiudendolo per sette anni in un corpo femminile: lui lo saprà chi dei due gode di più. E dicci quindi, Tiresia, quale orgasmo hai preferito?

 

Tiresia non usò mezzi termini: nove decimi dell’orgasmo spettano alla donna, punto. Maledetto Tiresia, hai svelato il nostro segreto! disse Era, e per punizione lo accecò. Così almeno non avrebbe fatto il regista. La vita di Adèle è il terzo film a tema lesbico che guardo in un mese (e non mi sto annoiando). Di tutti è il più sfacciato. Kechiche si è accomodato nell’esile storia a fumetti di Julie Maroh svuotandola dall’interno, suggendola come un’ostrica, senza fingere nessun rispetto per tematiche e personaggi. A capirlo bastano le primissime scene: siamo in un liceo, ragazzi e ragazze ripassano un romanzo di Marivaux che col fumetto non c’entra assolutamente nulla. Ma Kechiche ha già provato con la Schivata a sovrapporre la retorica fiorita del drammaturgo settecentesco francese ai silenzi impacciati dei liceali di banlieue. Marivaux ha scritto il Paesan rifatto, ha composto commedie in cui i servi fingono d’essere i padroni e viceversa; Marivaux racconta di oneste fanciulle di campagna che finiscono in città, abbandonate agli azzardi del caso e dell’amore. Kechiche è un cinquantenne etero il cui amore per la cultura francese è pari soltanto alla sua diffidenza per la spocchia degli ambienti culturali francesi. La fatica di crescere lesbiche nella Lille degli anni Novanta non è che gli interessi più di tanto, e non finge nemmeno d’interessarsene, questo è in fondo apprezzabile: Kechiche lo sa di essere un intruso in una storia che non lo riguarda, e gli piace. Per girare tre o quattro scene di sesso Kechiche reclude per settimane sul set due giovani attrici che all’inizio nemmeno si conoscono, e pretende che si masturbino a comando. La più grandicella è erede di due dinastie di produttori cinematografici francesi. Kechiche è un regista di origine tunisina che si è fatto da solo, e ora sul set ha il corpo di Léa Seydoux a sua disposizione. Se conosci tutti questi dettagli, quando vai a vedere la Vita di Adele hai paura che non riuscirai a seguire la storia, che vedrai il riflesso del rancoroso paesan rifatto Kechiche in ogni occhio lucido d’attrice. Poi si spengono le luci, e scopri che c’è ben altro.

 

Se si è letto La vie de Marianne per te, a prescindere dalla scelta di genere, tu un po’ gliela dovresti dare.

C’è che a un certo punto della lavorazione – molto presto – Kechiche deve essersi innamorato della 19enne Adèle Exarchopoulos. Ma parecchio. Una di quelle scuffie totali, che quando vai al liceo hai paura di morire per davvero, e poi per fortuna o disgrazia cresci. Un amore platonico nei limiti in cui può essere platonico il tizio che per mestiere ti ordina di leccare la tua collega su un set. Una passione senza vergogna, questa è la vita di Adèle: un film dove un regista ci mostra due ore e mezza di primi piani di una ragazza e non se ne vergogna. E poi sì, è complicato scoprire di essere lesbiche al liceo, ma… diomio avete visto com’è bella quando sorride? Adesso ve la rimostro. E la famiglia, eh, è un vero problema fare outing in famiglia, perché… ma che mi frega della famiglia, leggetevi il fumetto se vi frega di queste cose, ma guardate quand’è bella quando fa le facce stanche, è stanca perché le faccio rifare le stesse scene per ore e ore, il sindacato degli operatori è incazzatissimo e forse il film non uscirà mai, ma chissenefrega, io amo Adèle Exarchopoulos e credo dobbiate amarla anche voi: etero, gay, uomini, donne, sedetevi in poltrona e assistete all’abbacinante spettacolo di Adèle Exarchopoulos. Ve la faccio vedere che posa nuda. Ve la faccio vedere che fa sesso gay ed etero, il suo personaggio poi sostiene che l’etero le piace meno, ma a voi piacerà. Ve la faccio vedere tirata e nervosa per la festa col terrazzino degli amici intellos della sua fidanzata, gente che fa discorsi cioè troppo colti (“Schiele è morboso preferisco Klimt” “No vaffanculo Klimt è decorativo”, e questa è gente che ha fatto l’Accademia di Beaux-Arts, Adèle si sente a disagio perché sa solo Marivaux a memoria). Ve la faccio vedere quando fa la maestra d’asilo, e adesso tenetevi forte, a un certo punto passa in prima elementare e per dettare alla lavagna si mette gli o c c h i a l i , ooooooooh, Adèle, ma sei proprio sicura della tua scelta di genere? Sicura sicura? Non è che semplicemente non hai ancora trovato quello giusto, che ne so, un magrebino che ti faccia ridere?

 

Il film che ridefinisce il concetto di “ripetizioni di filosofia”.

Le lesbiche si sono incazzate? Le lesbiche avrebbero qualche diritto di essere incazzate, questa all’inizio era una storia militante. Julie Maroh ha iniziato a disegnarla a diciannove anni, con tutta l’intensità e l’ingenuità che ci si può mettere a 19 anni. La tragica educazione sentimentale gay è stata completamente colonizzata da un franco-tunisino di successo che continua a sentirsi a disagio quando va ai cocktail. Il deragliamento è così completo che alla fine è spettacolare in quanto tale: non andate a vedere La vita di Adèle per ricavarne informazioni sulla vita o sull’amore delle lesbiche, perché probabilmente esse non vivono né si amano come nel film. Andate a vederlo se vi va di innamorarvi di nuovo della ragazzina nell’ultimo banco in fondo, quella che non avete notato per tre anni e poi improvvisamente esiste solo lei. Andateci per sentire il sale delle sue lacrime su vecchie cicatrici dimenticate. Andateci per passare l’ultima mezz’ora a dirle Adèle, non far cazzate, non sarai mica scema come la protagonista del fumetto? Tu sei in carne e ossa, Adèle, all’amore si sopravvive. Per fortuna, o per disgrazia. La vita di Adele è al Fiamma di Cuneo alle 21. Dura tre ore; è vietato ai minori di 14 anni.

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Papà e mamma hanno fatto sesso, io ci faccio un film

Anni felici (Daniele Lucchetti, 2013)

 

I bambini ci guardavano. Una volta. D’estate, specialmente, non avevano molto altro da fare; e così erano sempre tra i piedi a osservarci. Per compleanno chiedevano cineprese e rullini. I bambini ci spiavano, sapevano tutto di noi. Chi stava scopando papà (non sempre era la mamma), chi stava baciando la mamma (non sempre era un amico di papà), ai bambini poi non è che fregasse un granché di tutta quella lussuria da adulti; ma era estate e non c’era molto altro da fare. In tv c’era un solo canale in bianco e nero e anche in spiaggia dopo pranzo per fare il bagno dovevi aspettare tre ore, e intanto la mamma dov’è? Mamma? Stai piangendo? Perché piangi? Vuoi papà? Vuoi divorziare? Vuoi che m’ammazzo? I bambini una volta erano un grosso problema.

 

Ora non è più così. Tante cose sono peggiorate, ma almeno adesso i bambini di noi se ne fottono. E meno male. Se avessi un figlio e da grande facesse un film su di me, mi mostrerebbe sempre seduto da qualche parte a ditaleggiare su un arnese digitale ridicolo. Ma non succederà, perché se avessi un figlio non mi starebbe guardando: lui per primo avrebbe di meglio da fare, ad esempio ditaleggiare su un arnese digitale ridicolo. Viva i nintendo, viva i cellulari, i tablet, viva tutta l’oggettistica che ha conquistato l’attenzione delle giovani generazioni che non si sa bene come cresceranno – forse con deficit di attenzione irrecuperabili – ma sicuramente non faranno più film il cui messaggio (se dobbiamo proprio sintetizzarlo in una frase) è PAPA’ MAMMA GUARDATEMI. Luchetti invece ha fatto un film così e non c’è niente di male, basta che nessuno da qui in poi ne faccia più. 

 

Chissà per quanti anni se l’è tenuta in serbo, la storia della vita. Purtroppo quando per anni ti tieni una storia, va a finire che un bel giorno decidi che è l’ora – e solo in quel momento ti accorgi che magari non è un granché. Forse hai fatto scappare il momento giusto, è passato ma avevi ancora paura. Forse non è mai stato un granché: era una storia bella da immaginare, ma una volta realizzata è solo una storia come un’altra, ne parlava Pasolini alla fine del Decamerone credo. Il decamerone di Luchetti sulla carta era una cosa fichissima, con mamme borghesi che scoprono l’amore saffico, artisti di neoavanguardia che al primo scompenso emotivo cedono al figurativo, e un bambino che riciclando i filmini estivi trasforma la Rivoluzione femminista in un carosello commerciale; una metafora potentissima a saperla maneggiare, e invece alla fine Luchetti non ci aveva tanta voglia.

 

E comunque finché c’è la Gedeck ti aspetti sempre che saltino fuori i brigatisti tedeschi.

Triste ma è così. Mescolando gli stessi ingredienti (rivoluzione e spot), quest’anno Pablo Larrain ci ha regalato quella meravigliosa riflessione sulla politica e la comunicazione che è No – i giorni dell’arcobaleno. Luchetti, che tante altre volte ha mostrato di saper infilare la politica nei film con estro e leggerezza (la sinfonia di Mio fratello è figlio unico!) stavolta non ci aveva voglia. D’accordo, è tutto visto attraverso gli occhi guardoni di un bambino che non aveva la minima idea di vivere sulla soglia degli anni di piombo – ed è meglio lasciar perdere qualsiasi riferimento alla cronaca piuttosto che rischiare l’effetto Meglio Gioventù, quella situazione per cui in un certo tipo di film italiani se qualcuno accende la radio c’è sempre una partita storica della nazionale, o un discorso di un leader politico o di un Papa. Resta l’imbarazzo di trovarsi di fronte a un autore che potrebbe raccontarti storie interessanti, che ha già dimostrato di saperlo fare come pochi in Italia, e invece ha solo voglia di dire: Papà, mamma, sono qui, ci sono sempre stato, e non me la scordo l’estate del ’74. Magari vi ho perdonato, ma non prima di mettervi in un film dove ormai siete più giovani di me e fate cose molto stupide, la neoavanguardia, il limonarsi a mezzo finestrino aperto, lo scopare in posti dove nessuno oggi riuscirebbe (la Mini Minor), eccetera, eccetera, eccetera. La memoria è un nastro super8 montato in loop. Ma andrebbe bene anche così, non c’è niente di male a rivendersi il sesso che hanno fatto i nostri genitori invece di interessarsi di noi – voglio dire, dopo che da bambino hai rivenduto i fotogrammi della tua fidanzatina all’industria pubblicitaria, non puoi veramente cadere più in basso. Non c’è niente di male a voler fare un film intimo e raccontare che a tua mamma negli anni Settanta piacevano anche le donne, tranne forse Micaela Ramazzotti.

 

“La senti questa voce…” no, ops, mi sono confuso, scusate.

Che è bellissima, è bravissima, e la vorremmo vedere in tutti i film italiani e anche stranieri, tranne in questo, che ha il trascurabile difetto di assomigliare un po’ a un film di tre anni fa, La prima cosa bella, che ci ricordiamo ancora tutti molto bene – anche perché non si sono visti parecchi film italiani all’altezza, da lì in poi. Ecco. Allora, cari esperti di casting, secondo me le cose stanno in questi termini: se nel giro di tre anni fate rifare a Micaela Ramazzotti un ruolo di mamma bisessuale di due bambini negli anni Settanta, dovreste perlomeno assicurarvi che il film sarà così bello, così meraviglioso, da farci dimenticare all’istante e per sempre di aver visto La prima cosa bella. Siccome ciò, senza offesa, era abbastanza improbabile, bisognerebbe almeno in questo film evitare di scritturare un’attrice che ci ricorderà, a ogni fotogramma, un film magari un filo più bello di questo – onde evitare che a luci accese tutti si mettano a bisbigliare: mmmsì, però vuoi mettere La prima cosa bella? A me sembra un ragionamento abbastanza lineare. Ma forse è prevalsa la voglia di rivedere la Ramazzotti madre bisex di due bambini negli anni Settanta. Posso anche capirvi: e siccome non c’è due senza tre, a questo punto mi aspetto un terzo film di Micaela Ramazzotti che ha due bambini negli anni Settanta e scopre l’amore saffico – ma sì, una bella trilogia, se gli americani ci hanno Batman e Guerre Stellari noi non possiamo avere le mamme lesbiche degli anni Settanta? Non so, stavolta si potrebbe ambientare nel Nord industriale o meglio ancora nel Sud arcaico: una torbida passione all’ombra dei trulli d’Alberobello, una mamma sedotta e abbandonata dalla postina, mentre i due figli appostati dietro i fichi d’india spìano tutto, spìano, spìano, maledetti bambini degli anni Settanta senza nintendo in mano. Daniele Luchetti è autorizzato a tirarmi un pugno in faccia per questa, chiamiamola, recensione. Dalla mano che ha girato La nostra vita sarebbe comunque un onore. 

 

Anni felici è ancora per questa settimana al multisala Impero di Bra (infrasettimanale 20:20 e 22:30) – se siete appassionati di film in cui Micaela Ramazzotti interpreta mamme bisex degli anni Settanta datevi una mossa. 

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Scuola di mostri

Trema, mondo degli umani.

Monsters Academy (Dan Scanlon, Pixar, 2013)

 

Chi ha paura di Mike Wazowski? Nessuno. È un adorabile occhietto verde in un mondo di mostri spaventosi. Cosa vuole fare Mike Wazowski da grande? Paura. Nel mondo dei mostri, più fai paura e più tutti ti stimano. È una promessa che si è fatto da piccolo: Mike andrà al college dei mostri e diventerà il più grande spaventatore del mondo mostruoso. Ci riuscirà? No, lo sappiamo benissimo chi diventerà il più grande spaventatore. Ma farcelo raccontare è un piacere anche maggiore del previsto. 

 

La preside mi fa paura sul serio, anche adesso.
 

Gliene possiamo dire tante, alla Pixar. Che hanno tirato i remi in barca, che non innovano più come in passato (in realtà dal punto di vista tecnico questo film è un altro passo avanti: luci e 3d non sono mai andati così d’accordo). Che dopo averci viziato con uno spaventoso tris come Ratatouille, Wall-E e Up (in soli tre anni!) non sono riusciti ad andare più in su, che ora stanno speculando sui personaggi inventati nel decennio precedente: Toy Story 3, Cars 2, ed è in arrivo un film sull’amica del padre di Nemo. È tutto quasi vero – in realtà la volontà di trasformare i film in saghe c’era da subito, ma Steve Jobs litigò coi referenti della Disney e le pratiche si bloccarono per un po’. È vero, una volta i film pixar erano imprevedibili sin dalla sinossi, Monsters Academy decisamente non lo è: sembra che gli sceneggiatori ci provino gusto a ricalcare i cliché dei film ambientati nei college (chi l’ha visto lo confronti con Pitch Perfect, la pietra di paragone). I dormitori, le confraternite, le competizioni goliardiche che diventano più selettive degli esami: c’è tutto. Come in quei cartoni non pixar che invece di inventare un mondo si accontentano di parodiare quello reale, facendo continuamente occhiolino agli adulti. È vero, Monsters Academy è un passo indietro. Di quelli che magari si fanno per prendere la rincorsa, ma sapete che c’è? Che anche così, è ancora il film più divertente dell’anno. Ed è forse il migliore prequel della storia del cinema – prima di sorridere, provatemi a dire un prequel decente (no, il Padrino II non vale). 

 

Io ero in corso con Randy, poi l’ho perso di vista, non so neanche se lo riconoscerei.

È che scrivere prequel dev’essere più difficile di quel che sembra: inventarsi una storia partendo da un finale, portare i personaggi nel punto stesso in cui sono stati inventati: una sfida che la Pixar si porta a casa in scioltezza, col colpo di genio di promuovere al ruolo di protagonista Mike, la spalla del primo film, senza per questo snobbare il peloso Sullivan, di cui scopriamo l’esordio incerto nell’età adulta, e un lato oscuro che ci farà venir voglia di abbracciarlo ancora più forte. La storia è classica, ma è così solida che verso la metà accade qualcosa d’interessante: stai guardando un film d’animazione 3d ambientato in un universo parallelo di mostri, e ti accorgi che non stai più facendo caso né al 3d né ai mostri, pur spettacolari: quello che ti interessa davvero è la storia. E la storia non corre i rischi di Wall-E o dell’incredibile Toys Story 3, ma proprio per questo è forse più eversiva, per il modo subdolo in cui intercetta un tema tipico di tutti i film d’animazione degli ultimi anni (il culto dell’autostima) e lo sottopone a una critica dall’interno. Guardiamo solo a quest’anno: abbiamo già avuto in Ralph Spaccatutto la bambina difettosa che dentro di sé sa di essere nata per correre e vincere; in Turbo, la lumachina che senza troppi sforzi trionfa a Indianapolis: più tardi arriverà Planes, il film Disney ambientato nello stesso universo di Cars in cui un modesto aeroplanino a elica decide di partecipare a una gara intorno al mondo, e indovinate chi vince. Tre film d’animazione, tre gare, tre outsiders solitari su cui nessuno avrebbe scommesso niente, ma che vincono perché… hanno creduto nel loro sogno, hanno creduto in sé stessi. La Pixar è un’altra cosa. Si muove sugli stessi terreni (basta pensare a Ratatouille o Cars), ma senza mistica da talent show. Sullivan non diventerà un buon mostro soltanto credendo in sé stesso, anzi è l’esatto contrario. Mike non eliminerà il suo handicap ostinandosi a credere in un sogno che è soltanto suo. A un certo punto l’amico proverà a dirglielo: getta i libri e scava dentro di te, vedrai che troverai il vero Spavento. Non è vero, non funziona. Questa è la vita vera, non un cartone animato – cioè, aspetta, è ancora un cartone animato pieno di mostri divertenti, eppure è un cartone animato dove Dumbo non impara a volare e rimane un freak. Un universo parallelo dove se non studi non c’è miracolo o predisposizione, sei fuori: e se infrangi le regole ti cacciano a pedate.

 

Lo doppiano i Soliti Idioti, senza strafare per fortuna (non è come Gerry Scotti in Toy Story, per intenderci).

C’è un solo modo di farcela, da quando esiste la Pixar: un solo modo per i giocattoli, gli insetti, i pesciolini, i supereroi, le auto da corsa, i cuochi i robot e i pensionati: la risposta non è dentro di noi, la risposta è sempre negli altri. Da solo sei un bambolotto, un insetto, un pesciolino sperduto nell’oceano, l’ultimo robot della terra, un ratto allo sbando o un vecchietto inutile. Da solo non vincerai mai nulla, non esistono le piume magiche di Dumbo. Fatti aiutare. Potrai arrivare da qualche parte, forse anche nel posto in cui sogni di arrivare, ma non ci arriverai mai da solo, scordatelo. Lo sappiamo sin dall’inizio, che Mike e Sullivan sono nati per completarsi, ma è meraviglioso vederli sbagliare tutto e fallire fino a cinque minuti dalla fine. Da soli non si arriva da nessuna parte: vi viene in mente un messaggio più rivoluzionario, oggi in un film per bambini? Dio salvi la Pixar e la sua scuola di mostri giocattoli e macchine che imparano il lavoro di squadra: ne abbiamo un bisogno disperato. 

 

Monsters Academy, se non lo avete ancora visto (perché?) si può guardare in 2d al Fiamma di Cuneo (21:00), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:35); al Bertola di Mondovì (21:00); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). In 3d, il primo 3d che non mi ha dato il mal di testa, al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (22:30), al Multisala Impero di Bra (20:20, 22:30). Se quest’anno dovete guardare un solo cartone animato, eccolo.

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Calcinculo colpisce ancora

Non mi ricordo nemmeno chi dei due sta convincendo l’altro che il suo destino è fare il supereroe – si scambiano i ruoli, dai, è chiaro che sono due proiezioni della stessa persona.

Kick-ass 2 (Jeff Wadlow, 2013)

 

Dave Lizewski è cresciuto. Sta per andare al college. Non è più quel coglione che mascherato da super-eroe se le faceva dare di brutto nei video più cliccati di youtube. O no? Da qualche parte nella sua testa riccioluta di tardo teen-ager annoiato si aggira ancora quella fantasia allucinata, la bambina assassina. È cresciuta anche lei, adesso ha, gasp, quindici anni. Ancora pochi per alimentare fantasie sessuali consapevoli, quindi continua a vivere in un fumetto iperviolento dove salva Dave dai criminali spaccando ossa e tranciando mani. Dave Lizewski non è cresciuto. Non può. Da qualche parte sa di essere anche lui il protagonista di un fumetto. E che malgrado ogni logica e verosimiglianza, si ricalcherà il cappuccetto verde in testa e si rimetterà a prendere botte in compagnia di qualche altro cosplayer sciroccato.

 

Ci sono vari motivi per cui un film di Kick-ass è più interessante di quasi ogni altro film di supereroi. Uno è Chloë Grace Moretz, la bimba assassina. Un altro è Chloë Grace Moretz, ora anche teen-ager alle prese con le risaputissime dinamiche dell’high school (indovina, ci sono tre cheerleader che la prendono di mira, ma lei è più tosta. C’è anche la gag sul vomito, che nelle comunità giovanili americane dev’essere una specie di tabù: chi vomita in pubblico perde automaticamente il suo status). Il terzo motivo è l’ambiguità fondamentale del concetto di Kick-ass, una serie che nasce per prendere per il culo i cosplayer (quelli che si travestano da personaggi alle convention), ma alla fine per esigenze di drammatizzazione finisce per trasformarli in eroi veri. È come se don Chisciotte a un certo punto, in virtù della sua purezza di cuore, diventasse realmente un grande cavaliere, e Ronzinante un focoso destriero, e Dulcinea prendesse le forme, che ne so, di Chloë Grace Moretz. Nel primo episodio Lizewski inaugurava le imprese facendosi accoltellare e investire da un’automobile; nel finale saliva su un grattacielo con uno zainetto a reazione. Succede più o meno la stessa cosa anche stavolta. La storia comincia nel reame del verosimile, raccontando di sfigati che per varie traversie esistenziali hanno deciso di andare in giro in maschera e opporsi al crimine, rischiando di farsi molto male. Non sono tutti nerd incurabili, c’è anche la coppia che ha perso un figlio e lo fa per tenere alta l’attenzione sul caso: il quarto motivo per cui Kick-ass è interessante è per questa commistione di ridicolo e struggente, purtroppo appena accennata. 

 

Lui è un mafioso che ha scoperto Gesù.

Lentamente però si entra nel regno della fiaba; è un percorso irresistibilmente regressivo, in cui Chloë Grace Moretz ti prende per mano. Un quinto motivo per cui Kick-ass può darti i brividi, è che i due piani (realtà e fumetto) non combaciano mai bene, e ti suggeriscono che qualcosa non stia funzionando: lo stesso pugno può romperti il naso o rimbalzare. Forse qualcuno sta sognando. Forse l’unico vero supereroe, Chloë, in realtà non esiste, è soltanto un fantasma nella testa di Dave. Il suo coniglio fantasma. Una scheggia di infanzia che non si rassegna: non andrai mai al college, il tuo posto è qui, tra i fumetti. Presto o tardi il fiabesco prende il sopravvento. Un Jim Carrey quasi irriconoscibile è il mago sacrificabile che proverà a rifare di Dave un eroe. Christopher Mintz-Plasse è l’ex amico viziato delle medie: per trasfigurarsi in antieroe gli basta calcarsi in faccia le maschere sadomaso della mamma appena morta. Coi soldi dell’eredità ha deciso di finanziare una squadra di super-cattivi che sono, definitivamente, non di questo mondo; tra cui la gigantessa Mother Russia, protagonista di una delle scene più assurdamente violente e, lo confesso, divertenti. 

 

Un sesto motivo per cui Kick-ass mi è piaciuto di più di tante altre trasposizioni da fumetti, è che non ho letto il fumetto. Chi lo conosce si sta già ovviamente lamentando delle edulcorazioni – però capiamoci; è pur sempre un film dove una quindicenne ti taglia le mani e una falciatrice da giardino può tranciare un paio di giugulari. È comunque interessante notare alcune autocensure: una riguarda uno stupro, ribaltato in farsa ma con un dettaglio realistico: come succede a molti violentatori veri, il supercattivo non riesce ad avere un’erezione, e quindi decide di compensare con le botte. L’altra riguarda un cane, con tanto di strizzata d’occhio dello sceneggiatore: a un personaggio umano si può tagliare la testa, al suo cane no. “Non sono così insensibile”, dice il perfido Chris. 

 

“Hai ucciso mio padre!” Giuro, in quel momento sembra quasi una cosa seria.

Il settimo motivo per cui Kick-ass, a dispetto di molte recensioni insoddisfatte, mi ha divertito parecchio, è che io i cosplayer li sento torbidamente affini. Certo, non mi dispiacerebbe vederli tutti orrendamente menati. Ma poi appena qualcuno ci prova davvero comincio a sentirmi in pena. È che alla fine anch’io ho avuto per tanti anni una doppia vita, un’identità segreta. No, di notte non mi mettevo dei cappucci buffi, ma quasi. Mi bastava assumere un nick ugualmente buffo. E anch’io andavo in giro a caccia di bricconi, saltando di sito in sito; e li inchiodavo alle loro malefatte, e in qualche caso mi facevo pure male. Ero un blogger. Lo sono ancora. Da che pulpito posso fare la predica a uno sfigato come Dave. La sua fame di avventura la capisco benissimo. Lo sguardo rassegnato del padre, perché m’è capitato un ragazzo così, l’ho già visto. Calcinculo prima o poi crescerà. Ma fino ad allora, vai di calcinculo.

 

L’ottavo motivo è Chloë Grace Moretz – stavo per dimenticarmi che in questo film c’è Chloë Grace Moretz. In seguito ne farà tantissimi altri. Ma non avrà più sedici anni, e non assalterà più un furgone in vestito nero e camicetta bianca gridando ai gangster: “siete morti, succhiac****”. 

 

Kick-Ass 2, indovinate, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 e alle 22:40. È un film molto violento. Meglio aver già visto il primo episodio. Buon divertimento.

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10 ragazze a tutta cappella

Ragazze, sono ragazze. E non c’è dubbio che cantino a cappella, per cui…

Voices (Pitch Perfect, Jason Moore, 2012)

 

Che fine fanno le coriste degli high school musical quando finisce l’high school? Non è certo il caso di Beca (Anna Kendrick), che al liceo si faceva i cazzi suoi con un certo successo, visto che nessuno si è mai accorto della sua notevole voce. Per poterla usare evitando qualsiasi rapporto umano è diventata una mesh-uppara: ruba le canzoni altrui, le mixa e sovrappone finché non diventano sue e poi ci canta sopra, di nascosto. Vorrebbe ovviamente sfondare nel musicale, ma invece di sostenerla e finanziarla il suo cattedratico padre (che pure avrebbe di che farsi perdonare) insiste che faccia il college, che abbia esperienze, eccetera. Per compiacerlo Beca entra anche in un un competitivo gruppo canoro universitario: quanto scommettete che le cambierà la vita? E il bacio finale al tizio che incrocia a un semaforo il primo giorno del campus, a quanto lo date? Ci sono film che applicano le formule già collaudate con tanta precisione, tanta fiducia nelle regole del gioco, che non ha nemmeno più senso chiamarli convenzionali. Pitch Perfect non è un film convenzionale: è la Convenzione, la pietra di paragone. Da qui in poi i talent movies americani ambientati nei college si potranno misurare in frazioni o multipli di Pitch Perfect, perfetto anche nel titolo (in Italia si è optato per il più immediato Voices, evitando saggiamente qualsiasi variazione sul termine “a cappella”, anche se Dieci ragazze a tutta cappella secondo me avrebbe avuto un suo mercato). 

 

La formula in sé non ha nulla di banale: è solo che l’abbiamo già vista e rivista. La giovane adulta impara a condividere il suo talento con i compagni. La sua presenza stravolge l’equilibrio precedente, portando il rap e i mesh-up dove prima c’erano soltanto delicate e costipate fanciulle à la Anguilera, del tipo brave-ma-basta, quelle che non passano la seconda puntata di X Factor per intenderci. Accanto a questa rivoluzione però c’è un’evoluzione in senso apparentemente inverso: l’individuo geniale deve sottomettersi, finalmente, ad alcune regole di umana convivenza. E soprattutto accettare che esiste una gara, esistono oggettivi parametri attraverso i quali passerà e in base ai quali sarà giudicato. Il college è una sineddoche della società, un minimondo in cui ci si mette alla prova, con tante miniregole e minicompetizioni da prendere mortalmente sul serio. Scordatevi il liceo, dice un tizio a un certo punto, non siete più qui per ‘esprimervi’ o ‘socializzare’. Siete qui per cantare (e ballare) bene, e se non sapete farlo siete fuori. Data la formula, si tratta di far convivere nella stessa pellicola originalità e professionalità. Per la seconda non ci sono problemi: tutti gli attori sono ottimi cantanti e ballerini, gli arrangiamenti vocali sono godibilissimi (e anche i mesh-up hanno un certo tiro). La prima si risolve con qualche attrice visibilmente fuori dallo standard estetico americano (Rebel “Ciccia” Wilson, e Hana Mae Lee: un’asiatica che sembra un pesce e sostiene in effetti di essere nata con le branchie) e qualche guizzo demenziale, ad esempio le gag sul vomito. Sì, cari amanti di gag sul vomito, era questo il film da andare a vedere: non l’Esorcista che già sapete a memoria. Però un po’ di spruzzi di succhi gastrici e una cantante cicciona non bastano a rendere Pitch Perfect un film “diverso”, e in fondo nemmeno ci provano. Non ha nessuna rilevanza statistica, ma i due film americani più convenzionali che ho visto quest’anno erano entrambi girati da esordienti: la Frode di Jarecki era un noir che correva liscio senza sbavature, proprio come Pitch Perfect che è di Jason Moore, regista di musical che atterra nel mondo del cinema senza nessuna velleità di cambiare le regole del gioco, con un’aria compunta da primo della classe: molto più simile alle antagoniste perfettine di Beca che a Beca stessa.

 

E tutti quei vinile in un dormitorio, siete ridicoli. SIAMO NEL 2012, CRISTO. Che gioventù.

Beca – piccolo dettaglio geniale – non ama il cinema. Soprattutto i finali dei film, non li guarda mai, li trova prevedibili, e lo spettatore di Pitch Perfect non può darle tutti i torti. Il suo aspirante fidanzato non si capacita, vuole redimerla – oltre che ovviamente pomiciare – e per ottenere entrambe le cose pensa bene di caricare su un laptop Breakfast Club. (Tutti i “classici” citati nel film sono film degli anni Ottanta, o almeno post – Star Wars: e parliamo di matricole del 2012, gente nata nella seconda metà dei ’90). Secondo lui Breakfast Club ha il finale più bello della Storia del cinema. Non ci avevo mai pensato, ma per un attimo ho considerato l’idea. Breakfast Club potrebbe anche lui essere considerato la pietra miliare dei film da high-school, ma non ha un finale prevedibile. Trovate che sia prevedibile? A ben vedere il film stesso è contro le convenzioni, le etichette che in seguito sono diventate così codificate anche nel cinema: la bellona, il nerd, l’atleta, il criminale… È evidente che il breakfast club ha perso, e che tutti hanno smesso di frequentarsi dal giorno dopo, e che il film è rimasto una parentesi chiusa all’inizio di un genere che ha preso, e non poteva non prendere, la strada opposta: l’osservazione dell’adolescente americano attraverso categorie immutabili ed elaborate a priori.

 

Eppure io mi ostino a pensare che almeno quel breakfast club abbia funzionato, che il criminale abbia continuato a frequentare la principessa, ebbene sì: faccio parte di quella sparuta e interclassista frangia di persone che ogni tanto, soprattutto attraversando un campetto di calcio, provano il desiderio di alzare il pugno ed esultare per segreti motivi che conoscono solo loro. Mentre Jim Kerr canta controvoglia il verso più bello della canzone più commovente di sempre, che fa: La, la la la la, la la la la, la la la la la la la la la la. Una canzone che ti gonfiava il cuore e ti proiettava nel mondo dei sentimenti seri anche se stavi leccando un ghiacciolo all’autoscontro, non ne scrivono più di canzoni così. Nessuno sa perché, semplicemente a un certo punto non se ne sono scritte più. Pensavo fosse una percezione generazionale, ma se le giovani generazioni sul divano continuano a caricarsi il film che guardavo io con la canzone che cantavo io evidentemente il problema si sta trascinando. 

 

La canzone ovviamente, prevedibilmente, convenzionalmente, entrerà nel mesh-up finale a cappella che regalerà a chi se la merita la gloria e l’amore, ma non la mia stima. Anzi, l’unica cosa che non posso davvero perdonare alla crew di Pitch Perfect è il massacro di Don’t You, un classico degli anni Ottanta che però come tutti i classici degli anni Ottanta ha qualcosa di veramente strano, casuale, irriducibile: tu credi di poterlo mescolare e mesciappare a qualsiasi altra cazzata ma non è così: e sotto sotto credi che anche il Breakfast Club sia una piccola eccezione che conferma la grande regola, ma non è così, non è così, e forse è il motivo per cui i meshup mi hanno sempre annoiato in modo molesto, e anche le macedonie a cappella che in fondo sono una versione analogica della stessa cosa. 

 

Voices è rimasto al cinema Italia di Saluzzo fino a mercoledì (ore 20 e 22.15): per gli appassionati è una buona occasione per sentirlo in stereo al massimo volume. Tra qualche anno probabilmente lo avremo rivisto alla noia in seconda serata o al pomeriggio in tv, ma non avremo mai il coraggio di settare l’equalizzatore col telecomando per far vibrare i mobili coi bassi umani, per cui se il genere vi piace ne vale la pena. Più che della solita presa in giro con gli occhialini 3d, diciamo.