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Brad Bird che veniva dal futuro

Buena Vista me la ricordavo un po’ diversa

Tomorrowland (Brad Bird, 2015).

 

A 11 anni il piccolo Brad fu condotto, come tutti, a Disneyland. Quando fu ora di tornare a casa in Montana, i genitori non riuscivano a trovarlo. Alla fine lo scoprirono nel tempio, mentre discuteva coi Nove Vegliardi. Brad, cosa stai facendo? Perché disturbi questi vecchietti? Mamma, papà, lasciatemi stare, non sapete che il mio posto è qui? Da grande farò l’animatore. Darò vita alle cose. Sono nato per questo.

 

Tomorrowland è un film strano. Se all’entrata vi aspettate quanto promesso da trailer e locandine, un film action per famiglie, potreste anche rimanerci male. Intendiamoci, l’action c’è, e neanche troppo edulcorata – c’è una bambina che stacca la testa ai suoi nemici, che però si rivelano androidi, quindi niente sangue e per i bambini pare sia ok – ma l’intreccio è più contorto e sgangherato del solito, con tanti snodi appena accennati o lasciati in ombra; insomma non c’è dubbio che Lindelof sia passato di qui (c’è una corporazione segreta in un luogo al di là del tempo e dello spazio, e persino un arcano conto alla rovescia bislacco, per gli incurabili nostalgici di Lost). 

 

Bella scena, per carità, ma in realtà non c’entra nulla né con quanto viene prima, né con quanto segue dopo.

Tomorrowland appartiene anche a quel filone trasversale di film con cui la Disney sta rimodellando la sua immagine, trasformando la sua storia gloriosa in mitologia. Se Saving Mr Banks era l’apologia del lieto fine a tutti i costi, Tomorrowland ci informa che solo l’ottimismo può salvare il mondo: nella fattispecie, l’ottimismo delle esposizioni universali e dei parchi a tema, insomma l’ottimismo Disney. Se a dispetto di tante premesse il film non suona falso, è perché a raccontare questa storia è uno dei pochi che hanno il diritto di crederci: l’ex bambino prodigio Brad Bird, folgorato a 11 anni da una visita ai Walt Disney Studios. Bird che a 14 anni terminava il suo primo corto d’animazione, che a 24 disegnava già per la Disney (Red e Toby); che dopo aver lavorato un po’ per Spielberg e per i Simpson, ha diretto il Gigante di ferro, gli Incredibili e Ratatouille.

 

Ciao, mi chiamo Raffey Cassidy e decapito gli androidi a calci. Altre domande? Meglio di no, non mi piacciono le domande.

Tomorrowland è anche, a quanto pare, uno dei peggiori flop della Disney degli ultimi anni. Cosa non ha funzionato? Non saprei. C’era veramente tanta carne al fuoco: l’accostamento bizzarro tra l’ottimismo titanico di Bird e il pessimismo vagamente paranoide di Lindelof, con una bella spennellata spielberghiana – però stesa troppo rapidamente. È un film che per un’oretta accarezza il bimbo rannicchiato in ogni spettatore, sussurrandogli “tu sei speciale, tu puoi salvare il mondo”: finché a un certo punto Lindelof non prende il sopravvento e per voce di George Clooney gli urla: no, non sei speciale, non farti fregare. Ti hanno fatto solo vedere una réclame. Un invito a una festa che non c’è mai stata – tutto questo non è terribilmente lindelofiano? Segue una serie di colpi di scena un po’ gratuiti, come le attrazioni di un parco a tema, tra cui spicca per arroganza una rapidissima tappa a Parigi con la Tour Eiffel che diventa la rampa di lancio di una capsula steampunk. Nel finale l’ottimismo Birdiano riprende il sopravvento.

 

Tomorrowland è anche la sua autobiografia fantastica: la storia di un cinquantenne che ha la sensazione di essere arrivato nel mondo degli adulti all’improvviso. Proprio come il personaggio di Clooney (che un po’ gli somiglia), espulso dal mondo del domani. Più che un raggiungimento della maggiore età, è stata come una Caduta. Lui s’è arrangiato in un qualche modo: ha pure diretto un Mission Impossible, però c’è qualcosa nel mondo degli adulti che lo lascia evidentemente perplesso, e Tomorrowland alla fine parla soprattutto di questo. Più che un film ottimista, è un manifesto contro il pessimismo dei film catastrofici. Perché vi piacciono tanto?, si domanda il piccolo Brad. Pandemie, terremoti, guerre termonucleari, sul serio tutto questo vi affascina più dei cari vecchi razzi, dei viaggi spaziali, dell’epica degli astronauti? Dopo essersi interrogato sul problema, Bird si è anche dato una risposta, e nel finale del film l’ha messa in bocca a Hugh Laurie in versione scienziato matto. Ora mi giocherò quel poco di faccia che mi resta, ma il suo discorso finale è una delle cose più interessanti che ho sentito al cinema quest’anno. Certo, chi tiene al proprio status di intellettuale preferirà qualche massima intensa in bocca ai pensosi personaggi di Sorrentino, mentre quello che dice il vecchio dottor House, conciato da imperatore nero dell’ultramondo, sembra il classico spiegone da fumetto. E però alla fine la sua diagnosi è impietosa come ai vecchi tempi: noi preferiamo le catastrofi perché sono comode. La disperazione è comoda: che bisogno c’è di alzarsi dal divano e rimboccarsi le maniche, se l’umanità ha i giorni contati? Ovviamente Brad non ci sta. Ci vuole salvare (il che va benissimo. Che ci voglia salvare la Disney, ecco, è già un po’ più inquietante).

 

 Tomorrowland è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (15:30, 17:00, 20:00, 22:40); all’Impero di Bra (22:30); al Fiamma di Cuneo (15:10 18:00 21:10); al Cinecittà di Savigliano (21:30).

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Disney vince sempre

PL Travers e Walt Disney alla première di Mary Poppins (lui non l'aveva nemmeno invitata)
PL Travers e Walt Disney alla première di Mary Poppins (lui non l’aveva nemmeno invitata)

Saving Mr. Banks (John Lee Hancock Jr, 2013)

 

Poi, dopo settimane passate a cercare invano un titolo decente, dribblando robottoni e commedie in saldo di fine stagione, ti imbatti in un film che è bello davvero, con un cast ottimo e abbondante, una storia complessa e commovente, personaggi memorabili e riflessioni intelligenti sull’arte e sulla vita, e come ti senti? Preso in giro. Mentre si accendono le luci e ti asciughi le lacrime. Walt Disney ha colpito ancora.

 

Qualcuno stava cercando di fare un film su di lui, lui che ha fatto? Se l’è comprato. Avrebbe potuto mai esistere un film in cui Walt Disney non sia meno che geniale, amabile, visionario, gioviale? Un film in cui per esempio sia il cattivo che acquista i diritti di un personaggio letterario e se ne impossessa, caramellandolo per sempre e consegnando alle future generazioni una Mary Poppins  assai più stucchevole di quella immaginata dell’autrice? Le cose, in effetti, andarono così, ma non si può mostrare. Un film del genere stava forse per realizzarlo la BBC, ma appena l’ha saputo la Walt Disney se l’è comprato, e adesso è il film in cui un Tom Hanks perfettamente a suo agio nei panni di Walt spiega all’autrice che stravolgere Mary Poppins è doveroso e necessario, la cosa giusta da fare, per pietà filiale e per l’amore e il rispetto che si deve al proprio pubblico.  

 

Perfetti. (Curiosità: la Thompson si è fatta le ossa con la saga di Tata Matilde)

A quel punto è previsto che persino la lignea P. L. Travers si sciolga, acconsentendo più o meno a tutte le manovre che trasformarono la sua tata volante in un classico personaggio disneyano. Il risultato non le piacerà del tutto, ma il riscatto dell’arcigno Mr Banks – una proiezione del padre fallito e alcolizzato – la riempirà di lacrime, così come le sta riempiendo a noi. Toccante, ben scritto, e tuttavia le testimonianze in nostro possesso ci dicono che alla prima la Travers stesse piangendo, sì, ma di rabbia. Se si considera che non le piacevano né i musical né i cartoni animati, non è poi così strano. Nei fatti, non concesse più i diritti degli altri volumi (la saga di Mary Poppins consta in otto romanzi, scritti in un arco di cinquant’anni). Quando le fu proposta una riduzione teatrale, mise per iscritto che voleva soltanto maestranze britanniche – un bell’affronto ai fratelli Sherman, gli inventori di Supercalifragiliecc., Spazzacamin, Basta un poco di zucchero e tutte le altre. 

 

La bimba vien voglia di andare in Australia a strapparla da quella famiglia di disperati.

L’inganno è tanto più insopportabile quanto è ben confezionato. La Hollywood degli anni Sessanta è ricostruita con la solita stucchevole precisione filologica (persino i pupazzi di Topolino hanno il design preciso del periodo, quel pelo folto oggi inconsueto). Il plot ha ambizioni da thriller psicologico, per niente campate in aria. Gli attori danno tutti il meglio di sé, anche quelli con pochi secondi a disposizione. La piccola Annie Rose Buckley è meravigliosa, Colin Farrell ovviamente credibilissimo nel ruolo del cialtrone alcolizzato ma di fiere origini celtiche: ma su tutti trionfa Emma Thompson, che riesce a farci amare una persona insopportabile (il film merita una visione in lingua originale anche solo perché si possa apprezzare lo scontro tra l’accento californiano di Tom Hanks e il secco british english della comprimaria).

 

E così, ancora una volta, Walt Disney ha vinto. Non gli bastava essersi comprato la tata volante. Doveva mangiarsi anche l’anima dell’autrice. Assorbirla, purgandola di tutti gli aspetti francamente non disneyabili. L’ossessione per l’esoterismo si riduce a un buddha portatile su un comodino; i sospetti di bisessualità sono completamente eliminati – anzi per andare sul sicuro è stata eliminata la sessualità tout court. Persino la maternità. La Travers del film proclama di non avere mai voluto figli; quella vera ne desiderava talmente da andarsene a prendere uno in Irlanda. Dev’essere stato difficile rinunciare a una vicenda come quella di Camillus Travers, che a diciassette anni incontra all’improvviso un tizio che sostiene di essere il suo gemello, e scopre che è vero: sua madre aveva deciso di adottarne uno solo, su consiglio di un astrologo. Un episodio così cinematografico che soltanto la Disney avrebbe potuto ignorare. D’altro canto, dovremmo ammirare il coraggio di un film in cui per mezzo secondo Walt fuma (di nascosto, vergognandosi, e senza inalare). Un film in cui la Travers alla fine svela di preferire un goccio di whisky allo spoonful of sugar

 

La Travers con Camillus, il figlio adottivo. Sia lui che il gemello si sarebbero scontrati con l’alcool nella vita adulta.

Quello di Saving Mr Banks non è un semplice lieto fine: è il manifesto del Lieto Fine. L’esercizio manieristico di The English Teacher qui viene preso sul serio e messo in atto con abilità e precisione. Mentre piangiamo, un’incarnazione del più grande impresario del Lieto Fine viene a sussurrarci che piangere è giusto, e modificare i propri ricordi lo è altrettanto. Rimuovere i traumi, trasformare papà sadici e crudeli in deliziosi amiconi pronti a ripararci aquiloni in eterno. Il pubblico ha diritto di sognare, di piangere, di farsela cantare, eccetera. Qualcuno non è d’accordo? Si faccia avanti, dica il suo prezzo, compreremo anche lui. Tra vent’anni magari ci faremo un film in cui all’inizio non è d’accordo ma poi si commuove e vola via contento. Saving Mr. Banks è al Multilanghe di Dogliani giovedì 24 luglio alle 21:30.

 

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La Disney non ci lascia mai freddi

Si sono presi pure Friedrich, ‘sti ‘mericani.

Frozen – il regno di ghiaccio (Chris Buck, Jennifer Lee, 2013).

 

1943. Walt Disney sta vincendo la guerra, quella mondiale. Il suo documentario con inserti animati, Victory Through Air Power, ha convinto Roosvelt che la conquista dello spazio aereo è una necessità strategica; nel frattempo Paperino vinceva l’Oscar spernacchiando Hitler in Der’s Fuehrer’s Face. Anche se molti disegnatori sono impegnati a disegnare cartelloni di propaganda, Disney continua a pensare ai lungometraggi – magari se si spettezzasse la storia in più episodi, come in Saludos Amigos, si riuscirebbe a lavorare con team diversi, a riciclare un po’ di materiale… Proprio in quel momento il produttore Samuel Goldwyn (sì, uno dei tre che aveva fornito il nome alla Metro-Goldwyn-Mayer, roar) gli si fa incontro con un’offerta irrifiutabile: un musical su Hans Christian Andersen. Idea perfetta: si potrebbero alternare spezzoni biografici filmati dal vero con attori in carne e ossa, e cartoon di animazion e in stile Silly Symphonies: di cui almeno uno, Il brutto anatroccolo, è già pronto (ed è un capolavoro). Disney è entusiasta, eppure dopo qualche mese l’idea si arena. Perché?

 

>>Das is der Sommer meines Lebens<<

1944. Adolf Hitler sta perdendo la guerra, quella dei cartoni animati. Dev’essere particolarmente difficile per lui ammettere la superiorità nel capo degli americani, quei mediocri combattenti (di questo il fuehrer è persuaso, tant’è che sulle Ardenne ordinerà di concentrare gli attacchi sulle truppe inglesi). D’altro canto è sempre l’uomo che si è squadrato i baffetti per somigliare più a Charlie Chaplin: il cinema americano ha un certo ascendente su di lui, e l’americano che più lo incanta è Walt Disney. E però al fondatore del Terzo Reich non è concesso di sciogliersi davanti a Fantasia: anche nel momento di massima commozione, non può non constatare l’enorme scarto tecnologico che separa le produzioni californiane da quelle dell’UFA nazionalizzata. Certo, l’Agfacolor ormai funziona, e costa meno del Technicolor – ma dove sono i capolavori? I musical? I lungometraggi animati? Sarà anche per la necessità di sostenere una guerra mondiale su tre fronti diversi, nel mentre che si massacrano milioni di civili, fatto sta che l’animazione tedesca è dieci anni in ritardo sui competitors d’oltreoceano: ci si arrangia con dei brevi film musicali o di propaganda.  Il meglio riuscito, Der Schneemann, è la storiella buffa e poetica di un pupazzo di neve che in una fredda notte prende vita e si nasconde in un frigorifero per vedere l’Estate, il trionfo dei colori – per poi squagliarsi nei prati con nietzscheano amor fati, mentre un coniglio rosicchia meditabondo la carota che fu il suo naso. 

 

La Regina sovietica in effetti ha già qualcosa di meganoide nell’espressione.

Nel frattempo in California Disney si sta concentrando sui Tre Caballeros, un film a episodi per il mercato latinoamericano in cui Paperino ballerà con Carmen Miranda: il progetto kolossal su Andersen è stato ormai abbandonato – alla fine Goldwyn lo produrrà da solo negli anni Cinquanta, coi balletti al posto dei cartoon. Forse la guerra era ancora lontana dall’essere vinta, dopotutto; forse i disegnatori in congedo erano ancora pochi. Forse. Oppure possiamo credere, come racconta la fiaba, che a bloccare il film fu proprio la Regina delle Nevi. La più gelida delle novelle di Andersen: gli sceneggiatori della Disney non riuscirono a venirne a capo. Nulla a che spartire con quella di Biancaneve, vanesia e trasformista, straordinariamente fotogenica. La Regina di Ghiaccio è fredda e impassibile; sequestra solo i bambini che intimamente la desiderano, e non li mangia; li custodisce intatti in un freezer a forma di castello. A rileggerla non sembra così impossibile da animare, la Regina: lo stesso Andersen, ormai consapevole della sua statura di mitologo, l’aveva concepita come “fiaba di fiabe”, un vero e proprio lungometraggio di carta strutturato a episodi. Nel 1957 ci riusciranno i sovietici, che a Berlino non avevano raccattato soltanto qualche ingegnere balistico utile per la corsa allo spazio, ma anche il brevetto dell’Agfacolor – subito ribattezzato Sovcolor. Snezhnaya koroleva, la Regina delle Nevi di Lev Atamanov, non è all’avanguardia come gli Sputnik, ma ha un merito immenso: è il film che convinse Hayao Miyazaki che i lungometraggi animati erano fattibili anche in Giappone. Finché il punto di riferimento era l’inarrivabile Disney, non c’era nulla a cui aggrapparsi: invece i russi, con le loro ingenuità, davano speranza. È un vecchio discorso. Grazie a Laika abbiamo avuto le stazioni orbitanti, grazie alla Regina Snezhnaya abbiamo avuto gli anime, e io un giorno su Cartoonito ho visto anche Hello Kitty nei panni di Gerda contro la Regina delle Nevi, ve lo giuro, non ne trovo traccia su internet, eppure esiste (a proposito, sfatiamo la leggenda che Hello Kitty non abbia la bocca: ce l’ha, ma l’apre solo se necessario: un modello per tutti i bambini). Quindi insomma la Regina delle Nevi si può fare. Non ha nulla di tecnicamente insormontabile o contenutisticamente scabroso. Però alla Disney non ci sono mai riusciti.

 

Elsa deve imparare a maneggiare il suo favoloso potere, dopodiché diventerà una fredda designer di ambienti asettici; Anna invece è solo solare e un po’ pazza.

Eppure non hanno smesso di provarci. Soprattutto da quando un’altra principessa di Andersen, quella squamata, ha rimesso in piedi il carrozzone dopo i passi falsi di fine anni Ottanta. Alla Disney ci pensano da allora, ma com’è come non è, non sono mai riusciti a disneyzzare la fiaba del ghiaccio nel cuore. Ma perché? Cosa c’è di irriducibilmente non disneyano nella regina di ghiaccio? Non lo so. So per certo che quella storia mi dà un freddo tremendo. Le fiabe di Andersen non sono come tutte le altre fiabe. Se nella letteratura c’è un prima e un dopo Omero, nella fiaba c’è un prima e un dopo Andersen; gli antropologi dovrebbero rifletterci. Prima di lui c’è ancora la preistoria dei sentimenti: streghe che mangiano bambini e bambini che ammazzano streghe senza un retropensiero. Poi in pieno Biedermeier arriva questo scribacchino, e all’improvviso le fiabe parlano di noi: di come siamo invidiosi, gelosi, arrabbiati, di come ci sentiamo soli, di come ci aggiriamo nudi per la città facendo finta di niente mentre i bambini ridono. Quello che ci descrive Andersen non è più l’australopiteco davanti al fuoco; è l’homo burgensis che riattizza il caminetto attento a non sporcarsi di cenere la camicia. Da che tempo e tempo ci sono state regine malvagie, ma quella di Andersen è qualcosa di nuovo e forse insostenibile: è la depressione che ci aliena dai nostri amici di infanzia, il rovescio del sogno dell’eterna giovinezza: essere bambini per sempre significa non amare mai. Ma forse ai bambini è meglio raccontare storie più leggere.  

 

Olaf. Gli piacciono gli abbracci. BAMBINI NON FIDATEVI E’ UN NAZISTA TRAVESTITO!!1!

Il progetto Regina delle notti è passato da un cassetto disneyano all’altro per tutti gli anni Novanta. Ogni tanto un altro sceneggiatore alzava le mani: non è possibile farci un film. A un certo punto stavano per passare il progetto alla Pixar. Poi se lo sono ripresi. Poi dalla Pixar si sono presi anche John Lasseter, che negli ultimi anni ha pixarizzato la Disney. Non è soltanto una questione di computer-grafica, come chi ha visto Ralph Spaccatutto ben sa. È una questione di coraggio: la Pixar poteva permetterselo, la Disney doveva pensare ai bambini. Finché a un certo punto la Pixar ha iniziato a voltarsi indietro, dedicando prequel e sequel non sempre esaltanti ai suoi vecchi personaggi; mentre la Disney con Rapunzel e Ralph faceva passi enormi in un terreno insicuro. Ralph era uno dei film più belli dell’anno scorso, ma non so se lo farei vedere a un bambino. Frozen, in confronto, sembra molto più rassicurante – e in effetti lo è. Se non conosci la travagliatissima storia produttiva che ci sta dietro, e che comincia sul fronte della Seconda Guerra Mondiale, puoi scambiarlo per l’ennesimo film dove le principesse Disney si emancipano facendo molte faccette buffe e cantando mielosità che probabilmente in originale suonano meglio. Gli scenari sono meravigliosi, l’animazione è da brivido, dov’è il trucco? Che la Regina delle notti non c’è più. A un certo punto l’hanno fatta fuori, per sostituirla con una classica super-teenager che deve imparare a maneggiare i propri poteri. Non proprio una Winx, no, ma una Witch, diciamo. Insomma, sì, il film è indubbiamente molto bello, ma un maschietto non credo che ce lo porterei. L’adulto invece dovrebbe apprezzare particolarmente Olaf l’omino di neve, che nel suo numero musicale sogna di vedere l’estate. Quel pupazzo, anche lui così generoso di faccette buffe, è un omaggio al capolavoro dell’animazione nazista, lo Schneemann di Hans Fischerkoesen che moriva squagliandosi d’estasi in un prato fiorito. Questo è essere adulti: cedere all’amore e accettare la morte. Nel ’44 non doveva essere difficile pensarci. Ma alla Disney non ci stanno, alla Disney vorrebbero tenersi i primi amorazzi delle ragazzine e il sogno d’infanzia perpetuo dei bambini: a costo di fornire il pupazzo di neve di una nuvoletta personale. La vera Regina delle Nevi non si sarebbe mai comportata così. Lei ti incontra un mattino mentre ancora giochi in cortile: ti riconosce tra mille; ti porta in un luogo lontano dove anche gli squilli di telefono degli amici ti suonano falsi: e là, solo là puoi essere un bambino per sempre.

 

Frozen è dappertutto e ci resterà per parecchio. In 2d lo trovate al Cine 4 di Alba (20:00); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:00, 17:30, 20:10, 22:35); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30); in 3d al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:10, 17:40, 20:20); al Multisala Impero di Bra (20:20, 22:30). Buon Natale a tutta Cuneo e provincia.

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Ralph spacca!

Ralph Spaccatutto (Wreck-it Ralph, Rich Moore, 2012)

Ralph Spaccatutto è il cattivo di un vecchio videogioco anni Ottanta che ancora resiste in una sala-giochi. Ha pugni enormi con i quali, ovviamente, spacca tutto; un alito pestilenziale e un animo gentile, che malsopporta trent’anni di sconfitte e frustrazioni. Quando scopre che gli altri personaggi del suo gioco hanno organizzato una festa di anniversario senza invitarlo, Ralph decide: non farà mai più il cattivo. Vincerà anche lui una medaglia, a costo di procurarsela in qualche altro videogioco. Peccato che Ralph sia programmato per… spaccare tutto. E con la trama basta così.

La gente che deve decidere se andare a vedere un cartone animato, pardon, un “film di animazione”, non ha troppa voglia di conoscere la trama. In realtà ci sono solo tre cose che vale la pena sapere:

1) È divertente?

2) è un film della Pixar, o almeno ci assomiglia?

3) è un film per bambini?

Se la risposta è sì a tutte e tre le domande, abbiamo il film perfetto: Toy StoryMonsters & co.Nemo. C’è bisogno di dire altro? Se una delle tre risposte è un no, può valere comunque la pena. Ralph Spaccatutto è divertentissimo e avvincente: dopo un mezzo passo falso iniziale (la seduta di autoaiuto dei cattivi dei videogiochi) non ti annoi un secondo. È un film Disney, non della Pixar, ma ci assomiglia – si sente la presenza di John Lasseter, direttore degli studios, che con la Pixar diresse tra gli altri Toy Story e Cars. Ecco, magari assomiglia troppo a un film Pixar per esserlo veramente: i capolavori Pixar non si assomigliano, Ratatouille è diverso da Wall-E che è diverso da Up! eccetera eccetera. A scopiazzare in modo più o meno dignitoso ci hanno pensato gli altri (da Nemo ad esempio è nato tutti un sottogenere di film acquatici, A Bug’s Life ha fissato lo standard per i film d’insetti, ecc.).

Ralph parte da una bellissima idea (cosa fanno i personaggi dei videogiochi quando la sala-giochi chiude?) che ha l’unico torto di ricordare fin troppo quella geniale di Toy Story: cosa fanno i giocattoli quando nessuno li vede? E a noi va benissimo, si capisce, di Toy Story ne abbiamo visti tre, uno più bello dell’altro; ma Ralph sembra debitore anche di Monsters, per la caratterizzazione dell’eroe goffo e dal cuore d’oro. La spalla di Ralph, una bimbetta irresistibile emarginata dalle sue colleghe di videogioco a causa di un difetto di programmazione, è lontana parente della protagonista di un vecchio corto Pixar, One man band. I cameo di personaggi di videogiochi di tutte le generazioni, da Pong a Pacman all’ultimo sparatutto, ricordano l’ormai antichissimo Roger Rabbit, di cui in fondo Ralph vuole essere la versione digitale. Ma questi sono dettagli per fanatici. Vi piacciono i film Pixar? Questo è probabilmente il film più pixarsimile che passerà il convento nei prossimi sei mesi, forse non aggiunge niente di nuovissimo ma è divertente e visionario, che ci fate ancora lì? Andateci. E potete portarci anche i bambini?

Ahi, ecco la nota dolente. Non tutti i film Pixar sono film per bambini. E non è facile capirlo, dipende dalle età e dalle inclinazioni, bisogna procedere per tentativi. Nemo  senz’altro lo era. Wall-E ha un inizio un po’ statico che può scoraggiare i più piccoli. Ma persino Cars, quale bambino non ha amato Cars? Quello che ci ho portato io, alla terza curva voleva già uscire, maledettoRalph? Tenete conto che è ambientato in una sala giochi, un ambiente che può ammazzare di nostalgia un trentenne, ma un decenne? Ci sarà mai entrato? No, sul serio, esistono ancora delle sale giochi? In ogni caso se non hai giocato a Pacman o a Donkey Kong da bambino, certe emozioni non le proverai. Ma fa lo stesso, esistono diversi piani di lettura. L’importante è che almeno uno sia accessibile a tutte l’età: il Gigante che vuole dimostrare di essere nobile e salvare la Bambina in difficoltà va benissimo. C’è solo un piccolo problema. I mostri.

I mostri di Ralph non sono come i mostri di Monsters & co., che per quanto variamente schifosi non risultavano più inquietanti di un qualsiasi ragnetto di gomma. Uno soltanto faceva un po’ rabbrividire, ma era il Nemico, e la cosa che lo rendeva inquietante era l’invisibilità. Non si può dire la stessa cosa dei mostri di Ralph. Tanto per cominciare, sono bacherozzi giganti, che si attaccano alla faccia, come in Alien. Avete presente? Vi invito a non sottovalutare la cosa, pensate al vostro frugoletto/a e valutate se è pronto a una cosa tipo Alien però in 3d con dei bacherozzi che si attaccano alla faccia e se cerchi di staccarteli diventano più grossi. Arrivano da un videogioco molto più moderno nel quale Ralph si avventura alla ricerca di una medaglia, disgustandosene subito (“Ma perché fanno giochi così violenti?” suona un po’ moige, ma detta da lui in preda al panico durante una battaglia spaziale fa ridere, garantisco). Dopodiché per un po’ scompaiono, ma tu spettatore lo sai che da qualche parte lì sotto ci sono, che almeno uno è sopravvissuto e sta facendo le uova. Questa consapevolezza colora anche le scene più divertenti (c’è l’imbarazzo della scelta) di un velo di inquietudine.

I bacherozzi hanno veramente tutto quello che serve a un mostro per essere inquietante: il gigantismo, la prolificità (fanno milioni di uova al giorno) e l’ibridazione, ovvero diventano quello che mangiano. Il che significa che se finiscono in un videogioco pieno di caramelle diventano… ora, senza scomodare troppo Freud che ci spiegava che sono le cose più familiari (heimlich) a poter diventare con un piccolo slittamento le più perturbanti (unheimlich), lascio a voi decidere se i vostri bambini sono pronti a un’invasione di bacherozzi pralinati al cioccolato e ai canditi. Io ho quarant’anni e facevo fatica a guardarli. Il villain, poi, il vero cattivo, nella sua manifestazione finale è roba da Stephen King, meraviglioso, da brividi, ma forse a nove-dieci anni è meglio Madagascar. La sensazione è che non si siano moltissimo preoccupati della fascia più giovane: niente di male, capiamoci, a meno che tu non sia la Walt Disney Pictures…ops. Comunque, ricapitolando per chi ha saltato tutto il pippone in mezzo: è un gran bel film, divertente, sulla falsariga di alcuni capolavori Pixar, ma forse non è adatto ai bambini sotto i dieci. Quelli sotto i cinquanta, invece, avranno finalmente la risposta ad alcuni interrogativi della vita, per esempio: ma tra una partita e l’altra, Mario e Donkey Kong sono amici?

Ralph Spaccatutto si può vedere sia in 3d sia (senza perdersi veramente nulla del divertimento) in versione tradizionale 2d; se ci tenete a mettere gli occhialini potete andare al Cinecittà di Savigliano, al Multisala Impero di Bra o al Cityplex di Alba. La versione in 2d, più luminosa, la trovate al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo, al Cinema Italia di Saluzzo e al Cinecittà di Savigliano. Buona visione.