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97. Il cielo a volte, invece, ha qualche cosa d’infernale

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Battiato, che sembra non finisca mai e invece oggi cominciano i sedicesimi! Con una lotta abbastanza impari tra la favorita per ranking e una delle ultime superstiti degli anni Novanta].

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1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1).

Grazie a commentatori anonimi (che ringrazio), sono riuscito a identificare la vecchia bretone con un cappello, un ombrello di carta di riso e canna di bambù: dovrebbe proprio essere l’esploratrice (ma diciamo pure avventuriera) Alexandra David-Néel, teosofa, reincarnazione di qualche lama, che malgrado i numerosi e faticosi viaggi morì centenaria (quindi “vecchia”), non era bretone ma per un po’ soggiornò a Mont-Saint-Michel (lo so che non è tecnicamente Bretagna, ma magari Battiato no), e spesso è raffigurata con gli ombrellini coloniali ma all’occorrenza riusciva a travestirsi da monaco tibetano per arrivare a Lhasa e restarci mesi prima di essere scoperta. Per campare s’improvvisò pure cantante lirica ad Hanoi; a Tunisi mentre studiava il Corano fece la direttrice artistica come Battiato a Catania, insomma un personaggio che FB non poteva non ammirare e che probabilmente introduce il tema del mascheramento. Però attenzione: mentre di Matteo Ricci è menzionato il travestimento da bonzo, della David-Néel si ricordano gli accessori coloniali, come a dire: è quello il travestimento, la David-Néel autentica era una monaca tibetana (ne adottò uno), se si vestiva da occidentale era per farsi accettare da noi europei, per far passare i suoi messaggi – proprio come FB si era travestito da avanguardista perché erano “i giorni di maggio” e la credibilità si guadagnava raccogliendo ortiche, mentre ora deve inforcare gli occhiali neri da popstar per volgarizzarci un po’ di Gurdjieff; travestirsi da freejazzista, da punk, da artista new wave, infiocchettando le sue canzoni con i finti cori russi dei madrigalisti di Milano (negli anni in cui il Coro dell’Armata Rossa era una presenza fissa ai festival dell’Unità). Il fatto che non sopporti veramente nessuno di questi codici musicali è un’affermazione inversa a quella contenuta in Bandiera bianca, di preferire l’insalata a Beethoven: là Battiato è nel personaggio, qui lo sta svelando.   

1996: Strani giorni (Battiato/Sgalambro, #33)

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Battiato ha inciso più titoli negli anni Novanta che negli Ottanta. Lo stesso numero di album (sei), ma alcuni un po’ più lunghi – probabilmente per venire incontro alla maggiorazione dei prezzi con l’imporsi dei CD, e qui ci si potrebbe domandare se la necessità di stiracchiare la propria ispirazione abbia giovato a Battiato dall’Imboscata in poi. Sia come sia, il giudizio del secondo turno del torneo è abbastanza reciso: solo tre brani degli anni ’90 dovrebbero averlo passato. Strani giorni è una delle tre ed è la sola ad aver fatto fuori un pezzo degli ’80, Chanson egocentrique. È anche una delle tre superstiti del catalogo di Sgalambro, che ne ha cofirmate una sessantina. 

Un’altra cosa che al terzo turno mi piacerebbe aver chiarito: chi tra i cantanti ha inciso il verso “Il cielo azzurro appare limpido e regale”? Nessuno mi pare sia ancora riuscito a trovare il riferimento. Sarebbe bello che fosse lo stesso Battiato, che del resto non ha mancato di associare il cielo alla divinità (vedi Lo spirito degli abissi), e che qui Sgalambro liquiderebbe come “uno dei tanti”. Un altro buon candidato potrebbe essere Jim Morrison, visto che la canzone si chiama Strani giorni, e che alla fine è uno degli autori rock più citati da Battiato. Riferimenti morrisoniani nelle sue canzoni: “The end, my only friend” in Bandiera bianca; “strani giorni” in Strani giorni, “Come on baby light my fire” in La musica muore (solo nella sua versione: in quella originale di Camisasca non ci sono citazioni). Ok, sono solo tre, cioè è pari merito con Dylan e coi Beatles. Un fleur che avrei sentito volentieri è Light My Fire col sintetizzatore di Fetus. Non avrebbe avuto senso, dite. Vi ricordo che ha rifatto Hey Joe

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96. Chi stranu e cumplicatu sintimentu

[Questo è l’ultimo trentaduesimo di finale della Gara delle canzoni di Franco Battiato, con due canzoni che stanno appena a quattro anni di distanza, ma in mezzo c’è la Milano-Napoli e la Salerno-ReggioCalabria, e un oceano (di silenzio)].

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1984: Temporary Road (#107)

Vigilesse all’erta come teddy boys. Che La voce del padrone riuscisse a portare tutte le sue sette canzoni al secondo turno era abbastanza prevedibile. Che ci riuscisse anche Patriots, un po’ più sorprendente. Ma che il disco con più superstiti in assoluto fosse Mondi lontanissimi (otto brani su nove) ecco, questo non me lo aspettavo. L’unico brano che non ce l’ha fatta è la povera Personal Computer, che ha questo punto mi fa pure tenerezza, perché lei no e Temporary Road sì? E possibile che Campane tibetane sia stata mandata a casa da quest’ultima, più che una canzone uno scherzo dettato dalle frustrazioni del traffico milanese e dalla necessità di portare in tv qualcosa di leggero? (i pezzi dell’Arca di Noè non si prestavano più di tanto). Poi bisogna dire che la melodia iniziale è proprio piacevole, anche se non sono del tutto sicuro che sia farina del suo sacco (sprecarla per un pezzo così?)

Quello di Mondi è un primato abbastanza discutibile, non solo perché “otto su nove” non suona come “sette su sette”, ma anche perché un titolo (Il re del mondo) è in comproprietà col Cinghiale bianco, e in generale si tratta di un LP a metà strada tra l’album e la raccolta, con alcuni brani che il turno l’hanno passato nonostante la versione di Mondi (Tozeur, ad esempio, e la stessa Re del mondo). È un disco che somiglia molto alla lontana ai dischi che in quegli anni mandava fuori Dylan, con tante cose diverse messe assieme all’ultimo momento quando compariva all’orizzonte la scadenza contrattuale. Ci sono gli abbozzi ‘spaziali’ che ruotano già intorno all’opera Genesi, le tracce di un lavoro di riarrangiamento del suo catalogo che sta facendo per i mercati esteri (un progetto portato avanti con scarsa convinzione e una strumentazione che in tempi brevissimi sarebbe risultata datata: non è nemmeno del tutto colpa sua, tutti i suoni che produceva la Roland ci stancarono all’improvviso, come un giocattolo stanca il bambino). Battiato non è sicuro di voler continuare questa cosa della popstar, e nemmeno di voler restare a Milano. Per cui è abbastanza bizzarro che i brani di questo periodo di crisi alla fine ci piacciano di più di quelli composti in altri periodi assai più pacifici, in cui Battiato sapeva cosa voleva fare e dove voleva stare. O no? In realtà no, le cose migliori le fai ti escono quando sei sotto pressione e vorresti/dovresti fare qualcos’altro. È il motivo per cui esiste Milano, probabilmente. L’hanno proprio costruita apposta.

1988: Veni l’autunnu (#86).

Scura cchiù prestu. L’albiri perdunu i fogghi e accumincia a scola. Mi piace pensare che non sia un autunno qualsiasi, ma il primo che Battiato decide di passare in Sicilia: prima l’autunno era la stagione milanese per eccellenza (“Torneranno di nuovo le piogge, riapriranno le scuole, cadranno foglie lungo i viali…”) La fine di una transumanza più che ventennale – che purtroppo coincide con il periodo creativo più interessante. Abbiamo già notato come il procedimento del collage (che però Battiato rifiutava di chiamare così) resista, da Fisiognomica in poi, solo nei rari brani in vernacolo siciliano che somigliano in questo a certe raccolte di modi di dire dialettali che dalle mie parti occupano uno scaffale apposito delle librerie, spesso il più vicino alla cassa. Per cui alla fine non è così semplice distinguere l’avanguardia dalle manifestazioni di folklore più ingenuo. Battiato ha nei confronti della cultura orale tradizionale un’ammirazione che lo colloca a colpo sicuro in un filone neoprimitivista che dobbiamo ancora formalizzare ma che a un certo punto in Italia è diventato una cosa importante: non ci sono solo personaggi mediatici alla Mauro Corona, c’è Ermanno Olmi, per dire, ma in un certo senso pure Pasolini, autori che Battiato non cita assolutamente mai ma con cui condivide una diffidenza per il progresso che forse è un tratto distintivo della nostra cultura nazionale: la rivoluzione industriale noi non l’abbiamo mai veramente accettata, è una cosa che viene da fuori e siamo convinti che prima o poi se ne dovrà andare. 

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95. Tutti i muscoli del corpo pronti per l’accoppiamento

[Siete pronti al 95mo incontro della Gara delle canzoni di Franco Battiato?, oggi con una canzone scritta per tappare un buco che è una delle sue più ascoltate, e con Mal d’Africa che alla fine ha prevalso su Scalo a Grado per un voto appena, sì, il mio].

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1981: Sentimiento nuevo (#11)

“A volte capita di dover completare un lp. Hai scritto sei canzoni che ritieni riuscite e te ne manca una sola per arrivare alla conclusione. Allora non aspetti l’ispirazione, ti metti d’impegno e ne vieni a capo. Quando l’hai finita senti che non è una canzone riuscitissima, al livello delle altre. Poi esce il disco, e quella canzone, a cui tu avevi dato meno peso, ha un suo successo, forse proprio perché l’hai scritto con più superficialità. L’hai scritta in fretta, pensavi che fosse così-così, e invece è solo un po’ leggera, e anche la leggerezza può essere un pregio. Ne ricordo una, inserita nell’lp La Voce del Padrone, che s’intitolava Il sentimiento nuevo: ebbe un grandissimo successo. Per me era stato un riempitivo divertente. L’avevo composta con una certa spensieratezza, ma anche con freschezza, era una cosettina leggera. Ma quando la cantavo, il pubblico rispondeva”. La cosa più incredibile di questo passo di Tecnica mista su tappeto, per me, è che Battiato afferma candidamente che quando ha inciso La Voce aveva pronte sei canzoni. E basta. Non le ha scelte da una rosa, non ha dovuto selezionare le migliori, anzi gliene mancava persino una, l’ha scritta all’ultimo momento e gli è venuta meglio di interi dischi suoi. Per dire lo stato di grazia di quel 1981.

Anni passati ad ammirare il finale della Voce, l’eleganza di finire con un inno all’amore corporeo, come dire: avete ascoltato abbastanza musica, ora è tempo di darsi da fare – e invece niente, è l’ultimo brano semplicemente perché l’ha scritto per ultimo e lo considerava meno riuscito. 

(Tom Waits, parlando di In the Wee Small Hours, il primo vero LP 12 pollici americano, lo considerava anche il primo concept album perché “lo metti sul piatto dopo cena e alla fine sei esattamente dove dovresti essere”. Ecco, non credo che nessuno abbia mai messo sul piatto La voce del padrone per lo stesso motivo, ma forse è un esperimento che andrebbe fatto).

Mi pare che Sentimiento sia l’unico titolo spagnolo del suo catalogo italiano. Battiato, com’è noto, amava sfoggiare lingue straniere con notevole sprezzo del ridicolo. Ogni lingua evoca una cultura abbastanza delimitata: l’inglese è la modernità, l’arabo le radici ancestrali, il tedesco la cultura europea, il greco antico la cultura classica, il francese le belle canzoni di una volta. Lo spagnolo non è associato a niente. Non è nemmeno una delle lingue che Battiato incontra nei suoi viaggi, come il portoghese o il mongolo; lo spagnolo è neutro. Forse non è una coincidenza che sia anche l’unica lingua – oltre all’italiano – in cui Battiato è riuscito a essere un interprete credibile.

1983: Mal d’Africa (#75) 

MIKE BONGIORNO: “È un po’ come l’ultima cena, eh?”
FRANCO BATTIATO: “No, per carità!”

“Qualcuno”, ammette Battiato in Tecnica mista, lo “considera uno dei pezzi più belli della mia carriera. In effetti, il testo soprattutto, ha qualcosa di toccante, di speciale”. Non sapremo mai chi è quel qualcuno, ma in testa abbiamo tutti Pippo Baudo che per qualche settimana volle il video di Mal d’Africa come sigla finale di Domenica In, in quello slot preziosissimo dopo il termine di 90° Minuto. Sul rapporto tra Baudo e Battiato si potrebbe scrivere un libro, qui annoto soltanto il mio stupore per il fatto che Mal d’Africa fosse considerata la canzone-traino di Orizzonti perduti: non il singolo perché Battiato e/o la Emi non ritenevano che valesse la pena farne uscire, ma il brano da portare in tv, da Baudo o da Bongiorno. Il sospetto è che non fosse la canzone più accessibile, ma quella con cui Battiato si sentiva più a suo agio: con La stagione dell’amore avrebbe dovuto atteggiarsi a crooner, magari replicare dal vivo la buffa coreografia del videoclip. Mal d’Africa era meno catchy ma consentiva messe in scena come “l’ultima cena” di Superflash, un’idea semplicissima ma abbastanza efficace. E intanto si portava in tv un po’ di vagheggiamento dei vecchi tempi preindustriali di grandi famiglie patriarcali al tavolo della domenica, qualcosa che sia Baudo sia Bongiorno non avevano ancora idea di quanto sarebbe piaciuto ai telespettatori. Nell’intervista Battiato riesce a rispondere a Bongiorno senza sembrare detestabile: spiega che oltre al nuovo disco ha in cantiere l’Eurofestival in coppia con Alice e poi un tour negli USA (Bongiorno ha il guizzo di specificare che non è un tour dedicato agli emigrati italofoni). Dalla Voce del padrone sono passati due anni, Battiato in mezzo ci ha messo altri due dischi diversissimi tra loro. Continua a sorprendere, non si ferma, sembra inarrestabile.

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94. Quanti perfetti e inutili buffoni

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con il trentaduesimo di finale più pesante, nel senso che la somma del ranking dei due brani è la più alta di tutti gli altri trentaduesimi – tenete conto che la somma minima di un trentaduesimo è 65; ebbene questo fa 27+219= 246, ed è tutta colpa della Convenzione].

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1972: La convenzione (#219)

Nella discografia di Battiato, La convenzione è sempre stata un brano a parte; per lunghe ere dimenticato, poi riscoperto e rivalutato magari oltre i suoi limiti. Situazione ribadita in questo torneo, di cui è l’unico brano sotto il #200 ad aver passato il turno. Quindi il brano superstite col ranking più basso, ma non solo: anche il più antico, visto che nessuna canzone dei ’60 né di Fetus è riuscita ad arrivare fin qui. È anche il solo a non essere contenuto in nessun album ufficiale (Stage Door è un caso un po’ particolare). Si tratta di un brano che sviluppa le premesse prog di Fetus in un senso più commerciale, preannunciando i temi di Pollution ma al contempo lasciandoci immaginare che Pollution avrebbe potuto essere un disco molto diverso e forse molto più venduto. È l’espressione di un personaggio di cui FB si disfa completamente interrompendo il tour di Pollution, e di cui negli anni Ottanta resistevano soltanto memorie inattendibili e foto inspiegabili – il singolo, come ogni cosa BlaBla, era fuori catalogo e introvabile. Ci vorrà il tour di Gommalacca, un mezzo secolo dopo, perché Battiato si decida a rispolverare un passato che non lo imbarazzava più. A questo punto succede però una delle cose più bizzarre della sua discografia, ovvero Pino Massara, ancora custode di un po’ di materiale inedito di casa BlaBla, decide di ripubblicare il brano nel 2002 in un CD molto ambiguo, che sfruttando proprio il minimo ritorno d’interesse s’intitola La convenzione. Benché il nome più in evidenza sulla copertina sia “Franco Battiato”, Massara non ha abbastanza materiale e così allunga il brodo con brani di Camisasca e Osage Tribe, in cui Battiato non sempre è presente. Una versione inedita di Stranizza d’amuri è retrodatata al 1975, magari per confondere gli avvocati della Emi; La convenzione è pubblicata nella versione del singolo promozionale per la stampa con una strofa bisbigliata in più, che oggi è quella che tutti possiamo trovare su Spotify; ma alla fine del CD viene allegata una “nuova versione 1997” che purtroppo su Youtube viene da molti scambiata per quella originale e non può francamente esserlo, con quell’arrangiamento vistosamente hard rock. Ma non può nemmeno essere una versione del 1997, visto che la traccia cantata è la stessa dell’originale 1972. E allora cos’è? Ha tutta l’aria di essere un Battiato remixato abusivamente, un Battiato taroccato messo in giro da Massara nel tentativo di ottenere qualcosa di trasmettibile in radio nel 2002, e nell’auspicio che il Battiato autentico sia troppo buono da mandargli gli avvocati (auspicio probabilmente avveratosi, visto che la versione è ancora in circolazione). Un Battiato alternativo, in un universo parallelo in cui si è lasciato macinare dalla macchina per il successo progettata da Massara e Gianni Sassi, e dopo qualche singolaccio come La convenzione sia rapidamente finito nel dimenticatoio insieme al Balletto di Bronzo o agli Osanna; salvo rispuntando ogni tanto con versioni riarrangiate degli stessi pezzi, come fanno le meteore per rimanere in orbita (vedi Cugini di campagna). Un Battiato di cui francamente non avevamo bisogno, anche se forse ce lo saremmo meritato. 

1991: Povera patria (#27)

A un certo punto, senza che lui facesse il minimo sforzo, le coordinate politico-ideologiche di Franco Battiato si sono di colpo chiarite. Non era ancora così nel 1991: la chiacchiera che fosse un cantante di destra, già smentita, non era così facilmente liquidabile. Anche solo per il ricorso alla parola “patria”, che Battiato recuperava per la seconda volta dopo Patriots: si trattava di una parola ancora piuttosto pesante nei primi anni Novanta (forse più a nord che in meridione), che nessun cantautore di sinistra avrebbe mai usato in senso non ironico. Battiato sembrava apolitico, ma sdegnato; rispettava le istituzioni, ma diffidava degli uomini che le impersonavano; non faceva nessuno sforzo per non apparire elitario, e proprio per questo non lo si riusciva a liquidare come un esponente del progressismo urbano che Montanelli aveva insegnato a etichettare come “radical chic”: a ben vedere restava un autodidatta con riferimenti assolutamente personali, assai lontani dalla sinistra tradizionale ma anche dalla destra (che poi tre anni prima dell’avvento di Berlusconi era ancora un ghetto ben poco invitante). Il punto è che Battiato, scusate se insisto, era già grillino, molto prima che a Grillo venisse in mente di fondare un movimento. Un cognitario sradicato della diaspora meridionale, sedotto dalla grande città ma tentato dal ritorno alla campagna; da sempre diffidente nei confronti della civiltà dei consumi e portato a vagheggiare di età dell’oro pre o post industriali. In Povera patria c’è tutto questo, compresa l’idea, ingenua ma potente, che il Cambiamento possa muovere da un grande processo di risveglio collettivo. Certo, “Cambierà, forse cambierà” suona molto più conciliante di “Svegliaaaaaa!” Ma l’idea di fondo non è molto diversa. 

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93. A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, con due brani in cui Battiato entra esce in personaggi inutili]. 

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1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

Alla fine è notevole questa cosa, no? Che per trent’anni i giornalisti hanno continuato a chiedergli: ma davvero preferisci l’insalata a Beethoven, e lui ogni volta, pazientemente: no, scherzavo. Come se non fosse stato chiaro fin da subito – non è come chiedere oggi ai Kraftwerk superstiti: ma è vero che siete robot? O a Fortis se odia davvero i romani? E magari qualcuno glielo chiede ancora, i giornalisti sono tipi, come dire, prevedibili. 

In parte è persino responsabilità di Battiato, che il dispositivo ironico non lo ha usato sempre in modo coerente – prendi proprio Bandiera bianca. Forse non abbiamo davvero capito cosa intendesse fare con questa canzone che probabilmente all’inizio era uno dei suoi tentativi più radicali di scrivere qualcosa di brutto – più brutto di Up Patriots to Arms, che malgrado l’inflessione disco non gli era riuscita così male, meno brutto di La musica è stanca, che sarà il coronamento finale di questo tipo di sforzo punk: ma comunque brutto. Vedi la testimonianza di Eugenio Finardi: “Ricordo di essere entrato nello studio di Alberto Radius mentre Franco, Titti Denna, Giusto Pio e Filippo Destrieri si esaltavano cercando il suono “più brutto” per la iconica frase di Bandiera bianca…” Alla fine il suono peggiore che questi turnisti riescono a trovare è il riff suonato da Destrieri sull’organo Hammond, che poi Battiato riprende nel cantato, tutto giocato su un’oscillazione di un solo semitono. Variare di appena un semitono, in molti casi, significa steccare, e Battiato l’idea della stecca la suggerisce in tutte le strofe: e se non riesce comunque a produrre qualcosa di veramente dissonante, è perché è più forte di lui. Il riff è anche una parodia, non so quanto consapevole, della Bagatella n. 25 (Für Elise) di Beethoven, insomma della stessa Per Elisa che Battiato aveva appena evocato nel riff con cui Alice aveva espugnato Sanremo. È la stessa oscillazione tra bequadro e bemolle, ma ora ripetuta ossessivamente da uno studente che si rifiuti di imparare il resto, perché appunto, preferisce l’insalata. 

All'”immondizia musicale”, dovrebbe corrispondere a livello di testo un’immondizia etica, ma così com’è incapace di stonare apposta, allo stesso modo Battiato non ce la fa ad apparire uno yuppie milanese tutto insalatine, occhiali da sole e menefreghismo. Certo, là fuori ci sono ancora brigatisti che sparano e liquidarli come “stupide galline che si azzuffano per niente” è abbastanza forte: ma troppo spesso sotto gli occhiali intravediamo il cipiglio del moralista incline all’invettiva (“quante squallide figure attraversano il paese…”). Per cui davvero è lecito domandarsi a ogni verso se Battiato stia scherzando o no, se sia nel personaggio o no – almeno era lecito domandarselo diciamo fino a tutto il 1982; vent’anni dopo solo un santo avrebbe trovato ancora una risposta simpatica alla domanda “preferisci l’insalata”. Battiato era quel tipo di santo. 

1991: Lode all’inviolato (#70).

Il fatto che Lode all’inviolato sia passata al secondo turno mi consente se non altro di correggere tutte le fregnacce che ho scritto l’altra volta: parlavo di progressione ascendente, dove avevo le orecchie? Lode all’inviolato è una canzone che scende, anzi rotola in perpetuo. Quasi il contrario di Delenda Carthago, anch’essa costruita su quattro accordi ripetuti incessantemente. Ma mentre gli accordi di Delenda ascendono, incalzano, quelli della Lode prima scendono (La-, Sol, Fa), poi forse si rialzano (Sol), ma proprio quest’unica risalita della progressione è occultata all’orecchio dell’ascoltatore dalla scala discendente di note che in quel momento ha la funzione di ricondurlo al primo accordo della ruota. In certe canzoni di FB si ha la sensazione di crescere sempre più in alto anche se si rimane sui propri passi; qui l’esatto contrario, si può scendere all’infinito. Il che forse avvalora l’ardita ipotesi di qualche lettore: e se l'”inviolato” stavolta fosse il diavolo? Dopotutto lo sapeva bene Paganini che egli suona il violino (e nella Lode FB fa ampio uso di archi). Onestamente non penso il Battiato di Caffè de la Paix capace di tanta doppiezza, anche se per quanto mi riguarda non l’avrei disdegnata. È ormai un artista consacrato alla sua idea della verità (un’idea completamente diuturna, luminosa) che non ha difficoltà a parlare di quello in cui crede, rifiutando ogni tipo di ipocrisia e ironia – anche quel minimo sindacale con cui noi poveri mortali ci schermiamo in società. 

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Fuori concorso (canzoni che non hanno partecipato alla gara per questo o quest’altro motivo).

Lo spirito degli abissi (2015)

Lo sapete che tutta la Gara è falsata, sì? Avevo completamente rimosso Lo spirito degli abissi, giuro, non sapevo che esistesse e invece non è neanche un brano così nascosto: sta all’inizio del secondo CD delle Nostre anime – il cofanetto testamentario del 2015 e quindi può essere considerata la penultima uscita inedita di Franco Battiato. È un brano che rivela la stessa lieve sconnessione dell’altro inedito del cofanetto (Le nostre anime) e di qualche brano di Apriti Sesamo, la tendenza a cominciare un discorso e passare ad altro con una noncuranza che non dovrebbe più di tanto sorprenderci – Battiato non è mai stato un campione di consequenzialità – ma intanto la voce si è fatta più faticosa e accresce la sensazione che cominci a essere difficile, per lui, tenere un filo. La prima cosa che salta alle orecchie è il riferimento alla Grande Guerra, nel quasi centenario, descritta in termini junghiani come un episodio di possessione dell’inconscio collettivo (“Lo spirito degli abissi si impadronì del nostro destino”). Anche questo non sorprende affatto chi ricorda passate interviste in cui Battiato aveva evocato simili categorie per descrivere i cambiamenti di Zeitgeist negli anni Settanta e Ottanta. Più singolare è il richiamo alla preghiera (“Mi è ritornata voglia di pregare”), in un senso esplicitamente cristiano: (“seguendo la tenacia dei padri del deserto”): non una meditazione rivolta a sé, come Battiato ha spesso praticato, ma un desiderio di intercessione rivolto agli altri: Battiato vuole pregare “per quelli che hanno perso da tempo la loro via, per chi non riesce a sopportare i dolori dell’esistenza”. A intervalli regolari, torna la memoria paradisiaca di un giardino invaso dal sole. È difficile ascoltare senza commuoversi un brano concepito probabilmente per essere l’ultimo. 

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92. L’impero della musica è giunto fino a noi carico di menzogne

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con molto più turpiloquio del solito, anche se Battiato poi nei dischi si autocensurava]. 

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1980: Up Patriots to Arms (Battiato/Pio, #19)

“Sono stato sempre assai poco geloso delle mie creazioni. Anni fa andai ad ascoltare un gruppo punk di Bologna [i Disciplinatha?] in un teatro milanese in Via Larga. Mi si avvicina il leader e fa: “Suoneremo una cover di Up patriots to arms, ti dispiace se cambiamo qualche parola?”. “Ma cosa vuoi che me ne freghi?”. Detto fatto. Salgono sul palco e attaccano: “Mandiamole in pensione quelle facce di merda, ci hanno rotto i coglioni”.

Mi sono divertito più in quell’occasione che a cantare migliaia di volte l’originale”.

In linea di massima si nasce incendiari e si muore pompieri, però ci sono casi particolari, ad es. Battiato ancora a 35 anni cantava “mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura”, a 67 si lasciava nominare assessore alla cultura della regione Sicilia “senza percepire compenso”, a 68 si dimetteva dopo aver dichiarato “Queste troie che si trovano in Parlamento farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile, sarebbe meglio che aprissero un casino” (il problema politico, a quanto pare, non era l’equiparazione tra parlamentari e meretrici, ma il sessismo del termine “troie”).

A riascoltarla con attenzione, la versione di Patriots è ancora molto fragile, sembra un demo (eppure la preferirò sempre alle successive, compresa quella di Echoes of Sufi Dances che ogni battiatista ascolta con dolore per via dell’introduzione). Il batterista ogni tanto è in anticipo. Il basso è spigoloso, new wave, con qualche sghiribizzo. Un pianoforte aggiunge una dimensione romantica completamente fuori contesto. Battiato canta in un falsetto molto alto, a conferma del fatto che abbia in mente una canzone disco – non necessariamente You Make Me Feel (Mighty Real) di Sylvester, anche se i ritornelli delle due canzoni sono intercambiabili. Come più tardi con La musica è stanca, Battiato non vuole solo denunciare il malcostume musicale: vuole anche commetterlo. Le pedane sono piene di scemi che si muovono, e Battiato sta iniziando a perfezionare i balletti che porterà in tv perché qualcosa deve pur fare mentre canta e lo inquadrano. Inoltre le panchine sono piene di gente che sta male: è il 1980, la prima dose d’eroina costa meno di un LP. 

 

1998: Stage Door (Battiato/Sgalambro, #174)

“Adesso arriva… [guarda il monitor], ah questa si chiama Stage Door, se qualche fanatico mi segue…” [qualche applauso].

Col tempo probabilmente Stage Door diventerà per i “fanatici” di Battiato quello che per i dylaniti è Blind Willie McTell – il brano prima escluso da un disco per ragioni incomprensibili, e che anche per questo motivo ormai è più famoso del disco stesso. La spiegazione più semplice è che Battiato abbia avuto pudore a incidere subito un brano che parla forse della sua depressione negli anni Settanta (anche se ne parla con accenti molto ‘sgalambriani’, per cui vale la pena di diffidare da una lettura troppo autobiografica. Di questo pudore però deve essersi pentito molto presto, visto che fece uscire due versioni diverse sia sul singolo di Shock in My Town che su quello del Ballo del potere, due singoli che secondo me non valgono Stage Door messi assieme. Ora, buttare una canzone come bonus di un singolo è peggio che lasciarla in un cassetto, secondo me – se avesse pazientato, sarebbe diventata il brano più forte di Ferro Battuto, e allora perché? Tutte le mie ipotesi su Stage Door partono da un punto fermo: è un brano che Battiato cantava dal vivo volentieri. Ecco perché non ha aspettato: l’ha incisa perché voleva cantarla dal vivo. 

C’è poi la questione dell’autocensura. La versione di Shock in My Town è bollata come “demo” ed è interessante questa cosa, che un demo casalingo di Battiato del 1998 suoni più professionale dell’arrangiamento definitivo di Up Patriots to Arms del 1980. Col tempo Battiato stava diventando veramente raffinato nelle sue produzioni casalinghe. Nel Ballo del potere compare di nuovo il demo, ma anche una versione più lavorata, senza l’inciso molto drammatico e… un po’ sboccato (“Perché noi siamo liberi di fare quello che vogliamo, di uccidere, stuprare e rapinare e vomitare critiche insensate, parlare e dire solo sempre inutili cazzate”). Quando finalmente decide di pubblicare il brano in un album ufficiale, Inneres Auge, Battiato taglia di nuovo l’inciso. Da cui l’impressione, difficile da confutare, che FB volesse smussare gli angoli di una canzone un po’ più personale ed emotiva del solito. Io però continuo a partire dallo stesso punto fermo: le esecuzioni dal vivo. Stage Door è un brano che funziona molto bene dal vivo, ma quell’inciso è piuttosto difficile, quasi più parlato che cantato, ma comunque richiede fiato, intonazione e sentimento. Durante il tour di Gommalacca, Battiato lo eseguiva (vedi il video qua sopra, con una prestazione veramente notevole): in seguito no, a un certo punto ha smesso. La versione di Inneres Auge non fa che ratificare una semplificazione che era già avvenuta nelle esecuzioni dal vivo. E a proposito, forse dovremmo domandarci perché Stage Door si chiami così. Io un’idea me la sono fatta, ma me la tengo per il prossimo turno (nel caso che passi Stage Door, altrimenti… me la terrò per me ahahahAHAH).

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91. E sulle biciclette verso casa, la vita ci sfiorò

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con una sfida tutta anni Settanta]. 

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1973: Plancton (#142)

A questo punto ho letto Nove, ho letto Zuffanti, Pulcini, Boccadoro, Morgan, un minimo di battiatistica ormai ce l’ho presente. Nessuno parla davvero di Plancton, uno dei momenti più significativi della fase prog. Del resto è un brano di cui non risultano esecuzioni live dal ’74 in poi. Plancton non ha goduto di seconde o terze vite, come Areknames o Propriedad Prohibida. Era una musica che aveva un senso in quella fase e muoveva corde che Battiato in seguito si è rifiutato di toccare. Plancton faceva paura, forse è per questo che nessuno ama parlarne. Un po’ perché la paura è una fragilità; un po’ perché è una delle cose che invecchia più facilmente – è probabile che il film dell’orrore che più vi terrorizza sia successivo al 1973. Per quel che mi riguarda, Plancton, come tutto il Battiato prog, mi ricorda le paure assurde che mi capitava di provare negli anni Settanta davanti a programmi televisivi che non capivo. A volte bastava uno stacco, una voce fuori campo un po’ inquietante, qualche immagine a cui non riuscivo a dare un senso, o una sigla – come Propriedad Prohibida. Non credo di aver realmente ascoltato Pollution in quegli anni, ma quando l’ho recuperato vi ho trovato quel tipo di atmosfera, quella paura abissale e senza senso, la materia lattiginosa dei miei incubi infantili. Battiato questo tipo di cose le aveva rinnegate – quando nelle interviste insisteva sulla propria solarità, sul fatto di amare il giorno e non fidarsi della notte (e rinnegava la vita notturna della sua gioventù), credo che si riferisse anche a questo. 

Plancton è costruita per far paura, dopodiché certo, ascoltarla oggi può fare lo stesso effetto che riguardarsi Belfagor: ma il fatto che non funzioni più non significa che al tempo non funzionasse. Facevano paura i suoni del sintetizzatore, che sembrano davvero propagarsi attraverso l’acqua. Fa paura l’arpeggio di chitarra, fanno paura i cori riverberati. Fa paura il testo: le metamorfosi destano sempre in noi un orrore ancestrale, la diffidenza della preda nei confronti del mimetismo che spesso cela il predatore. Fa paura la tarantella finale, durante la quale immaginavo sempre la creatura affiorare e incappare in una tonnara selvaggia, durante una festa di paese. Su Youtube ho trovato il reperto di un’esecuzione live, che ci fa capire quanto suonasse prog il “Battiato Pollution”; al posto della tarantella finale c’è una versione hard rock di Meccanica. C’era d’aver paura, davvero. Anche Battiato deve averne avuta.  

1979: Il re del mondo (Battiato/Pio, #51)

Il re del mondo è una delle canzoni che Battiato ha cercato più spesso di riarrangiare, il che tradisce una certa insoddisfazione. Dopo la versione ‘new wave’ del Cinghiale Bianco (ma possiamo presumere che ce ne fosse una precedente nel demo che aveva lasciato insoddisfatti i discografici EMI), abbiamo quella elettronica di Mondi lontanissimi, che è poi la The King of the World del disco con cui cercava di esportare il suo repertorio nei Paesi anglosassoni, Echoes of Sufi Dances; e quella sinfonica di Unprotected, di cui allego più volentieri il video perché sullo spotiffo non lo troverete. Quando però nel 2015 pubblica il suo cofanetto ‘testamentario’, Le nostre anime, non sceglie nessuna delle tre versioni, bensì quella live del 2013 all’Arena di Verona, che è una specie di sintesi della versione Cinghiale e di quella sinfonica. L’elettronica del 1985 è completamente rinnegata. Insomma dobbiamo pensare che alla fine Battiato un arrangiamento soddisfacente lo avesse trovato, almeno dal vivo; quanto a me, non solo continuo a preferire la versione 1979, ma mi domando: come mai nessun autore di canzoni, quando prova a riarrangiarle, ottiene un risultato migliore del precedente? A me non viene in mente un solo caso. Questo è curioso, perché in teoria un autore, crescendo in esperienza, e portandosi con sé la canzone nei tour, dovrebbe essere sempre in grado di migliorarla un po’: e invece non succede praticamente mai. Quando proprio ci si mettono di buzzo buono al massimo finiscono per comporre una canzone diversa (Don’t Stand So Close to Me ’86…) Ma in linea di massima non c’è un riarrangiamento a cui io non preferisca un brano originale. Questo potrebbe dipendere da me, e dal fatto che tendo ad affezionarmi alla prima versione che ascolto (la musica non essendo che un veicolo per le emozioni che per caso o per scelta le affidiamo, una spugna per le nostre memorie e i nostri sentimenti)… ma non è questo il caso, visto che ho ascoltato Il re del mondo dell’85 molto prima di incontrare quella del ’79. E allora? 

È come se le canzoni pop avessero una ineludibile qualità effimera: come gli affreschi, possono durare per secoli, ma li devi fare in poche ore perché sennò l’intonaco si asciuga e dopo non c’è più niente da fare. Qualsiasi intervento sembrerà qualcosa di più o qualcosa di meno. Quel che è affascinante, nella versione del ’79, è che senza quasi elettronica è già un congegno meccanico, correlativo oggettivo della subordinazione di ogni volontà umana ai disegni del Re del Mondo. Il passaggio dal prog alla new wave sta proprio nella legnosità con cui i turnisti (e che turnisti!) suonano impettiti le loro parti senza sgarrare. È già un congegno, ma se la Re del mondo dell’85 è un congegno di plastica, quella del 1979 è uno di quei meccanismi di legno che a guardarli funzionare ti lasciano ipnotizzato. 

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90. Che gran comodità le segretarie che parlano più lingue

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con la più giovane delle canzoni rimaste in gara]. 

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1980: Frammenti (Battiato/Pio, #94)

Pulcini: “Potremmo forse dire che all’inizio della tua carriera hai fatto dei collage con le musiche, e nell’età della canzone, non avendolo più fatto con le musiche, hai fatto i collage con le parole”.

Battiato: “Solo che la differenza tra i due periodi è sostanziale. Nel periodo della canzone ci sono una consapevolezza e una lucidità di gran lunga superiori. Il gioco è molto più padroneggiato e non è sterile come nel periodo che lo precede. E non li definirei collage di testi – ciò che in letteratura e in poesia qualche volta è stato definito non-consequenzialità logica – quanto un fatto sintetico di un pensiero. È piuttosto un mondo in cui ogni frase non proviene da quella precedente, né conduce a quella successiva. Apparentemente sembrano collage, ma in effetti ogni frase è compiuta, e in sé finita: sono le frasi ad essere accostate come un collage”.

(Questa è Tecnica mista su tappeto, 1991. Ci avete capito qualcosa? Io sinceramente non tanto. Nello stesso libro, Battiato si vanta di non scrivere mai, nemmeno cartoline: e infatti quasi tutto quello che sappiamo di lui lo deduciamo da interviste dove FB tante volte riesce a dribblare gli argomenti lasciando intervistatore e lettore un po’ di stucco: insomma, le frasi sono accostate come un collage ma non è un collage, perché? Cos’è “un fatto sintetico di un pensiero”? L’unica cosa che forse ho capito è che Battiato, se pure riconosce una continuità tra i testi “frammentari” delle canzoni di Patriots e gli esperimenti sonori basati sul montaggio che aveva condotto da Ethika fon ethica a Coffee-Table Musik, considera le sue canzoni pop molto più consapevoli e meno “sterili”. Nota che questo giudizio negativo nei confronti della sua produzione sperimentale non si estende all’altro filone di quegli anni, la musica minimale di Za e L’Egitto prima delle sabbie: quella, ancora negli anni Novanta, la considerava la sua produzione più ‘alta’). 

Liriche a parte, Frammenti è frammentaria anche dal punto di vista musicale: una canzone lasciata a bella posta senza ritornello, che sembra inseguirlo per tre minuti e non lo trova.

2009: Inneres Auge (Battiato/Sgalambro, #30)

Uno dice: che male c’è a organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare primari e servitori dello Stato? Si parlava della necessità di contestualizzare, che stranamente si avverte più per le canzoni degli ultimi decenni che per quelle dei precedenti – il che forse non significa nient’altro che non un rincoglionimento mio, si sa che i ricordi recenti sono quelli che si slabbrano prima. Ad esempio: ero convinto che Inneres Auge fosse una voce dal sen fuggita a Battiato ai tempi dello scandalo Ruby, ma non è così, Ruby in quel periodo non era ancora stata fermata dalla polizia per furto e a quanto pare frequentava liberamente l’entourage di Berlusconi. A mia discolpa, devo dire che in quegli anni Berlusconi stava dando veramente del suo meglio per svagare giornalisti ed elettori (e su ditelo che era più divertente trovare in prima pagina le olgettine che siccità carestia e guerra), comunque lo scandalo in questione era il caso D’Addario, quello che è rimasto un po’ in ombra, probabilmente perché la protagonista, a differenza di Noemi Letizia e Karima El Mahroug, era decisamente maggiorenne e professionista. Così che appunto, la reazione di molti quell’estate era sintonizzata su: che male c’è? Che il capo del governo avesse una vita sessuale esuberante ormai si sapeva, e ci si interrogava su quanto questo fosse politicamente rilevante. Anche l’argomento, da molti invocato (me compreso) della ricattabilità, lasciava un po’ il tempo che trovava: che Berlusconi si intrattenesse con signore maggiorenni, davvero non sembrava più questo grande scoop. Battiato gioca invece la carta dell’economia: “perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?” È un’affermazione che ai concerti strappava invariabilmente l’applauso, non solo perché è abbastanza raro che un cantautore dia del rincoglionito al capo del governo, ma anche in quanto riconduce la corruttibilità al malaffare: la D’Addario non era che una pedina di una questione di appalti che un intermediario voleva sbloccare. Con questo approccio, Battiato si candidava davvero a diventare il cantautore organico del Fatto Quotidiano e più in là del Movimento Cinque Stelle: gli mancò più il tempo che la volontà. A livello musicale, una spia di questa volontà di propaganda è nel ritmo, mai così dritto e volgare: perché evidentemente c’è un tempo per le sonate di Corelli, ma anche un tempo per sporcarsi le mani con la politica e gli scandali. 

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89. Tutte le macchine al potere gli uomini a pane ed acqua

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi per il vostro ludibrio si sfidano l’Ermeneutica e la Danza. Chi prevarrà? Avete qualche dubbio?] 

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1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

– Ok, è ancora il terzo brano più ascoltato su Spotify, ma Voglio vederti danzare  potrebbe nei prossimi anni diventare un ascolto difficile tanto quanto i Watussi di Vianello e per un motivo molto simile: contiene, ben due volte, una parola che oggi è ritenuta stigmatizzante. Da chi? beh per esempio dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa. “Questa indicazione prende atto della posizione dei diretti interessati, cioè di molte voci autorevoli di origine Rom, ma anche di associazioni che operano nel campo e di studiosi non Rom. “La parola zingaro è diventata offensiva, per cui essi stessi e i loro amici evitano di pronunciarla. Una volta non lo era…”, scrive Predrag Matvejevic, professore di letterature slave alla Sorbona di Parigi e all’Università La Sapienza di Roma” (la pagina è molto interessante ed esauriente, non la copio tutta ma consiglio di leggerla). 

– Non ho tantissima voglia di controllare, ma direi che VVD sia il brano più rappresentato su Mappiato (un sito che comunque andrebbe aggiornato: manca Tibet…)

– A rileggere Tecnica mista su tappeto l’impressione è che Battiato abbia concepito Voglio vederti danzare come punto di accesso dell’Arca di Noè, un disco che si presentava da subito più difficile della Voce del padrone ma doveva comunque mantenere un minimo di attese: da qui una certa ambivalenza di Battiato nelle interviste, che da una parte deve ostentare un sovrano distacco per l’enorme successo della Voce e dall’altra reagisce immediatamente quando qualcuno parla di flop per l’Arca: non è vero, vendette bene. Certo un po’ meno, ma comunque bene. È in fondo la stessa ambivalenza di Voglio vederti, un brano che parla di danza e riti tribali ma decide di fare a meno della batteria. Una scelta apparentemente autolesionista, ma col tempo è lecito domandarsi se non sia stata proprio questa ricorrente tendenza a complicarsi la vita a evitare che il nome di Battiato rimanesse legato a una singola stagione.   

2004: Ermeneutica (Battiato/Sgalambro, #190).

– L’unico brano superstite di Dieci stratagemmi, e in generale uno dei due sopravvissuti di tutti gli anni Zero, è anche uno dei brani meno ascoltati su Spotify (190esimo posto…) e soprattutto uno dei più folli! Ok, gli è capitata la batteria facile, anche rispetto ad altri brani dello stesso disco molto più accessibili. Ma è un’occasione per esprimere un rimpianto: per quanto Battiato abbia osato molto negli ultimi anni della sua carriera, forse avremmo preferito che osasse ancora di più. Se ormai i grandi classici li aveva già scritti, poteva ancora scrivere cose bizzarre come Ermeneutica che avremmo ascoltato comunque più volentieri di certe divagazioni sulle stagioni o memorie amorose non facili da condividere, specie se a metterci le parole era Sgalambro. 

– Ermeneutica, l’ultima volta che ho controllato, significava “interpretazione”, poi purtroppo ci si è messo in mezzo Heidegger e adesso in molti circoli significa “devi leggere Heidegger per capire”. Io non posso leggerlo Heidagger perché… sono allergico. Giuro. Mi vengono le bolle. Devo mostrarvele? Ho le foto eh. Heidagger e le noccioline. Sgalambro ha appunto la faccia di uno che ha cercato di assumere Heidagger senza fare un rash test. 

Ermeneutica è chiaramente ispirata, se non proprio scatenata, dalla seconda Guerra del Golfo. Battiato alla fine della prima era stato ospite a Baghdad, per lui non era un conflitto astratto e lontano. Scrivo queste cose perché col tempo non è così facile recuperare i contesti, a volte ci si confonde, di guerre ce ne sono state più di una, ad esempio nel suo Franco Battiato (Speriling & Kupfer, 2020) a un certo punto Aldo Nove scrive che Tariq Aziz, braccio destro di Saddam Hussein, sarebbe stato “arrestato e ucciso dalle forze d’invasione americane” poco dopo il concerto del 1993. È scritto a pagina 169 ed è un dettaglio strano – se non altro perché nella nostra sezione del multiverso, Tariq Aziz risulta morto a 79 anni, nel 2015, per un attacco cardiaco, in una cella di Nassiryia. E ora giù la maschera Aldo Nove: dicci da che universo vieni.   

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88. Come ti trovi a Berlino Est?

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi tutto anni Ottanta: del resto più della metà dei brani passati al secondo turno sono di questo decennio]. 

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1988: Fisiognomica (#42)

Tra Mondi lontanissimi Fisiognomica ci sono tre anni che per me valgono venti. Battiato nel 1985 è il mio eroe pronto a partire per una missione extraplanetaria: quando torna nel 1988 è un parente lontano che si ascolta alle feste comandate con simpatia venata d’imbarazzo. Davvero, quando attacca con le sue teorie sulla fisiognomica non sai dove guardare, ti versi da bere, giochi col tovagliolo, ti versi di nuovo da bere. E però forse non sono soltanto io, forse è anche lui che in quegli anni compie una rivoluzione copernicana.
Più che la musica, è cambiata l’attitudine: Battiato ha smesso gli occhiali scuri, ci guarda senza ostilità e soprattutto si lascia guardare senza paura di svelare le sue fragilità. Lui capisce il destino delle persone dai tratti del volto, dice, beh un po’ ci crediamo tutti, e allo stesso tempo non avremmo mai il coraggio di ammetterlo in una conversazione, cioè Lombroso davvero non si porta molto in società. La mia ipotesi è che mentre componeva le sue Genesi e i suoi Gilgamesh, Franco Compositore Colto Battiato a un certo punto si sia annoiato, si sia accorto che alla fine scrivere canzoni è un sistema di esprimersi altrettanto degno e molto più diretto. Per cui quando si rimette a scriverle gli è scesa la maschera da provocatore intellettuale: non è più qui per spremerci soldi e snobbarci mentre glieli diamo. È qui perché ha capito che gli piace stare qui: a 42 anni ha deciso che, siccome sa scrivere canzoni, vuole usarle per spiegare chi è (con tutti i rischi che questo comporta) e come si sente, e se qualcuno riderà di lui pazienza. Per cui davvero se vi piace la sincerità, la schiettezza, può darsi che il Battiato tra Fisiognomica Café de la Paix sia il vostro preferito. A me dice poco, ma è più colpa mia che sua (sì, lo preferivo postmoderno quando ci sfotteva col megafono).

1989*: Alexander Platz (Battiato/Cohen/Pio, #23) (*: ma composta nel 1982 per Milva, su un’aria già usata per Valery di Alfredo Cohen, 1977).

“Quando visitai Berlino Est rimasi affascinato dalla mancanza di pubblicità. Non c’era un manifesto in giro! Mi dava un grande senso di pulizia e di serietà. Nello stesso tempo ero impressionato dalla tristezza della gente e dal grigiore sociale. Dovendo scrivere la canzone pilota del disco di Milva, pensai subito a Alexander Platz. Milva, per un certo periodo, è stata un’artista più tedesca che italiana in quanto a popolarità. Era, ed è, veramente molto nota in Germania. La immaginai a Berlino Est: un’italiana che lavorava a Berlino Est e che non riusciva ad accettare l’idea del muro. Desiderava fuggire verso una vita diversa” (Tecnica mista su tappeto, 1992). (Lo riporto perché da qualche parte, non ricordo più dove, ho letto che Battiato non rinnegherebbe con Alexander Platz il tema di Valery di Alfredo Cohen, beh, a quanto pare no).

Alexander Platz credo illustri le luci e le ombre del Battiato paroliere – piccolo inciso: a rileggerle con il metro di oggi, tutte le canzoni dei cantautori Guccini escluso sembrano brevi – ormai pure i Måneskin devono scrivere testi di tre pagine. C’è stato un vero e proprio boom di eloquenza rispetto al quale un Dalla, persino un De Gregori ormai sembrano asciutti epigrafisti. Battiato è ancora più asciutto e lavora soprattutto per suggestioni, epifanie che a rileggerle a freddo ti rendi conto che non è che dicano molto. Ma funzionano. Per esempio: “E di colpo venne il mese di febbraio”. Perché di colpo? Cosa rende il febbraio più improvviso del gennaio precedente? E allo stesso tempo ti fa entrare subito in un’atmosfera gelida, con quel passato remoto che ti dà assieme la distanza e la dinamicità (è un tempo verbale momentaneo, descrive azioni che si compiono all’improvviso). A quel punto ti aspetti che debba succedere qualcosa, in quel febbraio improvviso , e invece no, non succederà niente. “La bidella ritornava dalla scuola un po’ più presto per aiutarmi”. Per qual motivo al mondo una collaboratrice scolastica avrebbe dovuto venir meno ai suoi obblighi per aiutare te, che a proposito, chi sei? Un’insegnante? E allo stesso tempo basta la parola, “bidella”, per evocare un particolare grigiore che è quello che serve alla canzone. Una curiosità: il testo della versione di Milva è tutto alla prima persona, Battiato nella sua versione canta alla terza persona solo la seconda strofa: cioè che la bidella potesse rientrare prima per aiutarlo non gli crea difficoltà, ma “mi piaceva spolverare, fare i letti, poi restarmene in disparte come vera principessa prigioniera del suo film che aspetta all’angolo come Marlene”, questo no, da questo deve prendere le distanze. 

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87. Città nascoste di lingua persiana

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi col derby dell’esotismo. Chi vincerà tra Kurdistan e Algeria? Strade dell’est o ferrovie berbere? Da dove la fine?] 

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1979: Strade dell’est (Battiato/Pio, #55).

“Nell’Era del cinghiale bianco c’era sempre un misto di elettronico e acustico, in dosi uguali [???]. Queste canzoni sono state poi arrangiate in maniera diversa. Allora c’erano tutte le sonorità di moda negli anni Settanta: la chitarra elettrica, il basso, la batteria, il solito gruppo strumentale pop. Adesso le ho depurate, le ho rese più classiche. Mi sono accorto che alcuni brani sono ritornati a essere come forse erano in origine. Capita: scrivi una cosa, la arrangi; poi togli l’arrangiamento, e questa cosa ritorna com’era inizialmente. Queste canzoni, come Il re del mondo, sono forse più originali adesso, nella loro purezza classica, di come erano allora, un po’ agghindate di questi suoni elettronici. Accade anche a Strade dell’est, che è più bella adesso che nella prima versione”. Siccome Battiato queste cose le dice nel 1992 (Tecnica mista su tappeto), la Strade dell’est “classica” dovrebbe essere più o meno quella del live Unprotected, e che in effetti somiglia più alla versione demo pre-Radius che a quella incisa nel Cinghiale col power trio Radius-De Piscopo-Farmer. Anche se nel frattempo molta musica è passata sotto i ponti: la sequela interminabile di cinque minuti è diventata una cosa più rapida e snella di tre; il terzinato frenetico è lo stesso di altri brani misticheggianti del periodo (Mesopotamia, Caffè de la Paix). Ma insomma la canzone si è evoluta quasi ignorando la versione rock incisa nel 1979. Che invece credo che sia quella a cui siano affezionati molti ascoltatori di Battiato, per via di quel suono tardo-prog pre-new-wave che oggi è più esotico di un armonium sfiatato. 
Ancora una nota sul nominalismo di Battiato, ovvero la tendenza a interrompere le frasi prima di averle fornite di un predicato che sia. Cosa avrà mai voluto dire con “E Leningrado oggi”? Per qualche anno ho creduto che fosse l’inizio della frase che veniva dopo l’intermezzo strumentale: “di notte ancora ti può capitare di udire il suono di armonium sfiatati”. Ma poi parla di curdi che offrono il petto a novene da mille anni, e questo non credo che potesse avvenire a Leningrado.  
1984: I treni di Tozeur (Battiato/Pio, #10)
– Il 1984 non è soltanto l’anno in cui Battiato e Alice portano I treni di Tozeur all’Eurovision; il 1984 è anche l’anno dell’unica vittoria di Albano e Romina a Sanremo con Ci sarà. Come talvolta succede, la vittoria non ricompensa il brano migliore o di maggior successo: a vincere, più che la canzone, è la coppia che da Felicità aveva fatto della canzone sanremese un sottogenere del pop italiano, qualcosa che riconosciamo ancora oggi a colpo sicuro, non solo in Italia. E ora il grande interrogativo:
– posta la definizione labranchiana di trash come “emulazione fallita di un modello alto”, possiamo definire Albano e Romina il risultato trash di un’emulazione fallita di Battiato & Alice?
– o assumendo la definizione di midcult come riciclo piccolo-borghese delle tendenze artistiche genuine, non dobbiamo piuttosto definire Battiato & Alice come la versione midcult di Albano e Romina?
Decidete voi, ma nel frattempo nella vostra testa state già pensando a una versione dei Treni di Tozeur con Albano che attacca “E per un istante ritorna la voglia di rimanere a un’altra velocità”.
– Era da parecchio che non guardavo il videoclip, non me lo ricordavo così peculiarmente emiliano-romagnolo: ai tempi non ci facevo caso, come il pesce non fa caso all’acqua. Il lato B del singolo è una composizione strumentale di Alice intitolata Le biciclette di Forlì: sembra una parodia, e invece in un certo senso è la stessa cosa; il sogno di una vita a una velocità inferiore. Erano i primi passi di quella sensibilità antimoderna che oggi ispira quei film in cui vanno tutti ad abitare in un casolare, mentre in tv è rappresentata da personaggi come Mauro Corona. A questo punto formulo l’ipotesi che citando la “Via Emilia” in Campane tibetane, Battiato stesse scrivendo con in mente Alice, o magari un altro duetto. 

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86. Un viaggio con la mescalina che finisce male

[Questo, per chi non osa chiedere, è un altro episodio dell’interminabile Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con una sfida tutta anni ’90 che metterà a dura prova gli eventuali discepoli di Gurdjieff: choc emozionali contro Caffè de la Paix, mi sa che è un altro viaggio che finisce male]. 

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1993: Caffè de la Paix (#39)

– Ho dato un’occhiata su wiki, certo che questo Gurdjieff si trattava bene eh?, cioè non è esattamente come invitare qualcuno a pigliarsi un caffè al bar sottocasa. Come minimo è indizio di una tendenza a selezionare i discepoli in base al censo, per dire Gesù Cristo andava al porto a pigliarsi i pescatori, Gurdjieff aveva un target diverso.  

– Il torneo è lungo, l’estate torrida, comincio a sviluppare teorie dal nulla, ad esempio Caffè mi sembra parte di una famiglia di canzoni terzinate di cui farebbe parte, ad esempio, No Time No Space (ma molto più veloce) e in parte Mesopotamia, quest’ultima oscillante tra 3/4 e 4/4. Nella mia testa queste terzine frenetiche le ho sempre associate alla rotazione dei dervisci, ma perché poi? In realtà non ho la minima idea di che musica usino i dervisci; diciamo che il ritmo ternario mi suggerisce una rotazione incessante, ma appunto, la suggerisce a me. 

– Di queste tre Caffè è la più lenta ma è anche la più ‘etnica’, con la terzina sottolineata da quel suono che sinceramente non ho capito che strumento sia (probabilmente un synth), ma che le conferisce un’identità particolare, insomma Caffè non somiglia a niente se non a una canzone di Battiato, e non a qualsiasi canzone di Battiato, ma a un tipo di canzone tra i tardi ’80 e i primi ’90 che sta cercando una sua strada completamente personale alla world music. Ricerca assolutamente lodevole, se solo lo avesse portato da qualche parte, e invece temo che il senso di insoddisfazione che l’ascoltatore ricava da Caffè sia stato condiviso anche dall’autore. 


1998: Shock in my town (Battiato/Sgalambro, #26)

“Battiato, invece, quando sente qualcosa che funziona, sa da subito che quella è la cosa migliore che può fare. E che, da lì in poi, sarà solo una parabola discendente. La differenza di fondo tra me e lui è che lui dice: “Bata così”. Io invece dico sempre: “Proviamone un’altra”. E quel “proviamone un’altra” è puntualmente una cosa fallimentare. A un certo punto bisogna fermarsi. Questa voragine tra me e lui l’ho toccata con mano con Shock in My Town, quando Battiato ha chiesto a me di scrivere la parte di basso. […] Ecco, quel pezzo è praticamente tutto basso. Io avevo fatto un sacco di riff, che mi sembravano tutti più o meno validi, ma lui ha scelto subito quello che poi sarebbe diventato il giro del pezzo. Se fosse stato per me avrei scelto il giro di basso sbagliato. O più probabilmente, mi sarei impantanato nel limbo delle possibilità, senza riuscire a decidermi”. È un passo del Libro di Morgan (Io, l’amore, la musica, gli stronzi e Dio), firmato da Marco Castoldi, Einaudi 2014, e non chiedetemi perché ce l’ho in casa. 

In questo libro c’è tra gli altri un capitolo che si chiama Padri, un plurale abbastanza eufemistico perché il capitolo parla per dieci righe della morte del padre naturale e per altre cinque pagine, esclusivamente, di Franco Battiato. Al quale il buon Morgan a un certo punto chiede letteralmente di essere adottato, e nel capitolo è anche riportata la risposta: “Anni dopo, ho intervistato Battiato per una rivista […] Mi ero preparato molto bene, avevo tutte le domande in testa. E guarda caso la prima era questa: “Ti sei mai visto come un padre?” […] Risposta di Battiato: “Non mi sono mai sentito un padre. Sono ancora un figlio”. 

È facile ridere di Morgan – nel libro lui stesso descrive il meccanismo mediatico che a un certo punto lo ha trasformato nel personaggio da cui è semplice e liberatorio prendere le distanze. Ma in fondo qui Morgan non fa che dare voce nel modo più spudorato a un desiderio che è stato comune a migliaia di persone: vedere in Battiato un padre saggio e infallibile, perlomeno un po’ più saggio e un po’ meno fallibile dei padri che ci siamo ritrovati in casa. A questa richiesta, Battiato pacatamente ma fermamente ha risposto: no. Gli errori di percorso, le esitazioni che Morgan non voleva o poteva vedere, noi qua sopra con pazienza le annotiamo, perché degli artisti è bello documentare non solo i completi successi, ma anche la fatica e gli innumerevoli errori che hanno dovuto commettere e risolvere per conseguirli. Prendi Shock in My Town: ha un sacco di cose che lasciano perplessi e la linea di basso, mi dicono, non è davvero un granché, magari Morgan ne aveva una migliore e Battiato non l’ha trovata. 

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85. Against the sea, le grand Hotel Seagull Magique

[Sapete cos’è questa? È proprio la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con due canzoni cui Battiato nel 2015 diede una nuova sistemazione, non necessariamente migliore della precedente]. 

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1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

“Anche Summer on a Solitary Beach” mi sembrava bella appena l’avevo scritta (1992).

– In Summer a Battiato riesce finalmente quel trucco che aveva iniziato a provare nel 1968, di rallentare il tempo quando si passa dalla strofa al ritornello. Un’idea affatto originale che Battiato aveva perseguito con testardaggine con… risultati disastrosi per la sua carriera di canzonettista. Col senno del poi, era il primo indizio di una originalità compositiva che sfidava il buon senso (e il buon gusto?) In Summer invece il trucco funziona, forse proprio perché è un trucco: non è che il ritornello sia veramente più lento: è la sospensione del ritmo (come nel Vento caldo dell’estate) a darci questa sensazione. È come se ci fossimo immersi in un un mare che non ci fa più sentire la pulsazione terrestre: ma là fuori c’è ancora, e infatti quando riemergiamo la strofa riparte, e anche questo fa piacere. Il trucco è riuscito così bene che nel secondo ritornello Battiato si compiace di svelarcelo, facendoci sentire la batteria anche durante la strofa. A meno che non sia il Mix del 2015, quello dell’antologia Le vostre anime, in cui Battiato decide di eliminare il ritmo anche nel secondo ritornello, per quanto possibile. Ma taglia anche preziosi secondi della coda, perché Le nostre anime è pur sempre un cofanetto di CD, e nei cofanetti questa cosa accadeva invariabilmente, che si rubassero secondi dalle code – se c’è una cosa che non rimpiango, ecco, sono i cofanetti. 

– Ho controllato sullo Webster, pare che “solitary beach” non sia proprio un errore. Sì, “solitary” di solito è riferito a esseri animati o azioni, non a oggetti o luoghi, ma può anche essere un sinonimo di “desolate” o “unfrequented”, e il primo esempio è proprio “a solitary seashore”. Anche in italiano, non è molto frequente l’uso di “solitario” riferito a un luogo ma… c’è in Petrarca. E se c’è in Petrarca, la questione è chiusa. Persino quell’against the sea che ho sempre trovato tremendo forse, dico forse, è consentito dall’Oxford Dictionary. 

– “Sono nato in un paese di mare. A quattro anni nuotavo. Vivevamo in spiaggia dal mattino alla sera. Andavamo al mare anche in ottobre. Ora mi basta guardarlo. Anche se non lo frequento, lo devo avere sotto gli occhi. Da Milo lo vedo sempre” (1992). 

1991: Le sacre sinfonie del tempo (#59)

Io su Le sacre sinfonie ho un’ipotesi indimostrabile, che sia una hit mancata. Cioè, diciamo che è una hit che Battiato si ritrova tra i piedi in un momento in cui non vuole scriverne, è nel suo periodo Cammello-nella-grondaia, vuole solo intonare canti dolenti su dolci tappeti orchestrali, ma cosa succede se proprio in una fase del genere ti scappa invece di scrivere una potenziale hit con una melodia accattivante? Che invece di agghindarla con tutti gli ornamenti di una hit, le infili un saio di meditazione e speri che nessuno ne noti le forme comunque appariscenti. Come posso dimostrare questa cosa? I primi quaranta secondi sono un depistaggio completo: un’introduzione lentissima di archi che richiama alla mente l’Oceano di silenzio (e infatti nelle Nostre anime Battiato accosterà i due brani). A quel punto abbiamo già l’animo predisposto alla lagn… alla preghiera, e forse non ci accorgiamo che quando Battiato comincia a cantare, la melodia è davvero un po’ più catchy di quanto non dovrebbe essere: archi e tastiere indugiano su una scala molto semplice. E alla fine funziona così bene che nel cofanetto Le nostre anime Battiato non tocca una virgola, ma si preoccupa piuttosto di adunare tutte le preghiere nella prima parte del sesto CD – sentite che scaletta: L’oceano di silenzio, Le sacre sinfonie del tempo, L’ombra della luce, Sui giardini della preesistenza, Lode all’inviolato, Haiku, Stati di gioia. Non cala già la palpebra solo a leggere i titoli? E mi domando se qualcuno è riuscito ad ascoltare davvero quel CD e a svegliarsi per raccontarlo.  

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84. Keep your feelings in memory

[Potreste chiedervi cos’è questa, ebbene si tratta della Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con due canzoni che quando uscirono sembravano fantascienza, ognuna a suo modo, e che Battiato ha continuato a rimaneggiare fino agli ultimi anni]. 

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1974: Propriedad prohibida (#175)

Propriedad prohibida è stata, nel tempo, un brano di musica sperimentale, poi una sigletta televisiva, poi un ballabile techno.  

“Anzitutto cominciamo col dire che siamo tutti compositori, e che è proibita la proprietà acustica nel senso stretto del termine: se io, per esempio, scrivo un pezzo e lo sottopongo al tuo ascolto, dal momento che siamo diversi e molto anche (per interessi, per educazione, per neuroni eccetera eccetera) la mia musica, dentro il tuo io, cambia completamente. A questo punto sei tu il compositore, io ti ho fornito solamente il materiale sonoro, più o meno stimolante, ma le tue elaborazioni (almeno per adesso) sono diverse dalle mie”. Questa concezione super-relativistica della musica, per cui siamo tutti compositori e il musicista è solo un tizio che raduna un po’ di materiale e te lo mette in favore di orecchie, Battiato la esprime nel libretto allegato al 33 giri di Clic, che però sparirà dalla circolazione molto presto e Battiato non sentirà la necessità né di ristampare né di confermare: anzi quando nel 1992 Pulcini gli chiede conto in Tecnica mista su tappeto di quel brano di Clic che faceva da sigla televisiva, Battiato, che fino a quel momento non ha corretto degli evidenti errori dell’interlocutore su Aries – come se tutti questi vecchi dischi fossero ormai cose di poco conto – taglia la testa molto recisamente al toro: Propriedad era proprio una sigletta, tutto qui (“uno di quei tipici “stacchetti elettronici che abbiamo inventato gli inizi degli anni Settanta e che oggi hanno invaso tutto il mondo”). Non solo rinnega tutta la complessità di un brano che conteneva momenti per niente elettronici, ma introduce un paragone intrigante con “la musica sinfonica utilizzata nei film western. Apparentemente l’uso può sembrare scorretto. Eppure, se funziona, significa che qualcosa in quella musica giustificava quella certa utilizzazione. Non era una musica sinfonica dagli alti ideali, ma una musica violenta, tutta spari e cavalcate”. 

Ricapitolando: gli “alti ideali” della musica sperimentale che Battiato tentava di fare nel 1974, non si sono infranti contro la loro irrealizzazione pratica. Tutto il contrario: è proprio quando Battiato ha visto la Rai impadronirsi di Propriedad prohibida e trasformarla così efficacemente in uno stacchetto televisivo, che ha intravisto il lato oscuro delle sue teorie. Un’utopia che si realizza è sempre deludente, e oggi noi ascoltiamo senza battere ciglio musica che negli anni ’70 sarebbe sembrata avanguardia pura. È una cosa che lo stesso Battiato nota nel 1997. “Il primo posto in classifica dei Prodigy mi ha lasciato di stucco. Tre minuti di rumori assolutamente identici, senza nessun cambiamento, ossessione pura. Un disco che in Italia nessuna etichetta discografica avrebbe mai accettato di pubblicare. Qualcosa di simile ai miei lavori degli anni Settanta, con in più la ritmica, quel quid che oggi rende digeribile alle masse qualsiasi sperimentazione” (in Battiato. Niente è come sembra, 2017). Così, quando nel 2014 decide di riprendere in mano qualche vecchio pezzo elettronico, Propriedad diventa Proprietà proibita, un brano che dopo avere esibito l’accordo iniziale ormai iconico (come tale aveva fatto capolino anche nel 2008 in La musica muore) svela una ritmica ossessiva che evidentemente serve a rendere “digeribile alle masse” una musica che però 40 anni prima aveva il suo punto di forza proprio nell’ambiguità ritmica: come nota Boccadoro (2022), in Propriedad si realizzava “l’idea di musica a più velocità, teorizzata dal compositore americano Steve Reich, dove è l’ascoltatore a dover stabilire a quale di questi diversi livelli dare la propria attenzione”. Per sopravvivere, Propriedad ha dovuto tradire sé stessa, come succede ad altre canzoni e a tante persone, se vivono abbastanza da sopravvivere ai loro ideali. 

1985: No Time No Space (#18)

Seguimmo per istinto le scie delle comete. Scusate, ho finalmente fatto due più due e capito quello che per alcuni di voi sarà stato ovvio dall’inizio, ovvero: la space opera adombrata da Battiato in Via Lattea e No Time No Space non è un progetto abortito. Essa esiste, ed è nientemeno che la prima opera del compositore Franco Battiato: la Genesi. Se l’avessi voluta ascoltare una seconda o terza volta mi sarebbe risultato evidente, diciamo che mi sono lasciato fuorviare dal titolo e mi sono dimenticato che non si tratta di un’opera sulla creazione del mondo, ma di un viaggio “metascientifico e allucinogeno” di quattro arcangeli inviati dagli Dei per salvare il genere umano da una decadenza quasi irreversibile “per ottenere così una nuova comprensione del mondo” (cito da… da Wikipedia). Con loro viaggiano alcuni Illuminati, tra cui un cantore che potrebbe benissimo essere la voce narrante dei due brani spaziali di Mondi lontanissimi. Ecco risolto il mistero, rimane soltanto da riascoltare la Genesi e controllare se in qualche modo somiglia a questi due brani, e forse un giorno lo farò (se NTNS passa il turno lo farò sicuramente). Succede probabilmente in questi casi quello che si verifica di nuovo tre anni dopo con Fisiognomica: mentre è assorbito dalla composizione di un lavoro più organico e complesso, Battiato si lascia sfuggire frammenti che assomigliano più a canzoni, e decide di inciderle a parte. Col tempo forse si rende conto che funzionavano meglio le canzoni che l’opera, perlomeno a un certo punto opere ha smesso di scriverne, mentre No Time No Space l’ha reincisa anche in Inneres Auge potenziando addirittura il groove, togliendo i violini straussiani che facevano così tanto melodramma, ma senza minimamente correggere l’inglese maccheronico, ormai assurto allo status di lingua autonoma, il battiatese. 

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83. Codici di geometria esistenziale

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con due canzoni molto belle tra cui decidere non sarà forse così difficile, ma abbastanza doloroso].

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1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Cioè che rende Gli uccelli una canzone diversa da tutte le altre – comprese quelle scritte per assomigliare agli Uccelli – è probabilmente la progressione armonica (oppure no, ma io ho il pallino delle progressioni, scusate, fossi stato un pessimo pianista forse avrei il pallino delle scale e perderei il tempo a dire quelle cose che dicono i fulminati modali, tipo “misolidia!” “ma anche un po’ eolia!”, “senti senti, questa è chiaramente la scala laodicea!”, invece fui pessimo chitarrista ritmico, e quindi anche oggi vi intratterrò su una progressione). Come in Stranizza d’amuri, ma con più raffinatezza, scatta l’effetto “insegna del barbiere”, ovvero abbiamo sempre la sensazione di salire e invece torniamo al punto di partenza. Il punto di partenza è in Mi minore: la prima progressione è molto semplice (Mi-Do, Sol, Re, sottolineata dagli archi nell’introduzione. Dopo due giri assistiamo a quel cambio così battiatesco da Re a La-, e dopo un attimo di sospensione a quello che in seguito identificheremo col ritornello strumentale (anche se all’inizio Battiato ci canticchia sopra), sulla famigerata progressione I-V-iv-IV partendo dal Sol, quindi Sol, Re, Mi-, Do. Dopo due giri così, un Mi maggiore che ci prende di sorpresa (si fa per dire, la conosciamo a memoria – però un po’ ci sorprende lo stesso – in cui per la prima volta nella canzone Battiato usa il procedimento di trasformare un accordo da minore a maggiore, creando una sensazione di liberazione che qui è soltanto pregustata, perché l’introduzione è finita e la strofa parte subito col Mi minore: Volano gli uccelli volano. 

La progressione è di nuovo quella iniziale (Mi-, Do, Sol, Re); dopo due giri c’è la transazione già introdotta all’inizio, da Re a La- (“A questa parte di universo, al nostro…”): quello che invece non ci aspettavamo è che il La-, stavolta, diventi maggiore. Il passaggio da minore e maggiore è un avvenimento abbastanza singolare in una canzone pop, che a volte ci si tiene per la coda finale: qui invece arriva al termine della strofa (“…sistema solare). A questo punto entra la chitarra acustica, con accordi nuovi che fin qui non abbiamo sentito (possiamo considerarlo un ponte). Questo ponte sembra volare un po’ più in alto ma in realtà rimane sulla stessa quota: ciò che è cambiato davvero è che se la strofa iniziava col Mi minore, il ponte inizia con un Mi maggiore: è il punto in cui è più facile steccare. Notate come questo passaggio al maggiore assecondi una rivelazione: gli uccelli “aprono le ali”. Il ponte è anch’esso abbastanza semplice, giocato sull’intervallo di quinta, tra mi maggiore e si maggiore. Dopodiché, ed è il vero momento in cui la canzone prende il volo, ci si sposta sul tono: la sensazione è quella di un tipico cambio di tonalità, invece la progressione cambia e diventa la famigerata I-V-vi-IV, ma in Do (Do, Sol, La-, Fa), dopodiché Battiato approfitta ancora della possibilità di trasformare un minore in maggiore e dopo due giri di I-V-vi-IV ci regala un imprevisto la maggiore subito dopo “geometria esistenziale”. È solo un gradino per spiccare un volo più in alto: un intervallo di quinta e siamo in Re, con cui riprende la famigerata I-V-vi-IV che però adesso fa Re, La, Si-, Sol (mentre i violini propongono il riff iniziale della canzone, che è il vero ritornello). Poi si torna in Re, ci aspetteremmo un altro giro e invece ancora un tono più in alto: a questo punto però dove siamo? Siamo al Mi maggiore: basta rifarlo in minore e siamo tornati alla strofa. Ecco qui. E anche se nel frattempo vi siete persi, capite che questo non è esattamente come attaccarsi a un giro e ripeterlo per tutta la canzone, magari alzandolo di tono per ottenere un facile effetto “wow”: no, qui c’è una sapienza compositiva che Battiato forse non ha saputo più eguagliare. 

Ci sarà un’altra strofa (con l’ingresso di basso e batteria ad accrescere la sensazione che la canzone stia decollando, anche se alla fine accordi e melodia sono gli stessi), un altro ponte, un altro ritornello… e di nuovo un altra strofa. Qui Battiato ritiene di averne abbastanza, e siccome la strofa finisce col La maggiore, alza di nuovo di un torno e inserisce una coda strumentale (quella coi trilli un po’ vivaldiani) che è sempre la famigerata I-V-iv-IV, ma stavolta in Sol, come nell’introduzione: Sol, Re, Mi-, Do. Per cui negli Uccelli torna questa progressione, se ho contato bene, in sei momenti diversi e in tre tonalità diverse, e mai con il banale salto di tonalità, espediente tipico della canzone pop. Non troverete molte altre canzoni dove succede questa cosa. Forse nessuna. 

1991: L’ombra della luce (#50)

Che anche la luce abbia un’ombra è un paradosso semplice e sublime e forse c’è bisogno di poeti un po’ ingenui e incespicanti, come era FB, per notarlo. L’ombra della luce assomiglia a certi luoghi di raccoglimento e meditazione che nelle grandi città europee vengono adibiti in ospedali, aeroporti, stazioni, ecc.: luoghi aconfessionali dove ognuno, in teoria, può andare a pregare il Dio che vuole. È un’idea molto postmoderna ma anche un po’ ingenua, che presume che alla fine tutti i culti si somiglino o che comunque abbia un senso identificare un minimo comune identificatore: ci sarà silenzio, perché molti culti lo richiedono ma soprattutto perché qualsiasi musica porterebbe una connotazione troppo marcata, e quindi il silenzio è meglio della musica: allo stesso tempo la penombra è meglio dei colori, visto che ogni religione ha i suoi: alcune detestano le immagini di Dio, quindi niente immagini in generale… proseguendo per questa strada si arriva più o meno a quella stanza spoglia e a quelle parole vuote in cui consiste la religiosità new age: L’ombra della luce ci si avvicina. Dopodiché, ripeto, ci vuole ispirazione per scrivere qualcosa del genere senza apparire ridicoli o invasati. “L’ho scritta in stato di meditazione e nell’arco di sei mesi. Ogni giorno cresceva, aumentava. È un caso raro, simile a Oceano di silenzio” (Tecnica mista su tappeto, 1992).

“Credo che la canzone L’ombra della luce sia la vetta della mia produzione. E non media, come l’ascolti è. Faccio un grande sforzo a raccontare cose delle quali di solito non parlo, ma è la mia vita. Non voglio dire di essere sereno, ma ho dedicato il mio tempo alla contemplazione, non potrei scrivere e comporre in uno stato di nevrosi”. Quest’ultima è una citazione che si trova nel volume della Kaos edizioni Battiato. Niente è come sembra (a cura di Gianni Castiglioni, 2017), e siccome la citazione è datata “1992” molti credono che sia in Tecnica mista, ma io non l’ho trovata. 

Paolo Jachia in Voglio vederti danzare nota almeno nei versi “Ricordami, come sono infelice / lontano dalle tue leggi” qualche assonanza col Salmo 119

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82. È colpa dei pensieri associativi

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con il brano apparentemente più debole della Voce del padrone contro una delle rivelazioni del torneo, un outsider da Gommalacca].

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1981: Segnali di vita (Battiato/Pio, #31)

L’idea del pensiero automatico, o appunto associativo, pregna tutta la psicologia gurdjieffiana, collegandosi direttamente al concetto di presenza: la possibilità di essere qui e ora, liberi dalla prigionia del pensiero associativo e automatico. Mentre la psicanalisi cercava uno spiraglio verso l’inconscio attraverso i pensieri associativi, Gurdjieff suggerisce di coprirsi, di concentrarsi. Non poteva che godere di un grande successo postumo oggi che dichiariamo tutti un deficit di attenzione, ma può darsi che la sua non fosse una proposta così dissennata. Insomma Freud voleva scoperchiare l’inconscio così come gli europei della sua generazione pensavano di poter colonizzare il mondo preindustriale. Gurdjieff alla fine era più guardingo, la sua diffidenza armena è forse più facile da capire oggi che sentiamo di vivere tutti sul confine, in una linea d’ombra che può spostarsi da un momento all’altro. Mi sono sempre chiesto perché è così difficile da cantare Segnali di vita: perché sale molto in alto, ok, ma non era questo il mio problema, semplicemente una volta su due non azzeccavo la nota giusta e non mi succede praticamente mai con brani pop (Sting escluso). Oggi che finalmente riesco a concentrarmi abbastanza da dare un’occhiata agli accordi, ebbene, può darsi che il problema sia quell’alternanza tutt’altro che banale tra Re maggiore e Re minore. Non capita molto spesso di trovare nella progressione di una strofa lo stesso accordo in minore e maggiore (e non accostati, notate). Per chi canta è un tranello: tra l’accordo maggiore e quello minore c’è appena un semitono di differenza, ma come sa chiunque abbia messo la mano su una tastiera in vita sua, è proprio la differenza più piccola (un semitono) a garantirti le stecche più atroci. Mentre canti devi stare attento a mettere un diesis, poi un bequadro, poi un diesis, poi un altro bequadro, eh sì non è una cosa che succeda molto spesso in ambito pop.  

1998: La preda (Battiato/Sgalambro, #162)

“Cerca di stare immobile, non parlare” ecco non è proprio la prima cosa che direi a una partner per invitarla alla fornicazione, ma che ne so alla fine io di queste cose. La sensazione è proprio che Sgalambro copuli in un modo diverso, di solito uno pensa di arrivare all’estasi accelerando sempre più (maledetta educazione pornografica) e invece lui si immobilizza come ho visto fare una volta a due piovre in un documentario, piano… e poi c’è un lento rilascio. Bravo, ma non credo che ci proverò.

Che ci fa La preda ancora in giro? Beh, per appena due voti ha mandato a casa Segunda-Feira, in una batteria in cui nessuna delle due era testa di serie (quest’ultima era Del suo veloce volo, decisamente sopravvalutata dagli ascoltatori su Spotify, o magari c’è un sacco di estimatori di Antony/Anhoni curiosi di sentirla cantare in italiano). Per la prima volta mi trovo costretto a ripubblicare lo stesso video perché non riesco a trovare esibizioni dal vivo, evidentemente non la faceva in concerto, forse per la scabrosità del testo (per carità siamo tutti adulti ma appunto: siamo un po’ troppo adulti, dopo i 50 cantare di sesso diventa imbarazzante). Con Shock in My Town l’ars amandi sgalambriana costituisce tutto quello che resta del contingente di Gommalacca, al quale possiamo aggiungere Stage Door che è dello stesso periodo ma per qualche pazzo motivo non ha voluto mettere in scaletta. Così alla fine la sfida con L’imboscata è ancora in parità: tre brani contro tre brani. Sono gli ultimi due dischi con un certo peso: Ferro Battuto è già completamente scomparso, di Dieci stratagemmi ne resta in lizza una sola. Mi rifugio in questi fattoidi perché non ho molto da dire sulla Preda, parlare di sesso si sa non è il mio forte (preferisco i fatti ahr ahr), e comunque più del sesso questo brano mi fa venire in mente altri dello stesso disco più meritevoli che non ce l’hanno fatta, ma i tornei sono così. Al primo turno ci sono ancora molte magagne, poi progressivamente quasi tutto si sistema, chi doveva prevalere prevale. È un sistema infallibile per trovare il n.1, ma già molto discutibile anche solo per identificare il n. 2. Comunque è solo un gioco. Non è assolutamente meglio del sesso, è solo più socializzabile on line.

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81. A quei tempi in Europa c’era un’altra guerra

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con un brano che senza volere parla del padre e un brano che senza spiegarlo parla della madre].

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1974: Aria di rivoluzione (#63)

La canzone che parla di rivoluzione – e ne parla in modo abbastanza ambiguo – comincia con un’evocazione indebita della figura del padre: l'”autista che guida il camion”. Ogni volta che ne ha parlato (poco), Battiato ha sempre qualificato suo padre in quanto camionista, specificando di solito che trasportava botti di vino (Battiato non beveva vino), e che è emigrato in America, quando Battiato aveva “sei o sette anni”, quindi nei primi anni Cinquanta. Dunque non può essere il personaggio di Aria di rivoluzione. E allo stesso tempo, perché evocare proprio un camionista. E perché proprio in Abissinia. Ipotizziamo che l’Africa, nei testi di Battiato, sia sempre una Sicilia potenziata, ancora più arcaica. Battiato sta immaginando suo padre negli anni, nei mesi precedenti alla sua nascita. È una fantasia che non va da nessuna parte (“si riunivano”: chi? altri camionisti? Oppositori al regime) e così si interrompe bruscamente. Passa il tempo, sembra non cambi niente, c’è una generazione che vuole “nuovi valori”. Qualcuno sarà fucilato. Anche qui, non si dice chi. Forse non si sa chi. Ma di tanti personaggi che poteva evocare, all’inizio di questa canzone Battiato ha immaginato un camionista.

In Tecnica mista su tappeto c’è uno scambio che la prima volta che lo leggi è esilarante. La seconda dà un brivido, specie se nel frattempo abbiamo riascoltato Aria di rivoluzione

“Che rapporto hai con tuo padre?”

“Non ottimo. Dopo la sua morte è molto cambiato”.

1996: La cura (Battiato/Sgalambro, #2)

Perché odio tanto La cura? Perché avevo deciso che Battiato finisce nel momento in cui adotta Sgalambro, e questo super-successo mi smentisce platealmente? Perché mi vanto di aver capito Battiato negli anni ’80 e di avere riscoperto quello anni ’70, e questi fan che sbavano per un pezzo dei secondi anni ’90 mi piace liquidarli come poser? Perché ok, non è una brutta canzone, ma non è neanche questo capolavoro che tutti pensano? No, non credo.
Pensavo di odiare La cura perché trovavo che Battiato mi prendesse in giro. In un modo diverso dal solito, e per la prima volta (per me) fastidioso. Pensavo di odiare La cura perché non è una cura, come si odia l’omeopatia e tutti i falsi rimedi che speculano sulla voglia di guarire del paziente e sull’effetto placebo. Nessuno può “superare le correnti gravitazionali”, men che meno per “non farmi invecchiare”. Nessuno può guarirmi “da ogni malattia”, Battiato cosa stai dicendo. Nessuno può farmi dono delle leggi del mondo e soprattutto, soprattutto, io non sono un essere speciale: chiunque lo dica vuole solo fregarmi, vendermi un abbonamento o scucirmi una sottoscrizione. 
Oppure è la mamma.
Ecco perché detesto La cura: perché è la canzone della mamma. Quella di Battiato era appena scomparsa. Battiato non l’ha scritta pensando a lei: l’ha scritta pensando in lei, figurandosi tutto quello che una madre vorrebbe fare per un figlio. Forse la canzone più materna di tutte l’ha scritta un uomo, scapolo per di più, che mai ha voluto avere figli ma qui miracolosamente mostra di aver capito cosa vorrebbe essere un genitore per suo figlio. Io detesto La cura perché è come sentire mia madre al telefono che ha paura che non mangio abbastanza: e negli  ultimi anni la detesto ancora di più perché vorrei anch’io proteggere qualcuno dalle paure e dagli sbalzi d’umore – ci fosse un tasto che si potesse premere per superare le famose correnti gravitazionali, un milione che si potesse pagare, un braccio, un occhio, un’anima, e invece m’incazzo perché ha perso un’altra borraccia di alluminio. Detesto La cura perché non riesco a essere felice come vorrebbe mia madre e non riesco a far crescere felice la mia prole. Nelle canzoni è sempre tutto così facile, gli scapoli le scrivono e poi dormono contenti, senza sensi di colpa. 

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80. I treni di una volta trasportavano le spie

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con una delle ultime cover rimaste in gara].

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1980: Passaggi a livello (Battiato/Pio, #85)

Correvano veloci lungo le gallerie. Tra L’era del cinghiale bianco e L’arca di Noè, i brani conclusivi hanno in comune una tensione all’erotismo e al viaggio. Si comincia con Stranizza d’amuri (l’unica vera canzone d’amore del Cinghiale bianco, ma forse anche di tutti e quattro i dischi), si prosegue con Passaggi a livello col brio avventuroso di quella prima strofa, gli sposini che fanno l’amore con l’ausilio del motore; poi verrà il viaggio nella sessualità di Sentimento nuevo e quello nella coreografia di Voglio vederti danzare. I finali dei dischi di Battiato vogliono veramente essere finali, ascoltandoli non viene voglia di girare il disco e riascoltarlo da capo, ma piuttosto di spegnere tutto, aprire la porta e andarsene, conoscere gente, ballarci, e poi da cosa nasce cosa. La vita ci prende con strana frenesia. È un’abitudine che si interrompe bruscamente con Orizzonti perduti, che invece finisce con la promessa di un ritorno a casa.  

1999: Te lo leggo negli occhi (Bardotti/Endrigo, #21)

A questo punto del torneo Te lo leggo negli occhi è credo l’unica canzone superstite a non avere Battiato tra gli autori, e il dislivello di ranking con la contendente mi fa pensare che possa essere la sola ad avere una chance di arrivare al terzo turno. Da cui la domanda: cosa rende Te lo leggo negli occhi una canzone così piacevole per gli appassionati di Battiato, una canzone quasi battiatesca anche se non assomiglia apparentemente molto a quanto Battiato ha composto almeno dal 1970 in poi? Qui credo che siamo al nucleo di tutto il concetto dei Fleurs: soprattutto nella prima fase (che è la più interessante), Battiato si rifugia nelle cover non per mascherarsi, ma per potersi concedere delle possibilità, sia musicali che liriche, che a un cantautore del 1999 non sarebbero più concesse. Come l’innamorato postmoderno delle Postille al Nome della Rosa (e qui mi scuso perché davvero, sembra che io abbia letto solo due libri in tutta la mia vita ed entrambi di Eco, giuro che non è vero ma è vero che alla fine cito sempre quelli) (e non li cito neanche tutti, ma sempre gli stessi passaggi) come l’innamorato, dicevo, che per confessare il suo amore si ritrovi a pronunciare la frase “Come direbbe Liala, ti amo disperatamente”: il citazionismo è necessario non per occultare, ma per veicolare un sentimento sincero. Battiato non può più scrivere canzoni d’amore spudorate come si scrivevano negli anni Sessanta (è anche discutibile che ci sia mai riuscito, ci vuole talento, Liala non si nasce), e allo stesso tempo vuole farlo e anche noi scopriamo di voler ascoltare questo materiale da lui. Una cosa che forse non ha nessuna importanza: la progressione di Te lo leggo negli occhi, nella strofa, è quasi sovrapponibile a quella di Sentimento nuevo. Può essere una coincidenza, ma nei miei anni di chitarrismo casuale mi ero un po’ abituato a riconoscere una certa sequenza (I-V-IV-I, oppure I-V-ii) come “quella di Battiato”. È una progressione con un sapore schiettamente continentale, in cui è abbastanza facile riconoscere una matrice barocca. Sono accordi che Battiato ha amato sin da bambino e che ritrova istintivamente in qualsiasi musica incontri. 

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79. Cosa avrei visto del mondo

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, con una sfida molto difficile: ma la vera sfida di ogni canzone è il Silenzio].

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1979: L’era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

“Era il simbolo dell’autorità spirituale presso i Celti. Infatti nella canzone canto: “Spero che ritorni presto l’era del cinghiale bianco”, per sottolineare il fatto che, fin da quando è caduto il mondo, vi è sempre stato il conflitto tra autorità spirituale e autorità temporale, per il predominio di una sull’altra. L’autorità temporale non ha mai accettato l’autorità spirituale e ciò ha provocato sempre questa caduta” (Tecnica mista su Tappeto, 1992, insomma la prossima volta che ascoltate L’era del cinghiale bianco, ricordate che il ritornello auspica il ripristino di una teocrazia. Per fortuna che la strofa parla d’altro).

Motivi per cui L’era del cinghiale, anche se è il primo tentativo di hit del Battiato anni ’80, può essere ancora considerato un brano anni ’70, una hit prog fuori tempo massimo.

– Banalmente, è del 1979.

– È l’unico vero brano di Battiato in cui assistiamo a qualcosa di simile, attenzione, solo di simile a un virtuosismo: un fraseggio di violino che magari per Giusto Pio era un normale sgranchirsi le dita, ma che è esibito come il riff di un pezzo prog.

– Misticismi celtici. E tra parentesi, è un peccato che Battiato non si sia spinto un po’ più in là con la cultura celtica, perché c’è un universo musicale là in fondo.

– Violino in evidenza. Ne abbiamo già parlato: sono gli anni di Branduardi, del tour di De André con la PFM, ogni radio appena l’accendi per prima cosa ti fa sentire Samarcanda, poi magari il traffico e il meteo, ma prima ridere ridere ridere ancora ora la guerra paura non fa.  

1988: L’oceano di silenzio (#53)

Che la musica di FB sia propedeutica al silenzio è un paradosso che l’autore ha ribadito più volte. L’oceano di silenzio è forse il momento in cui Battiato affronta il paradosso più direttamente: deve descrivere il silenzio con la musica. Ci riesce? Suppongo di sì. Confesso di avere trovato in passato abbastanza irritante il ritornello col soprano che canta tedesco, una lingua che in Battiato spesso segnala l’insorgere di pretese intellettuali. Però alla fine suona bene, e non è così strano che sulla strada verso il Silenzio totale FB punti verso il Nord, l’Europa. Viene in mente l’episodio, descritto in Tecnica mista su tappeto, in cui Battiato racconta la sua partecipazione a un festival musicale in Turchia. Dopo ore di musica ritmicamente ossessiva, Battiato sentiva “la necessità di depurare l’ambiente” e quindi si fissa su un accordo e non si smuove. Passa qualche minuto, Battiato rialza la testa: dei 2500 spettatori non è rimasto nessuno. “Loro avevano interpretato quell’accordo come saluto della buonanotte e se ne erano andati. Credo che il loro codice sia il ritmo. Quel suono tenuto a lungo non fa parte del loro linguaggio: a loro non dice niente”.  

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78. Sta frevi mi trasi ‘nda lI’ossa

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, featuring Roberto “Juri” Camisasca].

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1979: Stranizza d’amuri (#28)

Franco Battiato, come tutti i veri boomer, è stato concepito durante la guerra. Se tutti noi passiamo la vita a ignorare accuratamente l’evidenza di essere il frutto di un atto sessuale commesso da due persone che abbiamo conosciuto solo in seguito, e che non amiamo associare a immagini sessuali, nei boomer oltre a un padre e una madre c’è da negare una guerra: non solo hanno fatto sesso, ma sotto le bombe, e magari avevano fretta, paura ecc. C’è chi a un certo punto accetta questa cosa e si mette a cantare solo di questo (Roger Waters il primo esempio). C’è chi lo fa senza accorgersene, ma insomma Stranizza d’amuri è una storia d’amore in tempi di guerra che Battiato ha scritto non si sa bene come e quando. L’ipotesi che sia un’evoluzione di Agnus, uno dei brani di Juke-Box, s’infrange quando nel 2002 Pino Massara riesce a pubblicare una strana raccolta in CD, La convenzione, magari approfittando del fatto che Battiato durante il tour di Gommalacca aveva rispolverato il suo vecchio singolo del 1972, La convenzione appunto. Il CD mette assieme senza troppi scrupoli materiale di Battiato, Camisasca e Osage Tribe, e sul finale un’inedita take di Stranizza d’amuri datata… 1975! Quindi sarebbe Agnus ad aver attinto da Stranizza d’amuri, e non viceversa. Secondo Zuffanti (2020) ciò è impossibile – e non posso che concordare, dal momento che al violino c’è già Giusto Pio: Battiato nel 1975 non lo conosceva. Ma anche postdatando la versione di almeno due anni (quindi 1977) qualcosa non torna. Bisogna ipotizzare che ancora prima del progetto Astra (quello di Adieu), e ben prima di incontrare Radius, Battiato e Pio avessero già messo un passo molto deciso in una direzione new wave (in un momento in cui collaboravano ancora con Massara). Ma bisognerebbe davvero riscrivere tutta la storia e non è nemmeno escluso che la versione contenuta nel CD non sia stata rimaneggiata in seguito da Massara per creare un falso d’autore (lo stesso CD contiene una versione hard rock della Convenzione completamente implausibile, benché divertente). 

C’è poi la questione del testo: Stranizza, qualcuno lo avrà notato, è in dialetto siciliano. In quanto canzone d’amore (e di guerra) non è molto compatibile con tutto il repertorio battiatesco da Fetus in poi – Cinghiale compreso. Quand’è che Battiato componeva canzoni in siciliano ambientate in un passato indistinto? Negli anni ’60, quando si esibiva con Gregorio Alicata nel duo Gli ambulanti. Il repertorio consisteva in canzoni in siciliano scritte da FB e spacciate per tradizionali. Battiato non lo ha mai detto, ma sia Stranizza che Veni l’autunno potrebbero venire da lì (se non persino qualcosa del Cammino interminabile). Si tratterebbe insomma di una canzone dalla lunghissima incubazione. Se però si sente la versione del Cinghiale – magari dopo aver sentito quella della Convenzione – si capisce quanto sia fondamentale incubare, a volte.     

1988: Nomadi (Camisasca, #37)

A quante persone Battiato ha cambiato davvero la vita? Impossibile saperlo, tranne nel caso di Juri Camisasca, a cui Battiato ha cambiato persino il nome (prima si chiamava Roberto). Dà la vertigine pensare che si siano incontrati a servizio militare – sarebbe bastato un niente, un numero, una linea, e Camisasca non sarebbe mai stato Juri. Per un significativo paradosso, Nomadi, la canzone che segna il suo ritorno alla musica, è stata composta durante i dieci anni in cui Camisasca è stato confinato in un monastero: il nomadismo di cui si parla è quindi solo spirituale, intellettuale? Sì e no, pochi mesi dopo il successo di Nomadi (in Italia con Alice, in Spagna con Battiato) Camisasca ha abbandonato la clausura. Nomadi è uno dei casi più eclatanti di parodia battiatesca, tanto più interessante quanto completamente involontaria: in Fisiognomica era il brano che suonava più ‘Battiato’ di tutti, proprio perché non l’aveva scritto lui ma un volonterosissimo discepolo che non ha bisogno di alcuno sforzo per imitarne gli stilemi: gli vengono naturali. Quel che distingue un’ottima copia da un originale è proprio la necessità del copista di mantenersi aderente al modello, ad esempio Camisasca costruisce tutta la canzone su una progressione armonica che Battiato aveva effettivamente usato con risultati mirabili negli Uccelli o nella coda di Cuccurucucù, ma sempre alternandola con altre: Camisasca invece la adopera dall’inizio alla fine della composizione, il che forse suona un po’ stucchevole all’ascoltatore di Battiato (perché appunto, è un Battiato alla massima potenza), ma intercetta la passione smodata degli ascoltatori di metà anni ’80 per una progressione (I-V-vi-IV) che stava diventando ubiqua e non ci ha più abbandonato. 

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77. Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con due canzoni scritte completamente da lui].

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1985: Via Lattea (#60)

Via Lattea è piena di simboli esoterici” (Tecnica mista su tappeto, 1992). Una cosa che mi sarebbe piaciuto che qualcuno chiedesse a Battiato con più insistenza: chi è il capitano del centro impressioni colto da esaurimento che venne presto mandato in esilio? Chi è così indegno di prepararsi al lungo viaggio in cui ci si perde? Mondi lontanissimi comincia in modo non troppo dissimile dall’Arca di Noè: un ritmo lento, ipnotico, su cui si riversano improvvisi lampi sinfonici: e un risveglio improvviso. Là i cittadini attoniti erano in pigiama, qua ci si alza che non è ancora l’alba. Stavolta l’orchestra non è campionata, Battiato ormai ha più in mente la musica classica che il pop. L’idea di un concept album sull’esplorazione spaziale probabilmente è naufragata dopo No Time No Space e si fatica a rimpiangerla: tutto un disco di riferimenti esoterici contrabbandati per space opera forse non lo avremmo digerito, Battiato per primo. Rimane un certo incanto temperato da un senso d’incompletezza, una storia interrotta sulla rampa di lancio. Del resto, se un giorno avremo esploratori interstellari, li vedremo partire così, magari riappariranno dall’altra parte della galassia ma sarà tra centinaia di anni e noi non ci saremo più.
1988: E ti vengo a cercare (#5)
Come ormai tutti sanno, E ti vengo a cercare è la canzone che passerà alla storia non tanto per essere stata eseguita davanti a Giovanni Paolo II, non tanto per essere stata ripresa da Lindo Ferretti (capirai che onore, nella stessa teca di Voulez-vous un rendez-vous tomorrow…) ma per aver dato il titolo a una monografia di Scanzi su Battiato. Una cosa che forse interessa più gli appassionati del primo che quelli del secondo, ma insomma anche questi ultimi potrebbero essere curiosi di sapere cosa dice Scanzi di questa canzone così importante da essere degna di intitolare un volume della sua prestigiosa bibliografia, ebbene:

I lettori di Barthes staranno già pensando Racine est Racine… agli altri spieghiamo: l’ineffabile, l’indicibile, è il trucco dei commentatori pigri. Questo salvo poche eccezioni – la prima che mi viene in mente è la fine del Paradiso di Dante, dove quest’ultimo ammette di non avere parole per descrivere quel che ha visto, ma siccome (1) quel che ha visto è Dio, non una canzone di quattro minuti, Dio; e soprattutto (2) prima di arrivare a Dio, Dante è comunque riuscito a parlare di cielo e terra per tre cantiche, possiamo accettare che a un certo punto si fermi e dica no, questo io veramente non riesco a dirvelo. Ma “oltre, troppo oltre” per una canzone, no. “Avanti, troppo avanti“, manco fosse dodecafonia, ma sapete qual è il problema? Che Scanzi, prima di essere Scanzi, era un giornalista musicale. Cioè uno che di musica, in teoria, dovrebbe saper parlare, senza rifugiarsi nel “sublime” o nell'”oltre, troppo oltre“. Ma appunto, in teoria. Io invece che giornalista musicale non ci tengo e non ci tesi mai, annoto che col tempo E ti vengo a cercare è diventata una canzone che parla di sé stessa: intercettando una grande voglia di trovare maestri di vita che poi è una costante da mezzo secolo, Battiato alla fine ha scritto la canzone che viene in mente a tutti i suoi fan quando hanno voglia di risentirlo, rileggerlo, rivederlo: di andarlo a cercare, appunto. Quel che bisogna concedergli è che non ha mai approfittato del suo status di Maestro, non  ha sedotto e abbandonato nessuno che si sappia, e non si è mai rifugiato in tautologie o proteste di ineffabilità. Le sei o sette cose che pensava di avere imparato sulla vita e l’universo, cercava di spiegarle senza chiedere più soldi di qualsiasi altro cantante di canzoni qualsiasi. “Chissà se Battiato lo ha mai capito davvero e fino in fondo”, conclude Scanzi, “quanto in tanti avessero bisogno della sua presenza”. Quanto in tanti? Maccheccazzo. Cioè gli sta dando del deficiente, ché non lo capiva fino in fondo? Uno che non stava mai fermo e ha fatto concerti fino a frantumarsi il femore, dopodiché ha continuato a incidere finché gli reggeva la voce? Ma vabbe’.

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76. E l’animale che mi porto dentro vuole te

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con il primo derby tra due canzoni dello stesso disco, Mondi lontanissimi. A tal proposito devo confessarvi di avere fatto qualche lieve ritocco al ranking – giusto qualche decina di punti qua e là – per scongiurare che si verificassero dei derby nel primo turno: Battiato ha pubblicato molti LP nella sua carriera e mi sembrava giusto che in ogni batteria ne fossero rappresentati almeno quattro. Questo a quanto pare sarà l’unico derby del secondo turno].

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1985: Risveglio di primavera (Battiato/Pio, #45)

“Se non ricordo male, Risveglio di primavera aveva un testo abbastanza interessante: storico e paesano. Si parla alle [?] danzatrici di flamenco. Torniamo sempre al movimento pelvico, alla danza con scuotimenti del bacino”.
“Voglio raccontarti un aneddoto che può chiarire anche la mia idea della donna. In Occidente viviamo una vita in cui non c’è molta attrazione per un certo tipo di donna archetipica e sensuale. Fino a un certo punto almeno la pensavo così. Poi ebbi una folgorazione. Mi trovavo in Egitto con amici. Una sera siamo andati a vedere lo spettacolo delle cosiddette “zingare del deserto”. Tutto quello che avevo criticato nei fans dei gruppi inglesi e americani, dalle braccia protese verso il palcoscenico, mi capitò di viverlo in prima persona. Sarà stato il modo che avevano di muovere le anche, o quella gestualità trascinante… Da allora sono diventato un ammiratore di quel genere di donna. L’ho sperimentato nella mia vita tante altre volte. Mi successe con una donna armena. Mi trovavo, se ben ricordo, in un ristorante georgiano. C’era un’orchestrina. Una donna che mangiava si alzò e cominciò a danzare. Mi fece morire! Mi è successo anche con donne giapponesi. Il mio ideale di donna è medio-orientale, ma anche dell’estremo oriente. Trovo la donna occidentale un po’ troppo legnosa”. (Tecnica mista su tappeto, 1992, chiedo scusa a tutte le donne occidentali). 

(Risveglio di primavera è uno dei quattro brani di Mondi lontanissimi a mantenere la firma di Giusto Pio. In un qualche modo si ha la sensazione che sia un brano più datato di altri, più legato a una fase che sta finendo). 

1985: L’animale (#20)

L’animale – brano scritto forse pensando a Giuni Russo – è una delle prime (e delle poche) canzoni italiane in cui un solitario fa il suo coming out: avrei voglia di dirti che è meglio se sto solo. Anche stavolta, Ferretti è arrivato secondo (sì, anche nel Battisti mogoliano c’è più di un sospetto, su questo uomo trasognato, insidiato da femmine di dubbia moralità che vogliono trascinarlo nelle vigne a copulare, ma c’è sempre il dubbio che Battisti ci stia ridendo sopra). È buffa questa cosa, no? Che abbiamo dovuto aspettare un cantautore diciamo a-cristiano, né cristiano né anticlericale, per ascoltare inni alla castità – purché temperati dalla consapevolezza che si tratta di una rinuncia molto difficile. L’animale è una bella canzone perché è orchestrata come un Lied ma si canta in coro ai concerti; perché prima di trascinarsi in una disquisizione un po’ arcana sui quattro elementi, parla di cose che capiamo tutti al volo con parole che usiamo tutti i giorni: lo sappiamo bene che l’animale è quell’entità interiore che vuole tutto di noi e se lo prende, ma è geniale sottolineare che si prende anche i caffè, perché il caffè è quella piccola cosa quotidiana che tante volte vorremmo gustarci noi e invece lo mandiamo giù senza neanche accorgercene, maledetto, se l’è preso lui. 

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75. E avrei bisogno di tonnellate di idrogeno

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con due brani molto gurdjieffiani].

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1980: Prospettiva Nevski (Battiato/Pio, #13)

“Spesso nelle canzoni uso dei trucchetti “di sostituzione”. Mi può succedere di raccontare una cosa in prima persona che in realtà non mi appartiene ed è invece ispirata a un racconto che mi hanno fatto. È un pretesto, un prestito, ma è molto più interessante che non averlo fatto in prima persona. I maestri sono le tante persone che, a un certo punto, ho conosciuto nel corso della vita. Sono presone che, a una certa età, hanno trovato la forza di ricominciare. Una donna che a settantacinque anni si diploma in clavicembalo è un maestro.
È difficile trovare “l’alba dentro l’imbrunire”, però ci si può riuscire. L’alba è la gioventù, la capacità di cambiare, di evolvere, e l’imbrunire è la vecchiaia” (Tecnica mista su tappeto, 1992. Quindi, al netto di tutti i mascheramenti, Prospettiva Nevski avrebbe un messaggio non troppo diverso dalla Stagione dell’amore: ancora un altro entusiasmo deve tornare a farci pulsare il cuore. Non solo non nasciamo e non moriamo mai, ma in un qualche modo dovremmo riuscire a non invecchiare).

[Sull’impresario di Nižinskij]: “È una vicenda accaduta realmente, ma pare un racconto. Mi aveva appassionato l’idea di un impresario che delira d’amore per una stella che egli stesso ha creato. E quella stella declina quando s’incrina il loro amore. La fine dell’amore è la pazzia per lo stesso Nižinskij. Un amore omosessuale cieco. Lo stesso Djagilev non ha retto all’idea che Nižinskij si fosse sposato” 

1982: Clamori (Battiato/Pio/Tramonti, #52)

Clamori comincia con una specie di clarino computerizzato che suona una scala: Zuffanti (2020) suggerisce che sia un riferimento alla Legge dell’Ottava di Gurdjeff, e siccome il testo di Clamori è attribuito a “Tommaso Tramonti”, ovvero Henri Thomasson, discepolo gurdjieffano, l’ipotesi è molto buona. Spero soltanto che la Legge dell’Ottava di Gurdjieff non sia proprio quella che ho capito io leggiucchiando qua e là su internet, perché la mia becera impressione è che il maestro si sia fatto un viaggio enorme su questa cosa che al Mi e al Si manchino i tasti neri, una lacuna che risuonerebbe a livello cosmico e causerebbe dei ritardi di vibrazione che influenzerebbero persino il nostro comportamento, ma possibile che nessuno abbia mai alzato la mano per dire scusi, maestro, ma è una questione puramente arbitraria, se ci fossimo messi d’accordo diversamente potevamo mettere i tasti neri in altre posizioni, alla fine i semitoni sono pur sempre 12, un tizio ha anche inventato un pianoforte senza tasti neri, pare che a modo suo sia anche più facile da suonare, il problema è che la lobby dei costruttori di organi e clavicembali coi tasti neri si è imposta nel Seicento e non si smuove, domina i conservatori di tutto il mondo e così… ehi, maestro? maestro? Ok, probabilmente sono troppo rompiballe per capire le sfumature iniziatiche. In compenso mi sono reso conto che la progressione armonica di Clamori è lontanamente imparentata con Cuccurucucù, mentre l’assolo finale (di synth e poi di sax, ma il sax ha un timbro felpato che ricorda il clarino computerizzato iniziale) è un passo di danza sulle note dell’Ottava che aggiunge un vago sapore di estremo oriente. 

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74. Su divani abbandonati a telecomandi in mano

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi intorno al quesito fondamentale: vivere o togliersi di mezzo? Battiato dopo qualche esitazione ha scelto di vivere, purché fuori Milano].

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1983: Un’altra vita (Battiato/Pio, #29)

Una cosa che nessuno mi sembra notare di Un’altra vita è quella nota pulsante a inizio strofa – in Inneres Auge decisamente un Re# – assomiglia davvero molto al Do altrettanto pulsante di voce sintetizzata con cui comincia Oh Superman di Laurie Anderson, il brano di musica sperimentale che per qualche ragione tuttora non trovata nel 1982 aveva ipnotizzato gli acquirenti britannici di dischi al punto che l’avevano mandata al primo posto in classifica. Non mi pare che Battiato ne parli mai; mi sembra improbabile che Battiato non la conoscesse e non sia stato anche lui in parte conquistato, se non ipnotizzato, da un brano che scende nell’uncanny valley tra la voce umana e la sintesi digitale. Non è soltanto Un’altra vita a portarne i segni: per più di dieci anni abbiamo avuto jingle e canzoni in cui tornava a un certo punto una nota pulsante e inquietante. In Un’altra vita sembra segnalare il momento in cui il disagio della civiltà viene alla superficie: nel giro di qualche battuta gli altri strumenti troveranno un modo per coprirlo, armonizzandoci intorno, perché vivere pure bisogna. Ma in sottofondo il disagio resta. 

1995: Breve invito a rinviare il suicidio (Battiato/Sgalambro, #164)

“Procurerò dunque di rispondervi, brevemente com’è decenza in queste cose. Capisco il vostro giovanile wertherismo. Ma rispondetemi: sino a che punto c’è causalità nel dolore? Ricordatevi, il dolore è una cosa passata. Il segno che resta nella coscienza mentre il corpo ha già dimenticato. Ascoltatemi, trattate i moti dell’animo come i moti dell’intestino. Un giorno bisognerà certo spararsi, ma per intanto viviamo” (se questo è veramente il brano di Anatol di Sgalambro da cui Battiato ha desunto il testo di Breve invito, bisogna concludere che S. qui più che co-autore è un ispiratore). Forse Breve invito è l’unica delle 64 canzoni sopravvissute di cui non riesco a ricordare la melodia. Le parole sì – questo è interessante, vale più o meno per tutte le canzoni dell’Ombrello e mi porta a pensare che l’Ombrello sia il disco in cui testi e musiche sembrano procedere in parallelo, senza scontrarsi ma anche senza amalgamarsi. In particolare il riff di tastiera è una follia che forse rimanda più al Battiato prog che al Battiato sperimentale; la si direbbe una sequenza di note casuali, non fosse che viene ripetuta fedelmente anche dall’orchestra sintetizzata. Breve invito è una delle canzoni col ranking più basso ad aver passato il turno (ma non la più bassa); le è capitata forse una batteria semplice, con due cover (Impressioni di settembre e L’addio, quest’ultima magari più meritevole).  

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73. L’ira funesta dei profughi afgani

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con due brani importanti con due code importanti. Fin qui tutti i brani della Voce del padrone e di Patriots hanno vinto contro tutti gli altri: stavolta no, uno solo può vincere, chi sarà? Seh vabbe’ non è che accetterei scommesse].

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1980: Le aquile (Battiato/Pio/Jaeggy, #68)

“È una scrittrice e poetessa sublime. Il suo libro recente I beati anni del castigo ha avuto una accoglienza trionfale da parte della critica. Si è gridato al miracolo. Il suo stile assomiglia a quello che per un musicista è la musica pura. La sua letteratura è così illuminante, così ripulita da qualsiasi ridondanza. Ogni aggettivo è perfetto. Una bellezza di scrittura meditativa, pur non essendolo apparentemente”. Battiato non ha parlato spesso di Fleur Jaeggy, ma quando lo ha fatto (Tecnica mista sul tappeto, 1992) ha espresso un entusiasmo da stamparci fascette editoriali per due o tre uscite. 

Una cosa particolare dei pezzi pop primi anni Ottanta è la coda. Non so esattamente come andò, ma a un certo punto tutti i compositori di canzonette decisero che ci stava bene la coda, così improvvisamente arrivarono queste lunghe code che sfumavano non prima di aver trasformato la canzone in qualcos’altro (che è poi la poesia particolare delle code: farti intravedere che la canzone potrebbe diventare qualcos’altro). Anche Battiato, tra le regole che aveva introiettato per “avere successo”, c’era evidentemente questa cosa delle code soprattutto tra Patriots e L’arca di Noè, già in Orizzonti cominciano a sembrargli orpelli inutili. Una delle sue code migliori è quella delle Aquile, che poi a ben vedere è una riproposizione del ritornello, in cui Giusto Pio cambia completamente marcia al violino che aveva scandito velocissimo la strofa e Battiato intona i suoi canti “mantrici” (Zuffanti) uno dei rari momenti in cui riusciamo a riconoscere nel Battiato pop di quegli anni una traccia dei vocalismi bizzarri di Juke Box o di dischi ancora precedenti.

1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)

“Penso sia una canzone dotata di una certa poesia”. Si parlava di code: nel caso di Cuccurucucù la coda diventa veramente un’altra canzone, segnalata dalla progressione I-V-vi-IV che ritorna qui per la seconda volta nella Voce del padrone dopo gli Uccelli: e come negli Uccelli, Battiato si guarda bene dall’usarla massicciamente, come stavano cominciando a fare un po’ tutti (e come farà Camisasca in Nomadi), ma la alterna al secondo giro con una più struggente I-V-ii-ii. Quest’alternanza tra vi e ii, fa diesis minore e si minore, che si avverte già nell’introduzione vocale e prosegue nelle strofe, è credo quello che rende Cuccurucucù la canzone straziante che riesce a essere malgrado sia suonata a razzo e freddamente concepita per far sbracciare i trentenni in discoteca. Il fa diesis minore introduce la gravità, la tragedia del tempo che passa, l’ira funesta, Lady Madonna e Ruby Tuesday; il si minore la tempera con la dolcezza, le ore di ginnastica, le gesta erotiche di Squaw Pelle-di-Luna, il twist.  

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72. Carico di lussuria si presentò l’autunno di Bengasi

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con una sfida insolita tra uno dei più antichi brani rimasti in lizza, contro un’autocover].

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1973: Areknames (#41)

Ogni tanto bisogna ricordare che mettere in gara le canzoni è cosa assurda, non solo perché le canzoni non sono biglie o automobiline (ma se mi trovassero a giocare con le mie biglie e le mie automobiline mi ricovererebbero), ma anche perché le canzoni col tempo cambiano, si evolvono, noi insistiamo ad ascoltarle nella versione originale ma nel frattempo loro sono diventate tutt’altro, ad esempio Areknames ai tempi del tour dell’Imboscata era diventata questa cosa che forse si chiama Canzone chimica e oltre all’immancabile Sgalambro che lancia lessemi a caso, ci mostra un Battiato chitarra solista che si diverte troppo, cioè è buffissimo, e pensare che non volevo andare ai concerti perché credevo di beccarmi un guru sul tappeto e intanto lui faceva queste cose, prendeva i brani più inquietanti del suo passato lacerato da crisi esistenziali e ci ballava sopra con la chitarra a tracolla, le canzoni sono questo, noi le vediamo sempre congelate nel momento in cui fioriscono ma loro nel frattempo sono diventate frutto, pianta, un sacco di altre cose. 

1988: Lettera al governatore della Libia (Battiato/Pio, #105)

Molto più di Mesopotamia Alexander Platz, Lettera si adattava al mood complessivo di Giubbe Rosse, un disco festoso e mediterraneo. Anche se la festosità di Lettera è quella di chi balla su una polveriera, qualcosa che dovremmo sentire sempre più congeniale. “Quell’idiota di Graziani” non avrebbe fatto una brutta fine tutto sommato: condannato nel 1949 a 19 anni di carcere, fu amnistiato nel 1950 e divenne presidente onorario del Movimento Sociale Italiano. Nel 2012 ad Affile hanno inaugurato un sacrario in suo onore. Nel 2017 il sindaco di Affile è stato condannato a otto mesi per apologia di fascismo, per via di questo sacrario. Nel 2019 la condanna è stata confermata in appello. Nel 2020 è stata cassata in cassazione. 

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71. L’ultimo appello è da dimenticare

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, un prolisso torneo di canzoni con cui attoniti fingiamo di non capire niente, mentre radio Varsavia dice che tutto va bene e che l’ultimo amore è da dimenticare].

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1982: Radio Varsavia (Battiato/Pio, #9)

Chi considerava Battiato un post-moderno, maestro della
citazione «al di fuori del contesto» e seminatore ironico di codici
non ideologici, dovrà ricredersi: questo disco è un manifesto
serissimo.
E veniamo cosi a dire «tutto il male possibile»: proprio perché dai
solchi, pezzo dopo pezzo, viene fuori il «Battiato-pensiero», è bene
dire una volta per tutte di che pensiero si tratta. È un vero Bignami
di stimabilissima cultura da Nuova Destra, quella che alletta Cacciari
e molti altri. Gli ammiccamenti si sprecano: si ritorna a parlare di
«chi scappa in Occidente», degli appelli di «Radio Varsavia»; si mette
in prima fila «l’imperialismo degli invasori russi» (davanti a inglesi
e americani si intende) (
Esodo), si apprezza da veri snob la nuova
cultura penitenziale cattolica (
Scalo a Grado); si affonda nel
narcisismo della propria diversità modellando le proprie fantasie
sessuali sulle movenze dei danzatori dervisci: la distinzione del
linguaggio sembra voler far dire all’ascoltatore: «Euh! Ma com’è colto
il Battiato». 
Gianfranco Manfredi, Sull’arca di Battiato c’è la cultura della nuova destra, “Tutto Libri” (supplemento della Stampa), 11 dicembre 1982. Alla fine non è che Manfredi avesse proprio tutti i torti – certo, fa sorridere che tipo di cultura sembrasse “nuova destra” nel 1982: ma cominciando il nuovo disco con un’istantanea dal golpe di Jaruzelski, Battiato giocava veramente con un fuoco a cui i cantautori non osavano più avvicinarsi. L’idea che nel collage postmoderno potesse rientrare anche la cronaca più recente e più drammatica faceva fatica a passare – forse è più semplice oggi, da una ragionevole distanza. L’altissima posizione di Radio Varsavia nel ranking non credo dipenda da ascoltatori di (nuova) destra: il brano è anche nella colonna sonora di un film di Guadagnino, forse sarà quello. 

1999: Amore che vieni, amore che vai (De André, #56)

Fa un po’ strano che tra De André e Battiato alla fine vi fossero soltanto cinque anni di distanza: la sensazione è che il secondo abbia cominciato a brillare soltanto quando il primo cominciava a offuscarsi. In ogni caso, fino a Fleurs una convergenza tra i due sembrava impensabile: tutto li separava. Amore che vieni e La canzone dell’amore perduto ci hanno mostrato un punto di contatto che alla fine avremmo potuto trovare da solo, unendo i puntini: entrambi partono da radici europee che includono il repertorio classico, che sia il De André degli anni ’60 che il Battiato dei Lied saccheggiano senza quel senso di deferenza che sembra necessario ostentare quando si ascolta la musica del passato. Per De André e Battiato (e per il Bennato di Dotti medici e sapienti), la classica può benissimo servire a far canzoni d’amore. Il fatto che Amore che vieni non sia esattamente una canzone d’amore, anzi, una riflessione sulla natura effimera di questo sentimento, non fa che renderla ancor più congeniale a Battiato. 

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Fuori concorso (canzoni che non hanno partecipato alla gara per questo o quest’altro motivo).

1972: Giorno d’estate (Genco Puro & co.)

Come spiega Battiato in questa intervista telefonica che ho molto faticosamente rintracciato (non è vero, c’è il link su wikipedia), il disco di Genco Puro & co. è quel che succede quando un’etichetta ha bisogno di tot uscite per motivi burocratici, sicché Pino Massara dice a Franco Battiato: prendi la sala di registrazione e fammi un disco in due giorni. Benché le maggiori incombenze ricadano su Riccardo Pirolli, tecnico del suono che si improvvisa per l’occasione cantautore, secondo l’opinione comune i due brani più convincenti sono quelli cantati da FB: Nebbia e Giorno d’estate. Alla vigilia di Pollution, Genco Puro è un Battiato anti-Pollution: solare, sereno. Anche il fedele synth che in Pollution pulsa l’ora della fine del mondo, qui riscopre certi fraseggi barocchi dei tempi delle canzonette. 

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70. Nelle vie calde la temperatura si alzerà

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, un futile torneo di canzoni con cui inganniamo il tempo mentre nelle vie calde la temperatura si alza, e Battiato ce l’aveva ben detto. E che siamo solo di passaggio].

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1982: L’esodo (Battiato/Pio/Tramonti, #89)

L’esodo probabilmente non vincerà la Gara; ma se invece succedesse, non sarebbe appropriato, nell’estate più calda di sempre e più fresca della prossima? Quando la incide, nel 1982, in un album che sembra voler deludere le aspettative, le correnti migratorie dal sud del mondo stanno ancora per lo più ignorando la penisola. Il muro di Berlino sembra ben saldo, la guerra fredda mantiene il pianeta a una temperatura ideologica costante, le distopie desertiche sono materiale per film di fantascienza a basso budget (anche Mad Max non è ancora mainstream). Battiato, vuoi per la frequentazione di Nordafrica e Levante, vuoi per un suo barometro interiore, ha già un’idea della Fine che molti intellettuali faticano ad accettare quarant’anni dopo, quarant’anni dopo. Nell’Esodo si incastrano mirabilmente tante idee con cui Battiato sembrava essersi trastullato in precedenza senza apparente costrutto: è l’ultima grande composizione per sintetizzatori a valvole, i violini e i cori sembrano già campionati. Io poi ci sento, malgrado tutto, qualcosa di triviale, di esibitamente commerciale: ci sento la disco, come se di questa fine del mondo Battiato volesse accreditarsi come DJ, se non come MC. Quel beffardo “mamma mia che festa” me lo immagino sul cartiglio di una totentanz medievale.   

1996: Di passaggio (Battiato/Sgalambro, #104). 

 

Ταὐτὸ τ΄ἔνι ζῶν καὶ τεθνηκὸς καὶ ἐγρηγορὸς καὶ καθεῦδον καὶ νέον. Non è fantastico questo greco, che malgrado milioni di italiani lo studino alla media superiore, basta copia-incollarne un po’ per sembrare persone più colte? Essendo generosamente accreditato come coautore di praticamente tutti i brani originali di Battiato dal 1995 in poi, Sgalambro firma una sessantina di canzoni: un quarto di tutto il catalogo. Di queste, quante hanno passato il primo turno? Nove. Su 64 sono abbastanza poche – diciamo poco più della metà di quante statisticamente avrebbero dovuto essere. Ora, questa non è necessariamente più responsabilità dei testi di Sgalambro che di una certa flessione qualitativa della produzione musicale di Battiato, flessione occultata dalla quantità di materiale che continuava a pubblicare, comunque sempre più che dignitoso. Di passaggio è quasi il manifesto del Nuovo Battiato anni ’90, quello che senza rinnegare la sua componente mistica (il testo sta tra Eraclito e l’Ecclesiaste) cerca di rinnovare l’immagine attraverso gli arrangiamenti; il paradosso è che questo rinnovamento, che ottenne un notevole riscontro commerciale, tutto sommato si poggia su ingredienti non così nuovi: qui soprattutto la chitarra di David Rhodes, un’aria più ‘rock’ che per un miraggio tutto italiano suonava in qualche modo più contemporanea dei tappeti digitali dell’Ombrello. È anche il brano in cui Battiato spreca un featuring del livello di Antonella Ruggiero per farle leggere un’epigramma di Callimaco sul suicidio di Cleombroto d’Ambracia. L’espediente di cantare gli stessi versi all’unisono non ottiene il sortilegio ermafrodita che avviene con Alice: la Ruggiero ha un timbro troppo diverso. L’epigramma è comunque interessante e ve lo riporto dalla mia edizione dei versi di Call… ok da wikipedia: “Dicendo «Addio sole!», Cleombroto d’Ambracia da un alto muro si gettò nell’Ade: non gli era capitato alcun male degno di morte; aveva solo letto uno scritto, quello di Platone sull’anima”. Ecco quindi andateci piano a leggere Platone, e tutti gli scrittori di anima in generale: è un argomento pericoloso. 

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69. I desideri non invecchiano quasi mai

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, un futile torneo di canzoni con cui inganniamo il tempo mentre l’Italia s’inabissa come Atlantide – cosa resterà di noi? Del transito terrestre? Magari una o due belle canzoni].

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1983: La stagione dell’amore (#8)  

Riflettendoci, La stagione dell’amore potrebbe essere “la” canzone di Battiato. Che ne ha scritte di più popolari, ma non poi così tante di più, e soprattutto le altre canzoni sono famose per un arrangiamento, per un ritornello, per il lessico peculiare, per i toni d’invettiva, ecc. La stagione dell’amore non ha un lessico peculiare, non è famosa per l’arrangiamento ma nonostante l’arrangiamento – non posso dimostrarlo, ma credo che l’idea mentale che l’ascoltatore ha della Stagione dell’amore somiglia più alla versione live di Unprotected che a quella elettropop di Orizzonti perduti: anzi a una certa distanza la prima sembra una cover situazionista della seconda. La stagione dell’amore è famosa perché è una bella canzone con un bel testo, fine. Quando altre canzoni di Battiato avranno bisogno di essere contestualizzate per essere apprezzate, credo che La stagione dell’amore continuerà a piacere per un po’ perché è fatta di cose semplici dosate con molta cura, cose che funzionano per secoli – l’accenno di 50’s progression nella strofa, e poi quel passaggio dal Re al La- sul “Non rimpiangerle” che è in effetti una delle cose che rimpiango di più di Battiato, un salto di accordo che con me funziona sempre benissimo e ogni volta che funziona mi ricorda Battiato. Molto più curioso l’inserimento dell’inciso (“Ancora un altro entusiasmo…”, che parte da un Si bemolle piuttosto in atteso ed è costruita attorno a una progressione I-II-III (Sib-Do-Re) che correggetemi se sbaglio, ma non è affatto tipica né nella tradizione melodica italiana, né nel rock e men che meno nella musica classica, ma ha un caratteristico sapore disco-music. Questa cosa a livello subliminale ci fa immaginare che il protagonista della canzone (una persona che non vuole accettare l’invecchiamento dei suoi desideri) si imbuchi in una discoteca per clientela un po’ agée, se non proprio un nightclub, magari per scoprirvi che gli orizzonti perduti non ritornano mai. Il che contraddice meravigliosamente l’assunto di partenza: come ogni grande canzone, La stagione è un meccanismo ambiguo. 
1993: Atlantide (Battiato/Wieck, #72)
A volte mi domando se non sto influenzando il torneo, che in effetti fin qui vede una netta prevalenza del Battiato postmoderno che mi piace di più (1979-1985) a scapito di quello precedente e successivo. Può benissimo darsi (così come può darsi che io abbia semplicemente i gusti della maggior parte degli ascoltatori) ma ecco un’eccezione che conferma la regola: Atlantide in assoluto è uno dei suoi brani che capisco di meno, e che a ogni ascolto mi fa domandare: ma perché? Che bisogno c’era di incidere questa cosa? Su un accordo solo, Battiato perfeziona il suo stile salmodiante raccontando la storia di un continente perduto e terribile si insinua nell’ascoltatore razionalista il sospetto che per lui non sia una leggenda ma una cosa successa davvero. Lascia perplessi anche il video ufficiale, in cui Battiato anima i suoi ritratti con una tecnica digitale che anche nel 1993 non doveva apparire lo stato dell’arte, diciamo. 

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68. Facciamo un po’ di largo con un’altra guerra

[Questa è la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi una delle poche cover sopravvissute si batte contro una rappresentante di uno dei due dischi – a sorpresa – più votati].

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1980: Venezia-Istambul (Battiato/Pio, #48)
Che scherzi gioca all’uomo la Natura. Sono ancora relativamente sbalordito dall’exploit di Patriots, che non ero nemmeno sicuro fosse uno degli album più popolari di Battiato e invece com’è come non è ha portato il 100% delle sue sette canzoni al secondo turno. Questo, ricordiamoci, è un fattoide (la Gara è un sondaggio a cui partecipano meno di cento persone in tutta FB): invece è un fatto che Patriots subito vendette quarantamila copie, e sembrava già un successo; poi arrivò La voce del padrone e ne vendette un milione. Patriots insomma è la camera di incubazione del successo, il momento fondamentale nella carriera di un artista in cui capisce cosa la gente vuole, ma attraverso un processo di tentativi ed errori di cui dovrebbero restare tracce – benché non sia poi così facile trovare tutti questi errori in Patriots. È anche il disco per il quale si può parlare di successo postumo, ovvero alcuni brani di Patriots la gente cominciò a capirli in seguito (Nevski il caso più classico) e probabilmente anche l’apparente cinismo di Venezia-Istambul nel 1980 doveva lasciare perplessi molti ascoltatori. È il disco dei montaggi postmoderni, ma riascoltandolo è anche quello in cui Battiato scopre, fin dal titolo, quanto sia efficace giocare col merchandising delle ideologie, tutti gli slogan e le spillette lasciati sul terreno da battaglie culturali che dopo l’improvviso ritiro delle parti in conflitto cominciavano a diventare incomprensibili. I Sex Pistols sfoggiavano le svastiche, Battiato chiamava i suoi patrioti alle armi e proponeva, con espressione ieratica, di far largo con un’altra guerra al Sol dell’avvenire. Questo un anno prima che i DAF cantassero Der Mussolini, due anni prima che i CCCP cantassero CCCP, insomma abbastanza presto.  
1999: Ruby Tuesday (Jagger/Richards, #17)
Dal 1999 in poi, Franco Battiato ha voluto essere anche un interprete, incidendo tre dischi di Fleurs a cui vanno aggiunte altre cover lasciate qua e là nella sua discografia. Su 256 brani, una buona quarantina erano reinterpretazioni; molte con un ranking insospettabilmente alto (il ranking, ricordo, è basato unicamente sul numero di ascolti sulla piattaforma Spotify): solo tre brani hanno resistito alla falce del primo turno: Ruby Tuesday, Amore che vieni amore che vai e Te lo leggo negli occhi. Tutti brani del primo Fleurs (poi ci sarebbe Nomadi, che a suo modo è una cover anch’essa).  Insomma il Battiato interprete piace molto di più agli utenti spotiffari che agli elettori della Gara. Questo a pensarci ha un senso: le cover funzionano molto bene su Spotify, che te le mostra ogni volta che cerchi il brano originale, stimolando la tua curiosità, per cui è probabile che qualche migliaio di ascolti siano arrivati da gente che Battiato lo conosce poco o nulla (si aggiunga che Ruby Tuesday è l’unica cover di Battiato che ha avuto una risonanza internazionale, quando fu inserita nella colonna sonora di Children of Men). Laddove un torneo di canzoni di Battiato seleziona soprattutto gente appassionata di Battiato, in linea di massima più compositore che interprete. Questo non toglie che Battiato sia stato un interprete veramente originale – forse l’unico italiano di sesso maschile a concepire negli ultimi trent’anni l’interpretazione come reinvenzione (ok, Mario Biondi mi sembra un campionato diverso), che Fleurs stia tra i suoi quattro o cinque dischi meglio riusciti in assoluto, e che la sua Ruby Tuesday non strameriti il suo diciassettesimo posto. Forse anche qualcosa di più. 

Fuori concorso (canzoni che non hanno partecipato alla gara per questo o quest’altro motivo).

1969: Lacrime e pioggia (Pachelbel/Pallavicini/Papathanassiou)

A proposito del Battiato interprete: questa me la sono proprio lasciata sfuggire. A mia discolpa, faceva parte del 33 giri abortito nel 1969 che Battiato non volle mai pubblicare, anche in seguito: in qualche fortuito modo fu rilevata dall’Armando Curcio Editore che nel 1982, quando Franco Battiato vendeva come il pane, mandò fuori un disco che se non è un bootleg poco davvero ci manca. Lacrime e pioggia è una cover di Rain and Tears degli Aphrodite’s Child, il brano con cui la progressione Pachelbel entra ufficialmente a far parte della musica pop europea – il debito è talmente evidente che l’oscuro compositore è incluso nei credits accanto a Vangelis Papathanassiou. Quando Battiato ci si cimenta, erano probabilmente già nei negozi di dischi un paio di cover italiane con lo stesso testo di Pallavicini. Rispetto ai Trolls e ai Quelli(*), Battiato ha l’impudenza di dare maggior risalto alla sua prestazione vocale, ovvero di sfidare Demis Roussos nel suo campo! E pur essendo un confronto impari, non ne esce malaccio. Sarei tentato di considerarla la migliore cover italiana di Rain, o perlomeno se la gioca con Dalida (e forse è più ispirato da Dalida che da Roussos). Il brano era assolutamente nelle sue corde, e non si capisce davvero perché non abbia provato a inciderlo. Nel 2008 si ricorderà degli Aphrodite’s Child riprendendo It’s Five O’Clock, neanche a farlo apposta un’altra Pachelbel. Ma era meglio questa.

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