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Charlize Theron pesta Berlino

Atomica bionda (Atomic blonde, David Leitch, 2017).

Immagina per un attimo che gli USA e l’URSS avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale, spartendosi l’Europa in due blocchi, a est e a ovest di Berlino; a quel punto avrebbero avuto entrambi la bomba atomica e quindi non avrebbero più potuto dichiararsi guerra. Immagina, come conseguenza, un lungo periodo di tregua armata, in cui alle grandi battaglie di massa si sarebbero sostituiti degli scontri simbolici – come ai tempi dei duelli epici, Paride contro Menelao, gli Orazi contro i Curiazi. Gli eroi protagonisti di questi combattimenti, uomini e donne esperti in ogni arte di combattimento e in ogni sotterfugio, li avremmo chiamati “spie”, anche se alla fine non è che avrebbero spiato un granché – più che altro si sarebbero spiati a vicenda, in un gioco a somma zero. Qualche scrittore molto presto si sarebbe messo a raccontare le loro straordinarie avventure, senza preoccuparsi di esagerare. Ne sarebbe derivata tutta una letteratura epica, e poi naturalmente romanzi e film, che a furia di nutrirsi dello stesso immaginario che coltivavano avrebbero reso questa Europa immaginaria in un qualche modo concreta, più coerente di quella vera: un sogno ma tutt’altro che effimero, come la Grecia dei miti o il Far West, sognati da miliardi di persone. Al punto che ne avremmo avuto nostalgia, e un puerile desiderio di averci vissuto davvero, invece di vivere in… già, dove abbiamo vissuto noi?

Speriamo sia make up.

Charlize Theron, nel 1989 in cui crollò il Muro, aveva 14 anni. Adesso ne ha più di quaranta ed è una diva di serie A. Da cosa si capisce? Dalle botte che prende. Certo, ne dà anche parecchie. Atomica Bionda è tra l’altro il film in cui la vediamo uccidere i cattivi a mani nude. Ed è credibile: si fa una certa fatica viceversa a immaginare che un attore possa sopravvivere a certi colpi che la Theron tira aiutandosi con quel che trova sul momento – un portachiavi, un fornellino elettrico, un tacco che per un attimo ti aspetti nasconda un qualsiasi gadget da James Bond e invece no, è un semplice tacco neanche troppo appuntito. Ma quello che fa davvero la differenza tra Atomica e altri film di spie più o meno seri (negli ultimi anni c’è stata una renaissance del genere, anche se il pubblico non sembra sempre entusiasta) sta nei lividi, nel sangue; nell’occhio nero con cui il suo personaggio si presenta ai suoi capi e al pubblico all’inizio del film; nel ghiaccio che usa per alleviare il dolore. Nell’abolizione di quella convenzione cinematografica per cui dopo una botta bene assestata l’avversario resta al tappeto in coma vigile – no, in Atomica bionda o muori o ti rialzi, e pare che morire non sia poi così facile.

 

L’ufficio stampa ci aveva preventivamente spiegato che la Theron, mentre si allenava a incassare sul set, “vomitava praticamente tutti i giorni”, che a un certo punto ha perso un dente. Atomica Bionda è un progetto suo: è stata la sua società di produzione a scegliere la graphic novel, a farla riscrivere su misura (la protagonista del fumetto non era nemmeno bionda), a convincere il secondo regista di John Wick ad abbandonare John Wick 2 per girare un film non così diverso. Atomica Bionda è un film voluto, interpretato e scolpito a mani nude sulla carne viva da Charlize Theron, e la cosa non avrebbe dovuto stupirmi così tanto – se solo riuscissi a liberarmi dalla mia prediletta immagine mentale della Theron, che è ancora quella della bambolona riccioluta che sta con Keanu Reeves all’inizio dell’Avvocato del diavolo; se almeno riuscissi a ricordare che la stessa bambolona, in quello stesso film, si trasformava in qualcosa di totalmente diverso, un corpo già slavato e dolente – allora potrei rendermi conto che Atomica Bionda non è semplicemente il film dell’ennesimo divo/a che passata la soglia dei 40 anni (50 per i maschi) si mette a cercare nei ruoli action una seconda giovinezza: che è anche il punto di arrivo coerente di un’attrice che ha sempre lavorato sul proprio corpo, riempiendolo e svuotandolo, rompendolo e riparandolo.

Queste cose nei miei anni Ottanta non si vedevano! (maledizione).

Qualcosa di simile a quello che ha fatto negli ultimi anni Scarlett Johansson? O forse l’esatto contrario. La Johansson lavora per sottrazione: toglie il volto, toglie la pelle, toglie il corpo, come se volesse domandare al pubblico: cosa ti piace di me davvero? La Theron non toglie niente, incassa tutto. A ben vedere lo ha sempre fatto, e ora che può scegliersi i ruoli lo farà ancora di più. Atomica Bionda è un film centrato su di lei, plasmato su di lei, ambientato in una Berlino anni Ottanta che malgrado ogni sforzo filologico sembra finta; messa in scena da scrittori, fotografi e trovarobe scrupolosi ma che sembrano non averli vissuti, quegli anni, né a Berlino né in Europa né sul pianeta Terra: sembrano alieni arrivati almeno dieci anni dopo, molto coscienziosi eppure la loro ricostruzione suona falsa lo stesso. È difficile spiegare perché. Ci si sente come si sarebbe sentito Buffalo Bill davanti ai primi film western, ammesso che ne abbia mai visti.

Non è una questione di dettagli, quelli sono tutti al posto giusto, eppure… metti Sofia Boutella. È brava, ha quella sua bellezza insolita che ricorda qualche vecchia esotica Bond girl; il suo ruolo ha un senso, eppure sembra lo stesso lì per caso. Prendi James McAvoy. È bravo. È sempre stato bravo. Ma può essere un veterano del MI6 a Berlino nel 1989? Qualcosa non va e non è il taglio dei capelli, né il giaccone, né qualsiasi altro dettaglio. È che un tizio così, negli anni Ottanta che mi ricordo io, non esisteva. Il suo modo di muoversi, di raccontarsela, di mantenere un’apparenza giovanile in una storia che non lo prevede… Così come non esisteva ancora, negli Ottanta che ricordo io, il lesbismo soft patinato di Atomica bionda, che dieci anni dopo era già un luogo comune. Non che abbia molta importanza: prima o poi era inevitabile che gli Ottanta diventassero un decennio immaginario, come gli anni Venti dei film di Gangster e l’Ottocento del Far West – un mondo fantastico ottenuto sovrapponendo gli oggetti trovati qua e là nei mercatini: la breakdance sulle note di 99 Luftballons, i New Order e Siouxsie. Non c’è neanche da prendersela, se non col tempo che passa e si lascia sempre più alle spalle i nostri ricordi: ma passa anche se ce la prendiamo. Forse dovremmo andare anche noi in palestra, prendere a pugni un attrezzo finché non va al tappeto, o non ci andiamo noi. Atomica bionda è un film di spie che si prendono a mazzate e Charlize Theron è la più tosta di tutte. Il cast è clamoroso. Tra una scena d’azione e l’altra c’è anche una trama non troppo stupida, anche se al cinema, con la musica a palla, è un po’ difficile seguirla. Le mazzate invece si sentono benissimo. Al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40); al Vittoria di Bra (20:00, 22:30); al Multilanghe di Dogliani (21:30) e all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15).

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Mai abbastanza denti: Jurassic World

Generazioni a confronto

Jurassic World (Colin Trevorrow, 2015)

 

In principio furono due fauci: così si chiamava in originale lo Squalo di Spielberg, Jaws. Spuntarono fuori da una spiaggia di Long Island 40 anni fa e cambiarono per sempre la storia del cinema USA. L’estate era un brutto periodo per le sale, anche laggiù – ma i tempi stavano cambiando, ormai in tutte le città aprivano mall climatizzati. Ai ragazzi che non potevano permettersi di passare i pomeriggi in spiaggia, Spielberg avrebbe offerto il brivido di una consolazione fredda e dolciastra (e tolto ogni voglia di tuffarsi per mesi o anni). Jaws fu distribuito il 20 giugno in più di quattrocento sale: a quei tempi era la strategia che si usava per minimizzare i danni delle cattive recensioni, e non è escluso che anche l’Universal avesse molti dubbi sul prodotto – lo squalo finto era così poco credibile che il giovane regista aveva deciso di esibirlo il meno possibile, compensando con la suspense la povertà degli effetti speciali. Fu un successo micidiale, che nel giro di qualche mese si mangiò al botteghino tutti i record precedenti – L’esorcistaIl padrino, la Stangata, finirono tutti nelle fauci del predatore. Era nata una razza di film (i blockbuster estivi, e i blockbuster in generale), che nel giro di qualche anno si sarebbero mangiati la Nuova Hollywood. Mostri dal budget pesantissimo, eppure in grado di adattarsi a qualsiasi ambiente: avrebbero espugnato ogni botteghino al mondo, e covato uova di mostri ancora più grossi, perché gli spettatori comunque dopo un po’ si annoiano. Vogliono più sangue. Più denti. E qualcuno prima o poi glieli dà. 

 

Quarant’anni dopo, lo squalo che terrorizzava le spiagge di Amity Island non è che un bocconcino per il nuovo Mosasauro. Jurassic World è quel classico film ipocrita che solletica il pubblico e un attimo dopo gli fa la morale: è colpa vostra se siamo costretti a darvi mostri sempre più grossi, facendo strame delle più recenti teorie paleontologiche (Niente piumaggi, anche se nel Giurassico vero c’erano: ma non c’erano nel Jurassic Park di Spielberg e Crichton, e quindi niente da fare). O pubblico viziato, che cerchi il conforto dei vecchi brand ma ti aspetti anche novità a tutti i costi, perché non resti bambino per sempre? Perché non ti accontenti di due diorama e una cavalcata su un baby stegosauro? Sei irrequieto come il complesso militare-industriale. Tu vuoi più denti perché ti annoi, loro vorrebbero qualcosa di più performante di un drone. E se ancora non lo vogliono, domani lo vorranno, e prima o poi qualcuno glielo darà. Forse lo spunto più interessante del nuovo congegno dentato di Casa Spielberg è la naturalezza con cui mostra un parco di divertimenti svelarsi in un esperimento militare. La gente vuole sempre più Sicurezza, ma anche più Divertimento – è chiaro che ogni tanto qualcosa va storto. 

 

Più grande, più veloce, più denti.

Riguardo ai personaggi, sarebbe ingiusto aspettarsi più tridimensionalità di quella consentita dagli occhialini – più o meno come pretendere profondità dalle ganasce del vecchio Squalo. C’è da registrare il passaggio del caro vecchio T. Rex dalla parte dei buoni: proprio come accadeva a Godzilla a un certo punto della sua saga, non più il nuovo mostro da combattere, ma quello vecchio che ci difende dai nuovi mostri inaffidabili. Perché la gente è insaziabile ma è anche sentimentale, dopo averti visto per due o tre film non le importa quanti esseri umani hai schiacciato o divorato: si affeziona. Meno interessanti gli esseri umani, ridotti a figurine un po’ più stilizzate del solito: più che esprimere un carattere, lo evocano, sono citazioni ambulanti. C’è un Bambino Saputello e Boccoloso che sintetizza in pochi tratti tutta la poetica della Amblin (se non ne è la caricatura); un Fratello Maggiore In Preda Agli Ormoni che quando non guarda le ragazze si ficca nei guai; l’Algida Donna in Carriera che ha capito che il pubblico vuole cose più grosse, il Magnate Visionario che le commissiona allo Scienziato Irresponsabile che non si pone troppi problemi, il Sergente Ottuso che spera di farci la guerra. Tutte sfaccettature dell’uomo bianco contemporaneo e pasticcione, tutti a turno fanno qualcosa di tragicamente stupido. Chi ci salverà dalla fatale spirale Marketing-Scienza-Guerra? Il Cowboy, l’unica figurina positiva di tutto il film. L’uomo che sa domare i velociraptor, ma non vuole plagiarli. Chris Pratt fa quel che può per entrare nei suoi panni, ma è un po’ troppo giovane e palestrato per assumere con naturalezza quell’autorità morale che avremmo conferito a un John Wayne – insomma alla fine risulta meno credibile del tirannosauro.

 

Altri hanno già sottolineato la curiosa misoginia del film, che sembra suggerire che una donna in carriera senza figli sia contronatura più o meno quanto un animale geneticamente modificato; resta da annotare un ultimo dettaglio, abbastanza imbarazzante: per quanto sia un film derivativo, ipocrita, maschilista e prevedibile, Jurassic World è anche maledettamente divertente. Non c’è niente da fare, i denti funzionano sempre. Lo trovate al Citiplex di Alba alle 21:00 (2d); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10, 21:30, 22:45 (2d), alle 20 e alle 22:35 (3d); al Vittoria di Bra alle 21 (3d); al Fiamma di Cuneo alle 21 (2d); al Multilanghe di Dogliani alle 21 (2d); ai Portici di Fossano alle 21: 15 (2d); all’Italia di Saluzzo alle 20 e alle 22:15 (2d); al Cinecittà di Savigliano alle 21:30 (2d)

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Max è sempre Max. Più matto che mai

MAD MAX 4: THE MEGAN GALE REDEMPTION.

Mad Max: Fury Road (George Miller, 2015)

 

Alcuni lo davano per morto, che era la conclusione più logica visto il mondo là fuori. Per quanto altro tempo avrebbe potuto vagare di oasi in oasi, scappando da questo e da quello, col suo magnetismo animale per i guai? Qualcuno prima o poi se lo sarebbe pur mangiato – non prima di averne spremuto il prezioso sangue – per spolparne le ossa e distillarne idrocarburi. Non è il destino di tutti, in fondo?

 

Altri non si rassegnavano, e col tempo ci avevano imbastito una religione. Avrete notato che funziona quasi sempre così. C’è gente che continua a ricordare un passato, e sperare che prima o poi le cose si sistemeranno, qualche radiazione si dimezzerà, la pioggia non sarà più così acida e la terra ricomincerà a sputar semi buoni da mangiare. È l’idea del paradiso, che a ben vedere crea solo illusioni, civiltà e ogni altra sorta di problemi. Per alcuni è un luogo nel tempo, per altri nello spazio: un walhalla da qualche parte in cielo, o un’oasi al di là della salina. Se hai benzina per duecento giorni di viaggio arrivi ai cancelli dell’Eden: là hanno i prati verdi per giocare a golf e le televisioni con gli show, e state a sentire, per alcuni George Miller è salito su un aereo ad alta quota ed è fuggito laggiù e fa il regista di show con gli animali. Maialini parlanti. È una leggenda così stramba che rischia di essere vera, perché andiamo, chi sarebbe così pazzo da inventarsela? Maialini parlanti, e poi cosa? Pinguini ballerini?

 

J’adore.

Io sono di quelli che non credono né a una versione né all’altra. Per me il pazzo George non è morto e non è in paradiso ad animare cartoni. Secondo me è semplicemente da qualche parte nell’outback radioattivo, che continua a girare in tondo e fuggire dai suoi incubi di medico della mutua australiano che disinfettava le piaghe dei motociclisti. Ogni tanto scappa da qualcuno che lo vuole mangiare, ogni tanto salva donne e bambini da un prepotente. In realtà ormai donne e bambini sono mutati abbastanza da difendersi da soli, e non c’è Fanciulla in Pericolo che all’occorrenza non sappia caricare un ak47 e usarlo, se le rompi le ovaie. Però il pazzo George continua in qualche modo a salvare e scappare: è il suo destino. Secondo i vecchi calendari dovrebbe avere più di 70 anni, ecco anche a questo io non credo: il tempo è fuori i cardini da un pezzo, e il vecchio George non conosce un tempo che non sia l’altro ieri. Il mondo può appassire più o meno rapidamente, ma lui è ancora in giro a scappare e sparare e sbandare e ingrugnire, e da questo lo riconoscete incontrandolo: dalla scia di sangue non digitale che si lascerà dietro. Oppure sarà davanti a voi, e in quel caso alzate le mani e sbarrate gli occhi, non è il caso di opporre resistenza. Lui non usa chroma-key, lui puzza di latte e benzina e sudore polvere da sparo e no. Era il migliore all’inizio dei tempi; e a differenza dei tempi, non è peggiorato. L’ultraviolenza distopica degli anni ’70, l’immaginario post-bomba anni ’80, l’ipercinesi della generazione millennial, per lui sono una sola cosa, un unico film, un solo inseguimento. 

 

Tom Hardy in una delle due espressioni, quella ingabbiata (in realtà è bravissimo com’è sempre, ma non ce ne voglia se festeggiamo il fatto che il prossimo Mad Max dovrebbe ruotare sul personaggio di Charlize.

Se lo incontri e hai bisogno di lui, non offrirgli baci, sa di non meritarli. Il latte materno per lui non ha sapore; ancora più dell’acqua, quel che cerca benzina e munizioni, munizioni e benzina. Non ti aiuterà per amore o per giustizia, ma perché ha una gabbia davanti agli occhi e pensa che tu forse puoi staccargliela. In un mondo di pazzi innamorati della morte, lui non è meno pazzo degli altri; ma ha scelto di sopravvivere. Chi gli farà cambiare idea non è ancora nato. 

 

Al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:20, 22:40 in 2D, oppure, in un inutile 3D, alle 20 e alle 22:35). Sempre in 2D al Fiamma di Cuneo (21:10); al Multilanghe di Dogliani (21:30); ai Portici di Fossano (21:15); al Cinecittà di Savigliano (16:00, 18:10, 20:20, 22:30).

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La notte brava di Jimmy Scavafosse

Guarda come si fa, ragazzo (tu però mai mi raccomando).

Run all night (Jaume Collet-Serra, 2015)

 

Liam Neeson ha fatto cose terribili in passato. Cose di cui si vergogna. Mission? Schindler’s List? E perché mai. La minaccia fantasma? Le cronache di Narnia? Uno deve pur campare. Film di Luc Besson in cui ammazza sequestratori e terroristi che hanno mediamente un terzo dei suoi anni, una dozzina alla volta? Non c’è dubbio che sia una svolta curiosa, proprio alla boa dei sessant’anni. Ma per sua stessa ammissione, sono stati proprio questi ruoli action a distrarlo dall’alcolismo in cui si trascinava dopo la scomparsa della moglie. Liam Neeson ha fatto cose terribili, film scemi in cui massacra centinaia di stranieri cattivi per salvare ex mogli e figlie in pericolo. Ma li ha sempre fatti con un piglio tutto personale e un certo sprezzo del ridicolo, ottenendo risultati incredibili al botteghino (Taken magari non vi dice niente, ma ha fruttato più di 200 milioni di dollari) e fondando un vero e proprio genere: dopo di lui gli action polizieschi sono stati invasi da attori di prestigio sulla soglia della terza età o decisamente oltre, in gruppo (la saga di Red) o da soli (Kevin Costner, anche lui ripescato da Besson in qualche tonnara). Neeson però è stato il primo, e ogni volta che imbraccia una pistola più o si accende una sigaretta con un ghigno triste sembra trionfare a modo suo sull’ingiustizia che lo ha fatto crescere nell’età sbagliata: è vero, è stato il patriota Michael Collins e il sessuologo Kinsey, ma era nato per i western. C’è una scena in Run all night in cui entra in un saloon e li fa secchi tutti – ok, è un pub a Manhattan, un covo della mafia celtica – ma insomma lo spirito è quello.

 

Guarda come mi dona la doppietta – uno come me doveva sparare a John Wayne, non a voialtri pivelli.

La cosa è ormai tanto evidente che gli autori si possono permettere di strizzare l’occhio agli spettatori: all’inizio di questa storia Liam è Jimmy Scavafosse, un ubriacone che sonnecchia nello stesso saloon alla vigilia di Natale. Ha bisogno di soldi, e per ottocento dollari d’onore il figlio del boss lo costringe a indossare un costume rosso da Babbo. Liam ubriaco travestito da Santa Claus, circondato da bambini perplessi dal suo odore, è una metafora non troppo sottile, ma efficace. Anche perché di lì a poche ore suo figlio,  il suo unico figlio che lo disprezza, si ritroverà in grossi guai, e Jimmy si ricorderà di essere stato il più grande pistolero di Manhattan, ingaggiando una guerra all’ultimo sangue con tutta la mala irlandese. L’alba non troverà superstiti. Il tutto per salvare questo ragazzo che non fa che ripetergli quanto sia stato un pessimo padre – e in effetti nel corso della notte Jimmy Scavafosse dimostra di poter inseguire le macchine della polizia a sirene spiegate (in un divertentissimo inseguimento a parti rovesciate), uccidere poliziotti a sangue freddo, strozzare amici di famiglia nei bagni della metropolitana, friggere il volto di killer più professionisti di lui. Il tutto sempre con quell’aria sofferente che lo rende più plausibile dei soliti attori action. Neeson è il padre che tutti vorremmo essere/avere, un tizio che si fa vedere poco e magari ha Fatto Cose Terribili, ma all’occorrenza è pronto a sterminare chiunque ti dia fastidio. 

 

Il killer più cattivo di tutti: indovinate che macchina guida.

Questi film Neeson li fa o con registi francesi della scuderia di Besson, o con lo spagnolo Jaumet Collet-Serra, che può contare sulle maestranze hollywoodiane e quindi cerca di mantenere un tono un po’ meno fracassone, ma ogni tanto la mano gli scappa. Dietro all’esibita pacchianeria di certe scelte c’è una mano insicura: più volte i personaggi si infilano in qualche vicolo cieco e buio e non si capisce, nella scena seguente, come ne siano usciti. Anche la storia, malgrado sfrutti un canovaccio solidissimo, che ricalca senza vergogna l’ormai dimenticato Road to perdition (Era mio padre), a ben vedere è piena di buchi: Johnny Scavafosse sembra un consumato artigiano del crimine ma in realtà commette continuamente errori da novellino e fa tutto per trovarsi esattamente nel luogo dove i nemici lo troveranno. Con tutti questi limiti, Run All Night resta un film scorrevolissimo e divertente, tra i migliori di questo sottogenere action per attori in prepensionamento. Nell’età dei superuomini muscolosi o cromati, fa piacere ogni tanto vedere un vecchio ubriacone che incassa pugni e pallottole mentre fa fuori la sua vecchia gang per salvare onore e famiglia. 

 

PS: Mentre entravo in sala per vedere Run All Night è passato il trailer di un film in cui Sean Penn è un ex killer professionista, e all’inizio dice: Ho Fatto Cose Terribili Nella Mia Vita. Non so se vado a vederlo.

 

Run all night è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (15:15, 17:40, 20:15, 22:40); al Vittoria di Bra (20:00, 22:30); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Buona visione. 

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Avengers, un panino a sette strati

Tutti assieme adesso.

Avengers: Age of Ultron (Joss Whedon, 2015)

 

Vendicatori uniti!: la terra è, ovviamente, in pericolo. Da qualche parte è nascosto uno scettro che nasconde una gemma che nasconde un computer che nasconde un’altra minaccia ancora. Il miglior modo per sconfiggerla è ovviamente creare un’intelligenza artificiale che però si ribellerà e creerà un’altra intelligenza artificiale che si ribellerà al ribelle, così che alla fine quasi nessuno degli eroi si farà male, di quelli di cui la Marvel detiene i diritti. Ma voi volete sapere se è un bel film. 

 

Mi piaci perché sei sensibile, non come quegli altri.

Beh, sì, nel suo genere è il massimo. Per dire c’è una sequenza in cui Hulk e un Iron Man sotto steroidi se le danno di santa ragione, è una cosa che – 

 

È il miglior film della Marvel?

 

Sempre questa domanda. Non saprei. Iron Man 3 era più disneyano. Winter Soldier cercava di darsi un tono. Quelli di Thor non li guardo (mai sopportato Thor). I guardiani della galassia era cazzaro al punto giusto, insomma se alla Marvel hanno sbagliato qualcosa negli ultimi anni io non me ne sono accorto. Sono bravi, conoscono il genere, sanno fino a che punto possono stravolgere i personaggi (alcuni anche parecchio, ma sempre per un buon motivo), e soprattutto hanno un grande rispetto per il loro pubblico metà bambino e metà quarantenne nerd. Forse Iron Man 3 guardava più al bambino, Winter Soldier più al nerd, quanto ad Avengers… c’è Joss Whedon in cabina che fa quel che può (e può parecchio): deve seguire sei o sette eroi alla volta e ci riesce – è incredibile come riesca a dare spessore anche ai meno interessanti, il buon vecchio Occhio di Falco – deve raccontare una storia non troppo cretina e ci riesce, deve rallegrare i più piccoli con lunghe sequenze in cui scoppia tutto e ci riesce. Alla fine si esce esausti e soddisfatti, ma chissà se è davvero il miglior film della Marvel. Può anche darsi di no.

 

In effetti c’è troppa roba nel panino, non è che ci gustiamo davvero tutto. Se devo essere sincero, probabilmente digerisco meglio i film in cui c’è un solo eroe, qualche superamico e due o tre supernemici: un solo vero ingrediente con qualche condimento ben dosato. D’altro canto guardiamoci in faccia: di cosa stiamo parlando? Non siamo mica gourmet, non siamo al ristorante. Siamo in un fast food, e al fast food vogliamo il panino con tutti gli ingredienti. Compresi quelli che presi da soli ci stomacherebbero, ad esempio il salmone norvegese – da Whedon molto sapientemente affumicato e usato quasi soltanto come intermezzo comico. Ma anche il cetriolino a stelle e strisce, sulla carta l’elemento più dolciastro e indigeribile, negli anni è stato trattato al punto che ormai riesce ad armonizzarsi che è un piacere – è una delle cose migliori. In attesa di quel panino tutto di Vedova Nera, che per qualche oscuro motivo non ci cucineranno mai. Avengers – Age of Ultron è quell’enorme burger ripieno di ogni ben di dio che ti fa salivare anche se alla fine mentre lo mangi non distingui più i sapori, non capisci più niente, e alla fine prevale più un senso di colpa che di sazietà. Un piacere infantile e poco sano da prendersi una volta ogni due o tre anni, ché noi in realtà siamo adulti e di solito andiamo a mangiare cose sane e genuine in ristoranti seri.

 

“Per esempio la settimana scorsa sono andato da Nanni“.

“Ah, grandissimo Nanni, come sta?”

“Malissimo, gli è morta la mamma”.

“Oh poveraccio. Mi dispiace”.

“Mi ha attaccato una pezza così…”

“Eh, beh, ma lo sai com’è fatto. Ma i bucatini com’erano?”

“Ti devo dire la verità? Un po’ scotti”.

“Eh”.

“D’altronde gli è morta la mamma, cioè”.

“Ma in fatti”

“Chissenefrega dei bucatini”.

“Eh già”.

“Andiamo a farci un panino?”

“Andiamo”.

 

Avengers: Age of Ultron è al Cityplex di Alba alle 20:30 (3d), e alle 21:30; al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo alle 19:50 (3d), 20:00, 21:00, 22:00, 22:40 (3d), 22:45; all’Impero di Bra alle 20:00 (3d), 22:30 (3d), al Fiamma di Cuneo alle 21:00; al Multilanghe di Dogliani alle 21:30; all’Italia di Saluzzo alle 21:30; al Cinecittà di Savigliano alle 21:30.

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Jake Gyllenhaal, alieno notturno

Lo sciacallo (The Nightcrawler) Dan Gilroy, 2014

“Ma gli amici non si obbligano a…” “Ti sbagli”.

 

Qualcuno una volta ha detto che non capisco le persone. La psicologia, insomma. Posso garantire che non è così. Io passo il tempo a capire le persone. Mi mescolo tra loro, osservo i loro comportamenti, ascolto i loro discorsi, e imparo. Non ho avuto un’istruzione convenzionale, ma imparo molto in fretta. So contrattare. Sono in grado comprendere rapidamente le attese del mio interlocutore, il che mi consente di calibrare con più efficacia i miei messaggi e ottenere in breve tempo quello che mi serve. Perciò è errato sostenere che non capisco le persone.

 

È solo che non mi piacciono

 

Lo sciacallo è un alieno. Uno serio, intendo, non di quelli che dopo un po’ diventano sentimentali e si affezionano. Molto più credibile della Johansson in Under the Skin, Jake Gyllenhaal non solleva mai la maschera. La prima volta che lo vediamo sta rubando il rame in un cantiere, alla base della catena alimentare. Ma ha già quegli occhi finti che sembrano dipinti su palpebre chiuse. Non ha famiglia né origine; è rapido e spietato, si adatta alle situazioni e non si accontenta mai. Dal furto di oggetti a quello di immagini sul luogo del disastro, il passo è quasi logico. Ma parassitare le nostre peggiori abitudini mediatiche non gli basta: lui vuole andare oltre, mostrarci la via. Qualcuno ha paragonato la prova di Gyllenhaal a quella di De Niro in Taxi Driver, e soprattutto in Re per una notte: la caricatura del self made man germinato dal nulla e disposto a qualunque cosa, strano fungo cresciuto una notte nella jungla sociale. Gyllenhaal purtroppo non può contare su una storia altrettanto buona: Dan Gilroy, al suo esordio in regia, si preoccupa forse eccessivamente che passi il messaggio polemico nei confronti del sensazionalismo della cronaca nera; in realtà mostra più talento per le scene d’azione (fantastici inseguimenti) che per la didascalia sociale. Il finale è un po’ ridondante, ma almeno non è il tipico finale hollywoodiano. Gli alieni sono in mezzo a noi, come noi, in certi casi siamo noi.

 

Lo sciacallo è al Cinema Aurora di Savigliano oggi 15 e domani 16/04/2015, alle 21:15. Buona visione!

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Meno saghe più astronavi

Ti preferivo azzurra (però ok, dai).

I guardiani della galassia (James Gunn, 2014)

 

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, gli alieni erano ancora colorati come nelle pagine in quadricromia dei vecchi albi a fumetti: neri, gialli, magenta e blu. Pirati e rigattieri, viaggiavano qua e là per la galassia alla ricerca perlopiù di gemme magiche o altre cose che in un modo o nell’altro rischiavano sempre di distruggere la galassia. Alternavano un lessico fiorito e pomposo a battutacce triviali, a seconda di chi fosse di turno a scrivere i testi. Se ne fregavano della verosimigliananza, godevano a incasinare la continuity, si stavano già prendendo gioco dei luoghi comuni della space opera prima che arrivasse con la sua Morte Nera il potente George Lucas a prendere tutto maledettamente sul serio. Bei tempi. Torneranno?

 

Da qui magari non si capisce, ma sono due personaggi tenerissimi.

I guardiani della galassia è il film che abbiamo sognato da quando eravamo bambini – quel film di cui Lucas ci ha fatto sentire il profumo a bordo del Millennium Falcon, prima di virare decisamente verso il fantasy più manicheo – e più redditizio. Ma a noi di tutto quel misticismo della Forza, quella lotta tra il Bene e il Male, e la repubblica contro l’imperatore, e Luke sono tuo padre e Leila è tua sorella, tutta questa roba in realtà non è che ci convincesse più di tanto. Ce la sorbivamo in mancanza di meglio. Quello che avremmo voluto davvero erano le avventure anarchiche di Han Solo in un universo di mostri sballati e fuori di testa. Volevamo la Space Opera Cazzara, e nessuno al cinema ce la voleva/poteva dare. Lucas no, Star Trek men che meno. Per fortuna che c’erano i fumetti – ma non ce n’erano in giro poi così tanti. Oggi col digitale si può fare quasi tutto: ma si poteva ricreare quell’atmosfera surreale ed esilarante che ti avvolgeva quando aprivi un vecchio albo dell’Editoriale Del Corno allegato a un sacchetto di patatine? Come attraversare un portale dimensionale, finire assorbito dalle avventure incomprensibili di personaggi dai nomi assurdi e immediatamente familiari. Le storie sembravano più lunghe di quanto fossero in realtà perché i personaggi parlavano un sacco: avevano dialoghi metà Shakespeare e metà Paperino. Nel giro di una pagina potevano diventare nemici irriducibili o amici per la vita. I cattivi erano più spesso blu scuro, i buoni rossi o azzurri, la maggior parte sparava raggi fluorescenti dalle mani.

 

…però il più divertente è lui. No, sul serio, fa scompisciare.

I guardiani è un esperimento riuscito – anche se Chris Pratt non ha il carisma di Harrison Ford, anzi, il suo StarLord è uno dei punti deboli del team: l’idea di equipaggiarlo con la fissa hipsterica per le musicassette è una strizzata d’occhio esagerata a un pubblico che avrebbe preferito qualche battuta in più. Per fortuna i Guardiani è un film di squadra, e la squadra funziona: in particolare il procione e il suo amico albero (l’irriconoscibile Vin Diesel) sono esilaranti: li vorresti sempre in primo piano, e chissenefrega se sullo sfondo c’è un’eterna lotta tra il Bene e il Male. Proprio come i due robottini nel primo Guerre Stellari, sì. I guardiani non ha molto che meriti una seconda visione, o un posto speciale nella nostra memoria: e allo stesso tempo è quel tipo di film di cui sei sicuro che non ti perderai il sequel, e pure il sequel del sequel. Ultimamente invece la Marvel (ora proprietà Disney) ha comunicato che i suoi supereroi realistici-in-calzamaglia cominceranno a farsi la guerra tra loro, uno schema già provato e riprovato sulle tavole a fumetti. Avremo Iron Man contro Capitan America, forse tornerà a casa anche l’Uomo Ragno e gli toccherà scegliere con chi stare, la saga si complicherà, tutti saranno coinvolti, la continuity vincerà la sua eterna lotta contro il divertimento. Non c’è nulla che possiamo farci: se la gente vuole saghe complicate perché la Disney dovrebbe rifiutare di apparecchiargliele?  Speriamo solo che si ricordino di darci qualche film balordo come i Guardiani ogni tanto. 

 

I Guardiani della galassia si possono vedere senza occhialini al Cine4 di Alba (20:00, 22:30); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:10, 22:40); al Fiamma di Cuneo (21:15); al Multilanghe di Dogliani (21:30); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Con gli occhialini lo trovate al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 22:45) e all’Impero di Bra (20:10, 22:30), ma chissà se ne vale poi la pena.

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Nessuno odia sé stesso come Frank Miller

Nel film non c’è davvero molto altro da vedere, d’altro canto chi avrebbe mai voglia di vedere altro?

Sin City – Una donna per cui uccidere (Frank Miller, Robert Rodriguez, 2014).

 

Sei lì tranquillo che hai appena messo la moka sul fornello, quando bussano alla porta. È Pablo Picasso.

 

“Buonasera, mi perdoni l’intrusione, ma…”

“Maestro! Non trovo le parole per dire quanto questo sia un onore per me…”

“Non le cerchi nemmeno le parole, giovanotto, io vado un po’ di fretta”.

“Posso offrirle qualcosa? Un caffè?”

“Come se avessi accettato, grazie. Le spiego senz’altri convenevoli il motivo della mia visita. Lei ha per caso presente una tela discutibile che dipinsi qualche anno fa, Les Demoiselles d’Avignon?”

“Come potrei non conoscerla, Maestro? È forse la sua opera più celebre”.

“Già, già. E non ha per caso nel suo appartamento qualche riproduzione di siffatta opera, in bianco e nero o a colori?”

“Mi dispiace, no. Ma non deve pensare che questo sia un segno di disistima nei suoi confronti…”

“Non lo penso, non lo penso. Ma mi chiedevo… anche solo una foto in un libro, un catalogo, un manuale per la scuola media…”

“Ah, beh, certo, Storia dell’Arte 3. È qui nella mensola alta, un attimo… Eccolo. C’è la foto a piena pagina, come può notare”.

“Già. Splut!”

“Maestro, ma cosa sta facendo? Perché scaracchia nel mio libro e si soffia il naso con la foto del suo capolavoro?”

“Perché lo odio quel quadro di merda! Non lo sopporto più!”

“Ma non dica così, è una pietra miliare del…”

“È una zozzeria orrenda!”

“Ma ci sono fior di critici, e connaisseurs, e collezionisti, che non condividono questa sua opinione”.

“Lo credo bene, l’ho dipinto per pigliarli per il culo!”

“Beh, questo ha un senso, almeno nel quadro delle avanguardie artistiche del secolo scorso”.

“Sì, appunto, è passato un secolo, mobbasta. Secondo lei io ero talmente coglione da dipingere le facce romboidali? Io se mi impegnavo davo i punti a Rembrandt. Questa schifezza ha rotto le palle”.

“E quindi cosa intende fare? Entrare in casa di ogni persona che l’ha vista e distruggerla con le sue mani? È un’impresa impossibile!”

“E perché?”

“Perché l’editoria stampa manuali e cataloghi a getto continuo… e poi c’è internet… e ora che ci penso lei comunque è morto”.

“Già, non la trova un’ingiustizia? Che io sia morto e che quella schifezza possa sopravvivermi?”

“Credo che debba rassegnarsi”.

“Mai. Dopotutto è roba mia, ci ho messo il nome sopra, perché non posso più distruggerla? Possibile che non ci sia un modo per sabotarne definitivamente la ricezione?”

“No, mi dispiace. L’unico che conosco che ci è riuscito è Frank Miller”.

“Chi è Frank Miller?”

“Un fumettista che disegnava tavole violentissime e molto eleganti, che tutti compravamo e mettevamo sulle mensole alte”.

“E poi ha fatto come me? È entrato di casa in casa di ogni singolo acquirente e ci si è nettato il culo?”

“No, le ha trasformate in film e ce li ha fatti guardare”.

“Interessante”.

“Meno di quanto sembra”.

“Trasformare l’arte grafica in cinema per distruggerla. Pura avanguardia”.

“Sul serio? Non ci avevo pensato”.

 

Disegnata sembrava una bella scena, pensate.

Una donna per cui uccidere è la prima storia di Sin City che mi capitò di leggere, e dunque è quella che ricordo meglio. Non tanto la storia (le storie di Sin City non sono fatte per essere ricordate): ricordo me stesso che leggeva Una donna per cui uccidere; ricordo la ragazza che me l’ha prestato e che era un’artista, lei, molto promettente. Affrescava pareti e illustrava libri per bambini, privilegiava le tinte pastello e disegnava dolcissimi leprotti. E intanto ascoltava Licensed to ill a palla, e mi prestava i fumetti di Lobo o Sin City di Frank Miller. Una dicotomia davvero affascinante, se solo ci avessi fatto caso. Ma era una di quelle fasi della vita di noi maschietti in cui, come spiegarlo? Non fai caso a niente. Il sistema endocrino governa ogni tua percezione, il sistema nervoso centrale è completamente succube della prima ragazza che ti telefona e dice: mi aiuti ad accendere il computer? a rimettermi col mio ragazzo? a traslocare? a uccidere il marito ricco e noioso? Così potremmo dire che Una donna per cui uccidere parlava di me, in quel modo grottesco e completamente fuori le righe che aveva già allora Miller per parlare delle cose: ma siamo onesti, in quella fase della vita di noi maschietti qualsiasi messaggio complesso parla di noi, anche le istruzioni per lo spremiagrumi. Probabilmente, se lo tirassi fuori da quella mensola alta, scoprirei che Una donna per cui uccidere è un fumetto bislaccamente violento, che ti sbatte in faccia una serie insostenibile di luoghi comuni con la scusa postmoderna della riscoperta del “genere”. Ma allora non ci facevo caso. Lo trovavo elegante, nella sua rozza e programmatica abolizione delle sfumature. Ammiravo la sintesi del tratto, la trasformazione degli schizzi di sangue in cascate di luce; e un occhio cavato da un’orbita non mi impressionava più di tanto. Poi, vabbè, la storia era assurda e tagliata con l’accetta: ma l’importante era lo stile, e lo stile richiedeva che la storia fosse così. Le donne erano tutte puttane, tranne le puttane professioniste, loro sì affidabili e deliziosamente spietate: ma che importava, Miller mica faceva il moralista, Miller trasfigurava i cliché dell’hardboiled in sofisticate silhouettes, Miller era un genio. Gli mancava solo di morire in quel momento.

 

Invece è sopravvissuto a sé stesso, Frank Miller, cominciando da un certo punto in poi a sabotare la sua stessa reputazione. Una cosa persino eroica, a suo modo, perché è facile essere iconoclasti col culo degli altri, ma provate a usare il vostro – nessuno è mai stato capace di autodistuggersi come lui. Potremmo dire che si è rincoglionito, ma è troppo facile. Capita a tutti di rincoglionire, è più o meno il destino di tutti  gli artisti che non hanno l’occasione di levarsi di mezzo da giovani. Una sorte in qualche modo persino augurabile. Ma per quanto tu possa rincoglionire, se hai fatto delle cose buone da giovane non puoi rovinarle. Ormai stanno lì, sulle nostre mensole: non puoi venire casa per casa e stracciare ogni singola edizione del Cavaliere Oscuro. Puoi ingegnarti a scriverne un sequel; puoi farlo brutto apposta, ma non servirà a niente: lo dimenticheremo presto e continueremo a sfogliare il Cavaliere Oscuro. Per quanto il nuovo Miller si sforzasse di autosabotarsi, non c’era nulla che potesse fare per distruggere la stima che avevamo di lui.

 

Ma a questo punto entra in scena Robert Rodriguez, el Rey dei tamarri.

 

Un giorno si presenta a casa di Miller e gli mostra un pezzo del suo Sin City trasformato in film. Non è una semplice trasposizione cinematografica. È proprio Sin City. Gli attori si muovono come nelle vignette. I dialoghi sono gli stessi delle nuvolette. Dunque si può fare! Abolire lo script tradizionale e usare le tavole di un fumetto come storyboard. Era da anni che non facevamo che scomodare l’aggettivo ‘cinematografico’ per l’arte di Frank Miller, e benché i suoi rapporti col mondo del cinema non fossero del tutto incoraggianti, era impossibile non accostarsi al primo film tratto da Sin City con curiosità. Quante volte ci eravamo detti insoddisfatti di un fumetto tratto da un film? Più o meno tutte le volte che abbiamo avuto il coraggio di andarlo a vedere. Bene, col primo Sin City non avevamo più scuse: il film era il fumetto. Rodriguez prometteva di girarlo esattamente come Miller lo aveva immaginato. Direttamente dal cervello di Miller al grande schermo.

 

Questa è sempre la Dawson, ma secondo i due registi non dovremmo accorgercene subito: cioè questa secondo loro è la Dawson mascherata.

E quindi insomma, cosa avevamo da obiettare al viso di cartapesta di Mickey Rourke? Ai ridicoli completi sadomaso di Rosario Dawson? Non erano uguali a quelli stilizzati sulle tavole di Miller? Perché ci faceva strano che le teste tagliate parlassero? Non succedeva la stessa cosa nella storia più divertente di Miller? Com’è possibile che trovassimo insostenibili le continue voci narranti? Non facevano che rileggere le didascalie di Frank Miller. Alcune di quelle didascalie le sapevamo persino a memoria (“il suo bacio è una promessa di paradiso”). Perché ci sembrava ridicolo il colore bianco del sangue? È che quella che sulla tavola di Miller sembrava una cascata di luce, al cinema diventava una cagata di piccione. Il primo Sin City fu un film importante se non altro perché mise definitivamente i patiti di fumetto di fronte alla realizzazione dei loro desideri, sbattendo loro in faccia l’amara verità: sul serio desideriamo questo? Sul serio crediamo che quelle silhouette in bianco e nero possano trasformarsi in personaggi in carne e ossa e indugiare in quei monologhi paratattici senza passare dal ridicolo?

 

Da lì in poi non ci siamo più lamentati del fatto che le storie a fumetti al cinema diventassero un’altra cosa. Anzi, abbiamo cominciato ad augurarci che incontrassero registi privi di timore reverenziale, pronti a violentarli se necessario; perché se invece i film pretendono di mettere in scena le vignette come tableaux viventi, come sacre rappresentazioni, non solo diventano ridicoli, ma irradiano di ridicolo anche gli originali cartacei. Io sul serio non mi ero reso conto di quanto fosse tamarro Frank Miller, finché el rey Rodriguez non mi ha levato il velo artistoide dagli occhi. Tutte quelle puttane che saltano sui tetti imbracciando cannoni, un immaginario softporno anni Settanta, ma sul serio abbiamo perso così tanto tempo ad ammirare un misogino negato con l’anatomia che racconta sempre la stessa storia ed è pure una storia scema? Noi credevamo di essere fini connaisseurs, poi arriva Rodriguez e ci dice wow! tacchi a spillo e pistole! tette e teste mozzate! katane e frusini! i miei sudditi prolet cafoni andranno pazzi per questa roba! Daccene ancora! Dici: e vabbe’, sarà il cinema che deforma, che svilisce, che semplifica. Ma sotto sotto sai che non è vero; che se avessi davvero voglia di riaprire quel volume nella mensola lì in alto, ci troveresti tutto già deformato, svilito, semplificato. 

 

Nove anni dopo, Miller e Rodriguez tornano sulla scena del delitto. Chissà perché poi. Probabilmente entrambi sono in una fase non particolarmente felice della loro rispettiva carriera e hanno bisogno di lavorare; nel frattempo il digitale ha fatto grandi progressi, e probabilmente girare un film completamente su green screen è diventato così facile che sembra stupido non provarci. Mickey Rourke non è che abbia l’agenda fitta di impegni, Bruce Willis è un signore e cinque minuti di set non li negherebbe neanche a Ed Wood; le storie ci sono già, il brand bene o male esiste e non è ancora stato definitivamente sputtanato – ecco, appunto, rimaneva solo questa mossa: sputtanare definitivamente il brand. Non credo che nessuno dei due registi sperasse davvero di cavarci fuori un film decente. In particolare le storie nuove scritte da Miller esplicitamente per il film ribadiscono che il tizio odia sé stesso e passa il tempo a farsi il verso da solo. Me li immagino, registi e produttori seduti a un tavolo, mentre si pongono il problema: ok, molto probabilmente verrà una merda. Possiamo fare qualcosa per mandare comunque la gente a vederla? Qualcuno ha qualche idea? Tu là in fondo. 

No, in realtà c’è anche Jessica Alba che si sculaccia da sola e ti sputa addosso il gin in 3d. Cioè dalle foto uno davvero si domanda come è possibile che un film del genere sia noioso, eppure.

“Tette”.

“Un po’ banale, forse”.

“Di Eva Green”.

“Ah, beh no, allora è un classico”.

“Non stancano mai”.

“Non hai tutti i torti”.

“Io ho già consumato due dvd dei Dreamers”.

“Eh, ma d’altronde il grande cinema europeo, Bertolucci, il Sessantotto francese…”

“Ah, è ambientato in Francia?”

“Credo di sì, onestamente non l’ho mai visto intero”.

“Neanch’io”.

“Ok, quindi se nessuno ha un’idea migliore tagliamo su tutto il budget e investiamo nelle tette di Eva Green, qualcuno è contrario? Ok, all’unanimità”.

***

Drin Drin

“Casa Rodriguez, chi parla?”

“Chiedo scusa, lei è proprio Roberto Rodriguez? El rey dei tamarri?”

“In carne e cappellone”.

“Mi presento, sono Pablo Picasso, un pittore del secolo scorso, forse avrà già sentito parlare di me”.

“Vagamente”.

“Volevo proporle un soggetto che la renderà ancora più ricco, famoso e culturalmente rilevante: una torbida storia ambientata in un bordello nella Francia del sud”.

“Un bordello nella Francia del sud?”

“La storia è ispirata a un mio quadro famoso”.

“Ci sono le tette?”

“In tutte le angolazioni possibili, e inoltre volti deformati senza un perché”.

“Tette e volti deformati. Ha la mia attenzione”.

Sin City 2, se proprio uno ci tiene a vedere Frank Miller che si sputa addosso, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:45, e in versione 3d al Multisala Impero di Bra alle 22:30. 

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Luc Besson usa il 10% del suo cervello (e sta benissimo)

Posso fare qualsiasi cosa e quindi vi faccio ‘sto trucchetto qui.

Lucy (Luc Besson, 2014)

 

Un giorno Luc Besson ha sentito dire che gli umani usano soltanto il 10% del loro cervello. Non sappiamo da dove gli sia arrivata la notizia (una brochure di scientology? la maga di Montmartre?), quel che importa è che Luc Besson da quel momento ha spento il 90% del suo. I risultati sono stati entusiasmanti. Libero da ogni residuale freno intellettuale, Besson ha sfrenato il suo lato tamarro fondando un impero cinematografico senza eguali nel continente, l’Europacorp. Un mostro che fattura milioni di euro, sbanca migliaia di botteghini in tutto il mondo e riesce a esportare blockbuster di action tamarra negli usa, più o meno come vendere frigoriferi agli eschimesi, ma non un paio ogni tanto: container di frigoriferi europei, pure scadenti, si direbbe che ne vadano pazzi. Di fronte a tanto successo ci rimane solo un piccolo dubbio: cosa avrebbe potuto fare, Luc Besson, col 100% delle sue facoltà intellettive?

 

Di sicuro non avrebbe mai potuto scrivere una sceneggiatura come Lucy, che non si tiene in piedi neanche se la sorreggi con tutti i luoghi comuni del genere (quale genere? qualunque genere). Il vago sentore europeo del film purtroppo consiste essenzialmente in questo: in America uno script così squinternato non te lo passerebbero mai. Al limite se trovassero buono lo spunto lo farebbero riscrivere da capo a piedi da un pool di scimmie con cervelli più impegnati di Luc Besson. Per dirne una: a metà film la protagonista, già praticamente onnipotente (il che toglie tutta la suspense; hai voglia a vedere scene d’azione se sai già che lei non corre nessun pericolo) ha davanti a sé il Nemico, alla sua mercé. Lo tortura un po’ perché le serve un’informazione – ma non lo uccide. Non le va. È onnipotente e amorale, un quarto d’ora prima ha sparato a un tassista taiwano perché non sapeva l’inglese; adesso ha davanti l’Antagonista e lo lascia andare. Perché? Perché sennò Luc Besson non sapeva come far andare avanti ‘sta fregatura di film – oh guardate che non si tratta mica di ostentare pretese cinefile, santo dio, io sono uno che si diverte con poco, mi è piaciuto pure Kick Ass 2, vi rendete conto? Kick Ass 2 è il Re Lear al confronto di questa roba. 

 

C’è che fare film cretini, in America, è una scienza. Qualsiasi fastfurious ha una consistenza narrativa che Besson si sogna, del resto come potrebbe fare diversamente? Usa soltanto il 10% del suo cervello, probabilmente non riesce a centrare la bocca quando si serve il caffè. Lucy è la storia di una ragazzotta zarra come Scarlett Johansson in Don Jon, che in seguito a drammatiche circostanze assume una quantità ingente di una droga che prima la trasforma in una supereroina (come Scarlett Johansson nei film della Marvel), poi in un’aliena insensibile come Scarlett Johansson in Under the Skin, e infine in una deità incommensurabilmente superiore agli esseri umani, del tipo di Scarlett Johansson in Her. Si tratta in sostanza di pura Johanssonexploitation, che in altre epoche, con altri budget, avrebbe fatto fronte alla nostra necessità settimanale di Scarlett scritturando una bionda più o meno simile in grado di corrucciare il musetto più o meno allo stesso modo. Invece Luc Besson (tutto sporco di caffè da capo a piedi) i soldi per chiamare la Johansson si dà il caso che ce li abbia. Per dire, la Marvel non ce li ha. Un film con la Vedova Nera protagonista, la Marvel non ce lo fa. I procioni sì, Robert Downey in scatola sì, Scarlett Johansson no. Per fortuna che c’è Luc Besson, col gelato tra i capelli.

 

Può far tutto quello che vuole, e quindi si bacia un tizio così.

Non c’è un solo fotogramma di Lucy che non sia un’offesa all’intelligenza di chi lo guarda. Hai voglia a dire che è un action: fanno schifo proprio le scene action. Scarlett ha troppa fretta, deve diventare da parrucchiera a Dio in ottanta minuti, non è che possa mettersi lì e fare le capriole da vedova nera. Non ci sono combattimenti; c’è lei che passa con la pistola e ammazza un po’ di gente prima che possano rendersene conto. Non ci sono inseguimenti; c’è lei che fa schizzar via le macchine con la forza del pensiero, eh beh, ma così son buoni tutti. Non c’è detection, lei vede tutto, trova tutto, è dappertutto. Non c’è romance, c’è giusto il tempo di un bacetto col primo poliziotto che incrocia, così, giusto perché hai speso tanto per le labbra di Scarlett e in qualche modo le devi usare. Tenete conto che la protagonista da metà film in poi potrebbe trasformarsi in qualsiasi cosa, dall’albatros allo zircone, ma il tempo per fare della computergrafica seria non c’era. Così le hanno soltanto fatto crescere una mano in più per tre secondi a mo’ di dimostrazione: guarda che roba avremmo potuto fare con un po’ più di tempo e di voglia. In generale qualsiasi immagine vagamente visionaria esce quasi subito dall’inquadratura.

 

Tutti questi espedienti sarebbero anche apprezzabili se Lucy si presentasse come un onesto B movie all’arrembaggio dei mercati globali; ma no, Luc Besson con una banana schiacciata sulla fronte voleva darci il suo film filosofico, il suo Matrix, il suo 2001, il suo Tree of Life. Ed ecco Morgan Freeman nei panni di uno scienziato come può immaginarselo un regista zarro lobotomizzato; un tizio saggio che dice cose misteriose in una sala piena di gente che lo ascolta a boccaperta. Scienziato Freeman ha dedicato tutta la sua vita a domandarsi cosa succederebbe se usassimo il 100% del suo cervello, e la risposta che Scienziato Freeman ha trovato è “non lo so”. Tanta saggezza manda in visibilio il pubblico. Scarlett da metà film ha accesso a tutto lo scibile umano, ma si fida soprattutto di Scienziato Freeman che sa di non sapere. A Scienziato Freeman, Scarlett spiega il senso dell’universo, che è questo: la materia non esiste, esiste solo il tempo. Vi domanderete come ha fatto ad arrivarci: ebbene, ha accelerato la sequenza di una macchina che corre su una strada, finché la macchina non è sparita. Quindi la macchina non esiste, chiaro, no? No, Luc Besson, è un paradosso da terza elementare – peraltro se Scarlett è onnipotente dovrebbe riuscire a percepire la macchina con qualsiasi accelerazione – verrebbe voglia di prenderlo a schiaffi rapidi dicendogli: le vedi le mani? (ciaf) le vedi? (ciaf) le vedi? e allora non esistono, tranquillo. Ciaf! Ciaf! Ciaf! Sta’ sereno. Ciaf! 

 

Ma a che servirebbe. Col dieci per cento delle sue facoltà intellettuali, Luc Besson ha messo insieme uno schifido pezzo di celluloide che sta sbancando i botteghini in tutto il mondo. Sarà Scarlett, sarà la noia dilagante (Hollywood sta producendo solo sequel o remake), o il gusto perverso per le bubbole pseudoscientifiche – la prossima volta potrebbe scatenare Angelina Jolie contro le scie chimiche, o Chloe Moretz contro i terremoti causati da haarp e i microchip sottocutanei finanziati col signoraggio bancario. L’unico modo di apprezzare roba del genere è spegnere almeno il 90% del proprio cervello: mi spiegate come si fa? Perché vedo che un sacco di gente qui intorno ci riesce e si diverte un sacco, e io no, non è giusto.  

 

Lucy è al Cityplex di Alba (20:00, 22:15); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:30, 22:40); al Vittoria di Bra (20:15, 22:30); al Fiamma di Cuneo (21:00); al Multilanghe di Dogliani (21:30); ai Portici di Fossano (21:15); al Baretti di Mondovì (18:00, 21:00); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30)

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Transformers e altre catastrofi

Dai, siete ridicoli, Gundam vi piscia nel radiatore.

Transformers 4: l’Era dell’Estinzione (Michael Bay, 2014).

 

Mentre un’antica e potente minaccia Transformer prende di mira la Terra, un gruppo di potenti e ingegnosi uomini d’affari e scienziati tenta di imparare dalle passate incursioni dei robot spingendosi oltre i limiti controllabili della tecnologia, e a me sono già cascati i bulloni. No, davvero, ci andate voi a vedere i Transformers, io passo. Non è niente di personale, anzi probabilmente sì. Come può altrimenti spiegarsi che i robottoni componibili e polifunzionali di Michael Bay non mi siano mai andati a genio, mentre quelli arrugginiti e analogici di Del Toro mi hanno fatto rabbrividire e piangere per mezz’ora? È davvero così geniale e visionario Del Toro, è davvero così ipercinetico e bimbominchioide Michael Bay (che peraltro, quando vuole, sa fare film molto divertenti)?

 

Non sarà più semplicemente che io sono della generazione di Gig e di Mazinga, e i Transformers sono usciti nel momento esatto in cui cominciavo le medie e prendevo commiato dai cartoni animati del pomeriggio? Io con gli autobot non solo non ci ho mai giocato, ma probabilmente mi sono impedito di giocare. Li ho sacrificati all’altare della pubertà incipiente, magari li rompevo ai bambini più piccoli per dimostrare che ero un togo, che ne so. So solo che la mia antipatia per quei cosi è profondamente radicata nel mio pre-conscio. A me i robottoni piacciono solo se puzzano di officina anni Ottanta e nell’abitacolo potresti trovare un poster di Blitz. Solo se si ammaccano continuamente e dentro c’è un umano che manovra e sente le botte. Invece il robottone con la personalità, i sentimenti, il senso del destino, lo trovo un abominio. Il robottone che deve preservare la sua identità culturale – pure lui – non ci bastavano gli esseri umani con ‘ste menate, tra  un po’ pure la macchinette del caffè pretenderanno un seggio all’Onu. E quindi a vedere Transformers 4 non ci vado. 

 

E poi a me i Transformers fanno sempre venire in mente questa striscia (The Perry Bibble Fellowship, http://www.pbfcomics.com/

Sto qui a casa a pensare a quanto sarà bello Pacific Rim 2. Chissà quante belle pezze variopinte stenderà sui buchi di sceneggiatura del primo. In particolare sarebbe bello se approfondisse un’idea lasciata molto in sospeso, che secondo me potrebbe fare la differenza. Come forse non sapete, all’inizio di Pacific Rim i robottoni sono già vecchi, una tecnologia superata (e questo è geniale, perché assomigliano davvero a quelli che spuntano ancora da certi nostri cassetti nei solai o nei garage). Hanno avuto un momento di gloria qualche anno prima, ma ormai non riescono più a fronteggiare i dinosauri, e quindi l’esercito mondiale ha deciso di dismetterli, e di costruire un grande muro – probabilmente si tratta di una distopia in cui gli economisti keynesiani sono riusciti a conquistare l’egemonia. Persino il protagonista, ex conducente di robottone, dopo aver perso il fratello gemello in un combattimento, ha trovato lavoro come manovale. Il muro però, se da un lato assorbe tanta forza lavoro e rilancia l’economia, ha una grossa pecca: non funziona. Lo si vede dopo pochi minuti: il primo dinosauro che ha voglia di farsi un giro a Sidney lo sbriciola come niente fosse. Eppure l’umanità continua a costruirlo. È scema? Sì.

 

Ciao, cosa danno di bello all’Opera?

Molti spettatori dotati di intelligenza, e molto determinati a manifestarla, se la sono presa per l’apparente ingenuità: come se l’umanità, quella vera e non cinematografica, dimostrasse sempre di saper prendere le misure alle catastrofi incombenti. Se di fronte al riscaldamento globale tutto quello che abbiamo saputo opporre è il protocollo di Kyoto, perché non dovremmo reagire a un’invasione di dinosauri ciclopici alzando un muretto di mattoni? Siamo fatti così. Ma a un certo punto del film viene lasciato penzolare un altro spunto, che spero Del Toro sviluppi: forse il muro è semplicemente un diversivo.

 

Forse la guerra è già persa, e l’élite che governa il mondo – e che ha approfittato dell’invasione per accentrare ricchezze e conoscenza – lo sa. Questa élite nel primo film non compare mai, ma in un qualche modo sappiamo che esiste, e che ha deciso di dismettere il progetto dei robottoni. Ma proviamo a immaginare di esserci noi al loro posto. Non abbiamo i mezzi per vincere la guerra, ma abbiamo gli strumenti per calcolare l’entità della sconfitta: sappiamo che l’umanità è spacciata, e che soltanto un’esigua minoranza può sopravvivere in rifugi costosissimi. Cosa facciamo? Cominciamo a costruire quei rifugi, e nel frattempo teniamo occupata l’umanità con qualcosa. Un bel muro di mattoni, che ne dite? E speriamo che se la bevano.

 

Ora togliamo i dinosauri e passiamo al mondo reale, che non se la passa poi così meglio. Se davvero c’è una sottile classe sociale di super-ricchi, destinati a diventarlo sempre di più, perché non si danno da fare? È il punto di partenza di tutti i complottisti, lo so; ma se le risposte che si danno sono ridicole, la domanda è legittima. Penso alla tizia appena assunta dal M5S a Bruxelles: la sua ipotesi è che il Nuovo Ordine Mondiale stia regolando il clima mediante le scie chimiche e stabilizzando la popolazione del globo mediante la vaccinazione di massa, l’introduzione di nanomateriali plastici negli alimenti, ecc. Cioè, in pratica senza scie chimiche e vaccini saremmo già in venti miliardi. Ora io non so voi, ma la mia reazione a una teoria del genere è: magari! Cioè ci voglio lavorare anch’io per il Nuovo Ordine Mondiale, ditemi dove ci si iscrive, porto anche il caffè. Sul serio, se abbiamo trovato un sistema per regolare la popolazione mondiale senza guerre e senza carestie siamo in sostanza i più grandi benefattori di tutti i tempi – anzi io comincerei ad aumentare le dosi, perché sette miliardi francamente non mi sembrano un gran risultato; cioè ti devi impegnare un po’ di più, Nuovo Ordine Mondiale. 

 

Fuor di ironia, se non si crede a nessuna grande teoria del complotto, rimane il problema. Cosa sta facendo l’élite che sta accumulando il più grande capitale di ricchezza e conoscenza mai esistito nella storia dell’umanità? Perché non si stanno dando da fare per salvare la Terra e impedire le catastrofi climatiche che la comunità scientifica ormai dà per scontate? Il problema dovrebbe interessare ai super-ricchi per primi: non per filantropia, ma perché siamo tutti sulla stessa barca, loro compresi. O no?

 

Ormai sappiamo che in futuro non così remoto l’acqua sarà un bene molto più prezioso; molte specie animali si estingueranno. Anche l’umanità probabilmente dovrà ad adattarsi a cambiamenti rapidi e quasi sempre peggiorativi. Diminuiremo, anche senza bisogno di vaccini o nanomateriali. È più probabile che si ricorra ai vecchi metodi già sperimentati: carestie, epidemie, guerre per l’accaparramento delle risorse. Non è la trama di un film di Emmerich: sono le previsioni di scienziati e studiosi. Cose che sappiamo, anche se preferiamo parlar d’altro. L’élite dovrebbe saperle meglio di noi. E di conseguenza preoccuparsi un po’ di più. Invece, boh, voi li avete visti? Ok, qualcuno fa un po’ di filantropia, ma non sembrano sforzi adeguati alla drammaticità della situazione. Forse hanno fatto i loro calcoli, e da qualche parte stanno costruendo rifugi climatizzati e iperaccessoriati, dove si nasconderanno quando su questa crosta cominceremo a scannarci per un sorso d’acqua. È un complottismo come un altro.

 

O forse i calcoli hanno dato risultati peggiori, e l’1% ha deciso che tanto vale spassarsela finché dura. Alla plebe si può ancora offrire qualche film fracassone e divertente. 

 

Transformers 4 esce oggi mercoledì 16 luglio al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 (3d), 20:30 (2d), 22:00 (2d); al Multilanghe di Dogliani alle 20:45 (3d) e alle 21:30 (2d); al Vittoria di Bra alle 21 (3d). Andateci e ditemi voi. Oppure tenete d’occhio i 400 calci, loro scriveranno recensioni precise ed esaustive.

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Un calcio ai mutanti

Che poi a ripensarci Claremont ha sempre scritto delle soap verbose, non è che i vecchi fumetti fossero così meglio.

X-Men: giorni di un futuro passato (2014, Bryan Singer)

 

Tra dieci anni non esisteranno più mutanti. Per la verità non esistono anche adesso, fuori dai cinema. Dentro invece cominciano a essercene troppi, e a fare paura alla concorrenza: dinosauri, robottoni, divi in pensione che giocano a fare le spie, eccetera. Alla fine è pura lotta per la sopravvivenza, come diceva il mio bis-bis-bis-bisnonno mentre spaccava il cranio a un Neanderthal con la sua clava. O noi o loro, e loro sono molto cattivi, meglio togliersi il pensiero. Tra dieci anni non esisteranno più mutanti, il pubblico non ne potrà più di loro. Troppi errori di continuity, troppi supereroi morti e poi resuscitati perché la gente vuole il sangue ma anche il lieto fine. Come dice veramente il professor Xavier in una storia che non ricordo, la vita e la morte per gli X-Men hanno le porte girevoli. Contate soltanto quante volte tra fumetto e cinema avranno resuscitato la povera Jean Grey – alla quinta o sesta quale spettatore non si sentirebbe preso in giro? Tutto questo, in un futuro molto prossimo, causerà l’estinzione dei film di supereroi mutanti. A meno che. 

 

A meno che i pochi superstiti del futuro non decidano di mandare uno di loro nel passato per –

“No scusa questa no, eddai”.

Chi ha parlato?

“Sono la voce della coscienza di qualsiasi sceneggiatore, cioè io capisco che la Fox debba continuare a fare più o meno un X-Men all’anno sennò i diritti tornano alla Marvel, ma non è che puoi riciclare Terminator 1 così”.

Ah no?

“No, è proprio il fondo del barile, capisci”.

Il solito ignorante. Di che anno è Terminator 1?

“Primi Ottanta, e allora?”

Lui è Quicksilver ma non si può chiamare così perché i diritti del nome, da quel che ho capito, ce li ha la Marvel. La scena più divertente è la sua, poi decidono di non usarlo perché ruberebbe la scena ai senatori, manco fosse la nazionale italiana.

1984. “Giorni di un futuro passato”, la saga originale di Claremont e Byrne è del 1981. È Cameron che ha copiato. Mai raschiatura dal barile fu più filologica. E dunque – dov’ero rimasto? I pochi superstiti del futuro decidono di mandare uno di loro nel passato per contattare Bryan Singer, che finalmente ha finito di pagare quel mutuo o quegli alimenti o quel ricatto, e sta lavorando a un sequel dell’Allievo, o a un noir come i Soliti sospetti, insomma vuole rimettersi a fare il regista e recuperare il tempo perso a riprendere tizi in calzamaglia, giganti e altre puttanate. Quand’ecco che riceve una visita di Wolverine. Salvaci Bryan, nel futuro prossimo stiamo per estinguerci. I buchi di sceneggiatura prenderanno il sopravvento e ci inghiottiranno tutti. Cazzi vostri, risponde educato Bryan. Eh no, dice Wolverine, tu ci hai creati come esseri di celluloide, e ora spetta a te salvarci. Solo tu puoi darci il boot che meritiamo. Sai dove te lo metterei? Non scherzare Byan, non è il momento.

 

Il boot – per chi non s’intende di saghe – è il Calcio di riavvio. Quando una saga è consumata, frusta; quando tutti gli eroi sono morti e resuscitati più di una volta, non prima di essersi fidanzati e lasciati un paio di volte, come in certe compagnie d’amici di provincia, c’è una sola cosa che puoi fare prima di diventare il Posto al Sole, ed è premere il supremo pulsante del Boot. Fino a qualche anno fa il Boot era molto semplice: spegnevi tutto e poi ripartivi da capo: nuovi attori, storia un po’ diversa, amen. Prendi il nuovo Uomo Ragno: la trilogia di Sam Raimi è stata semplicemente azzerata. Un po’ troppo presto, secondo alcuni – ma il motivo è il solito: se non fai lavorare il personaggio, la Marvel può reclamarlo indietro. La minaccia è più reale che mai, ora che la Marvel ha dimostrato di saper fare film di supereroi meglio di tutti, ed è stata rilevata dalla Disney. Anche gli X-Men andavano quindi presi a calci e riavviati il prima possibile. E d’altro canto come si fa a ripartire sempre dalla stessa lagna, il professore in carrozzella, i giovani mutanti, Logan che ama Jean che sta con Scott che BASTA PER PIETÀ BASTA.

 

Siamo negli anni ’70 e la Lawrence rischia di incontrare la sé stessa di American Hustle. (Se ci andate per lei ci restate male, tolte le scene in cui è incatramata blu restano due o tre minuti, ma sempre meglio di Halle Berry).

Siamo entrati così nella fase manierista del Boot. Da elemento di rottura, il boot è stato per così dire armonizzato nella trama stessa della saga. È come se la continuity se lo fosse mangiato. Il probabile responsabile di questa novità è il controverso J. J. Abrams, che col suo Star Trek del 2009 ha mostrato come il boot possa diventare una figura narrativa, grazie all’altro fondamentale tropo che è il viaggio nel tempo. Un personaggio della saga vecchia e frusta torna indietro nel tempo e combina qualche cazzata che cambia per sempre la storia: et voilà, ora i vecchi personaggi si muoveranno in uno spazio vuoto. Possono rimettersi ad ammazzarsi e fidanzarsi e resuscitare come se niente fosse successo. Poi tra vent’anni rimandano qualcuno indietro nel tempo e si riparte. Giorni di un futuro passato è tutto qui.

 

Veramente tutto qui. È un film molto al di sopra della media degli X-Men, probabilmente grazie alla mano di Singer. Combattimenti ben coreografati e non troppo lunghi, grande equilibrio tra azione e spieghe, buon uso dei personaggi – compreso il Wolverine di Hugh Jackman, benché come sempre distantissimo dall’uomo-bestia dei vecchi fumetti di Miller: un damerino palestrato che continua a fumare sigari nei posti sbagliati, ma che alla fine usa più la voce che gli artigli. La sua missione è rimettere un giovane Xavier sulla retta via, una cosa abbastanza incongrua ma si può trovare una giustificazione narrativa anche per questo. Si può trovare una giustificazione narrativa a tutto. Ma il punto forse è proprio questo: al termine di due ore di intrattenimento di buon livello, con attori di prima classe (Fassbender, la Lawrence) la sensazione che rimane è quella di aver assistito soltanto a un lunghissimo boot. Come se la principale preoccupazione degli sceneggiatori fosse spiegare perché tutto quasi tutto quello che è successo fin qui è come se non fosse successo, e dal prossimo film cambieranno tutti gli attori (tranne probabilmente Jackman). Come se non ce li fossimo già scordati alla grande, tutti i precedenti X-Men. 

 

Giorni di un futuro passato è in giro da un mese, più o meno; ma non è che a Cuneo e dintorni ci sia molto di meglio, eh? Il film è ancora in sala al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo, sabato e domenica alle 22:40 e martedì alle 21, in 2d. 

 

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L’orribile segreto di Kevin Costner

Days To Kill (McG, 2014)

C’è anche Amber Heard, truccata da cartone animato sadomaso, così anche se non sapesse recitare nessuno ci farebbe realmente caso (In effetti: sa recitare?)

 

Kevin Costner è un veterano della CIA. Ahahah. No, sul serio, credevate davvero che si fosse ridotto a testimonial di Rio Mare? Quella era una copertura. Kevin Costner uccide. È rapido ed efficiente – pulito no, pulito proprio non si può dire, lascia cadaveri dappertutto, ma alla sua età cosa pretendi. Kevin Costner vent’anni fa era il Butch di Un mondo perfetto, e adesso va’ a sapere: cinque figli, un mutuo, o gli alimenti, o la versione hollywoodiana di questo tipo di problemi, ma la sostanza è che deve guadagnarsi la pagnotta pubblicizzando il tonno e recitando canovacci di Luc Besson.

 

Luc Besson vent’anni esatti fa girava Léon, praticamente c’erano lui e Tarantino. Poi hanno preso strade diverse, diciamo. Lui per esempio ha maturato cinque figli da quattro tra mogli e compagne (tra cui Nikita e Giovanna d’Arco, complimenti), ed è ormai un veterano del cinema euro-tamarro. Dal 2000 la sua EuropaCorp sforna pellicole per un tipo di pubblico che istintivamente ho sempre identificato in un ragazzino biascicante cingomma che nemmeno al cinema riesce a levarsi il berrettino da baseball che serve anche a occultare le botte irreversibili prese nel tentativo di scendere i primi tre gradini del trocadero in skate. Cosa vuole raccontare, Luc Besson, a un tizio così? Voi cosa gli raccontereste? Le solite cose: sparatorie, esplosioni, inseguimenti, e poi ogni tanto qualche intervallo, qualche spiega. Ma mica perché ci sia veramente bisogno di spiegare cosa stiano facendo i buoni o architettando i cattivi: è solo per tirare il fiato, allungare il brodo, inoltre magari il tizio o la sua ragazza hanno appena finito i popcorn e gli viene voglia di ripassare dal bar, sono questi gli espedienti che salvano il cinema. Inseguimenti ed esplosioni, peraltro, sono mediamente ben girate, su standard hollywoodiani, e quindi insomma di cosa ci lamentiamo? Di cosa si deve lamentare il critico?

 

Io mi lamento della programmazione dei cinema di Cuneo. Maledetti, volevo andare a vedere We Are The Best. Non c’è da nessuna parte né a Cuneo né in provincia. Nemmeno a Moncalieri. Volevo vedere le ragazzine svedesi punk che si rasano i capelli e se ne fottono dei genitori borghesemente svedesi, e invece mi ritrovo davanti a una pellicola che si riassume in una riga: Kevin Costner è un veterano della CIA che ha un’ultima missione da compiere ma intanto vorrebbe riallacciare il rapporto con la figlia sedicenne. Proprio così: lui spara ai cattivi e lei frigna per la messa in piega, esatto, esatto, come avete fatto a indovinare. È pure nervosa per il ballo di fine anno! Ma ce l’hanno pure i francesi questa stronzata del ballo di fine anno? Come se a Besson quando scrive i canovacci gliene fregasse qualcosa di cos’hanno i francesi o i tedeschi o gli slavi. Al limite, guardate, mi sarei anche visto Incompresa , la tragica storia di una ragazza semplice che voleva fare la ragioniera e invece il padre sempre assente per lavoro e divorzio, tormentato dai sensi di colpa, la costringe a esordire nel mondo del cinema, terribile se ci pensate nevvero? Ma pensate se a dispetto di tutta l’aura negativa e del cast da fotoromanzo mediaset fosse un bel film? No, perché potrebbe pure, sapete? Ingannevole il cuore sopra ogni altra cosa era un brutto film? No che non lo era. E allora io una possibilità ad Asia Argento gliel’avrei data – soprattutto se l’alternativa era guardare Kevin Costner che cerca di riallacciare i rapporti con una sedicenne deficiente che non ha ancora imparato ad andare in bicicletta e dà la colpa al papà – mon petit chou, ho una brutta notizia: se a 16 anni non sai andare in bicicletta il padre assente è l’ultimo dei tuoi problemi: devi farti una tac, anche subito. 

 

Peraltro, se con tutta Parigi a disposizione tuo padre sceglie di insegnarti a pedalare a Montmartre, TI VUOLE MORTA.

(Questa mania dei figli di genitori separati di assegnare ai genitori separati la colpa di qualsiasi loro deficienza, l’avete notata? Come se mio padre m’avesse spinto per più di tre metri dopo avermi tolto le rotelle. Se mai riuscissi a scrivere un canovaccio, sarebbe la drammatica vicenda di un ragazzo che ha genitori perfetti che non gli fanno mancare niente, tranne scuse per non studiare e non impegnarsi sempre in qualsiasi maledetta cosa)

 

In 3 Days To Kill, prima della scena della bicicletta, c’è la seguente sequenza: 

Papà-spia vuole passare una serata con la figlia. Figlia vorrebbe tanto ma purtroppo deve studiare taaaaanto, ma taaaaanto a casa di questa sua compagna russa, così taaaaanto che faranno tardi ed è inutile farsi passare i genitori di lei, che parlano solo russo. Papà-spia sente che qualcosa non va – mica per niente lavora per la CIA. Dopo aver ricevuto un messaggio inquietante dalla madre (“Mai sentito parlare di compagne russe!”), grazie alle sue mirabolanti competenze informatiche (apre il tablet, legge il primo status su facebook), riesce a trovare una pista. Pochi minuti dopo è in fila davanti a una discoteca, e noi sappiamo che dentro un bagno di quella discoteca c’è sua figlia circondata da quattro ragazzini di buona famiglia che vogliono abusare di lei. Ma il buttafuori non lo fa entrare perché è vestito di merda. Kevin, che non ha tanto tempo per discutere, gli spara a un piede. Questo sposterebbe qualsiasi film di cento posizioni in avanti nella classifica personale di quasi chiunque, ma ovviamente non è finita qui: Kevin entra in pista, ha quasi un mancamento perché il farmaco sperimentale che si sta sparando in vena per sopravvivere al cancro è probabilmente un placebo a base di mdma; quindi prima di abbattere i quattro-cinque aspiranti stupratori di sua figlia deve fregare una bottiglia di vodka e scolarsene mezza, è proprio scritto così nelle avvertenze. Poi trova il bagno, fa mangiare un po’ di ceramica agli aspiranti stupratori, ed esce con sua figlia in braccio. Esce con sua figlia in braccio. Ora io sono solo un povero recensore di Cuneo, ma non credo di aver mai visto una scena così… come definirla, davvero? È porno per padri, ecco cos’è. E all’improvviso realizzo che i ragazzini col berrettino storto che si guardavano i primi film di Besson negli anni Novanta adesso ne hanno quaranta, e probabilmente sono anche loro padri di merda con un sacco di stronzate da rimproverarsi, e hanno bisogno di consolarsi così. Tesoro, il vero motivo per cui ci vediamo poco è che io faccio la spia, ammazzo tantissimi cattivi, è un lavoro a tempo pieno sai. 

“Ma non fai la pubblicità al tonno?”

“Ma no, che dici?”

“Mamma dice che fai solo la pubblicità al tonno”.

“Non è che puoi credere solo alla mamma”.

“Ma io l’ho vista la tua pubblicità”.

“Sssst, quella è solo una copertura”.

 

Nota che anche lei è una spia: e infatti chi la riconoscerebbe, così travestita.

3 Days To Kill si spiega meglio conoscendo la storia di un altro film scritto da Besson, Taken (Io vi troverò): una sciocchezzuola dagli ingredienti molto simili (una spia e sua figlia), nobilitata dal cast: la spia di Taken era Liam “Oskar Schindler” Neeson, che a 56 anni si è reinventato attore in film d’azione, con risultati impressionanti, da un punto di vista commerciale: oltre i duecento milioni di dollari. A cinque anni di distanza è abbastanza comprensibile che Besson voglia riprovarci più o meno con la stessa formula, e che a Costner non dispiacerebbe riciclarsi come si è riciclato Neeson. Il film, poi, davvero, non è malaccio: le scene d’azione in senso stretto sono tutte molto divertenti. Il mix di commedia e azione non si può dire perfettamente amalgamato, ma due risate te le strappa. Malgrado il regista sia quell’onesto operaio di videoclip che risponde al nome bimbominchione di McG, qua e là di sente un inconsueto e piacevole tocco francese, ad esempio quando nella cornice standard di un action metropolitano irrompono gli squatter del terzo mondo. Besson li tratta con simpatia, non perché sia vittima di qualche senso di colpa borghese o sovrastruttura gauchiste, anzi: Besson vuol bene a queste frotte di africani che nidificano nelle fessure di Parigi perché sa che appena avranno sei euro da buttare via, li butteranno via per venire a godersi l’aria condizionata in un multisala davanti a qualche film di merda magari prodotto da lui. E noi critici di cosa ci lamentiamo? Potevamo andare a vedere qualche altro film – no, aspetta, non potevamo. E vabbe’. 

 

3 Days To Kill è a Borgo San Dalmazzo, a Savignano, a Bra; e voi lasciatelo pure là.

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Spara, sbaglia, crepa, ripeti

Lei è l'”Angelo di Verdun”, e per tutto il film non fai che chiederti: ma perché sbarcate in Normandia se avete già vinto a Verdun? Cioè guardate che non ha senso.

Edge of Tomorrow (Doug Liman, 2014)

 

Presidente, mi scusi l’intrusione, per favore non suoni l’allarme che si trova nel cassetto destro della scrivania. Non urli nemmeno, la prego, ho già neutralizzato sia Antonio che Pasquale. Sì, conosco i nomi di battesimo dei corazzieri. Ora se mi lascia raccontare la mia storia – premetto che all’inizio le sembrerà assurda, ma poi vedrà che tutto quadra. Ah, tra cinque secondi squillerà il telefono. È Clio che vuole sapere se pranza con lei. C’è il polpettone. Dica di no, che ha un impegno importante.

 

Presidente, è il sei novembre 2011, lo spread è alle stelle e lei ha appena ricevuto una telefonata di Silvio Berlusconi che la informa, che ha intenzione di rassegnare le dimissioni. Da qui a un mese Lei scioglierà le Camere. Come posso saperlo? Lo so perché vengo dal futuro. Un futuro possibile, diciamo. In questo futuro, l’Italia è distrutta. È il focolaio di una spaventosa epidemia di influenza che ha già contagiato Europa e Africa. Russia e Cina stanno pianificando di invadere il continente ormai disabitato e spartirsi le risorse, ma non hanno fatto i conti con una mutazione del virus che farà altri miliardi di morti nei loro paesi. Tutto questo – mi creda, la prego – comincia oggi.

 

Tom legge +eventi! e sta facendo proprio quello che gli avevo chiesto un anno fa: un film di fantascienza all’anno – giocando sempre sulla sua immagine, ormai, di replicante di sé stesso. Edge of Tomorrow non ha i guizzi artistoidi di Oblivion, ma ti cattura dal primo minuto all’ultimo senza mai cadute banali.

Tra qualche giorno Lei scioglierà le Camere e indirà nuove elezioni in febbraio che saranno vinte di misura dal PD di Pierluigi Bersani. Per rassicurare i mercati internazionali, Bersani sarà costretto a misure impopolari. Reintrodurrà l’Ici cambiandone il nome, eccetera. Tutto questo è già ampiamente prevedibile, Presidente; ma quello che non avete previsto è l’ondata di rabbia che incuberà nel Paese e trionferà nelle elezioni del 2016, portando il Movimento di Beppe Grillo al 60% – non cominci a ridere come fa tutte le volte, la prego, la prego, potrei avere una di quelle golia che tiene nella ciotola sul comò? Grazie. 

 

Sarà una vera e propria rivoluzione. Il suo successore, Romano Prodi, verrà messo agli arresti con l’accusa di alto tradimento. I Cinque Stelle – so che adesso sembrano inoffensivi, ma non idea di quanta rabbia incuberanno nei prossimi anni – ci sarà una frangia anarconaturista che prevarrà sulle altre e, non appena al potere, renderà tutti i vaccini facoltativi e non mutuabili. Due anni dopo arriverà dall’Anatolia un virus particolarmente virulento, formato da cellule con una singolare proprietà atomica – quantistica, se solo avessi mai capito cosa significa – non sono io il medico, io sono la cavia del suo esperimento – insomma questi virus riescono a spostarsi nello spazio-tempo – cioè: tutti ci spostiamo nello spazio-tempo, ma loro si muovono in modo, diciamo, meno banale. Questo li rende molto virulenti, perché da lunedì possono contagiarti anche se tu occupi lo stesso spazio il martedì, mi capisce?

 

Il mio amico dott. Arci è però riuscito a coltivarne un ceppo tutto particolare e me lo ha inoculato. Questo succede tra dieci anni, secondo il vostro calendario. Tremilacinquecentosettantadue anni fa, secondo il mio tempo personale. Deve capire che io, dopo che Arci mi inocula il virus, mi risveglio nel 6 novembre 2011, trovo una scusa, prendo un treno, arrivo qui al Quirinale, e il più delle volte mi faccio ammazzare da Antonio o Pasquale mentre cerco di entrare qui a discutere con lei. Altre volte invece mi prendono vivo, scambiamo due chiacchiere e poi mi ammazzo io per non perdere tempo. È come in un videogioco dove ogni volta devi cominciare da capo… o quel bel film di Tom Cruise, ha presente? No, certo che no, non è ancora uscito. Allora facciamo così: è come il Giorno della Marmotta, con quel bravo attore americano, Bill Murray, che ogni giorno si sveglia nello stesso posto: ecco. Soltanto che io devo salvare l’umanità, tutte le volte, e non ci sono ancora riuscito, e comincio ad avere un’età, capisce?

 

Tremilaseicento anni, perdio. 

 

Mi affascina il solo fatto che per migliaia di anni non abbiamo mai scritto o letto una sola storia su un loop temporale; poi nel 1993 è uscito Groundhog Day, e da lì in poi la si trova dappertutto, anche negli special natalizi di Paperino. A dire il vero Richard A. Lupoff scrisse un racconto con un loop temporale nel 1973, ma ha rinunciato a fare causa.

Allora, mi creda pure pazzo, ma mi stia ad ascoltare. Chiami Mario Monti. Nel giro di una settimana lo nomini senatore a vita. No, non è lui che salverà l’Italia e il mondo, decisamente no. Ma servirà a prendere tempo. Governerà per un anno, con una squadra di tecnici. Faranno scelte ovviamente impopolari, ma almeno non le caricheranno unicamente sulle spalle del PD. Poi andremo a votare, prima che il Movimento di Grillo abbia il tempo per ottenere la maggioranza assoluta. 

 

Chi vincerà? Ha un’importanza relativa. Posso dirle che ormai le abbiamo provate tutte. Se rivince Berlusconi lo spread schizza a mille, caos, rielezioni, vince Grillo, game over. E io mi risveglio il 6 novembre. 

 

Se vince Bersani, gli mancano comunque i numeri per fare un governo solido. Deve allearsi con Berlusconi in cambio dell’immunità. Dura comunque un paio d’anni e poi caos, rielezioni, Grillo, game over. 

 

Ho anche provato Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze, ha presente? Ma certo, ha fatto una leopolda pochi giorni fa, beh, una volta mi sono detto: proviamo. Gli ho fatto vincere le primarie contro Bersani. Poi è andato alle elezioni, ha vinto di poco e ha ottenuto più o meno lo stesso risultato di Bersani: alleanza con Berlusconi, misure impopolari, caos, game over. Le giuro che le ho provate davvero tutte. Sono tremilacinquecentosettant’anni che ci sto provando, capisce? 

 

Ora le spiego la strada più promettente che mi sono aperto fin qui, e per favore non scuota la testa come fa sempre. Ci teniamo Mario Monti per un anno, e poi il Pd vincerà con Bersani, ma di poco, di pochissimo. Infatti dopo più di un mese di trattative lei l’incarico lo darà… non rida… a Enrico Letta. Sì, glielo darà lei, che nel frattempo sarà rieletto presidente – è l’unico modo, mi dispiace – Oh, certo, lei si sente stanco, lei. Vuole sapere come mi sento io dopo tremilaseicento anni?

 

Alla fine è rimasto un film giapponese – benché non ci sia un solo giapponese nel film – come il romanzo illustrato da cui è tratto: un inno ai kamikaze, a dare la vita per la causa suprema, eccetera. Con un finalino hollywoodiano appiccicato malamente che si può perdonare (Lei ci crede un sacco, ha fatto preparazione atletica sul serio).

Nel frattempo Renzi prosegue la sua scalata al partito, senza neanche partecipare alle elezioni. È l’uomo nuovo, capisce. A fine 2013 vince le primarie, diventa segretario del PD, apre a Berlusconi sulle riforme. Solo in quel momento io e lei lo contattiamo e gli raccontiamo tutta la storia, e lo obblighiamo a sostituire Letta a Palazzo Chigi. Sarà una cosa un po’ brusca ma non c’è nessuna alternativa. A fine maggio ci sono le europee e Grillo deve perderle. Quindi Renzi deve vincerle, capisce? 

 

So che ha capito. Questa discussione, l’abbiamo fatta migliaia di volte e mi creda, la conosco meglio di chiunque… come dice?

 

Cosa succederà dopo che Renzi ha vinto alle europee?

 

Eh, saperlo.

 

Vede, non ne ho la minima idea. È una cosa che fin qui non è ancora successa. Mi son detto: proviamo anche questa. 

 

Adesso chiami Mario. No, nell’agenda ha il numero dell’università, ma a quest’ora è al ristorante. Deve chiamarlo al cellulare. Le do il numero. Sì, lo so a memoria. 

 

Edge of Tomorrow è davvero un bel film d’azione con Tom Cruise ed Emily Blunt che sparano a ragni giganti negli esoscheletri. Lo trovate dappertutto: in 2d al Cityplex di Alba (17:00, 19:45, 22:00); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:00, 15:15, 17:30, 18:00, 20:00, 21:00, 22:35); al Fiamma di Cuneo (17:30, 20:00, 22:35); al Multilanghe di Dogliani (17:30, 20:45); ai Portici di Fossano (16:15, 18:30, 21:15); all’Italia di Saluzzo (16:00, 18:00, 20:00, 22:20); al Cinecittà di Savigliano (16:00, 18:10, 20:20, 22:30); in 3d al Vittoria di Bra (17:30, 21:00). Buona visione!

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Noè senza animali

Noè è uno dei personaggi più patetici di Bible Fight, se riesci a vincere con lui sei veramente bravo. Il suo colpo segreto è un fischio con cui chiama tutti gli animali del mondo e ti calpestano.

Noah (Darren Aronofsky, 2014)

 

Settantacinquemila anni fa, più o meno, potrebbe essere successo qualcosa di molto brutto. La specie umana, già in circolazione da centomila anni, con la sua spiccata propensione a dilagare, si sarebbe praticamente estinta. Si sarebbero salvati pochissimi esemplari, qualche migliaio appena: tra loro vi sarebbe anche l’Adamo Y-cromosomale, ovvero il tizio di cui siamo tutti pro-pro-pro-nipoti. Da non confondere con l’Adamo della Bibbia. Che cosa può essere successo di così terribile? In realtà, conoscendo un po’ madre natura e la sua fantasia in fatto di catastrofi, abbiamo soltanto l’imbarazzo della scelta: meteoriti, glaciazioni, eruzioni vulcaniche – l’ipotesi più famosa combina le ultime due: durante un periodo già mediamente freddo, un enorme vulcano in Indonesia avrebbe disperso nell’atmosfera miliardi di tonnellate di diossido di zolfo, abbassando la temperatura di 15°C per qualche anno. Noi discendiamo dai sopravvissuti e chissà, forse ne siamo consapevoli. In qualche oscura cella del nostro bagaglio genetico potrebbe resistere l’informazione ancestrale: ce l’abbiamo fatta. Con qualche deduzione elementare che ne consegue: Dio ci vuole bene. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno; ma forse la maggior parte della nostra specie è più incline a pensare: ehi, Dio ci voleva tutti morti e ce l’ha quasi fatta. Dunque questo Dio ci ama o no? Siamo i prescelti o una semplice eccezione nel Suo piano? Cosa avevano fatto di male gli umani per meritare un castigo del genere? Potrebbe ricapitare?

 

Preferisco.

Noah è un vecchio sogno nel cassetto di Darren Aronofsky, un regista – per quel poco che mi riguarda – ancora difficile da decifrare. Senz’altro dove passa lascia il segno, ed è passato già in molti generi diversi. Però i segni fin qui non si lasciano comporre. A meno di non voler scrivere che Noè, come il Cigno Nero e il Wrestler, è un eroe completamente succube del suo destino – ok, l’ho scritto. C’è un momento molto intenso, in un film che sfida continuamente il ridicolo (e non sempre vince), in cui cade una specie di maschera dal volto patriarcale di Russel Crowe, e finalmente ne intravediamo l’essenza di automa: il Creatore non l’ha scelto perché è buono, ma perché è determinato. Farà qualsiasi cosa il Creatore gli chiederà. Noè, l’eroe più popolare della Genesi, l’unico patriarca che tutti i bambini conoscono, e ha pure un numero con Paperino in Fantasia 2000; Noè, ci mostra Aronofsky, è complice di un immenso genocidio. Poteva riempire l’arca di esseri umani. Poteva prendersene almeno cinque o sei in più, giusto per una questione di pool genetico. Cosa può dire la sua progenie in sua discolpa? Che eseguiva gli ordini? 

 

Ciao, sono Eva Mitocondriale, chi l’avrebbe detto mai.

Noah (titolo non tradotto, immagino per ridurre al minimo le possibilità di una polemica con le autorità ecclesiastiche) ha un problema che credo si possa porre nei termini di un quattordicenne all’uscita dalla sala: dove sono gli animali? Ce ne sono pochi, tutto sommato. Tragicamente pochi per un film hollywoodiano dal budget non risibile, che racconta la storia dell’arca di Noè! E tuttavia avrebbe potuto essere un gran film. Alcuni spunti buoni c’erano: l’idea di combinare creazionismo e big bang in una sola, rapidissima, storia dell’universo in soggettiva; l’intuizione di un mondo alla Mad Max, arcaico ma già agli sgoccioli. Uno psicopatico vegano vive con la sua famiglia isolato da un mondo di carnivori. Le sue riflessioni solitarie sul mistero della creazione lo portano a una conclusione allucinata ma inesorabile: l’umanità degenerata è sul punto di essere cancellata dalla terra. E poiché il Creatore ha già mostrato in precedenza una manina un po’ pesante, meglio aiutarlo a salvare le altre specie viventi, innocenti. Costruire un’arca, chiudersi dentro, aspettare il Diluvio che senz’altro verrà. Un film del genere non sarebbe straordinariamente attuale? Quando Emma Watson, che Dio la benedica, rivelò che il film di Aronofsky poteva essere ambientato nel passato come nel futuro, io per un po’ ci ho sperato: un Noè fantascientifico. Perché no, dopotutto Noè è in ciascuno di noi. È una sindrome che ci portiamo dentro, forse un senso di colpa: perché proprio noi siamo sopravvissuti? E senz’altro è un’oscura percezione del pericolo che ci porta a immaginare e magari a concepire catastrofi. Alle nostre latitudini poi, il diluvio è davvero un’opzione da non scartare: forse il riscaldamento globale busserà alla nostra porta sotto forma di precipitazioni sempre più torrenziali, fiumi in piena, allagamenti eccetera. Noah avrebbe potuto essere il film che prende spunto da una paginetta di Bibbia (integrata coi midrashim, a quanto pare) per parlarci di noi. Poteva farcela. E invece.

 

E invece? Eh. 

Potrei restare un po’ qui a gustare queste deliziose rocce… ma il mio agente mi ha trovato una parte a Hollywood, quando mi ricapita.

Gli uomini di pietra. 

 

Forse non è colpa di Aronofsky. Ateo di origine ebraica, ma soprattutto newyorchese, che volete che ne sappia dell’importanza della Storia Infinita nell’immaginario dei sui coetanei europei. Magari non ha neanche visto il film. Altrimenti forse non gli sarebbe venuta l’idea, invero piuttosto bizzarra, di subappaltare l’Arca a dei mostri di pietra a sei braccia, miseri resti delle schiere angeliche. Ora, lascia perdere il piccolo particolare che tutto questo nella Bibbia non c’è (e però è anche un segno dei tempi: non credo fosse mai successo che un film di Hollywood si prendesse licenze del genere con l’Antico Testamento in un film serio, in qualcosa che non è una dichiarata parodia). Il punto è che, oltre a non esserci nella Bibbia, i mostri di pietra ci sono nella Storia Infinita, il che complica terribilmente la visione a uno spettatore europeo che si sforzi di prendere Aronofsky sul serio. Dopo i mostri di pietra ti aspetti di tutto, cani volanti e spade laser – una spada del genere in effetti c’è. Dovendo allungare il brodo, il regista ha deciso di usare ingredienti fantasy, e per quel che mi riguarda questo chiude la questione sul film. Bibbia e fantasy assieme riuscirei a concepirle soltanto in un film che si proponesse di prendere in giro entrambe, e purtroppo non è il caso.

 

La Bibbia di John Houston continua a dare i punti a tutti, a 50 anni di distanza – e senza effetti digitali.

Inevitabile ritrovarsi, dopo mezz’ora, a ridere di Cam che in mezzo a tanta distruzione biblica ha il più puberale dei problemi (non riesce a trovare una ragazza), e soprattutto a tifare per i figli di Caino, colpevoli di null’altro che di essere uomini e di comportarsi come tali, crescendo e moltiplicando fino alla devastazione del loro habitat, di qualsiasi habitat. Meritiamo il diluvio per questo? Ovviamente sì, ma il Creatore non ha qualche responsabilità? Non poteva progettarci meglio? Se ci ha fatti a sua immagine, si era visto prima allo specchio? Forse ci ha creati per questo, e i vulcani che ogni tanto esplodono non sono che foruncoli strizzati con disgusto. 

 

Noah è al Fiamma di Cuneo (in 2d alle 14:20, 17:10, 20:00, 22:45); al Cityplex di Alba (in 2d alle 17:00, 19:30, 21:00); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (in 2d alle 14:20, 17:10, 20:00, 22:45; in 3d alle 14:25, 17:15, 20:05, 22:45); al Vittoria di Bra (in 3d alle 16:00, 18:30, 21:15); al Multilanghe di Dogliani (in 2d alle 16:05, 18:45, 21:30); ai Portici di Fossano (in 2d alle 16:00, 18:30, 21:30); all’Italia di Saluzzo (in 2d alle 16:00, 20:00, 22:20); al Cinecittà di Savigliano (in 2d alle 16:00, 18:45, 21:30). Facevo prima a scrivere dove non c’è. Buona Pasquetta!

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Capitan America prende a pugni i droni della NSA ma Scarlett è solo un’amica

“Non ti lascerò andare stavolta, Bucky. Stavolta ci salveremo, o cadremo insieme”.

Captain America – The Winter Soldier (Anthony e Joe Russo, 2014)

 

“E allora com’era il film?”

“Eh? Non male”.

“Non male?”

“Ma sì, dai, salva il mondo come al solito, però in modo non banale, sono abbastanza soddisf…”

“Berlinguer?”

“Eh?”

“Non sei andato a vedere Berlinguer?”

“Ma certo, sì, naturalmente, sono andato a vedere Berlinguer”.

“E salva il mondo in un modo non banale?”

“Beh, in un certo senso…”

“Ma è morto, Berlinguer”.

“Non del tutto, no… in realtà è solo congelato, vedi… ogni tanto lo riattivano e gli fanno fare delle missioni speciali”.

“Berlinguer”.

“Ma nel suo cuore resta il ricordo struggente del suo amico che non seppe salvare, come si chiama…”

“Aldo Moro”.

“E insomma il mondo ha ancora bisogno di eroi come lui, perché i nuovi politici hanno una visione semplificata dei problemi e minacciano di far decollare piattaforme sociali che distruggeranno…”

“Sei andato a vedere Scarlett”.

“Ma che c’entra, scusa”.

“Me lo puoi dire. Hai preferito Scarlett Johansson a un documentario su Enrico Berlinguer, per favore, ammettilo”.

“Ma non è Scarlett… cioè c’è anche Scarlett, ma un film di Capitan America, ambientato al tempo dell’NSA, dei droni, presenta svariati motivi di interesse che…”

“Si spoglia in automobile anche stavolta?”

“No, maledizione”.

“Tu lo sai, vero, che ti stanno prendendo in giro da… quanti film? Tre”.

“Sono bei film se ti piace il genere. La Marvel sa veramente il fatto suo”.

“Te la piazzano lì in tre scene e ti staccano un biglietto da dieci”.

“Non l’ho visto in 3d. Anche se le traiettorie dello scudo magari meritavano”.

“Lo scudo?”

Adesso, onestamente, perché non può avere un film tutto per sé? Le vedo solo io le potenzialità? Ma io le vedo molto bene.

“Capitan America ha uno scudo, è la sua arma e il suo simbolo, nonché una metafora dell’America tutta”.

“Lo scudo”.

“L’America è un bel ragazzo biondo che in qualsiasi parte tu ti trovi al mondo ha il diritto di ammazzarti, però con uno scudo”.

“Perché gli americani si stanno soltanto difendendo”.

“In realtà no, è più complesso di così. La vera minaccia è sempre interna. In tutti questi film ci sono due cattivi. Possiamo chiamarli il Burattinaio e il Burattino. Per esempio…”

“In Scarlett Johansson si infila un costume nero in macchina aka Iron Man 2 c’era Mickey Rourke”.

“Ecco, Mickey Rourke in Scarlett Johansson si cambia in macchina ftg Iron Man faceva il Burattino. Parlava russo, sembrava matto. Anche Ben Kingsley in Iron Man 3. I Burattini sono sempre personaggi esotici con accenti strani”.

“Stavolta chi lo fa il Burattino?”

“Un attore rumeno. Interpreta il Soldato d’Inverno, un’ex super-spia sovietica, come Scarlett del resto”.

“Si baciano?”

“No. Nel film, cioè. Nel canone ufficiale succede”.

“Nel cosa?”

“Nella continuity, insomma, nei fumetti”.

“Hai quarant’anni, ti rendi conto”.

“I Burattini all’inizio sembrano la vera minaccia, e in un certo senso danno il sapore al film: per esempio questo è il film in cui Capitan America combatte contro il Soldato d’Inverno. Ma i Burattini non sono mai il vero nemico”.

“Il vero nemico è il Burattinaio”.

“Ovviamente. E il Burattinaio è sempre un Wasp, un americano bianco e biondo. Sempre”.

“Vabbe’, è la politically correctness”.

“No, è più complicato di così. L’idea che nelle stesse radici della libertà americana si annidi il seme del male, il germe del nazismo…”

“Vabbe’ ma se i cattivi sono tutti biondi dopo cinque minuti li scopri comunque”.

“Magari i ragazzini ci mettono un po’ di più”.

“Ho visto che nel cast c’è Robert Redford, niente niente che…”

“SSsssst! Spoiler!”

“Hai quarant’anni. Quarant’anni”.

“Capitan America ne ha novantacinque”.

“E va in giro con la tutina rossa e blu”.

“Blu molto scuro, kevlar,

Tutto sommato Chris Evans è perfetto, il nobile assassino dal broncetto intenso che ti ammazzerà a mani nude solo se minacci la Libertà.

una cosa abbastanza realistica”.

“Realistica”.

“Il film si ispira ai classici politici della Nuova Hollywood, Tutti gli uomini del Presidente, I giorni del Condor…”

“Quanti elicotteri vengono abbattuti?”

“Eh, tre…”

“Solo tre?”

“Tre PORTA-ELICOTTERI DA CENTO ELICOTTERI L’UNA SI PRENDONO A CANNONATE SOPRA IL FIUME POTOMAC, FIGATA PAZZESCA”.

“Mentre Capitan America e Scarlett si baciano”.

“No. Capitan America ritrova il suo amico perduto”.

“E si baciano”.

“No ma quasi – diciamo che non ci si può aspettare un sottotesto omoerotico più evidente di così da un blockbuster”.

“E Scarlett?”

“Un bacetto a un certo punto, solo per depistare i pedinatori”.

“Mamma mia che roba banale”.

“No, è fatta molto bene, con molta cura, da autori sensibili che rispettano il materiale di partenza e…”

“Il materiale di partenza? Un coglione in tutina rossa e blu che ammazza i cattivi con lo scudo?”

“Capitan America non era così. Cioè. Poteva diventare così. Ma proprio perché il rischio di sembrare un coglione in tutina a stelle e strisce era altissimo, è sempre stato un personaggio che ha stimolato i suoi autori, che li ha spinti a scrivere storie meno banali di quanto avrebbero potuto essere, capisci? Capitan America è stato il primo fumetto con un supereroe nero”.

“È diventato nero?”

“No, è sempre stato biondo, ma negli anni Settanta ha avuto un amico nero, Falcon”.

“Molto avanti”.

“È un fumetto che ha raccontato lo scandalo Watergate, ha preso le distanze dal Maccartismo… pensa che le storie in cui picchiava i comunisti, negli anni Cinquanta, sono state rifiutate dal canone: in seguito si è scoperto che il Capitano che scopriva spie rosse dappertutto in quegli anni non era il vero Capitano, ma un impostore paranoico, capisci?”

“Hai quarant’anni”.

“Pensa solo a come nasce… lo sai cosa c’era sul primo numero di Capitan America nel 1940?”

“Tiro a indovinare… Capitan America”.

C’è scritto March, ma uscì quattro mesi prima. Un milione di copie. Ma anche centinaia di lettere indignate, non si tratta così un capo di Stato.

“Che prende a pugni Adolf Hitler”.

“Uh, hai ragione, molto meno banale di come avrebbe potuto essere”.

“Riflettici bene, esce un anno prima di Pearl Harbor, mezzi Stati Uniti erano ancora isolazionisti, un sacco di bravi biondi ragazzi americani pensavano che Adolf Hitler non avesse tutti i torti. E invece a New York c’era gente che diceva: ehi ragazzi, questo è un nemico, questo va contro tutto quello in cui crediamo, questo va preso a pugni”.

“E ci disegnano un fumetto”.

“Erano fumettisti, che altro dovevano fare. Chaplin faceva il Grande Dittatore, loro facevano fumetti. Ma avrebbero potuto fare l’ennesimo eroe in calzamaglia che salva la cassaforte dagli scassinatori, invece no. Si impegnano. Una volta si chiamava engagement”.

“Si chiama  propaganda politica”.

“Anche il primo film… una mezza cazzata, però c’era questa idea geniale, di un Capitano che viene arruolato nel settore propaganda, fa gli spettacoli con le ballerine in cui prende a pugni Hitler… però poi diventa un eroe vero e elimina i pericolosi nazisti. E però alla fine i più pericolosi sono simili a lui… dopotutto è il risultato di un esperimento che doveva creare il super-soldato… i nemici che combatte gli sono sinistramente famigliari, capisci? Il germe del male…”

“…alligna nelle stesse radici della libertà bla bla”.

“Pensa solo a questo. Il nemico è la NSA. In un futuro prossimo la NSA si dota di droni orbitanti e usa le informazioni in suo possesso (tutte le mail che ci siamo scritti, le foto che ci siamo scattati, ecc.) per decidere chi eliminare. Per la pace nel mondo. Per la stabilità”.

“Siamo spacciati”.

“Ma Capitan America combatte”.

“E Scarlett?”.

“Lo aiuta, ovviamente”.

“Ma non si baciano”.

“Solo un istante, per depistare”.

“E Berlinguer?”

“Magari la settimana prossima”.

“La settimana prossima esce Charlotte Gainsbourg fa sesso con chiunque per quattro ore, Parte prima“.

“Non so, ci devo pensare”.

“Con Scarlett non sei stato molto a pensarci”.

“No, è più complicato”.

“Hai quarant’anni”.

“È più complicato”.

 

Captain America secondo me si può vedere tranquillamente in 2d, per esempio al Fiamma di Cuneo (21:15), al Cine4 di Alba (21:00), al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:05, 22:45), all’Italia di Saluzzo (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:30). Ma se ci tenete a vedere lo scudo della libertà che vi arriva adosso, troverete la versione 3d al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 22:40) e all’Impero di Bra (20:10, 22:30).

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Scuola di genocidio, 1

Vi schiaccio tutti come zanzare, E POI mi faccio anche venire i sensi di colpa.

Ender’s Game (Gavin Hood, 2013)

 

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Quelli ancora implumi che non guardano le ragazze e sono imbattibili ai videogiochi. Gli adulti faranno solo i selezionatori, andranno in giro per le scuole medie come mercanti di bestiame in cerca del puledro più promettente. Sarà senz’altro un mingherlino caricato a molla con tutte le frustrazioni proprie dell’età, un fascio di nervi pronti a contrarsi e uccidere. Un giorno videogiocando i ragazzini entreranno in un livello appena appena più elaborato e sarà la guerra. Se ne accorgeranno, di non pilotare grumi di pixel sullo schermo, ma droni veri contro nemici mortali? Farà qualche differenza per loro? Tratto da un classico della fantascienza usa anni ’80, Ender’s game si è già parzialmente avverato: parla di droni, guerra preventiva, abolizione della privacy in nome della sicurezza; il tutto senza rinnegare la sua vocazione spettacolare.

 

Il destino del mondo è nelle vostre mani di bimbominchia

Sarà anche per l’età del protagonista (il 16enne Asa Butterfield, sempre fantastico), ma rispetto ad altri film di fantascienza della stagione Ender’s Game sembra più orientato verso un pubblico giovane, anche a rischio di diventare una specie di Harry Potter Contro Starship Troopers. In particolare il vero Starship Troopers (il romanzo di Heinlein) condivide con Ender un dettaglio rivelatore: è uno dei romanzi più letti nelle accademie militari USA. Ora, la fantascienza militare al cinema ha un problema (in realtà ce l’ha tutta la fantascienza, ma quando è ambientata in scuole d’addestramento si nota di più). Da una parte c’è un pubblico che ha esigenza di vedere battaglie, guerre, nemici annichilati, ecc. A questa domanda la fantascienza non può rispondere con qualche varietà di mostri dalle ovvie cattive intenzioni, che sia lecito sterminare (zombie, vampiri, draghi, orchi). La fantascienza non è costituzionalmente manichea come il fantasy o l’horror; al massimo ti può fornire qualche razza aliena; ma sterminare una razza aliena non è proprio una buona cosa: senti come suona male, sterminare una razza? I film di fantascienza militare ci mettono un attimo a diventare fascisti. Si può ovviare in vari modi: per esempio, immaginare alieni molto cattivi (Independence Day, La guerra dei mondi). Sono loro che hanno cominciato, l’uomo vuole solo difendersi. Guillermo Del Toro ci aggiunge la diffidenza latinoamericana per le forze armate e sostituisce l’esercito regolare con una brigata di robottoni partigiani che resiste all’invasore squamato. E tuttavia anche in casi come questi nello spettatore anche giovane rimane come un retrogusto di propaganda.

 

Nel futuro i fascisti hanno vinto. E indovina che macchina guidano.

Proprio su questa sensazione Paul Verhoeven costruì quel film che a un certo punto divenne Starship Troopers semplicemente perché i produttori acquistarono i diritti per il romanzo: l’idea originale era più debitrice del nazista Trionfo della libertà. Verhoeven (che non si diede mai la pena di leggere tutto il romanzo di Heinlein) risolse il problema del fascismo elevandolo alla massima potenza, con tanto di cinegiornali didascalici tra una strage di insetti e l’altra. Poi ci fece sapere che era una satira del nazismo. Purtroppo ce lo rivelò anni dopo, nei contenuti speciali del dvd: nel frattempo milioni di persone in tutto il mondo si erano goduti un film simpaticamente nazista senza nemmeno sospettare l’ironia. Starship Troopers è anche l’esempio di scuola del film furbetto, che assume punti di vista ambigui non per disorientare gli spettatori, come la sana fantascienza dovrebbe fare, ma per conquistare due fette di pubblico senza dare noia a entrambe: il militarista ci trova tutta l’esaltazione delle virtù militari di cui ha bisogno, il pacifista si diverte pensando che tanto è tutta parodia. Anche Ender’s Game purtroppo si risolve in un trucchetto simile: dopo aver insistito per un’ora e un quarto sull’irredimibile malvagità degli insetti alieni che minacciano la Terra nella sua stessa esistenza, arriva il finalino edificante in cui si scopre che, beh, non ve lo dico, comunque forse sterminarli non era tutta questa priorità. Rispetto al romanzo manca la volontà di insistere su questo aspetto (che ci costringerebbe a rivedere tutto il film da una prospettiva diversa). Sembra esattamente quel che è: un tentativo in extremis di prendere un po’ le distanze dal fascismo che gronda indisturbato in tutto il resto del film. Tentativo fallito. Hood e il suo cast sono molto più a loro agio quando ci mostrano l’ascesa al potere del gerarca Ender, genocida predestinato: le battaglie sostenute per sottrarre agli altri maschi alfa la solidarietà del branco, l’astuzia innata con cui sfida o blandisce gli adulti da cui dipende il suo successo. Dietro il vetro, in realtà, gli adulti non cessano di studiarlo e di metterlo alla prova per vedere se crolla o diventa più forte. Ogni tanto passa sul set una psicologa progressista, dice che tutto questo stress farà male al ragazzo… ma suona terribilmente falsa. Non ci crediamo, Ender è una macchina per uccidere e vogliamo soltanto vederlo all’opera. Sì, beh, ha degli scrupoli, chi non ne ha… non ce ne frega niente, Ender, vai! Uccidili tutti!

 

C’è anche Kingsley in versione maori, che ultimamente si diverte un sacco.

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Al comando metteremo quelli che prima colpiscono e poi, solo poi, si fanno venire qualche rimorso. Daremo loro divise colorate, ne vanno matti: caschi e ginocchiere e altre bardature, anche se la guerra la faranno seduti davanti a uno schermo. Gli adulti passeranno il tempo a ripeterci, come Harrison Ford, che il nemico sta per arrivare e ci vuole distruggere, e nessun compromesso è possibile. Ma alla fine si tratterà sempre di andarlo a snidare in qualche pianetino remoto, nella fascia degli asteroidi o in Afganistan. Ender’s game è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:40. Ai ragazzini di prima media piacerà immensamente – finalmente un film che li guarda e vede in loro quel meraviglioso potenziale di assassini.

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Calcinculo colpisce ancora

Non mi ricordo nemmeno chi dei due sta convincendo l’altro che il suo destino è fare il supereroe – si scambiano i ruoli, dai, è chiaro che sono due proiezioni della stessa persona.

Kick-ass 2 (Jeff Wadlow, 2013)

 

Dave Lizewski è cresciuto. Sta per andare al college. Non è più quel coglione che mascherato da super-eroe se le faceva dare di brutto nei video più cliccati di youtube. O no? Da qualche parte nella sua testa riccioluta di tardo teen-ager annoiato si aggira ancora quella fantasia allucinata, la bambina assassina. È cresciuta anche lei, adesso ha, gasp, quindici anni. Ancora pochi per alimentare fantasie sessuali consapevoli, quindi continua a vivere in un fumetto iperviolento dove salva Dave dai criminali spaccando ossa e tranciando mani. Dave Lizewski non è cresciuto. Non può. Da qualche parte sa di essere anche lui il protagonista di un fumetto. E che malgrado ogni logica e verosimiglianza, si ricalcherà il cappuccetto verde in testa e si rimetterà a prendere botte in compagnia di qualche altro cosplayer sciroccato.

 

Ci sono vari motivi per cui un film di Kick-ass è più interessante di quasi ogni altro film di supereroi. Uno è Chloë Grace Moretz, la bimba assassina. Un altro è Chloë Grace Moretz, ora anche teen-ager alle prese con le risaputissime dinamiche dell’high school (indovina, ci sono tre cheerleader che la prendono di mira, ma lei è più tosta. C’è anche la gag sul vomito, che nelle comunità giovanili americane dev’essere una specie di tabù: chi vomita in pubblico perde automaticamente il suo status). Il terzo motivo è l’ambiguità fondamentale del concetto di Kick-ass, una serie che nasce per prendere per il culo i cosplayer (quelli che si travestano da personaggi alle convention), ma alla fine per esigenze di drammatizzazione finisce per trasformarli in eroi veri. È come se don Chisciotte a un certo punto, in virtù della sua purezza di cuore, diventasse realmente un grande cavaliere, e Ronzinante un focoso destriero, e Dulcinea prendesse le forme, che ne so, di Chloë Grace Moretz. Nel primo episodio Lizewski inaugurava le imprese facendosi accoltellare e investire da un’automobile; nel finale saliva su un grattacielo con uno zainetto a reazione. Succede più o meno la stessa cosa anche stavolta. La storia comincia nel reame del verosimile, raccontando di sfigati che per varie traversie esistenziali hanno deciso di andare in giro in maschera e opporsi al crimine, rischiando di farsi molto male. Non sono tutti nerd incurabili, c’è anche la coppia che ha perso un figlio e lo fa per tenere alta l’attenzione sul caso: il quarto motivo per cui Kick-ass è interessante è per questa commistione di ridicolo e struggente, purtroppo appena accennata. 

 

Lui è un mafioso che ha scoperto Gesù.

Lentamente però si entra nel regno della fiaba; è un percorso irresistibilmente regressivo, in cui Chloë Grace Moretz ti prende per mano. Un quinto motivo per cui Kick-ass può darti i brividi, è che i due piani (realtà e fumetto) non combaciano mai bene, e ti suggeriscono che qualcosa non stia funzionando: lo stesso pugno può romperti il naso o rimbalzare. Forse qualcuno sta sognando. Forse l’unico vero supereroe, Chloë, in realtà non esiste, è soltanto un fantasma nella testa di Dave. Il suo coniglio fantasma. Una scheggia di infanzia che non si rassegna: non andrai mai al college, il tuo posto è qui, tra i fumetti. Presto o tardi il fiabesco prende il sopravvento. Un Jim Carrey quasi irriconoscibile è il mago sacrificabile che proverà a rifare di Dave un eroe. Christopher Mintz-Plasse è l’ex amico viziato delle medie: per trasfigurarsi in antieroe gli basta calcarsi in faccia le maschere sadomaso della mamma appena morta. Coi soldi dell’eredità ha deciso di finanziare una squadra di super-cattivi che sono, definitivamente, non di questo mondo; tra cui la gigantessa Mother Russia, protagonista di una delle scene più assurdamente violente e, lo confesso, divertenti. 

 

Un sesto motivo per cui Kick-ass mi è piaciuto di più di tante altre trasposizioni da fumetti, è che non ho letto il fumetto. Chi lo conosce si sta già ovviamente lamentando delle edulcorazioni – però capiamoci; è pur sempre un film dove una quindicenne ti taglia le mani e una falciatrice da giardino può tranciare un paio di giugulari. È comunque interessante notare alcune autocensure: una riguarda uno stupro, ribaltato in farsa ma con un dettaglio realistico: come succede a molti violentatori veri, il supercattivo non riesce ad avere un’erezione, e quindi decide di compensare con le botte. L’altra riguarda un cane, con tanto di strizzata d’occhio dello sceneggiatore: a un personaggio umano si può tagliare la testa, al suo cane no. “Non sono così insensibile”, dice il perfido Chris. 

 

“Hai ucciso mio padre!” Giuro, in quel momento sembra quasi una cosa seria.

Il settimo motivo per cui Kick-ass, a dispetto di molte recensioni insoddisfatte, mi ha divertito parecchio, è che io i cosplayer li sento torbidamente affini. Certo, non mi dispiacerebbe vederli tutti orrendamente menati. Ma poi appena qualcuno ci prova davvero comincio a sentirmi in pena. È che alla fine anch’io ho avuto per tanti anni una doppia vita, un’identità segreta. No, di notte non mi mettevo dei cappucci buffi, ma quasi. Mi bastava assumere un nick ugualmente buffo. E anch’io andavo in giro a caccia di bricconi, saltando di sito in sito; e li inchiodavo alle loro malefatte, e in qualche caso mi facevo pure male. Ero un blogger. Lo sono ancora. Da che pulpito posso fare la predica a uno sfigato come Dave. La sua fame di avventura la capisco benissimo. Lo sguardo rassegnato del padre, perché m’è capitato un ragazzo così, l’ho già visto. Calcinculo prima o poi crescerà. Ma fino ad allora, vai di calcinculo.

 

L’ottavo motivo è Chloë Grace Moretz – stavo per dimenticarmi che in questo film c’è Chloë Grace Moretz. In seguito ne farà tantissimi altri. Ma non avrà più sedici anni, e non assalterà più un furgone in vestito nero e camicetta bianca gridando ai gangster: “siete morti, succhiac****”. 

 

Kick-Ass 2, indovinate, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 e alle 22:40. È un film molto violento. Meglio aver già visto il primo episodio. Buon divertimento.

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Wolverine e la fabbrica delle delusioni

Una scena così non sarà mai altrettanto poetica al cinema, dai.

Wolverine l’Immortale (The Wolverine, James Mangold, 2013)

 

Wolverine è il migliore in quello che fa. Uccidere? Sventrare? Annusare prede in mezzo al traffico metropolitano? No, quello era il Wolvie dei fumetti. Il Wolverine cinematografico è il migliore del mondo a nutrire rimorsi, avere incubi, ecc.. Non c’è notte che non si svegli con gli artigli in fuori, è seccante soprattutto se hai delle trombamiche, per cui è andato a vivere in montagna. Lo raggiunge una giapponese che parla come una guida turistica, avete presente, quelle che prima di affettarvi con la katana vi devono spiegare tutto il pedigree della katana, che era appartenuta al prozio del grande samurai Sto Katzo-San e tutto il resto. Indovinate che gli racconta: Logan, non puoi nasconderti al tuo destino, sei una macchina per uccidere, sei John Rambo col 100% di adamantio in più, dai, vieni in Giappone che ci divertiamo, c’è la Yakuza e il boss moribondo di una multinazionale che hai salvato da giovane a Nagasaki e ha un bellissimo ricordo del tuo fattore rigenerante, e i ninja neri sui tetti come nei vecchi fumetti di Miller, te li ricordi i vecchi fumetti di Miller, bei tempi quelli, però anche adesso non si sta male, dai, abbiamo katane vere e un sacco di effetti speciali, possiamo saltare sui treni a trecento chilometri all’ora, dai, vieni in Giappone con me.

 

“Va bene, ma solo 24 ore”.

 

Pagano sceneggiatori per scrivere frasi del genere. Vengo in Giappone – dal Canada – ma solo per 24 ore. All’inizio di un film di Wolverine. È come se i fratelli Grimm mettessero a Cappuccetto Rosso in bocca la battuta: “Beh, scambierò qualche parola col lupo, dopotutto; ma solo buongiorno e buonasera”. Potrei continuare a lamentarmi per tutta la recensione. Perché mi ricordo la storia originale, e vederla saccheggiata così, profanata – non si potrà più riutilizzare, hanno bruciato in due ore sia l’idillio con Mariko sia la strage della famiglia – fa male. Ma lagnarsi non serve a niente. È come insistere sul fatto che Hugh Jackman non sia nella parte, per quanto si faccia crescere i basettoni io continuo a immaginarmelo col farfallino mentre canta scemenze a Broadway o presenta gli Oscar – ma dopo sei film forse vale la pena di rassegnarsi, o no? Nel frattempo si sono ruotati due Spider Men, due Supermen e ben tre Terribili Hulk, e Jackman è sempre lì. Si vede che a qualcuno piace. Qualcuno che non sono io, ma che compra più biglietti di me, evidentemente.

 

Wolverine è uno di quei pochi casi in cui la voce off avrebbe veramente un senso. E quindi non la usano.

Alla fine il problema è tutto lì, cari appassionati di fumetti. Ogni volta che riportano un nostro personaggio al cinema, noi ci caschiamo. Entriamo aspettandoci cose che il cinema forse non ci può dare – o forse potrebbe almeno provarci – ma perché al mondo dovrebbe accontentare proprio noi, che siamo gli unici che di sicuro pagheranno il biglietto comunque? Noi siamo lo zoccolo duro dei film di supereroi, ce ne piace uno ogni tre ma ci andiamo lo stesso, e quando usciamo riempiamo l’internet di lamentele perché Silver Samurai non si può presentare e bruciare in quindici minuti, e che senso ha spendere tutti quei soldi in paludatissimi sceneggiatori se la storia originale di Claremont era cento volte più bella e cinematografica, eccetera eccetera eccetera. Siamo come gli elettori del PD. Per quale motivo al mondo i dirigenti del PD dovrebbero preoccuparsi di darci qualche soddisfazione? Se li abbiamo votati fin qui, è abbastanza chiaro che li voteremo anche la prossima, e quindi loro hanno altre priorità: conquistare gli elettori di Berlusconi, gli elettori di Grillo, ho sentito che esistono persino gli elettori di Ingroia, e gli astensionisti, tutta gente che con un po’ di effettacci speciali che non c’entrano nulla col PD si può sul serio conquistare, e scassare il botteghino, che è quello che vogliamo anche noi elettori del PD, no? E comunque se la cosa non ci va possiamo sempre riempire l’internet con le nostre accorate lamentele, è un modo di divertirsi anche questo. È così che funziona. Il PD è fatto apposta per deluderci, e anche i film di supereroi. La malinconia che proviamo ogni volta che ci accorgiamo che di una bella saga magistralmente raccontata non è rimasto che qualche oggetto di scena, non è un fenomeno accidentale: è la natura stessa dell’oggetto “film di supereroi”. Se il cinema è la fabbrica dei sogni, il cinema tratto dai fumetti è quel tipo di sogno che ti delude ogni volta che lo fai, quel sogno in cui le cose non vanno mai, mai, mai come vorresti. Allora esci dalla sala incazzato, ti sfoghi in un blog, e tre mesi dopo ci ricaschi. A proposito, la settimana prossima esce Kick-Ass 2. Probabilmente è una cazzata. Però, quasi quasi.

 

Wolverine l’immortale è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:45. Perché non andate al cinema d’estate? No, sul serio, perché? C’è l’aria condizionata, si sta bene, potete far tardi, perché?, se più gente ci andasse d’estate i distributori smetterebbero di trattarla come la stagione dei fondi di magazzino, e io non perderei ore della mia vita a guardare Wolverine l’immortale. 

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L’audace colpo dei soliti palestrati

Wahlberg sembra il magrolino. Non è affatto magrolino.

Pain & gain – Muscoli e denaro (Michael Bay, 2013).

 

Daniel Lugo (Mark Wahlberg) crede nel fitness, crede nei bicipiti, crede nel sogno americano. È stanco di recitare la parte di palestrato senza cervello, è stanco di motivare ricchi flaccidi in palestra per pochi $ all’ora. I muscoli che si è pompato addosso si meritano più. Daniel Lugo ha un piano: con un paio di colleghi bistecconi sequestrerà un suo ricco cliente, lo torturerà ma poco, quanto basta per farsi intestare tutti i suoi beni. Daniel Lugo mostrerà tutti di che cosa è capace. Purtroppo Daniel Lugo è capace di fare cose veramente molto stupide.

 

Michael Bay (Bad Boys, Armageddon, Transformers) crede nel cinema, crede nel montaggio serrato, crede nel sogno americano. È stanco di recitare la parte di regista senz’anima, è stanco di montare quindici sequenze in un minuto per ubriacare teen-ager iperattivi. La sua sensibilità di videoclipparo si merita di più. Michael Bay ha un piano: farà un film a basso budget e dimostrerà a tutti di che cosa è capace. Purtroppo, in effetti, Michael Bay è capace di tutto.

 

I cartelloni americani sono molto divertenti.

È facile odiare Michael Bay. Persino i cinefili antisnob, quelli che vogliono soltanto strafogarsi di pistacchi mentre guardano robottoni e lucertoloni: persino loro disprezzano Michael Bay. Perché, che cos’ha che non va. Ecco, è questo il punto. Non ha veramente niente che non vada, anzi. È il sogno americano alla massima potenza, senza controindicazioni, senza retropensieri, è come farsi di steroidi senza pensare al domani e alle controindicazioni ai testicoli, senza neanche il sospetto che ehi, forse stiamo esagerando, forse stiamo trasformando il cinema in un bambolotto gonfiato e senz’anima. Michael Bay ce l’ha, un’anima? Il compianto Roger Ebert propendeva per il no: se l’era venduta per girare The Rock. In cambio Satana aveva probabilmente imposto il cut finale di Armageddon – chi altri se non lui.

 

Se anche non avesse venduto l’anima al demonio, sicuramente Bay ha venduto il suo corpo alla Hasbro, il giocattolificio che produce i transformers. Da sette anni, pensateci, sette anni, Bay come regista non fa che girare le cineprese intorno a robottoni e modellini di robottoni, a chi non verrebbe la nausea? Ok, guardarne un’avventura di Optimus Prime è divertente, ma vi ci sposereste? Ve lo portereste a letto tutte le sere? È una miniera di soldi, ma è comunque una miniera, sudore, fatica. E tra un anno esce il prossimo. Nel frattempo in un qualche modo è riuscito a girare questo piccolo film, che aveva in mente da anni, su un caso di cronaca avvenuto nella sua amata Miami: l’ascesa e la rapida caduta di una gang di sequestratori palestrati e stupidissimi. Ci sarebbe da ridere, se non fosse quasi tutto vero. Il guaio è che a un certo punto si ride comunque, malgrado un sottotitolo avverta: È ANCORA UNA STORIA VERA. Nel frattempo Dwayne Johnson sta usando un barbecue per grigliare pezzi di cadavere.  Forse alla fine davvero non ce l’ha, un’anima, Michael Bay. Per quanto si sforzi.

 

Sei quello che sollevi.

Lui ci terrebbe a mostrarne una. Non pretende di essere originale, il film è per sua ammissione una tarantinata. In realtà sulla media distanza saltano fuori reminiscenze meno scontate – Scorsese, i fratelli Coen – il tutto mescolato senza il solito ipercinetismo: vuoi che stavolta non c’è l’esigenza di ubriacare i ragazzini, vuoi per le limitazioni del budget, fatto sta che questo è il suo primo film dai tempi di the Rock che non sconsiglierei a un epilettico. Bay vuole dimostrare che sa raccontare una storia adulta, che conosce l’ironia, che è capace addirittura di inserire un messaggio politico: in tutto questo andrebbe incoraggiato, perché Tarantino magari quando discetta di razzismo è più consapevole di lui, ma predica ai convertiti. Invece un Michael Bay, re del cinema tamarro, che si mette a satirizzare sul sogno americano è un po’ come se Neri Parenti facesse cadere la dentiera a Berlusconi in un cinepanettone: quelle cose che incidono davvero, che spostano voti. Davvero, andrebbe sostenuto Michael Bay, che tra un robottone e l’altro invece di spaparanzarsi in spiaggia gira una satira a base di body builder cocainomani o impotenti, professionisti dei motivational speech da quattro soldi, poliziotti razzisti e cialtroni, notai corrotti (sì, anche in Florida esistono i notai). Un affresco sgargiante e corrosivo, e ci lamentiamo pure? Bay lo ha praticamente girato nel tempo libero. Whalberg e Johnson hanno rinunciato al compenso (si rifaranno con le percentuali degli incassi). Tutta gente ricca e famosa che invece di stare in spiaggia a sorseggiare daiquiri si impegna a darci un film cinico e divertente, e noi ci lamentiamo? Di cosa ci lamentiamo?

 

Quest’uomo sa recitare, lo giuro.

Del cinismo. È davvero un film troppo divertente. I tre protagonisti sono talmente pasticcioni che non puoi voler loro un po’ di bene, come ai soliti ignoti di turno. Se poi nel mazzo c’è Dwayne Johnson, la più simpatetica montagna di muscoli mai inquadrata a Hollywood – purtroppo può fare un solo tipo di personaggio, ma lo fa veramente bene: in mezz’ora di film usa più espressioni facciali che Schwarzenegger in tutta la sua carriera. Il problema è che con tutta la sua simpatia, in questo film fa cose orribili. Non è solo questa cosa dei tranci umani in un barbecue. A un certo punto c’è una signora che si aggira a carponi sul pavimento dove giace suo marito con la testa schiacciata. Ogni volta che cerca di scappare, le fanno una pera di tranquillante. Sembra una comica. Ma è successo davvero. Quando ci pensi, ci resti male: sul serio ho riso per una cosa del genere? È un incubo, Michael Bay, come hai fatto a presentarmela come una cosa divertente? Ok, lo so, è intrinsecamente divertente. Ma non capisci quanto sia devastante, sul piano morale, ridere per dei crimini realmente commessi? Sul serio, non lo capisci? Cos’è che ti manca, se non l’anima cosa?

 

E il tuo senso dell’umorismo. Riempire un film di piselli di gomma, perché? È una scelta del tutto autoriale, nella storia vera la prima vittima del sequestro non viene imprigionata nel magazzino di un sexy shop: nel baule della sua macchina i poliziotti non rinvengono un dildo bruciacchiato. Bay ha già tradito la “storia vera” in tanti modi (si è inventato lo sceriffo buono che capisce tutto, ha trasformato un sadico violento in un timido impotente innamorato della solita Ciccia Wilson). Tutte licenze abbastanza comprensibili (se n’è prese più Spielberg per Lincoln, o Affleck per Argo), tranne questa ossessione per i falli in gomma che forse vorrebbe introdurre un sottotesto omoerotico,  con la delicatezza di un tredicenne con un pennarello che di fronte a un muro disegna la prima cosa che gli viene spontanea. Viene il dubbio che Bay sia un po’ quel tredicenne lì, anche se invece di un pennarello ha carrelli e macchine da presa ed effetti speciali a strafottere. Forse è tutto qua il mistero: Bay non è che giri film per ragazzini, Bay è ragazzino dentro. Anche se fa finta di annoiarsi dei Transformers, alla fine i suoi palestrati continuano a montarsi e smontarsi in un modo molto simile, e perdono anche i pezzi (vedi la gag dell’alluce amputato a Johnson, anch’essa del tutto gratuita e dichiaratamente fallica).

 

Così alla fine non sai bene cosa pensare. Se Bay voleva dimostrare di saper fare qualcosa di diverso che montare e smontare robottoni, il film non è del tutto riuscito. Se voleva divertirci, accidenti, sì, ci ha preso in pieno. Se voleva farci vergognare del nostro divertimento, maledizione, sì, sei veramente il demonio Michel Bay.

 

Pain & Gain è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:05 e alle 22:45; al Multilanghe di Dogliani alle 21:30. Buon divertimento, e vergognatevi.

 

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In culo all’Apocalisse

Goya, Blake. Doré. Del Toro.

Pacific Rim (2013, Guillermo Del Toro).

I Kaiju. Io non sono sicuro che a Cuneo possiate capire, che rompimento di coglioni siano i Kaiju. Uno guarda il telegiornale e pensa di farsi un’idea. Anch’io la pensavo così, poi si è aperta la faglia qua dietro. Niente di paragonabile per carità, lo sappiamo che i nostri son kaiju ruspanti, che non tirano giù grattacieli o centrali nucleari. Al massimo se la prendono con un condominio, una palestra, un magazzino. Però davvero non avete idea, di quanto rompano i coglioni i kaiju. Anche quando non escono. Magari stanno fermi per un mese – pensate che in quel mese noi si dorma? No, no, ci vanno nei sogni, li calpestano, sgambettano nei nostri progetti del futuro, ci lasciando la bava, fanno questo i kaiju. Ti svegli urlando: ma prenditi piuttosto un condominio. E lasciami i sogni. Prendi quello sfitto qua di fianco. Tanto i prezzi son crollati. Fanno questo i kaiju. Si siedono sul tuo mutuo ventennale, ci fanno la cacca di ammoniaca. Ti svegli sudato e vedi tua moglie che sta ditando lo smàrfon.

“Ma cosa fai a quest’ora”.

“Ho sentito qualcosa”.

“Stavi sognando”.

“L’hai sentito anche tu, ti sei svegliato”.

“Mi sono svegliato per la lucina di quel cazzo di smàrfon”.

“Vedi? Lo sapevo io. Ne è uscito uno di seconda categoria, a Massa Finalese”.

“Un kaiju di seconda categoria”.

“Esatto”.

“Mi hai svegliato per un cazzo di kaiju di seconda categoria, non lo senti nemmeno con gli strumenti un kaiju di seconda categoria”.

“Magari adesso viene qui”.

“Da Massa fin qui, certo. Manco i pompieri chiamano più, per un kaiju di seconda. Non ci vanno neanche i vigili urbani”.

“Potrebbe essere l’inizio di una sequenza”.

“Se prova ad attraversare il Secchia se lo mangiano le pantegane, un kaiju di seconda categoria. Io te lo rompo quello smàrfon di merda”.

“Me l’hai regalato tu”.

 

 

Brutto pezzo di rettile se ti avvicini di nuovo ti spacco il cranio a randellate giuro che lo faccio

Non so se da Cuneo riusciate a capirci, è che ce li portiamo a letto i kaiju. Di giorno rovistiamo i solai, le cantine abbandonate. Troviamo vecchi bracci di gru, motori dei Landini, campane sganciate da campanili sigillati.

 

“Ma cosa ci vuoi fare con la campana, dai”.

“È bronzo, è buono, ci facciamo la testa”.

“All’età del bronzo siam tornati?”

“Per prendere la rincorsa”.

 

Siamo la resistenza, cos’altro dovremmo essere. Abbiamo vaghe nozioni del tempo e dello spazio. A volte in qualche cassetto ci imbattiamo in un tesoro dell’infanzia – un torso intero di un Mazinga Z, qualche arto di Jeeg robot d’acciaio.

“Questo a diesel funziona”.

“E i raggi gamma?”

“Potremmo usare le resistenze”.

“Si fonde tutto”.

“Va bene, fottiamoci dei raggi gamma. Cerchiamo un’alabarda”.

“Spaziale”.

“L’antenna di via Marx”.

“Perfetta”.

 

Se avessimo saputo che tutto questo ci sarebbe servito – le catene di trasmissione dei Ciao Piaggio, carcasse di betoniere, l’argano dell’OM Lupetto, le teste di Daitarn…

 

Con l’energia del sole bla bla bla beppegrillo bla bla bla… mentre si esibisce i meganoidi fanno in tempo a presentarsi alle elezioni e vincerle.

“Non ci facciamo un cazzo con una testa di Daitarn”.

“Ma dai, è così bella”.

“Lo sai che va a energia solare, sì?”

“Così non sporca”.

“No, macché, devi soltanto rivestire tutta la città di pannelli fotovoltaici, pregare che non piova e aspettare che carichi per una settimana. E dopo hai abbastanza energia per fargli fare la demo. Hai presente la demo, sì?”

E ora con l’energia del sole vincerò!

“Con l’aiuto del sole vincerò. E poi si spegne”.

“Ma no, dai”.

“E il kaiju se lo incula”.

“Che schifo”.

“È successo, sai. A un Gundam di Crevalcore. Si è sbilanciato e si è bloccato a novanta. Il kaiju gli è arrivato dietro in un attimo”.

 “Viviamo in tempi orribili”.

 

Ai bambini non sappiamo cosa dire. Tesoro, ci dispiace, abbiamo fatto un mutuo in una terra di mostri che non avevamo previsto – benché in certi affreschi cinquecenteschi ferraresi risultassero chiarissime evidenze di combattimenti tra draghi ed enormi armature – pensavamo fosse mitologia, pensavamo fosse fiction, ci dispiace tanto. Pensavamo che sarebbe andato tutto bene, l’economia avrebbe tirato per sempre, e sopra i vani degli euromissili americani avremmo riempito tutta questa vallata di villette a schiera col giardino l’altalena e la cuccia del cane. Invece stiamo scavando rifugi anche per te, tesoro. Facciamo fatica a guardarli in faccia, i bambini, e ci rimettiamo a rovistare vecchi garage.

A questo film tutto è concesso, compresa la scena con la bambina con la scarpetta rossa.

 

“Una tastiera alfanumerica, potrebbe servire”.

“Se si leggessero le lettere… butta via, è uno Spectrum a sfioramento, ti partono le lame rotanti senza che te ne accorga. Ci tagliamo i piedi da soli”.

“Non ce le abbiamo le lame rotanti”.

“Mio cugino ha detto che ci porta le frese in ghisa, andranno bene. E questa che cos’è?”

“Robaccia, butta via”.

“Ma sembra antropomorfa”.

“È un pezzo di transformer”.

“Bleah. Ti suona il telefono”.

“Ah sì, è… è l’allarme”.

“Che palle. Che dice?”

“Ma niente, un… un terza categoria”.

“Dove?”

“A Fossoli”.

“Che palle. Che palle”.

“Avevano appena riaperto la scuola”.

“Viene verso di noi”.

“Piscerà su tutta la ciclabile, io adoro quella ciclabile. E la ferrovia…”

“Se intercetta il regionale per Suzzara fa un macello. Ci andiamo?”

“Non so. Abbiamo il torso di un Mazinga, i cingoli di un fiat trattori, la testa in bronzo…”

“Abbiamo l’alabarda”.

“In fondo è solo un terza categoria, voglio dire, gli fai un po’ di paura e scappa via”.

“Oppure gli spacchiamo il culo”.

“Pensi che possiamo?”

“Guardati intorno, fratello. Sta andando tutto a puttane. Dove vorresti essere mentre tutto va a puttane? Dietro una scrivania? In un cantiere? O dentro un torso di Mazinga?”

“Va bene, si va a Fossoli”.

“Stavolta gli spacchiamo il culo a quel bastardo. Dammi la mano”.

 

Abbiamo l’alabarda. Abbiamo i cingoli. Le lame rotanti arriveranno. Cancelleremo l’apocalisse un po’ per volta, come uno scarabocchio: con le nostre gomme staedtler smangiucchiate. I bambini alzeranno la testa e ci guarderanno negli occhi, e vedranno degli eroi.

 

(Pacific Rim è un film di Guillermo del Toro, costato dieci milioni di dollari in meno di World War Z e dieci milioni di volte più bello, con i robottoni di quando eravamo piccoli – sono proprio loro, sono arrugginiti, hanno tutte le scritte consumate, e si smontano appena provi a usarli. Ma sono tornati. Il mondo ormai se ne frega, il mondo ha altre priorità, ma loro hanno un lavoro da finire, un’apocalisse da cancellare. È difficile da spiegare, e non so se a Cuneo interessi. È un film di enormi robot che le prendono da enormi lucertoloni, e io ho pianto per mezz’ora. C’è che odio i kaiju. Li odio veramente tanto). 

 

Pare che sia molto bello anche in 3d – lo dice Bernocchi ed è uomo di fede – la versione in occhialini è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:05 22:45 e al Multisala Impero di Bra alle 21:15. Lo trovate in 2d al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:00 e alle 22:40; ai Portici di Fossano alle 21:30; al cinema Italia di Saluzzo alle 21:30.

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Un film morto. Vivente. No, morto.

I SOLDI DEL BIGLIETTOOOOOOOH.... GGGRRRR....
I SOLDI DEL BIGLIETTOOOOOOOH…. GGGRRRR….

 World War Z (Marc Forster, 2013)

 

1. Qualcosa sta succedendo a tutti i film di zombi. Forse è cominciato con quel telefilm tratto da quel fumetto. O con qualche remake del sequel del remake – insomma, a un certo punto tra i film di zombi si è sparso il contagio, in tutto il mondo sono diventati noiosi e prevedibili. Brad Pitt indaga. Passa da un set catastrofico a Philadelphia a un film di guerra girato in notturna per risparmiare, a un altro set catastrofico in Israele, e ovunque non trova che noia e prevedibilità. Da dove si è diffuso il morbo? “Non importa chi è stato il primo” gli dice una comparsa qualsiasi, “cerca piuttosto un modo per ravvivarli”. Dopo un atterraggio di fortuna in Galles (equipaggio e passeggeri erano stati annoiati a morte dall’ennesimo film di zombi), Pitt precipita nei pressi di una cineteca e ha un’intuizione: per salvare il genere bisogna iniettargli il peggior virus narrativo dell’ultima generazione.
“Ditemi dove lo tenete rinchiuso”.
“No, non possiamo… no! Guarda come ha ridotto Star Trek!”.
“È la nostra unica speranza, liberatelo. Facciamoci tutti un’endovena di Lindelof”.

 

2. Che poi non è nemmeno giusto dare la colpa a Lindelof. È un film nato sbagliato, da un’idea compromissoria (un film di zombi con meno sangue possibile, affinché non sia vietato ai 14enni negli USA che altrimenti restano a casa a guardarsi Romero in dvd), e con la terribile responsabilità di avere devastato un libro omonimo che proprio non se lo meritava. Il risultato finale, dopo ripensamenti e riscritture, sta al libro di Max Brooks come uno zombi sta a un essere umano: il libro era vivo, brillante, pieno di idee e di riflessioni sociali, politiche, economiche; il film è un brandello di narrativa morta, anzi più brandelli di narrativa morti messi assieme, che camminano stancamente in direzione del finale all’unico scopo di infettare qualche altro film, magari un sequel. In un certo senso Pitt e compagnia sono riusciti a realizzare non già un film di zombie, ma un film zombi, un film morto vivente. Più morto che vivente. 

 

CIAO! Che fate di bello? Io ACQUISTO IL CORPO DELLA MOGLIE DI BRAD nei contenuti speciali del DVD.

3. Finalmente un film di cui posso rivelare il finale, visto che lo hanno buttato via e Lindelof ne ha scritto uno diverso (che poi non è neanche così malissimo, dai). Dunque, l’aereo da Gerusalemme atterra senza grossi intoppi in Russia. Qui le simpatiche guardie aeroportuali sparano a tutti i vecchi i deboli e i malati, e arruolano gli altri nella grande guerra patriottica contro gli zombi. Brad e la cecchina israeliana vengono quindi impiegati nella difesa di Mosca, e hanno modo di notare che gli zombi slavi sono molto più lenti di quelli americani o israelopalestinesi. La geniale intuizione è che non reggano il freddo. Appena Brad se ne rende conto, primo al mondo (i canadesi troppo scemi per condividere l’informazione) si appende a qualche telefono satellitare e cerca ovviamente la moglie. Non so se avete notato, ma l’agente segreto delle Nazioni Unite, se deve fare una telefonata sola, non la fa alle Nazioni Unite, ma alla moglie per chiedere se i bambini stanno bene, e la fa coi nostri soldi di contribuenti mondiali, e poi uno si sorprende che gli zombi vincano le elezioni. Comunque. Adesso tenetevi: la famiglia si trova in un campo profughi in Florida, zona subtropicale (quindi zombi velocissimi), e per garantirsi la sopravvivenza la moglie VENDE IL SUO CORPO. E non lo vende a chicchessia, ma per esempio A MATTHEW FOX DI “LOST”, che se siete pronti di riflessi avete notato in una scena iniziale su un elicottero; e se lo avete notato vi sarete pure chiesti: ma che ci fa Matthew Fox di Lost? Nulla; passava sul set per caso in elicottero; ma prima che Lindelof ci mettesse le mani COMPRAVA IL CORPO DELLA MOGLIE DI BRAD PITT, o le faceva da pappone, non ho capito bene. Brad capisce che deve assolutamente tornare a casa prima che le cose si mettano davvero male, quindi attraversa la Russia e il Pacifico e sbarca in Oregon. Fine del film e arrivederci al prossimo. Sette euro bene spesi, vero? Dopo tre anni che ci lavoravano lo script era una cosa del genere. Ne hanno anche girato dei pezzi (la battaglia di Mosca). Poi qualcuno deve essersi detto: ma sul serio? Dopo tutti gli sforzi per produrre un film di zombi senza sangue e sbranamenti; dopo averne girato metà al buio per evitare che si vedano i morsi e le budella; dopo aver dosato il sangue col contagocce… sul serio ci infiliamo il mercimonio della madre di famiglia iuessei? Come siamo riusciti a trasformare un bel romanzo satirico in un polpettone deprimente come questo? Chi ci aspettiamo che verrà a vederlo, quale famiglia porterà i figlioletti al cinema estivo a vedere un film di zombi in cui il papà diventa un fantaccino russo e la mamma con tanto amore per i figli fa le marchette in un campo profughi? Come ne usciamo da questo guaio?

“Apri la valigetta”.

“No, la valigetta no!”
“Non abbiamo altra speranza”.
“Ma hai visto cosa è successo a Prometheus”
“Ti dico che è l’unica speranza. Dieci milligrammi di Lindelof, sparati in vena. Persino gli zombi lo schifano”. 

 

4. Ma Brad Pitt da qui in poi farà sempre così? Metterà la famiglia in tutti i film che fa? Adotterà un bambino ogni volta? Se gli danno i Tre Moschettieri, lo trasformerà in “La famiglia D’Artagnan?” Se Craig gli cede il ruolo, lui sposa Ms Moneypenny nell’episodio “007 – Casa Dolce Casa”?

 

Non è un muro.

5. Per fare un esempio di come il film abbia mortificato il libro: l’episodio di Gerusalemme. Come tutte le cose che c’entrano con Israele, è molto controverso; i muri nel film sono molto simili a quella “barriera difensiva” (era vietato chiamarla “muro”) costruita nel decennio scorso che rese ancora più difficile la vita dei palestinesi ma pose fine agli attentati suicidi in Israele – anche se alla prova dei fatti gli zombi si mostreranno assai più determinati ed efficienti di Hamas e Jihad Islamica. Ma il risultato finale è così amorfo, anche da un punto di vista ideologico, che puoi persino accusare il film di antisemitismo subliminale: c’è una pandemia mondiale di morti viventi e gli israeliani LO SAPEVANO CON UN MESE DI ANTICIPO. Che bella idea, chissà a chi è venuta, chissà quante pacche sulle spalle gli hanno dato, ehi, eppure mi ricorda qualcosa… ebrei che conoscono una catastrofe in anticipo… dove l’ho già sentita? era una leggenda metropolitana, vero? Nel romanzo l’episodio assumeva un indirizzo politico chiaro: Brooks immagina che l’emergenza forzi israeliani e palestinesi a creare uno Stato unitario per fare fronte comune contro i morti viventi – salvo dover fare i conti con una rivolta degli ultrafondamentalisti ebrei che degenera in guerra civile. È forse l’idea portante del libro: gli zombi non sono il vero problema, il problema è la difficoltà degli umani a ad andare d’accordo, a fronteggiare un’emergenza in modo razionale. E poi sì, per Brooks i fondamentalisti sono la quinta colonna degli zombi. È un’idea forte, può farti discutere, ma è irriproducibile in un blockbuster. Non puoi offendere gli israeliani, fondamentalisti o meno, in un blockbuster. Nemmeno i cinesi puoi più offendere, e quindi a Brad nessuno vuole dire che il paziente zero è in Cina. Nel libro era chiaro, nel film non si può dire. Non si può nemmeno spostare in qualche altro Paese, perché è un blockbuster e deve andare nelle sale di tutto il mondo. L’unico Paese di cui può parlare male un blockbuster, lo si capisce con chiarezza, è la Corea del Nord. Quindi, insomma, la globalizzazione porta alla pandemia. Non importa quanto un’idea di partenza sia originale, e interessante, e piena di contenuti originali: quando la trasformi in un blockbuster diventerà invariabilmente la storia di un padre di famiglia che salva il mondo da una minaccia. A quel punto perché non riguardarsi la Guerra dei Mondi, dove i bambini non sono semplici burattini in balia degli incidenti stradali?

 

6. Ancora sull’episodio di Gerusalemme: alla fine gli zombi riescono a saltare la barriera, ma perché? Perché la gente dentro fa troppo rumore. E perché fanno troppo rumore? Perché i palestinesi e gli israeliani stanno innalzando canti di pace, sciagurati! Il complesso militare industriale ce la mette tutta per salvarci dai morti viventi, e i pacifisti con le loro canzoni inutili aprono i cancelli ai morti viventi. Ora, da un punto di vista politico i film catastrofisti si possono dividere in due famiglie, a seconda di come trattano il potere. Possono denunciarne la miopia, mettendo in scena presidenti e generali inetti che prendono decisioni sbagliate (spesso osteggiando con un geniale scienziato che ha capito tutto facendo equazioni sulla lavagna mesi prima). Oppure possono attaccarsi alle braghette dei generali come l’unica risorsa: viva lo Stato d’emergenza. Abbiamo bisogno di un esercito forte, in caso di catastrofi. E abbiamo bisogno di catastrofi, sennò ci stanchiamo a finanziare un esercito forte. Questo film – questa carcassa di film – è del secondo tipo, più per pigrizia che per reale convinzione. Vedi la disinvoltura con cui ammazza subito presidente e vicepresidente, così non c’è neanche bisogno di mostrare un fotogramma di Casabianca, ormai comandano gli ammiragli. E il geniale scienziato? Lo mandano subito nel posto più infestato al mondo, via il dente via il dolore.

 

7. Più che un film catastrofico, insomma, una catastrofe in sé: vedibile, persino divertente a sprazzi, come certi incidenti stradali che ci fanno rallentare, anche se il giorno dopo ricordiamo soltanto il senso di colpa. Vi susciterà la stessa simpatia delle lamiere contorte: un po’ le stesse sensazioni di un B-Movie, ma con tanti milioni di dollari in più. E alla fine capisci come deve sentirsi Lindelof: l’ebrezza del Frankestein della narrativa fantastica anni ’10. Mi avete dato dei pezzi di carne morta, organi sparsi che nemmeno combaciavano, io li ho cuciti assieme, gli ho dato un senso, e adesso vedete: cammina. Sì, via, più che camminare barcolla. Però funziona, si può fare! E arrivederci al sequel. Sì, certo, aspettaci.

 

Se volete evitare War World Z, state alla larga dal Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40, oppure in 3d, che scuro com’è dev’essere una fregatura memorabile, alle 20:15 e alle 22:45); dai Portici di Fossano (21:30); dal cinema Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); dal Cinecittà di Savigliano (20:30, 22:30).

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Più tenebra vi prego

Davvero, troppo vicino alla terra non va bene. Si rompe tutto.

Star Trek into Darkness (J.J. Abrams, 2013)

 

Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani, nuovi mondi, eh, magari. No, in realtà siamo ancora in orbita intorno alla Terra o quasi. Siamo nell’universo angusto di Gigi Abrams e Compagnia: un posto così poco “strano”, così poco “nuovo” che, per fare un esempio, c’è sempre campo col cellulare. Non so se mi sono spiegato. Quando il Giovane Capitano Kirk nello spazio cosiddetto profondo ha voglia di chiamare Scott che è rimasto sulla Terra a sbronzarsi in un pub, prende il suo cellulare griffato Flotta Spaziale (oscenamente simile a un motorola) lo chiama, e Scott gli risponde. Più veloce della luce. Neanche il tempo di infilare un messaggio registrato, che so, Accetta una chiamata dallo Spazio Profondo, inviata tramite propulsione a curvatura? L’addebitiamo al mittente? Chissà le tariffe, in effetti. Spazio, ultima frontiera. Andremo dove nessuno è mai andato. Ma tranquilli, il cellulare prende anche lì. È solo un dettaglio (benché necessario allo sviluppo della trama), non ti rovina mica il film. Ma secondo me è illuminante. Quattro anni per trovare un soggetto all’altezza delle aspettative, chissà quante trame vagliate e scartate, chissà quanta professionalità, quanta competenza… e poi ti ritrovi con un cellulare che fa le chiamate intergalattiche. Possibile che nessuno al tavolo degli autori abbia detto: ehi, fermi lì, ma non vi sembra un po’ inverosimile? Dopotutto è il giovane capitano Kirk, nella serie originale non estraeva mai un telefonino per chiamare terra. Nella serie originale non si vedeva mai, la Terra. Era lontana. Ma cosa vuol dire lontano, ormai.

 

In Star Trek nella Tenebra, che sarebbe anche un bel titolo – e sarebbe anche un bel film – c’è una scena da film d’azione così trita che io l’ho già vista due volte in sei mesi, e non sono un patito del genere: l’eroe in un palazzo, minacciato da un elicottero di guerra, lo abbatte mediante mezzi non convenzionali. Già visto in: Die Hard 5, Iron Man 3, e adesso Star Trek 12. Deve essere un must per qualche mercato in espansione, l’abbattimento dell’elicottero a mani nude; che so, magari ne vanno matti in Cina. Al termine di questa scena, così poco star-trekkiana, ma soprassediamo, il pilota dell’elicottero scompare. È evidente che si è teletrasportato. Il teletrasporto lo sappiamo tutti cos’è: anche chi ha visto una puntata sola di ST in vita sua sa più o meno cos’è il teletrasporto. E sappiamo che ha dei limiti, non è una magia, è una tecnologia che può incepparsi, che va usata con cautela, ecc. Dunque ci immaginiamo che il nemico sia lì nei pressi, al massimo in un’astronave in orbita; di solito è da lì che ci si teletrasporta. Ma poi Scott scopre che nell’elicottero c’era un affare chiamato “teletrasportatore portatile” o giù di lì, in grado di teletrasportare i nemici dalla Terra al pianeta Klingon, anni luce a strafottere di distanza. Hai capito la tecnologia? Tu premi il pulsante e tac, un istante sei sulla Terra, l’istante dopo sei in mezzo ai Klingon. Ed è portatile, non so se mi sono spiegato: una valigetta. A questo punto però dovreste dirci cosa la paghiamo a fare la flotta spaziale, con tutte le sue esosissime missioni quinquennali pagate con le mie tasse di cittadino della Federazione galattica, se basterebbe una valigetta per trasportarci dove nessuno è mai stato teletrasportato prima. Voglio dire: i Klingon rompono i coglioni? Teletrasportiamo un miliardo di triboli e vediamo quanto rompono ancora i coglioni. E invece no, continuiamo a pagare tutti quei tecnici, tutto quel propellente, tutti quei motori a curvatura… Dev’essere una congiura del complesso militare-industriale, in combutta coi sindacati, Svegliaaaaaaa! Tutte quelle tutine rosse sono in realtà dei mangiapane a tradimento. 

 

Benedict Cumberbatch è molto bravo, ma la sua scelta ha suscitato polemiche, perché… perché… in originale non era così bianco, mettiamola così.

Quando cominciò, Star Trek, l’Enterprise era una misteriosa astronave che spuntava dalla Tenebra. La Terra era lontana: ogni tanto inviava messaggi, ordini più o meno vincolanti, ma nessuno chiamava al cellulare. Quando trovava un pianeta, agganciava l’orbita e teletrasportava Kirk, Spock e un paio di tutine rosse. La tenebra cedeva lo schermo al colore artificiale dei fari dello studio televisivo. Teletrasportarsi era come sorgere dalla tenebra: un minuto non ci sei, il minuto dopo sei in mezzo a qualsiasi storia stia per capitare, un’ucronia nazista o una rivolta di gladiatori o una guerra termonucleare simulata. Come nella migliore fantascienza americana degli anni ’40 e ’50, ogni puntata era un racconto, un universo a sé stante, autoconclusivo. Quelli erano i viaggi dell’astronave Enterprise. Ma poi… ma poi si sa come vanno le cose. La gente è curiosa.

 

La gente vuole sempre saperne un po’ di più, su questo o quel personaggio. Perché i Klingon hanno messo su la cresta, e com’è andata tra Venusiani e Romulani, che fine ha fatto l’iroso Khan, eccetera. Gli autori prima o poi una spiegazione la devono trovare. Con un po’ di impegno e professionalità si spiega qualunque cosa. E alla gente le spiegazioni piacciono, ai telespettatori soprattutto. D’altro canto dopo cinque serie, più di trenta stagioni, migliaia e migliaia di ore di tv, di spiegazioni, l’universo di Star Trek è diventato più piccolo. Ogni pianeta è già stato esplorato da qualcuno; dovunque ti muovi trovi un riferimento, una citazione, una strizzata d’occhio; e il senso di frontiera non c’è più. In compenso c’è una brulicante enciclopedia di sistemi solari e razze e guerre e trame e sottotrame, una città infinita come la Londra del film, di cui lo spazio profondo non è che l’hinterland: tanto che ci prende pure il cellulare. Tutto incredibilmente complesso, e poco appetibile ai nuovi arrivati. Se poi cominciano a stancarsi anche i fan, la saga muore. Ha rischiato grosso appena dieci anni fa, quando il decimo film floppò clamorosamente, e il resto lo sapete. Gigi Abrams ha rilevato la baracca, con un’idea mica male: reboot, il riavvio. Ricominciamo dall’inizio, quando c’era solo Kirk, Spock e un’astronave che veniva dal buio. Non saremo condannati a riscrivere le stesse storie, come l’Uomo Ragno che ogni tre film si fa mordere dal ragno, o Superman che ogni volta deve atterrare bambino sul pianeta: non siamo obbligati perché la Storia è cambiata, qualcuno venuto dal futuro ha ammazzato il papà di Kirk cambiandogli la vita, e già che c’era ha pure fatto a pezzi il pianeta di Spock, quindi le cose prenderanno per forza una piega diversa.

 

“Guarda come sono belli, come fai a odiarli? Eddai…”

D’altro canto, i Klingon sono ancora lì. Le altre innumerevoli razze incontrate dall’Enterprise in tutti i suoi viaggi secolari sono ancora lì. Sta a Gigi decidere se farglieli re-incontrare o no, o partire per una nuova Tenebra, e regalare ai nuovi spettatori un nuovo senso di mistero, di meraviglia, analogo a e diverso da quello che ci bloccava da bambini di fronte alle prime avventure di Kirk e Spock. Sta a lui, e al suo amico Lindelof che stavolta produce e che tante cose avrebbe da farsi perdonare – ma non recriminiamo. Abrams e Lindelof hanno tanto difetti, ma non ho mai avuto dubbi sulla loro capacità di lasciare lo spettatore di qualsiasi età a bocca aperta davanti a un mistero qualsiasi – anche solo una botola vuota, una sequenza di numeri. Queste cose le sanno fare. Se invece decidono di darci l’ennesimo film d’azione con le astronavi che sbattono contro i grattacieli e gli elicotteri abbattuti a mani nude, io ci resto male. È vero, il giovane Kirk è veramente Kirk. È vero, Spock McCoy Sulu e Scott fanno un gioco di squadra meraviglioso, ti divertiresti a sentirli dialogare anche senza tutto il baraccone imax-3d. Il problema è che questo argomento l’ho già sentito: “sì, ti abbiamo preso per il culo la trama, ma goditi i personaggi”… dov’è che l’ho già sentito? Alla fine di Lost, quando gli autori fuggono sgommando con la borsa piena di soldi. Bastardi.

 

Abraaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaams!

Lindeloooooooooooooooooooof!

 

Che altro dire. È uno di quei classici casi di 3d che non voleva essere 3d: risparmiatevi almeno quei tre euro. 

 

Star Trek: Into Darkness non in 3d è al Fiamma di Cuneo alle 21:10, ai Portici di Fossano alle 21:15, al Bertola di Mondovì alle 21:00, al cinema Italia di Saluzzo alle 21:30, al Cinecittà di Savigliano alle 21:30. C’è anche in tanti altri posti in versione 3d, ma non ve lo consiglio.

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Il panico dell’Uomo d’Acciaio

Lui chiede scusa continuamente.

Iron Man 3 (Shane Black, 2013)

 

Tony Stark non è più quello di una volta. L’adorabile sbruffone che portava lo smoking sotto la corazza, il supereroe ubriacone che si pisciava nel costume, non è più lui. Ha crisi di panico, nessuna armatura gli sembra abbastanza robusta. Oltre alla lotta consueta coi demoni interiori, la formula prevede due nemici, uno con l’accento esotico e l’apparenza inquietante, l’altro americano e biondo, espressione di quel complesso industriale-militare da cui lo stesso Stark vorrebbe affrancarsi. Ci saranno molte esplosioni, il Presidente degli Stati Uniti rischierà di farsi incenerire in diretta tv  e anche Gwyneth Paltrow sarà più volte in pericolo, ma alla fine dimostrerà ancora una volta che dietro a un supereroe c’è sempre una superdonna.

 

La Marvel sa come si fanno i film di supereroi. Li ha inventati, li conosce, li possiede, e proprio per questo può tradirli con più disinvoltura se ne vale la pena; magari calpestare 40 anni di vita di un personaggio (il Mandarino) e reinventarlo da capo tutto diverso, un Ben Kingsley che dopo Gandhi e Itzhak Stern si ritrova nei panni di un finto Osama e… si diverte un sacco (e noi con lui). Fosse stato chiunque altro, milioni di nerds in tutto il mondo avrebbero gridato Tradimento anche più forte di quella volta che George Clooney fece un Batman gay. Ma se lo fa la Marvel ha un senso, anzi, è una reinvenzione geniale. La Marvel conosce l’arte di ri-raccontare le storie, è abituata a fare e disfare universi di personaggi ogni cinque, dieci, quindici anni. Il primo Iron Man era nato in Vietnam, poi in Iraq, quello cinematografico ha mosso i primi passi nel 2008 in Afganistan. Si è capito subito che avrebbe funzionato. Più di ogni effetto speciale o evoluzione narrativa, la vera idea è stata infilare nella tuta d’acciaio Robert Downey Jr.

 

Spassoso. Sul serio. Non dico altro

Oggi è difficile immaginare un Iron Man diverso da lui, eppure siamo stati a tanto così da ritrovare nello stesso ruolo Tom Cruise o Nicholas Cage. Sarebbero stati eroi molto diversi. Tom non avrebbe mai pisciato nel costume, non riesco a immaginarmelo. Cage sì, in un altro film di supereroi addirittura piscia fiamme; ma avrebbe fatto smorfie tutto il tempo. Downey non ne ha bisogno, ma sembra strizzi l’occhio tutto il tempo. Quello che faceva Harrison Ford nei primi Guerre Stellari, e li rendevano guardabili anche a un pubblico un po’ più adulto. Ci sono milioni di teorie sul perché la seconda trilogia non sia bella quanto la prima; quanto a me la differenza la fa Ford, semplicemente. Senza di lui ad ammiccare, a piazzare battutine, a sparare senza troppi preavvisi e senza troppa nozione di quello che sta succedendo, non mi diverto più, mi ritrovo imbarazzato davanti a un fantasy per adolescenti; cioè quello a cui probabilmente Lucas tendeva già a metà ’70, ma a quel tempo ci si vergognava, roba del genere era considerata di serie B. 

 

Robert Downey non è mai di serie B; finché c’è lui, si diverte anche il papà che ha portato al cinema il ragazzino. La Marvel sa come si fa. Due delle scene più divertenti prevedono proprio che Stark si confronti coi suoi fan, manipolandoli senza scrupolo, per una buona causa ovviamente. La ricetta ha funzionato con alti e bassi per due film: la principale novità nel terzo è il cuoco, Shane Black. Non ha diretto molti film, ma ha scritto le sceneggiature di quei pochi action movie che vi ricordate senza vergognarvi, oppure vi vergognate, ma sono tra i pochi che riguardereste: il primo Arma letale, L’ultimo boy scout. Black sa impastare azione e trama fino a far sparire ogni grumo: l’intreccio procede scena per scena, senza bisogno di “spieghe” decisive. Soprattutto, Black non si perde uno spunto comico, e regala ai ragazzini ma soprattutto ai loro papà qualche scena esilarante che dovrebbe essere obbligatoria in tutti i film di supereroi. Vedi il modo in cui si sfrutta quel momento topico che in altri film rasenta sempre il ridicolo: la vestizione del supereroe; quei tre minuti in cui il Cattivo sta distruggendo la città o rapendo la bella, e il superman di turno è indaffarato a cambiarsi in una cabina del telefono. Nel caso di Iron Man si tratta sempre di un “lanciami i componenti” spettacolare ma – proprio come nei vecchi cartoni giapponesi – implausibile; in Iron Man 2 mentre Downey si lasciava rivestire d’acciaio, Mickey Rourke avrebbe avuto il tempo per friggerlo tre volte. Black ci scherza su a meraviglia: le sue armature sono ammaccate e maldestre, e cento volte più simpatiche. 

 

Un’altra parola sui due cattivi del film (SPOILER). Uno impazza per internet e in tv gridando “Siete tutti morti, morti! Americani siete morti! Presidente sei morto!” Ma in realtà è solo un attore. L’altro (la mente) è l’ennesimo wannabe-Steve-Jobs con tante idee immaginifiche, e all’inizio del film ha i capelli lunghi e spettinati. Almeno al cinema è un piacere vederla sconfitta sonoramente, un’accoppiata così.

 

Iron Man è uno di quei film che ti tocca guardare con gli occhialini, perlomeno se ci vai con i ragazzi. Con gli occhialini è la solita storia, all’inizio dici “oooh”, alla fine ti ricordi solo un mal di testa più o meno lieve. La cosa che odio di più è quando accendono le luci e tutti se ne vanno e tu resti come un pirla con questi occhialini a guardare i titoli (e in casi come questi bisogna guardarli tutti i titoli, fidatevi). Secondo me non valgono i tre euro, gli occhialini. Il vero gadget indispensabile per un film del genere dovrebbe essere il Ragazzino Nella Fila Dietro. Quello che sa a memoria la canzone dei titoli iniziali, e che ogni tanto si lascia scappare un BELLO! o un MA GUARDA QUANTI SONO [gli uomini d’acciaio]!!! prima che i fratelli maggiori lo tacitino. All’inizio lo odi, poi capisci che ne hai bisogno. 

 

Iron Man 3 lo trovate al cinema Fiamma di Cuneo alle 21:10; al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (ore 20:00, 20:05, 22:40, 22:50; in 3d alle 20:10 e alle 22:45); ai Portici di Fossano (20:00, 22:30); al Bertola di Mondovì (21:00); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (21:00, o in 3d alle 21:30); al Cityplex di Alba (in 3d, alle 21:30); al Multisala Impero di Bra (in 3d alle 20:10 e alle 22:30).

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E Tom Cruise cadde sulla Terra

Porno per architetti modernisti

Oblivion (Joseph Kosinski, 2013).

 

In un residence sospeso su un pianeta Terra in fase di smantellamento, ogni mattina Jack e Victoria si svegliano, si danno due bacetti e vanno a combattere gli alieni che hanno distrutto la Luna e reso il pianeta inabitabile. Non è che si ricordino molto del passato; comunque la loro missione è difendere le gigantesche idrovore che trasformano l’acqua in energia per il resto della razza umana, che adesso vive su una luna di Saturno. Ma le cose stanno davvero così? No.

 

E lo spettatore un po’ smagato lo capisce subito; diciamo che al primo minuto del film Tom Cruise ha già accennato a una procedura di Cancellazione della Memoria, che è un po’ come quando all’inizio del Sesto Senso Bruce Willis sembra che muoia, poi invece sembra di no, poi ti accorgi che nessuno gli sta rivolgendo la parola, e devi restare al cinema per un’altra ora e mezza. Voglio dire, è chiaro che c’è qualcosa che non va, se ti hanno cancellato la memoria. Siamo in un (bel) film di fantascienza; se all’inizio ti cancellano la memoria il minimo che possa succedere è che qualcuno non ti stia raccontando le cose come sono andate veramente. E a questo punto che mi resta da fare, bullarmi perché in sala ho capito il colpo di scena con tre quarti d’ora d’anticipo? Sgattaiolare nella sala di fianco e guardarmi Brignano? Invece no, sono rimasto inchiodato davanti a Oblivion e ne è valsa la pena come poche volte quest’anno.

 

Ogni mattina di buon ora Jack si reca al lavoro…

Certe volte bisogna rassegnarsi. Se un film ti ricorda altri film, se nessuna trama ti sembra più originale, se a metà film stai già indovinando come andrà a finire, non è necessariamente colpa del film. Può anche essere colpa tua, ne hai visti troppi. Non sei più lo spettatore ideale di un film di fantascienza, un ragazzino disposto alla sorpresa. Sei diventato un’enciclopedia ambulante di luoghi comuni cinematografici e la cosa non è necessariamente piacevole – soprattutto quando nella scena topica del film ti viene in mente Indipendence Day. E non è un’allucinazione, la situazione ricorda davvero il più cazzaro dei blockbuster anni Novanta, salvo il particolare che quello era un brutto film, questo no. Non è un problema di Joseph Kosinski, che ha attinto allo stesso immaginario da cui pescavano i cazzari di Indipendence. È un problema tuo che ancora ti ricordi quel filmaccio, ti ci vorrebbe un protocollo per la cancellazione della memoria che ti permettesse di godere di più i film che valgono la pena.

 

Oblivion vale la pena. Somiglia ad altri film del passato più o meno recente, salvo che è fatto meglio: con più rigore, più amore per il materiale, più effetti, più soldi. Fortunata la generazione che può andare al cinema e stupirsi per film così, invece che per Indipendence Day. Il fatto che non dica molto di nuovo è meno paradossale di quel che possa sembrare per un film di fantascienza. Diciamo che c’è un tipo di immaginario, fatto di basi spaziali un po’ squadrate e paesaggi desolati dopobomba, che quando eravamo bambini era già maturo e stratificato sulle pagine dei fumetti, e che solo negli ultimi anni è diventato trasferibile nei lungometraggi non animati. Kosinski è arrivato al cinema dall’architettura (e si vede) e dai fumetti (e si capisce); nella sua opera prima ha trasformato l’universo di Tron in qualcosa di credibile. Stavolta mette in scena una sua graphic novel, e senz’altro il suo interesse è più per la resa visuale (andrebbe visto in un Imax) che per la storia. Che in fin dei conti è una storia di sf classica; ecco, forse noi enciclopedie di luoghi comuni ambulanti dovremmo smettere di surfare sulle onde di questo o quel revival, e capire che certe cose non passeranno mai di moda: le capsule di ibernazione, i computer cattivi con l’occhio rosso, i Led Zeppelin, le biblioteche sepolte coi libri putridi, le orde di freak che vivono negli scantinati, tutti questi elementi non sono citazioni dagli anni Settanta Ottanta o Novanta: sono cose classiche, è normale che si ripropongano a ogni generazione, perché sono fuori del tempo come il berrettino degli Yankees e le borse Chanel, ecco un argomento che potete spendere con la ragazza mentre la portate a guardare Oblivion.

 

“Moriremo?” “No! Forse!”

Un altro argomento è Tom Cruise, che fa benissimo a fare e finanziare film di fantascienza: dovrebbe farne di più, e probabilmente dovrebbe fare solo quelli – fateci caso, ormai sono gli unici in cui funziona ancora – probabilmente è l’unico modo in cui la nostra generazione di spettatori può esorcizzare il fatto che la nostra prima fiamma delle elementari aveva già sul diario più o meno la stessa faccia di Tom Cruise che nel 2013 ripara i droni di Oblivion. Sono passati davvero tutti questi anni? O siamo stati rapiti da un’entità aliena che in una notte ci ha invecchiato di un quarto di secolo, e l’unico che si è salvato è Tom Cruise, che ci sta inviando messaggi tramite i suoi film? Oppure è un clone (ops).

 

Il terzo argomento (non c’è mai abbondanza di argomenti) è la frase “Siamo ancora una squadra efficiente?” Dopo il film passerete anni a chiedervelo, un po’ scherzando e un po’ no. Forse la differenza tra Oblivion e prodotti brutti che un po’ gli somigliano sta anche in dettagli che nei filmoni-di-effetti-speciali in genere passano in secondo piano, come la recitazione. L’attrice inglese Andrea Riseborough con pochi minuti a disposizione ci regala una perfetta moglie-dell’astronauta-frustrata. Melissa Leo ha ancora meno spazio e tempo per interpretare un personaggio memorabile. Olga Kurylenko è la bella addormentata che tutti vorremmo trovare nella capsula di ibernazione, Morgan Freeman è il solito vecchio saggio in quota minoranze ma va bene. Se vi piace il genere, è uno dei due o tre biglietti di quest’anno che sarete contenti di aver staccato.

 

Oblivion è al Cine4 di Alba (ore 19:30, 22:00); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10; 21:00; 22:45); al Vittoria di Bra (21:15); al Multilanghe di Dogliani (21:30); ai Portici di Fossano (21:30); all’Italia di Saluzzo (20:00; 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20; 22:30). Buona visione. Siete ancora una squadra efficiente?

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Bruce si fa la Russia (e un po’ di Ucraina)

Die Hard – un buon giorno per morire (John Moore, 2013)

 

Elicottero distrutto, possiamo andare a casa

Non importa quanti elicotteri hai abbattuto a mani nude; quanti terroristi hai preso a pugni sulle ali di un jet in decollo; quanti ostaggi hai salvato nella vita – non importa niente se nel frattempo non hai speso un po’ di tempo con tuo figlio e lui ti è cresciuto intorno così, mentre tu salvavi vite e distruggevi carrozzerie. Un bel giorno avete litigato e non l’hai visto più; qualche anno dopo ti dicono che è nei guai, anzi peggio che nei guai, è in una cella nel bel mezzo di tutte le Russie. Per tirarlo fuori sarà d’uopo demolire una discreta percentuale del parco macchine moscovita, ma forse può essere l’occasione buona per fare due chiacchiere, recuperare un rapporto. Non fate quella faccia.

 

Io non volevo neanche andare a vederlo Die Hard 5, non ricordavo nemmeno che fosse il 5, dopo il 3 avevo perso il conto. Io questa settimana i compiti li avevo fatti, avevo visto questo bel film indipendente americano trionfatore al Sundance, Re della Terra Selvaggia, imperniato su una bambina bravissima con un nome assurdo che potrebbe vincere l’Oscar per una parte recitata quando aveva cinque anni. Un film con le minoranze etniche e sociali, i reietti della terra, gli ubriaconi poetici, l’uragano Cathrina, il pensiero magico, lo scioglimento delle calotte polari, un film che avrebbe confermato il mio spessore intellettuale di recensore di film in provincia di Cuneo – salvo che, maledizione, non è ancora uscito né a Cuneo né a Bra né da qualsiasi altra parte, e a quel punto che potevo fare? Mi sono visto Die Hard. È il primo che vedo al cinema. È anche il più brutto. Non è ovviamente colpa di Bruce, lui fa tutto quello che può fare. È senza dubbio ingiusto che lui debba invecchiare e Homer Simpson no, in fondo sono più o meno coetanei. 

 

C’è stato un momento in cui ci ho davvero sperato, che il film decollasse. Il momento in cui, dopo un preambolo quasi serio dove tutto sembra filare liscio (perché McClane non c’è), Bruce atterra in una Mosca che non capisce, un labirinto di automobili in coda e tribunali assaltabili… e la storia si sbraca completamente. Come se in un qualsiasi film contemporaneo di spie, un Bourne o uno 007 con Craig, arrivasse un umarell, il papà del protagonista, che senza capire nulla della trama, dell’intrigo, niente, si mettesse a sparare all’impazzata contro buoni o cattivi, senza distinguerli, “lasciate stare il mio bambino figli di p” – qualcosa del genere. Ovviamente il risultato è un disastro, il figlio si incazza “papà levati dalle palle sai solo fare casini”, “ma io volevo aiutare”, ecc. ecc. Era uno spunto buono, la riscossa del vecchio action spensierato che mostra fieramente le sue rughe contro i nuovi thriller internazionali più verosimili. Affinché funzionasse però bisognava assegnare qualche etto di carisma in più al figlio, Jack McClane (l’australiano Jai Courtney). Invece il ragazzo, dopo le prime scenate, si rivela sotto i pettorali l’incarnazione archetipica della sua generazione di emo smidollati, un tizio che se gli mandano a monte un piano ci rimane male e non sa più cosa inventarsi, papà, papà, cosa facciamo adesso. Papà, naturalmente, sa sempre cosa fare: si spara nel mucchio e, se c’è un elicottero, si abbatte, facile. A metà film Bruce ha già saldamente in mano la situazione, tratta il figlio come una femminuccia (“non ti metterai mica a piangere se ti estraggo dalla milza un tondino da un centimetro e mezzo, no?”) e insomma, i vecchi imperano. Se Die Hard 5 si prefiggeva di portare genitori e figli al cinema assieme, se contava sul ricambio generazionale, forse bisognava investire di più sul ragazzo. Ma Die Hard probabilmente se ne fregava dei figli, ancor più degli Expendables: è tutto un film che si fanno i vecchi sul loro essere sempre i migliori, e lascia pure che i ragazzini se ne stiano a casa a televotare Mengoni e Annalisa.

Un bel viaggetto

 

Mi ricordo una vecchia pubblicità di un atlante geografico che davano in regalo, credo, col Corriere nei primi ’90; c’era un cosmonauta che atterrava nei pressi di un pollaio e diceva (in originale coi sottotitoli) “Madre Russia!”, ma la contadina lo correggeva “Non è più Russia, è Ucraina”. Ecco. Die Hard 5 è così fieramente vecchiettistico che gli sceneggiatori (scimpanzé rubati all’esplorazione spaziale) si sono rifiutati di aggiornare gli atlanti al dopo Gorbaciov. A rischio di spoiler ve lo devo proprio dire: a un certo punto del film i McClane già un po’ ammaccati dal primo corpo a corpo con l’elicottero, decidono di recarsi da Mosca a… a Chernobyl. Per dare un’idea di quanto sia irrimediabilmente generazionale questo film, a voi cosa dice “Chernobyl”? A me fa rabbrividire la schiena, però credo che basti essere nato sette o dieci anni dopo per non sapere nemmeno di cosa si tratta. Comunque i McClane, incuranti delle radiazioni, fregano una macchina e ci vanno, così. Ho controllato su google maps, magari anche gli scimpanzé ci avrebbero dovuto pensare, sono NOVECENTO CHILOMETRI. Oltre al particolare che Chernobyl, appunto, non è in Russia, è in Ucraina, ma chissenefrega, del resto è un film che non ti fa mai mancare le falci, i martelli, le stelle rosse, magari con Putin queste cose sono tornate popolari, magari semplicemente gli americani vogliono vedere queste cose in un film russo, così come vogliono la mafia e le pecore in mezzo alla strada in un film italiano. Io poi sarei curioso di capire cosa ne pensano i russi di un film del genere – in cui Mosca viene scelta come il moderno far west, un posto dove può succedere di tutto, non c’è niente di strano se esplode un palazzo di giustizia o se un elicottero (militare?) bombarda un grattacielo, un posto dove se ti servono esplosivi e armi balistiche basta fregare la macchina nel parcheggio giusto, quello del locale “dove vanno i ceceni”. Tutto quello che nei vecchi film poteva succedere soltanto a Manhattan, adesso può succedere solo a Mosca. Però Chernobyl non si può sprecare così; non si può girare tutta la sequenza finale nella Zona di alienazione senza neanche mostrare qualche freak radioattivo, un pesce a tre occhi, un orso bruno gigante (erano scomparsi da secoli gli orsi bruni, ma nella Zona li hanno avvistati).

Il vero impianto di Chernobyl, nella Zona di alienazione.

 

Il regista John Moore, che ci ha già regalato il remake del Volo della Fenice e quello del Presagio, si conferma incapace di aggiungere qualcosa alla formula delle vecchie pellicole che ricalca senza fantasia. Ma forse era semplicemente preoccupato di mostrare la sua professionalità nelle scene d’azione, che in effetti sarebbero ben riuscite, all’altezza dei film precedenti (soprattutto l’inseguimento in mezzo e sopra il traffico moscovita). Peccato che siano appiccicate a bella posta su una trama che non sta in piedi. È il risultato del solito equivoco per cui gli spettatori andrebbero a vedere Die Hard perché c’è Bruce che tira giù gli elicotteri. Non dico non ci sia del vero, ma quel che faceva la differenza non era l’elicottero, ma Bruce: il suo modo così poco anni Ottanta di stare in scena, di prendersi cura degli amici e di tormentare i nemici. I primi Die Hard avevano degli antagonisti memorabili, ed era sempre divertente vedere come Bruce riusciva a trasformarli in spalle comiche prima di buttarli dal cornicione. Stavolta non c’è niente, è tutto un videoclip, il supposto antagonista sta in scena pochissimo, e quello vero non fa nemmeno la spiega. Errore grave! La spiega, la digressione in cui l’antagonista spiega per filo e per segno il suo piano diabolico prima di essere sconfitto da Bruce, ha un’importanza fondamentale. Gli scimpanzé stavolta hanno pensato di poterla mettere in bocca al figlio di McClure, il risultato è una grossa pena. Jack, da bravo bimbominchia, non ha la minima idea di cosa sta parlando, borbotta del fatto che se a Chernobyl trovano un documento “si ritornerà a parlare di energia nucleare, di armi di distruzioni di massa, di terrorismo”!!!11! È il classico minchione che a vent’anni ignora totalmente di vivere sopra delle basi missilistiche in funzione; gli scimpanzé sembrano convinti che la Russia col comunismo abbia detto stop anche alle testate nucleari. 

 

Io spero che i ragazzini non ci vadano, a vedere come si è ridotto il Bruce di Die Hard. Mi dispiace che continuino ad ascoltare la musica (brutta) che ascoltavamo noi in quegli anni lì, e si ostinino a preferire i vecchi film; e anche nei nuovi preferiscono trovarci qualche vecchia faccia rugosa che gli ricordi gli anni Ottanta. Svelo un segreto: non erano un granché quegli anni Ottanta. È vero, c’era Bruce all’apice della forma; ma c’era anche Chernobyl, che incubo. Alcune delle radiazioni laggiù ci metteranno migliaia di anni a dimezzarsi o sparire: speriamo che Bruce si ritiri un po’ prima, e lasci il campo a qualche giovane davvero competitivo.

 

Die Hard è al Cinecittà di Savigliano (inizia alle ore 20:20 e alle 22:30). Dura 100′. Buona visione, se proprio insistete. 

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I Rottamatori venuti dal futuro

Looper (Rian Johnson, 2012). 

 

Il viaggio nel tempo non è stato ancora inventato, ma tra cinquant’anni lo sarà; e a quel punto la malavita organizzata lo utilizzerà per sbarazzarsi dei cadaveri scomodi spedendoli nel passato. Il giovane Joe (Joseph Gordon-Levitt), nel 2044, di mestiere fa il “looper” (“colui che gira in circolo”): ammazza sconosciuti incappucciati che gli arrivano dal futuro. Non se la passa male, ma sa che un giorno sotto uno di quei cappucci ci sarà lui: il contratto base dei looper prevede che il circolo si chiuda in questo modo. Bene. C’è solo un piccolo problema: Joe, da vecchio, è Bruce Willis. E nessuno vorrebbe avere contro Bruce Willis da vecchio, neanche lui da giovane. Questo per dire come i distributori italiani abbiano perso una meravigliosa occasione, facendolo uscire adesso e non nel novembre scorso, quando Matteo Renzi lottava per rottamare il Bersani che diventerà tra trent’anni. Bastavano un paio di pezzi sui quotidiani e avrebbero portato al cinema anche quelli che al giovedì guardano Santoro. Invece hanno deciso di programmarlo in questo pazzo, pazzo pazzo gennaio 2013.

 

Chissà se ce ne ricorderemo ancora tra qualche anno, di quel mese in cui nelle sale italiane sono arrivati quasi contemporaneamente i film di P.T. Anderson, dei fratelli Wachowski, di Tarantino, di Spielberg, di Zemeckis: un’offerta così generosa da farci diventare persino schizzinosi, quando ci siamo sorpresi a osservare che beh, sì, The Master non è il Petroliere, Cloud Atlas non è Matrix, persino Django è tanto bello ma non è Inglourious Basterds, quanto a Lincoln non è senz’altro Amistad, insomma, tutti i Grandi Nomi tirati fuori dai distributori dopo aver evacuato i cinepanettoni ci hanno mostrato film belli e interessanti, ma forse neanche un capolavoro, uno di quei film che ti sconvolge. E pensi che forse alla fine, sommando e sottraendo aspettative e soddisfazioni, può darsi che ti sia divertito di più con Looper, il terzo film di un regista americano che non conoscevi.

 

È un piccolo film che puoi metterti a guardare senza l’ansia di dover applaudire al  capolavoro. Può sorprenderti come nemmeno Tarantino e i Wachowski riescono più a fare: per quanto originali li hai già visti all’opera. Ma questo Rian Johnson non hai la minima idea di dove vada a parare; il film procede in un modo tutto suo, disorientante, è come se, invece di innervarsi lungo il solito e rassicurante arco narrativo, accumulasse una serie di false partenze. La premessa del film è introdotta in pochi minuti; poi la storia prende una piega del tutto imprevista e si scontra in modo originale con uno dei Grandi Temi della filosofia dei viaggi nel tempo: è giusto fare la prima cosa che viene in mente a tutti di fare, ovvero ammazzare Hitler da bambino? (No, Hitler nel film non c’è, ma c’è qualcosa di analogo). Mi torna in mente un meraviglioso raccontino, in cui i viaggiatori del tempo sembrano volontari di wikipedia, che passano il tempo a correggere la Storia, rettificare qualche errore qua e là, e poi c’è sempre qualche scemo che vuole andare negli anni ’30 a Monaco per sparare al futuro Führer, e ogni volta devi spiegare loro l’arcano: niente Hitler, niente seconda guerra mondiale, niente guerra fredda, niente progresso tecnologico, niente macchina del tempo. 

 

Looper piacerà ai patiti di viaggi del tempo; non deluderà troppo quelli che vogliono vedere pistole molto grosse; però alla fine lascia la sensazione di essere qualcosa di nuovo, finalmente. È una sensazione sempre più rara ultimamente, per la quale sono disposto a passare sopra a tanti difetti. Forse è un problema anagrafico – invecchio, comincio a somigliare più a Bruce che a Gordon-Levitt e ovviamente tifo per l’anziano – ma temo che sia anche una tendenza generale, per cui una certa struttura del film d’azione che ha funzionato sin da quando eravamo bambini (’80) ormai mostra le corde, è stata sfruttata fino all’osso; già i Wachowski lamentavano quella sensazione per cui a tre quarti di un qualsiasi film sai già più o meno cosa succederà. Per non parlare di altri elementi, uno a caso: l’abbigliamento. All’inizio del film il boss di Joe gli dice: ma si può sapere perché porti il cravattino? Il boss di Joe viene dal futuro, una delle cose che ci porrebbe più problemi se viaggiassimo nel tempo è la moda, perché segue evoluzioni quasi totalmente arbitrarie e siamo abituati a subirla in gruppo, ad accettare le cose che piacciono a tutti intorno a noi. Ma se viaggiassimo nel tempo non sentiremmo questo istinto del gregge, e dovunque andremmo non capiremmo perché la gente veste in un modo arbitrario e stupido (è la reazione di un bambino di fronte a un film di vent’anni fa: perché sono tutti pettinati come dei matti?)

 

Dunque, dice il boss a Joe: ma lo sai cosa significa quel cravattino? Lo sai che lo hai preso da film che citano altri film che non hai mai visto? Joe sorride, non capisce, dice che è solo moda, ma la moda è la misura del tempo. Noi misuriamo l’antichità dei film dalle dimensioni dei telefoni dei personaggi (in Looper ce li hanno trasparenti). E poi continua, il boss: perché invece di un cravattino non provi un’altra cosa, invece degli stereotipi di stereotipi di cose che non hai nemmeno visto? Qualunque cosa, anche buffa, un collarino di plastica, perché non sperimenti un po’? Ecco, se anche solo il senso di Looper fosse tutto qui (il tentativo di sperimentare qualcosa di nuovo, anche sbagliato) varrebbe comunque la pena di una visione. Non ci si può aspettare che l’ultimo film di Tarantino o di Spielberg sia sempre il migliore film di Tarantino o di Spielberg (sarebbe anche molto ingiusto) ma da un regista giovane sì, deve giocarsi tutto e provare a mandare all’aria il vecchio action movie senza nostalgie. Altrimenti continueranno a servirci film con Schwarzenegger, non scherzo, questa settimana ne è uscito anche uno con Schwarzenegger che spara. A un certo punto con tanto affetto questi qui bisogna rottamarli, anche se sono noi stessi da vecchi.

 

Looper è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:15, 22:45); al Multisala Impero di Bra (20:15, 22:30); al Cinecittà di Savigliano (20:20; 22:30). Buona visione. 

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Tre ore tra le nuvole

Cloud Atlas (Andy e Lana Wachowski, Tom Tykwer, 2011).

Hugo Weaving, avete presente? No. L’agente Smith, il cattivo di Matrix, precisamente, ecco, non è stato formattato, ma ha infettato la memoria fissa di quattro secoli. È diventato un negriero sudista nell’Ottocento, ma anche un killer californiano negli anni Settanta, e una sadica infermiera in un ospizio scozzese nel 2012. Condanna a morte i cloni che a NeoSeul, nel 2144, non vogliono più servire ai tavoli

 

Siamo nei mari del sud. Ma anche a Edimburgo nel 1936. Halle Berry, nel 1973, sta lavorando a un’inchiesta su una centrale nucleare malfunzionante, e invece dell’ingegnere Jack Lemmon incontra l’ingegnere Tom Hanks che però muore in circostanze misteriose ma è in circolazione 40 anni dopo sotto forma di scrittore burino che lancia i critici dai grattacieli. Siamo a Neo Seul nel 2144, i cloni servono ai tavoli. Siamo alle Hawaii, in un futuro alla Mad Max ma sempre con Tom Hanks e Halle Berry, quanto mi mancavano quelle preistorie all’ombra di rottami tecnologici, perché non ne fanno più? Perché non ne fanno di più? Siamo di nuovo nel 2012, e prima di andare a vedere Cloud Atlas dobbiamo verificare di avere tre ore e di essere gli spettatori adatti. Altrimenti rischiamo di addormentarci o innervosirci molto, e scrivere recensioni che ci sarebbe da buttarci dai grattacieli. Amare i film di fantascienza o d’azione non è una garanzia: metà del film non è ambientato nel futuro, non ci sono sparatorie ma compositori omosessuali disperati, pensionati in fuga dall’ospizio, ciurme ubriache. Io credo comunque di aver messo a punto il test ideale per Capire Se Sei Lo Spettatore Adatto. Una sola domanda, semplicissima, di quattro lettere: Lost?

 

No, sul serio, se ti dico Lost, come reagisci? Non ti piaceva, non lo hai mai visto? Lascia perdere Cloud Atlas. Ti piaceva finché non è diventato una baracconata? Lascia perdere Cloud Atlas. Ti è piaciuto quasi fino alla fine, ti sei bevuto con piacere anche le puntate ambientate nel Seicento o in Mesopotamia, non hai cambiato canale neanche quando personaggi invisibili hanno ordinato di spostare l’isola di qua e di là nel tempo e nello spazio? e mentre lo guardavi imploravi dio, ma più spesso gli sceneggiatori, di dare un ordine, un filo, un senso a ogni cosa? Forse sei lo spettatore adatto a Cloud Atlas. Non dico che ti piacerà come Lost – è troppo breve per dare quella forma di dipendenza – ma non ti deluderà nemmeno come le ultimissime puntate di Lost, quelle in cui gli sceneggiatori gridano: “Guardate i personaggi!” e intanto scappano con la grana. Per quanto ambizioso, con la sua struttura a sei piani, e non sempre definito nei dettagli, L’Atlante delle Nuvole non lascia alla fine quel senso dolciastro di fregatura. Un senso ce l’ha, una direzione dove andare a parare era prevista.

 

In certi momenti guardare Cloud Atlas è come sfogliare in piedi un fumetto in libreria: se non vi è mai capitato, forse è meglio che giriate alla larga. Se invece siete di quelli che cominciano a sfogliare per vedere se la storia vale la pena; a cui capita di trovarsi nel giro di pochi secondi immersi in una mezza dozzina di mondi diversi, genealogie di eroi che si incontrano e scontrano, roba da perdersi, ma stranamente non vi perdete, anzi riuscite a seguire tutto e dopo un po’ la storia è finita, e state già dando un’occhiata per vedere se c’è un secondo volume; se siete quel tipo di lettori, varrà la pena anche dare un’occhiata a Cloud Atlas. Ci vuole una certa abilità, per seguire trame che si snodano rapide e tutt’altro che lineari – ma anche una gran disponibilità a farsela raccontare da affabulatori non convenzionali. Vale la pena giusto per ottenere la conferma: i Wachowski sono fumettisti. È da lì che vengono, forse è lì che dovrebbero tornare, dove gli unici limiti alla fantasia sono le chine e gli inchiostri e il formato delle tavole. Fare cinema dev’essere frustrante, quando dare forma a una semplice idea può costare milioni di dollari e gli spettatori pretendono di capire tutto alla prima visione.  Mi ricordo un personaggio di Matrix 3 che a un certo punto lo dice proprio in faccia a Morpheus: “Mi dispiace che non ci sia una spiegazione semplice per questo”. Un modo educato per dire Hollywood fottiti.

 

Cloud Atlas in effetti non è passato per Hollywood, lo chiamano “film indipendente” anche se c’è un cast un po’ stagionato ma da grandi occasioni (Hugh Grant, Susan Sarandon, Jim Broadbent, Jim Sturgess, Zhou Xun nuda) ed è costato cento milioni di dollari. In realtà è un blockbuster – però tedesco: il primo kolossal della cinematografia federale tedesca. Tre episodi su sei non sono girati dai Wachowski (che avevano comprato i diritti del libro dopo che Natalia Portman lo aveva fatto leggere a Lana sul set di V per Vendetta) ma da Tom Tykwer, il regista di Lola corre e Profumo, che per non far notare troppo la differenza mette una pistola in mano a Hugo Weaving e poi gli fa inseguire i buoni per le strade di San Francisco e per un attimo sembra che Matrix abbia infettato Starsky e Hutch. Però non è un film pretenzioso. O meglio. Una volta accettata l’ambiziosissima pretesa iniziale – offrire in tre ore la versione cinematografica di un romanzo ambientato in sei luoghi e tempi diversi – Tykwer e i Wachowski non si fanno prendere da nessuna ansia esplicativa, riducono gli spiegoni al minimo necessario, e portano a casa un film che possiamo guardarci d’un fiato anche se per due ore non abbiamo la minima idea di dove andrà a parare. La differenza, come in Lost, la fanno i personaggi (e gli interpreti): per quanto poco li vediamo sulla scena, ci affezioniamo abbastanza presto e restiamo fino alla fine curiosi del loro destino. Un sacco di cose ovviamente sfuggono, tanti dettagli meriterebbero una seconda visione, o addirittura il recupero del libro: però bisogna ammettere che date le condizioni di partenza gli autori sono stati onesti, si capisce che hanno tagliato tante cose e hanno privilegiato l’azione sulla filosofia. Non era scontato.

 

I Wachowski, a ogni film che scrivono, fondano una religione. Con Matrix riuscirono a riportare in voga la gnosi, non accadeva da una ventina di secoli. V per vendetta ha fatto arrabbiare Alan Moore (autore del fumetto originale) ma ha fornito ad anonymous e grillini una specie di manifesto, ideologicamente ambiguo quanto basta per trovarci tutto e il contrario di tutto. Quando ho visto il trailer di Cloud Atlas mi sono detto: l’hanno fatto di nuovo, stavolta hanno scoperto la metempsicosi. Bisogna dire che avevo appena visto the Master, dove la reincarnazione è una favola per spillare denaro alle vecchie ereditiere: ma anche ai nerd – e Dianetics nacque nei circoli di appassionati di fantascienza, non scordiamocelo – ecco, i nerd che dieci anni fa si bevevano la filosofia gnostica di Matrix mi sembrano pronti per cominciare a immaginare le loro vite precedenti e future: sono a quello snodo esistenziale e anagrafico in cui l’insofferenza per il proprio destino, se coltivata, può trasformarsi in allucinazione. Se c’era qualcuno in grado di piazzare a milioni di gonzi un film mistico sulla reincarnazione, quelli erano i Wachowski. Ma non l’hanno fatto; gli interessava di più raccontare una bella storia, anzi sei. L’argomento metempsicosi è liquidato con qualche battuta (ogni tanto due personaggi si domandano se non si sono già visti), e soprattutto è delegato ai trucchi e ai parrucchi. Che sono l’aspetto più discutibile del film: non solo perché se nell’episodio coreano monti gli occhi a mandorla sul faccione di Weaving qualche associazione antirazzista protesta formalmente, ma perché nell’episodio dell’ospizio ce lo troviamo truccato da infermiera e mi dispiace tanto, ma non è credibile: come il Tom Hanks scrittore pugile o Zhou Xun fanciulla del west, precipitiamo a livelli filodrammatici ed è un peccato. Ma alla fine è un peccato veniale perché chi rimane a vedere Cloud Atlas ha sospeso gran parte della sua incredulità: ha la stessa voglia di immergersi nella storia del ragazzino che sfoglia fumetti in piedi, o dei bambini intorno al fuoco, che chiedono una storia al vecchio del villaggio. Con tutta la sua complessità stratificata, con la sua filosofia di fondo che si può sintetizzare in Volemose Bene, Cloud Atlas non smette neanche per un istante di essere una favola per bambini che hanno voglia di stare alzati e di viaggiare un po’ tra i mondi. Se ne avete voglia; in caso contrario, tenetevi decisamente alla larga da Cloud Atlas.

 

Cloud Atlas a Cuneo non c’è, in compenso dilaga in provincia: Al Cityplex di Alba (ore 21), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (ore 21 e 22, in quest’ultimo caso uscite all’una), al Vittoria di Bra (ore 21), al Bertola di Mondovì (ore 21), all’Italia di Saluzzo (ore 21) e al Cinecittà di Savigliano. Tenete conto che dura tre ore.

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Ralph spacca!

Ralph Spaccatutto (Wreck-it Ralph, Rich Moore, 2012)

Ralph Spaccatutto è il cattivo di un vecchio videogioco anni Ottanta che ancora resiste in una sala-giochi. Ha pugni enormi con i quali, ovviamente, spacca tutto; un alito pestilenziale e un animo gentile, che malsopporta trent’anni di sconfitte e frustrazioni. Quando scopre che gli altri personaggi del suo gioco hanno organizzato una festa di anniversario senza invitarlo, Ralph decide: non farà mai più il cattivo. Vincerà anche lui una medaglia, a costo di procurarsela in qualche altro videogioco. Peccato che Ralph sia programmato per… spaccare tutto. E con la trama basta così.

La gente che deve decidere se andare a vedere un cartone animato, pardon, un “film di animazione”, non ha troppa voglia di conoscere la trama. In realtà ci sono solo tre cose che vale la pena sapere:

1) È divertente?

2) è un film della Pixar, o almeno ci assomiglia?

3) è un film per bambini?

Se la risposta è sì a tutte e tre le domande, abbiamo il film perfetto: Toy StoryMonsters & co.Nemo. C’è bisogno di dire altro? Se una delle tre risposte è un no, può valere comunque la pena. Ralph Spaccatutto è divertentissimo e avvincente: dopo un mezzo passo falso iniziale (la seduta di autoaiuto dei cattivi dei videogiochi) non ti annoi un secondo. È un film Disney, non della Pixar, ma ci assomiglia – si sente la presenza di John Lasseter, direttore degli studios, che con la Pixar diresse tra gli altri Toy Story e Cars. Ecco, magari assomiglia troppo a un film Pixar per esserlo veramente: i capolavori Pixar non si assomigliano, Ratatouille è diverso da Wall-E che è diverso da Up! eccetera eccetera. A scopiazzare in modo più o meno dignitoso ci hanno pensato gli altri (da Nemo ad esempio è nato tutti un sottogenere di film acquatici, A Bug’s Life ha fissato lo standard per i film d’insetti, ecc.).

Ralph parte da una bellissima idea (cosa fanno i personaggi dei videogiochi quando la sala-giochi chiude?) che ha l’unico torto di ricordare fin troppo quella geniale di Toy Story: cosa fanno i giocattoli quando nessuno li vede? E a noi va benissimo, si capisce, di Toy Story ne abbiamo visti tre, uno più bello dell’altro; ma Ralph sembra debitore anche di Monsters, per la caratterizzazione dell’eroe goffo e dal cuore d’oro. La spalla di Ralph, una bimbetta irresistibile emarginata dalle sue colleghe di videogioco a causa di un difetto di programmazione, è lontana parente della protagonista di un vecchio corto Pixar, One man band. I cameo di personaggi di videogiochi di tutte le generazioni, da Pong a Pacman all’ultimo sparatutto, ricordano l’ormai antichissimo Roger Rabbit, di cui in fondo Ralph vuole essere la versione digitale. Ma questi sono dettagli per fanatici. Vi piacciono i film Pixar? Questo è probabilmente il film più pixarsimile che passerà il convento nei prossimi sei mesi, forse non aggiunge niente di nuovissimo ma è divertente e visionario, che ci fate ancora lì? Andateci. E potete portarci anche i bambini?

Ahi, ecco la nota dolente. Non tutti i film Pixar sono film per bambini. E non è facile capirlo, dipende dalle età e dalle inclinazioni, bisogna procedere per tentativi. Nemo  senz’altro lo era. Wall-E ha un inizio un po’ statico che può scoraggiare i più piccoli. Ma persino Cars, quale bambino non ha amato Cars? Quello che ci ho portato io, alla terza curva voleva già uscire, maledettoRalph? Tenete conto che è ambientato in una sala giochi, un ambiente che può ammazzare di nostalgia un trentenne, ma un decenne? Ci sarà mai entrato? No, sul serio, esistono ancora delle sale giochi? In ogni caso se non hai giocato a Pacman o a Donkey Kong da bambino, certe emozioni non le proverai. Ma fa lo stesso, esistono diversi piani di lettura. L’importante è che almeno uno sia accessibile a tutte l’età: il Gigante che vuole dimostrare di essere nobile e salvare la Bambina in difficoltà va benissimo. C’è solo un piccolo problema. I mostri.

I mostri di Ralph non sono come i mostri di Monsters & co., che per quanto variamente schifosi non risultavano più inquietanti di un qualsiasi ragnetto di gomma. Uno soltanto faceva un po’ rabbrividire, ma era il Nemico, e la cosa che lo rendeva inquietante era l’invisibilità. Non si può dire la stessa cosa dei mostri di Ralph. Tanto per cominciare, sono bacherozzi giganti, che si attaccano alla faccia, come in Alien. Avete presente? Vi invito a non sottovalutare la cosa, pensate al vostro frugoletto/a e valutate se è pronto a una cosa tipo Alien però in 3d con dei bacherozzi che si attaccano alla faccia e se cerchi di staccarteli diventano più grossi. Arrivano da un videogioco molto più moderno nel quale Ralph si avventura alla ricerca di una medaglia, disgustandosene subito (“Ma perché fanno giochi così violenti?” suona un po’ moige, ma detta da lui in preda al panico durante una battaglia spaziale fa ridere, garantisco). Dopodiché per un po’ scompaiono, ma tu spettatore lo sai che da qualche parte lì sotto ci sono, che almeno uno è sopravvissuto e sta facendo le uova. Questa consapevolezza colora anche le scene più divertenti (c’è l’imbarazzo della scelta) di un velo di inquietudine.

I bacherozzi hanno veramente tutto quello che serve a un mostro per essere inquietante: il gigantismo, la prolificità (fanno milioni di uova al giorno) e l’ibridazione, ovvero diventano quello che mangiano. Il che significa che se finiscono in un videogioco pieno di caramelle diventano… ora, senza scomodare troppo Freud che ci spiegava che sono le cose più familiari (heimlich) a poter diventare con un piccolo slittamento le più perturbanti (unheimlich), lascio a voi decidere se i vostri bambini sono pronti a un’invasione di bacherozzi pralinati al cioccolato e ai canditi. Io ho quarant’anni e facevo fatica a guardarli. Il villain, poi, il vero cattivo, nella sua manifestazione finale è roba da Stephen King, meraviglioso, da brividi, ma forse a nove-dieci anni è meglio Madagascar. La sensazione è che non si siano moltissimo preoccupati della fascia più giovane: niente di male, capiamoci, a meno che tu non sia la Walt Disney Pictures…ops. Comunque, ricapitolando per chi ha saltato tutto il pippone in mezzo: è un gran bel film, divertente, sulla falsariga di alcuni capolavori Pixar, ma forse non è adatto ai bambini sotto i dieci. Quelli sotto i cinquanta, invece, avranno finalmente la risposta ad alcuni interrogativi della vita, per esempio: ma tra una partita e l’altra, Mario e Donkey Kong sono amici?

Ralph Spaccatutto si può vedere sia in 3d sia (senza perdersi veramente nulla del divertimento) in versione tradizionale 2d; se ci tenete a mettere gli occhialini potete andare al Cinecittà di Savigliano, al Multisala Impero di Bra o al Cityplex di Alba. La versione in 2d, più luminosa, la trovate al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo, al Cinema Italia di Saluzzo e al Cinecittà di Savigliano. Buona visione.

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Lo Hobbit

O come Jackson ha ucciso il mio Tolkien (con tanto amore)

Giovedì è uscito Lo Hobbit: un viaggio inaspettato, di Peter Jackson. Jackson è il regista neozelandese che più o meno dieci anni fa è riuscito nell’impresa impossibile di trasformare in cinema Il Signore degli Anelli, la trilogia fantasy di J. R. R. Tolkien. Una cosa che o la ami o la odi, e se la odi hai già smesso di leggere alla seconda riga e quindi non c’è bisogno di spiegarti che Lo Hobbit è un romanzo che racconta fatti precedenti alla trilogia, scritto da Tolkien vent’anni prima in uno stile molto diverso. Per farla breve: mentre Il Signore degli Anelli è una saga finto-celtica composta a tavolino da un affermato professore di inglese medievale, Lo Hobbit è una favola scritta da un papà per i suoi bambini. Così, anche se alcuni personaggi sono gli stessi (il mago Gandalf, il mostriciattolo Gollum), il mondo in cui si muovono ha tutt’altra consistenza.

Mettiamola così: quando leggi lo Hobbit, a qualsiasi età, torni come un bambino davanti a un grande libro di fiabe con nani e draghi, e Gandalf ti sembra un grande mago onnipotente; se riapri Il Signore degli Anelli ridiventi per un attimo adolescente, ma sul serio: se non sei lesto a chiuderlo ti rispuntano i brufoli e coi brufoli si rifanno vive certe ossessioni da nerd come imparare l’alfabeto runico e la cronologia della Terza Era, mentre lo stesso Gandalf ti sembra un mago, sì, potentissimo, non c’è dubbio, però in certi tratti piuttosto discutibile, e poi cos’è questa storia che vuol sempre aver ragione lui, certe decisioni andrebbero prese all’unanimità, Occupy Terra di Mezzo! Sarebbe interessante verificare se Jackson, il cui profondo amore per Tolkien e le sue creature è fuori discussione, sia riuscito a rispettare questo approccio diverso: da quello che ho letto, e soprattutto dai trailer, mi pare di no. La semplice scelta di dividere lo Hobbit in tre parti, e di farne insomma una saga della stessa durata del Signore degli Anelli, mi sembra che tradisca il proposito di dare al pubblico, e soprattutto agli adolescenti brufolosi, ciò che gli adolescenti brufolosi vogliono, e cioè saghe, saghe, saghe. Però questi sono pregiudizi: per verificarli dovrei come minimo andare al cinema e dare un’occhiata, ma non ne ho tanta voglia.

Non è una questione di durata – anche se centosessanta minuti, alla mia età, non sono mica sicuro di reggerli ancora; e pensare che siamo soltanto alla prima parte di tre – alla fine sarà uno dei rari casi in cui ci si mette più tempo a guardare il film che a leggere il libro (un altro caso: Eyes Wide Shut vs Doppio Sogno). È che me la sono un po’ legata al dito con Jackson, per quello che ha fatto al mio Signore degli Anelli. Lo ha distrutto. Con tanto amore, per carità, tanta dedizione, tanta filologia, e tuttavia lo ha fatto fuori, non esiste più, e ancora non me ne sono fatta una ragione.

Sia chiaro, non credo che gli amanti di Tolkien potessero ragionevolmente aspettarsi una riduzione cinematografica migliore della sua. Non si tratta solo di fedeltà al testo: se è per questo di tradimenti ce ne sono, e parecchi. Ma è un film realizzato con molto amore, e l’amore si vede anche nei tradimenti.

Il guaio forse è proprio che è stato realizzato fin troppo bene. Senza scomodare scenografie ed effetti speciali, pensate solo al casting. Frodo è Frodo, Bilbo è Bilbo, Gollum è Gollum. A un decennio di distanza mi sembra di avere sempre immaginato gli hobbit coi volti dei loro attori, tanto bene sono stati scelti. Eppure, quando ancora il film non c’era, io devo aver avuto un altro Gollum in mente. Ma com’era fatto il mio Gollum? Non me lo ricordo più. Il Gollum del film si è perfettamente sovrapposto a quello della mia immaginazione.

Vale per quasi tutti i personaggi: elfi, nani, uomini: che volto avevo dato a Galadriel? Troppo tardi. Ormai ha quel nasone. E mi sembra che non potrebbe avere mai avere avuto un naso diverso. L’immaginazione è una cosa fluttuante, ma ora i volti degli elfi e dei nani sono fissati per sempre. Tutto quel che riesco a ricordare è che Aragorn, per me, doveva essere sbarbato. Un’idea abbastanza stupida: è chiaro che Jackson a queste cose ci ha pensato molto più, e ha preso le decisioni giuste – peraltro ha capito che grande attore fosse Viggo Mortensen molto prima di chiunque (anche di Viggo Mortensen). Ma allora è questo il Cinema? Delegare la propria fantasia a dei professionisti?

Prendi il ragno gigante, Shelob. Si può immaginare qualcosa di più orrido di Shelob? Anche nella mia immaginazione, avevo probabilmente lavorato di chiaroscuro. Ma Jackson fa cinema, e il cinema è l’arte delle luci. Se c’è Shelob, lui ce la deve mostrare tutta. La sensazione di trovarsi sotto l’addome di Shelob è qualcosa da provare, se non siete cardiopatici: ma per quanto possa essere ben realizzato e credibile, un mostro cinematografico resta un mostro cinematografico, parente di Gozzilla e King Kong. Può fare schifo, e in effetti ne fa parecchio, ma una volta messo totalmente in luce, non fa più veramente paura. Ed ecco un altro pezzo della mia fantasia che s’invola: l’orrore per Shelob.

Più infernale di Shelob, c’era solo (mi sembrava di ricordare) la lenta agonia di Frodo verso Monte Fato. Gli inganni di Gollum, l’angoscia di Sam. E tutto questo nel film c’è. Pensavo che fosse la parte più mistica del libro, che altrimenti sarebbe solo una lunga fiaba dove il Bene vince contro il Male. Mentre inventando l’anello, e mettendolo al collo di una creatura fragile ma determinata, Tolkien rendeva tutto molto più interessante: l’idea del male come fardello da portare con sé, il percorso di purificazione, il tradimento sempre in agguato (sia di sé stessi che degli altri), e un sacco di altre cose.

E tutto queste cose, nel film, c’erano? Insomma. Forse c’erano, ma – naturalmente – un po’ semplificate. O no?

Su qualche mensola devo avere ancora il megatascabile Rusconi (Rusconi era l’ex funzionario Rizzoli che pubblicava le cose un po’ imbarazzanti per il prestigioso gruppo editoriale: i pettegolezzi sui Savoia e il Signore degli Anelli).Vado a riguardare le pagine. No, non è colpa del cinema. Il libro la fa abbastanza semplice: Sam, Frodo e Gollum si fanno strada verso il monte Fato. Ero io che tendevo a farla complicata. Perché dopo aver letto il libro, secoli fa, avevo continuato a fantasticarci su, e crescendo la fantasia era cresciuta con me: avevo trasformato l’Anello in un simbolo dell’ambizione, dell’invidia, perfino della dipendenza. Tutte belle cose, che forse J.R.R. Tolkien aveva previsto; ma non erano nel libro: erano nello spazio tra il libro e la mia immaginazione.

In questo spazio delicato, soggetto a periodiche scosse di assestamento, ora è passato il bulldozer di Jackson. Niente sarà come prima.

Tutto, in compenso, sarà più colorato (perché Jackson ha più colori di quanti avrei potuto mettercene io), più luminoso, persino più filologicamente corretto: ma non cambierà più. Frodo sarà sempre quel Frodo. E sarà uguale a quello di chiunque altro abbia visto il film. E abbiamo tutti visto il film.

Pazienza, almeno io so di avere avuto un tempo un mio Frodo che era diverso, so di avere avuto una mia immaginazione, anche se non riesco più a ricordarla – ma i bambini? Quelli che guarderanno il film prima di leggere il libro? Per loro il lavoro di fantasia è finito ancora prima di cominciare. Ecco, l’idea che i bambini vadano a vedere il film, proprio questo film, prima di leggere il libro, mi sembra uno sterminio di fantasia di massa. Commesso con le migliori intenzioni del mondo, da un regista che ama e rispetta Tolkien molto più di quanto lo ami e lo rispetti io, e tuttavia secondo me non dovrebbe avere il diritto di dare per sempre una faccia a Bilbo Baggins. La faccia a Bilbo Baggins gliela dovrebbero dare i bambini. Andate pure a vedere lo Hobbit, voi. Ma i bambini lasciateli a casa, fate loro questo favore (tanto più che non è detto che li reggano nemmeno loro, centosessanta minuti. Quanti popcorn può ingerire un novenne in centosessanta minuti? Vale la pena di fare l’esperimento?)

Lo Hobbit: un viaggio inaspettato questa settimana è al cinema Fiamma nella versione in 2d (senza occhialini). In provincia lo trovate in 3d al Cityplex di Alba, al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo, al Multisala Vittoria di Bra e al Multilanghe di Dogliani; in versione 2d ai Portici di Fossano, al Bertola di Mondovì, all’Italia di Saluzzo; al Cinecittà di Savigliano. Buona visione.