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Sublime, pacchiano Sorrentino

Bravissimi, per carità, ma Boldi e De Sica ci aggiungerebbero quel quid.

Youth – La giovinezza (Paolo Sorrentino, 2015)

 

Non so quanti siano, e quanta barba sfoggino. Me li immagino seduti in poltrona, o distesi su un tappeto. Stanno scrivendo il nuovo film del grande regista italiano. Da qualche parte comunque c’è un piattino con qualche ammenicolo – un paio di dadi, un mazzo di tarocchi, il libro di I Ching, e soprattutto una manciata di baci perugina. Quando la storia non va avanti, e la battuta non si trova, e i tarocchi dicono picche, e i dadi sempre due, il più giovane scarta un cioccolatino.

“Checcescritto?”

Torno sempre alla casa del padre“.

“Sì, ma sotto?”

“Novalis”.

“Suona bene”.

“Scrivo?”

“Aspe’, scartane un altro per sicurezza”.

Nessuno si sente all’altezza“.

“Questo è vero”.

 

Ma chi l’ha poi detto che uno debba lasciare a casa i propri pregiudizi. I pregiudizi sono divertenti. I pregiudizi ci aiutano a vivere meglio. Forse il miglior modo di guardare Youth è bersi nell’anticamera una coppa amara di pregiudizio – bene, ecco la giovane promessa del cinema italiano, che per due o tre anni sembrava avere inventato un nuovo modo di raccontare le storie, e poi all’improvviso un giorno si sveglia Venerato Maestro e comincia a scaracchiare fellinate imbarazzanti su sfondi pittoreschi per la gioia dei turisti. E sbanca i botteghini. E porta a casa Oscar e Goldenglobe. E quindi, insomma, adesso chi lo fermerà più? Quanti altri vecchietti saggi e perplessi ci somministrerà, quante piscine e giraffe e fenicotteri? Ecco, se uno si siede in poltroncina con queste premesse, alla fine rischia di rivalutarlo, Youth. Cioè alla fine non è così male, dai. C’è pure una scena action con le esplosioni. Adesso però non so andare avanti, cosa dice l’I Ching?

 

“Tutta invidia”.

 

Sì.

 

Memorabili le performance di Paul Dano, Rachel Weisz, e l’intramontabile Jane Fonda.

Ma guarda che invidiare è il mio mestiere. Dal latino in-video, “guardo contro”, ma quell'”in” all’inizio voleva dire “dentro”. Nessuno sa guardarti dentro come un invidioso, perché nessuno ha così tanta voglia di guardarti. Sì, Sorrentino, siamo tutti invidiosi.

Io perlomeno non riesco più a passarti nulla ormai. Non c’è nulla che si dicano o facciano i tuoi personaggi che non mi suoni falsa. Il grande compositore che dirige le vacche al pascolo. Miss Mondo che si esibisce in una scena che sembra un calco di un Vanzina, ma non prima di aver impartito una lezione di vita, non prima di averci mostrato che è anche intelligente. Bambini saggi, massaggiatrici ambigue, Maradona obesi, lama volanti, avanspettacolo. E dire che io sono uno di bocca buona, mi piacciono i film di robot. Persino il Kitsch, una volta che hai accettato che è Kitsch, posso apprezzarlo in quanto tale. Metti il buon Baz Luhrmann. Lui non si vergogna di nulla, però sta anche molto attento a coprirsi. Ad esempio, è maniacalmente fedele ai classici. Come se ti dicesse, vedi? Non sono io a essere Kitsch, è Shakespeare. È Francis Scott Fitzgerald. È la vita, insomma, che ci parla attraverso i baci perugina. A me va bene anche il Kitsch, se lo sai fare, eppure a Sorrentino non glielo perdono. Lui non vuole semplicemente fare un film sul Sublime, lui pensa di poter andare dritto al punto.

 

Ci prova davvero. Poteva usare la Montagna Incantata come canovaccio, magari un sottile gioco di rimandi rarefatti alla Wes Anderson – no, niente, per fare il sottile gioco di rimandi bisogna leggere il libro, roba da intellettuali. E noi non vogliamo essere intellettuali, gli intellettuali non hanno gusto, lo ha scritto Stravinskij su Wikiquote. Quindi si va in villeggiatura, si annotano i tic dei villeggianti, ed eccoci massimi esperti in Umanità. Cos’è la Vita? Cosa sono i Ricordi? E l’Amore sopravvive alla Morte? Sicuri? Non soccombe talvolta anche solo alla Lunga Degenza? Dopo i temi importanti, veniamo alle rubriche: Quanto è Importante essere Bravi a Letto? Non Crederai Mai a Quello Che È Capace di Fare Questo Lama Tibetano! Miss Mondo Senza Veli, gli Scatti Esclusivi! E il nuovo video di Pamela Faith. 

 

Il film rende pieno onore alla magnificenza dei paesaggi elvetici.

No, Sorrentino non si accontenta di girare intorno al Sublime. Lui vuole essere Sublime. È convinto che sia alla sua portata, perché no? In fin dei conti basta riflettere un po’ sulla Vita, sparare due massime più o meno originali, e metter su la canzone giusta. Qui in un qualche modo l’invidia si ribalta in ammirazione, perché quello che Sorrentino cerca di fare nel finale del film è una spacconata incredibile, senza precedenti almeno alla portata della mia memoria. Quando in letteratura ci si inventa un artista, di solito un grande artista, ci si premura sempre di lasciare le sue opere sullo sfondo, dando per scontato che siano grandi, che siano belle, ma siccome nessuno le ha scritte davvero non ce le possono mostrare. Mann mica poteva comporre le sinfonie del Doktor Faustus. Sorrentino, lui sì. Lui si inventa un compositore e poi commissiona a David Lang il suo capolavoro, che ci vuole? E poi ce la fa ascoltare. Il soprano è vero, l’orchestra è vera, in platea c’è una sosia della regina, dirige Michael Caine. E com’è questo capolavoro, che dovrebbe dare un senso a una carriera, a un matrimonio, a un film, com’è?

 

Mah.

 

Il riff somiglia un po’ a Sweet Child Of Mine.

 

Sorrentino alla fine è davvero sublime, a modo suo, e io lo invidio. Non ho la competenza né il talento per sdraiarmi sui vostri tappeti, ed è un bene, perché sarei quello che vi boccerebbe tutto. Questa battuta è troppo banale. Questa sembra profonda, ma guardate che in realtà non vuol dire niente. Questa è una citazione inconsapevole. Questa è troppo consapevole. Questa scena è pacchiana. La scena non diventa commovente se mostri un personaggio che piange, è un trucco volgare. Nulla, non vi passerei nulla. Fosse per me il film non si farebbe; fosse per me, non si farebbe più nessun film. Perché io non sono all’altezza, voi non siete all’altezza, nessuno è all’altezza. E invece eccolo qua, Youth di Sorrentino. Com’è? Credevo peggio, dai.

 

Youth è al Citiplex di Alba (20:00, 22:15); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40); all’Impero di Bra (20:15, 22:30); al Fiamma di Cuneo (21:10); ai Portici di Fossano (20:15, 22:30); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (21:30).

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Bastardi senza estetica

“Labiiiiche! Cosa sono questi quadri per te? Come una collana di perle per uno scimmione!”

Monuments Men (George Clooney, 2014)

 

C’è un treno che sta per partire da Parigi, pieno zeppo di capolavori che Paul Labiche non saprebbe riconoscere. Lui è solo un ferroviere nella Resistenza. Ed è Burt Lancaster, quindi il Terzo Reich quel treno se lo può scordare. Che gran film, Il treno di Frankenheimer. Che voglia di correre a casa a guardare Burt che suda e schioda traversine, invece di restare in sala a guardare i Monuments Men, domandandoci continuamente se è più un problema di messa in scena confusa, di scrittura sfilacciata, o di produzione distratta: se insomma le responsabilità del disastro vanno maggiormente ascritte al regista (George Clooney), allo sceneggiatore (George Clooney) o al produttore (George Clooney). Bella lotta.

 

In tutti i casi, si tratta del primo vero passo falso di George Clooney, dopo una serie di titoli (Confessioni di una mente pericolosa – Good Night and Good Luck – In amore niente regole – Le idi di marzo) che ci avevano fatto sospettare di avere davanti un vero autore, coraggioso, versatile. E invece. Ci sono tanti registri in cui si può raccontare una storia della Seconda Guerra Mondiale, e Monuments non ne azzecca uno solo. Spielberg ne avrebbe approfittato per organizzare una vera caccia al tesoro; non si sarebbe contentato di far ripetere ogni cinque minuti a qualche attore “ma un’opera d’arte vale la vita di un uomo?” Nel momento topico avrebbe spudoratamente messo un protagonista davanti al bivio concreto: la pala di Van Eyck contro la vita di un tuo amico. Tarantino avrebbe colorato di rosso sangue lo stesso treno di Frankenheimer, pompando ancora di più il contrasto tra un nazista sofisticato e fine connaisseur e qualche burino del midwest senza nozioni di estetica. Soderbergh avrebbe lasciato tutto in bianco e nero, lasciando ancora più spazio al cameratismo tra vecchi attori, magari chiedendo a Murray di imitare Robert Mitchum. Clooney oscilla tra un’opzione e l’altra senza trovare un equilibrio; vorrebbe mostrarci che la guerra è una cosa assurda ma anche che è giusto combatterla, ma anche che bisogna scherzarci su, però con molto rispetto per le vittime e per il patrimonio artistico. Nel frattempo gli alleati stanno radendo al suolo mezza Germania coi bombardamenti, e George fa questa curiosa scoperta: ehi, i tedeschi trattano meglio le opere d’arte che i prigionieri. E certo, che ti credevi: son nazisti, la loro economia di guerra è basata sulla razzia, e i capolavori, quelli che il tuo sciagurato doppiatore chiama “conseguimenti”, per loro sono una parte cospicua del bottino. Non è un caso che li nascondano assieme ai lingotti della riserva aurea. 

 

Due attori bravissimi in una scena imbarazzante (perdio, almeno sparecchiate, vi si imburra il catalogo del Jeu de Paume).

Sono gli Alleati, piuttosto, a sembrare piuttosto disinteressati ai patrimoni dell’umanità. La squadra dei Monuments Men è un’armata brancaleone che deve raggiungere il teatro delle operazioni con mezzi di fortuna. Generali e sottufficiali non gli danno retta né copertura; continuano a ripetere che non lasceranno morire un solo uomo per salvare una stupida cattedrale. Ai buoni la bellezza più di tanto non interessa. È un bene di lusso, la trovi più facilmente nel museo del condottiero vittorioso. Montecassino non l’hanno mica distrutta i nazisti. Quanto a Dresda… ehi, George, hai mai sentito parlare di Dresda?

 

Ecco. Si può fare un film sul patrimonio artistico minacciato dalla Seconda Guerra Mondiale facendo finta che Dresda non sia stata completamente carbonizzata dai bombardieri angloamericani? Mentre George e colleghi si aggirano nelle retrovie del fronte occidentale, disperati perché non riescono a trovare qualche figurina mancante nell’album della cultura occidentale, la capitale culturale della Sassonia sta bruciando a mille gradi centigradi. Della Madonna Sistina di Raffaello coi suoi putti pensosi, e di centinaia di altre opere importanti della Gemäldegalerie Alte Meister, non sarebbe rimasta che cenere – se i rapaci nazisti non avessero pensato per tempo a nasconderle. Le ritroverà la Brigata Trofeo dell’Armata Rossa, che il film tratta più o meno come una banda di ladri al soldo di Stalin: e però i sovietici dopo qualche anno le opere le riportarono a Dresda. Insomma, salta fuori che i predoni hanno salvato più opere dei Salvatori dell’Umanità. I buoni hanno altre priorità – soprattutto se sono democratici ed è nell’interesse elettorale dei loro leader ridurre al massimo le proprie perdite bombardando dall’alto obiettivi non necessariamente militari. Se per sconfiggere i cattivi c’è da radere al suolo una città non si preoccuperanno di due o trecento opere d’arte inestimabili.

 

“Ma quindi… siamo salvi grazie ai nazisti?” “Sì, e anche un po’ grazie a Stalin”. “È una cosa che fa pensare, vero?”

Piuttosto di accreditare una tesi del genere, Clooney finge che Hitler abbia ordinato ai generali in ritirata di distruggere il bottino di guerra. Le cose non stanno esattamente così: il famigerato “decreto Nerone” intimava agli ufficiali di fare terra bruciata dietro di sé, ma non parlava di opere d’arte; in ogni caso il decreto non fu di dominio pubblico che alla fine della guerra, e nelle settimane precedenti era comunque evidente che Albert Speer e i sottoposti non lo stavano eseguendo. Un discorso a parte meriterebbe l’arte contemporanea, che i nazisti (non tutti) distruggevano in quanto degenerata: ma è un discorso che Monuments lambisce appena. È un film sull’arte che di arte parla pochissimo: non c’è nemmeno il tempo per nominare gli autori della Pala di Gand, che nel film è la Pala di Gand-punto-e-basta: nessuno ci spiega cosa la renda la figurina più importante dell’album. Non è che Frankenheimer si intendesse molto di più della quadreria che stipava nel Treno; ma almeno adottava il punto di vista di un ferroviere ignorante che ha una questione privata con uno spocchioso collezionista tedesco. Invece gli amici di Clooney sono architetti, curatori di musei, collezionisti: e non ce n’è uno a cui scappi di spiegarci perché la tale opera è importante, perché valga la pena di combattere per riaverla. Monuments Men è un film che se ne va in giro per le sale tronfio come certi milionari texani che si comprano un Van Gogh e lo infilano in cassaforte senza neanche darci un’occhiata. Che lo abbia scritto e diretto un liberal come George Clooney è una cosa che imbarazza e addolora. 

 

Monuments Men è al Cityplex di Alba (20:00, 22:15); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:10, 22:45); al Multisala Impero di Bra (20:15, 22:30) ai Portici di Fossano (21:15); al Politeama di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Invece Il Treno è da qualche parte in streaming, un patrimonio dell’umanità.

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Papà e mamma hanno fatto sesso, io ci faccio un film

Anni felici (Daniele Lucchetti, 2013)

 

I bambini ci guardavano. Una volta. D’estate, specialmente, non avevano molto altro da fare; e così erano sempre tra i piedi a osservarci. Per compleanno chiedevano cineprese e rullini. I bambini ci spiavano, sapevano tutto di noi. Chi stava scopando papà (non sempre era la mamma), chi stava baciando la mamma (non sempre era un amico di papà), ai bambini poi non è che fregasse un granché di tutta quella lussuria da adulti; ma era estate e non c’era molto altro da fare. In tv c’era un solo canale in bianco e nero e anche in spiaggia dopo pranzo per fare il bagno dovevi aspettare tre ore, e intanto la mamma dov’è? Mamma? Stai piangendo? Perché piangi? Vuoi papà? Vuoi divorziare? Vuoi che m’ammazzo? I bambini una volta erano un grosso problema.

 

Ora non è più così. Tante cose sono peggiorate, ma almeno adesso i bambini di noi se ne fottono. E meno male. Se avessi un figlio e da grande facesse un film su di me, mi mostrerebbe sempre seduto da qualche parte a ditaleggiare su un arnese digitale ridicolo. Ma non succederà, perché se avessi un figlio non mi starebbe guardando: lui per primo avrebbe di meglio da fare, ad esempio ditaleggiare su un arnese digitale ridicolo. Viva i nintendo, viva i cellulari, i tablet, viva tutta l’oggettistica che ha conquistato l’attenzione delle giovani generazioni che non si sa bene come cresceranno – forse con deficit di attenzione irrecuperabili – ma sicuramente non faranno più film il cui messaggio (se dobbiamo proprio sintetizzarlo in una frase) è PAPA’ MAMMA GUARDATEMI. Luchetti invece ha fatto un film così e non c’è niente di male, basta che nessuno da qui in poi ne faccia più. 

 

Chissà per quanti anni se l’è tenuta in serbo, la storia della vita. Purtroppo quando per anni ti tieni una storia, va a finire che un bel giorno decidi che è l’ora – e solo in quel momento ti accorgi che magari non è un granché. Forse hai fatto scappare il momento giusto, è passato ma avevi ancora paura. Forse non è mai stato un granché: era una storia bella da immaginare, ma una volta realizzata è solo una storia come un’altra, ne parlava Pasolini alla fine del Decamerone credo. Il decamerone di Luchetti sulla carta era una cosa fichissima, con mamme borghesi che scoprono l’amore saffico, artisti di neoavanguardia che al primo scompenso emotivo cedono al figurativo, e un bambino che riciclando i filmini estivi trasforma la Rivoluzione femminista in un carosello commerciale; una metafora potentissima a saperla maneggiare, e invece alla fine Luchetti non ci aveva tanta voglia.

 

E comunque finché c’è la Gedeck ti aspetti sempre che saltino fuori i brigatisti tedeschi.

Triste ma è così. Mescolando gli stessi ingredienti (rivoluzione e spot), quest’anno Pablo Larrain ci ha regalato quella meravigliosa riflessione sulla politica e la comunicazione che è No – i giorni dell’arcobaleno. Luchetti, che tante altre volte ha mostrato di saper infilare la politica nei film con estro e leggerezza (la sinfonia di Mio fratello è figlio unico!) stavolta non ci aveva voglia. D’accordo, è tutto visto attraverso gli occhi guardoni di un bambino che non aveva la minima idea di vivere sulla soglia degli anni di piombo – ed è meglio lasciar perdere qualsiasi riferimento alla cronaca piuttosto che rischiare l’effetto Meglio Gioventù, quella situazione per cui in un certo tipo di film italiani se qualcuno accende la radio c’è sempre una partita storica della nazionale, o un discorso di un leader politico o di un Papa. Resta l’imbarazzo di trovarsi di fronte a un autore che potrebbe raccontarti storie interessanti, che ha già dimostrato di saperlo fare come pochi in Italia, e invece ha solo voglia di dire: Papà, mamma, sono qui, ci sono sempre stato, e non me la scordo l’estate del ’74. Magari vi ho perdonato, ma non prima di mettervi in un film dove ormai siete più giovani di me e fate cose molto stupide, la neoavanguardia, il limonarsi a mezzo finestrino aperto, lo scopare in posti dove nessuno oggi riuscirebbe (la Mini Minor), eccetera, eccetera, eccetera. La memoria è un nastro super8 montato in loop. Ma andrebbe bene anche così, non c’è niente di male a rivendersi il sesso che hanno fatto i nostri genitori invece di interessarsi di noi – voglio dire, dopo che da bambino hai rivenduto i fotogrammi della tua fidanzatina all’industria pubblicitaria, non puoi veramente cadere più in basso. Non c’è niente di male a voler fare un film intimo e raccontare che a tua mamma negli anni Settanta piacevano anche le donne, tranne forse Micaela Ramazzotti.

 

“La senti questa voce…” no, ops, mi sono confuso, scusate.

Che è bellissima, è bravissima, e la vorremmo vedere in tutti i film italiani e anche stranieri, tranne in questo, che ha il trascurabile difetto di assomigliare un po’ a un film di tre anni fa, La prima cosa bella, che ci ricordiamo ancora tutti molto bene – anche perché non si sono visti parecchi film italiani all’altezza, da lì in poi. Ecco. Allora, cari esperti di casting, secondo me le cose stanno in questi termini: se nel giro di tre anni fate rifare a Micaela Ramazzotti un ruolo di mamma bisessuale di due bambini negli anni Settanta, dovreste perlomeno assicurarvi che il film sarà così bello, così meraviglioso, da farci dimenticare all’istante e per sempre di aver visto La prima cosa bella. Siccome ciò, senza offesa, era abbastanza improbabile, bisognerebbe almeno in questo film evitare di scritturare un’attrice che ci ricorderà, a ogni fotogramma, un film magari un filo più bello di questo – onde evitare che a luci accese tutti si mettano a bisbigliare: mmmsì, però vuoi mettere La prima cosa bella? A me sembra un ragionamento abbastanza lineare. Ma forse è prevalsa la voglia di rivedere la Ramazzotti madre bisex di due bambini negli anni Settanta. Posso anche capirvi: e siccome non c’è due senza tre, a questo punto mi aspetto un terzo film di Micaela Ramazzotti che ha due bambini negli anni Settanta e scopre l’amore saffico – ma sì, una bella trilogia, se gli americani ci hanno Batman e Guerre Stellari noi non possiamo avere le mamme lesbiche degli anni Settanta? Non so, stavolta si potrebbe ambientare nel Nord industriale o meglio ancora nel Sud arcaico: una torbida passione all’ombra dei trulli d’Alberobello, una mamma sedotta e abbandonata dalla postina, mentre i due figli appostati dietro i fichi d’india spìano tutto, spìano, spìano, maledetti bambini degli anni Settanta senza nintendo in mano. Daniele Luchetti è autorizzato a tirarmi un pugno in faccia per questa, chiamiamola, recensione. Dalla mano che ha girato La nostra vita sarebbe comunque un onore. 

 

Anni felici è ancora per questa settimana al multisala Impero di Bra (infrasettimanale 20:20 e 22:30) – se siete appassionati di film in cui Micaela Ramazzotti interpreta mamme bisex degli anni Settanta datevi una mossa.