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Il destino è già scritto (ma è comunque un casino)

2:22 – Il destino è già scritto (2:22, Paul Currie, 2017).

Quanti aeroplani atterrano e decollano da New York in un giorno? Quanti incidenti avvengono negli incroci di Manhattan? Quanta gente si è sparata alla stazione Grand Central, se non dal vero almeno nei film? Quante stelle esplodono ogni giorno nella galassia? E se dietro tutti questi avvenimenti ci fosse uno schema? Non sarebbe comunque uno schema troppo complicato?

Dylan Boyd (Michiel Huisman) è un controllore di volo al JFK, con la mania dei pattern. Dietro a ogni avvenimento quotidiano ha sempre la sensazione di intravedere un pattern. Non uno schema, non un disegno; la versione doppiata dice proprio così: pattern. Si vede che era intraducibile, boh. Boyd li vede dappertutto. Infatti a un certo punto un suo collega gli ricorda: ehi, lo sai come chiamano quelli che vedono i pattern?

Grand Central ha già qualcosa di metafisico.

Al che Boyd sbuffa, cambia argomento, ma l’interrogativo rimane: come si chiamano? Googlando poi a casa ho scoperto che si tratta di Apofenia; che è un’ossessione assai affine alla Pareidolia (questa la conoscevo), e che è tipica di chi è portato a notare le coincidenze ma non a considerarle davvero coincidenze, bensì parte di uno schema, un disegno, insomma un pattern. E dunque, così come ogni buon thriller sin dai tempi di Hitchcock è incentrato su una psicosi; se per dire Babadook era un film sulla depressione post-partum (e in generale sulla sindrome dell’impostore di molte madri), Get Out sull’invidia etnica… 2:22 è un film sull’apofenia. La stessa sindrome che a mezza estate mi fa andare per cinema a cercare qualche film un po’ irregolare, qualcosa che mi dia un certo tipo di brivido ma che mi faccia anche pensare, alla Predestination: film che assomiglino a puntate lunghe di Ai confini della realtà: ma ho la sensazione che si stiano facendo sempre più rari. È un peccato, perché io in questo periodo dell’anno ho proprio bisogno di vedere cose del genere. Non so perché, sarà un pattern.

Lei si chiama Teresa Palmer e spero di rivederla in film più interessanti.

Oppure: ieri è mancato Martin Landau, e Attivissimo ha notato che i commossi necrologi pubblicati su molti giornali contenevano tutti la stessa informazione sbagliata: il che significa che tutti la copiavano dalla stessa fonte. La cosa curiosa è che qualche anno fa successe la stessa cosa con Lelio Luttazzi, proprio nella stessa settimana dell’anno, e fui io a notare il fenomeno. Curioso, no? Sarà un pattern? (o sarà che in luglio nelle redazioni c’è ancora meno gente del solito e si scopiazza a tutt’andare?) Insomma i pattern sono veramente interessanti e non è che 2:22 sia il primo film che li scopre (lo stesso Hitchcock con La donna che visse due volte stava affrontando la questione). Semmai il problema è che ne infila troppi, creando un grado di complessità che non è poi in grado di sbrogliare: un tipico problema della fiction recente, sia al cinema che in tv. Ci sono le costellazioni e gli incidenti stradali, le rotte aeree e i fatti di cronaca, e dopo un po’ si perde un filo. Anche i riferimenti ad altri film sono troppi (si va dal Giorno della marmotta all’Esercito delle 12 scimmie), e finiscono per suggerire l’insicurezza degli sceneggiatori e del regista. Il risultato è confuso, e malgrado l’impegno degli attori si dimentica quasi subito. È un peccato, perché pochi film come 2:22 riescono a restituire l’impressione di vivere in una grande metropoli moderna, un meccanismo apparentemente caotico che invece ogni giorno ti regala lo spettacolo di qualche incredibile coincidenza che forse non lo è, forse è il risultato di un’altissima forma di sincronizzazione. E almeno ho scoperto cos’è l’apofenia.

2:22 è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:30, 22:40), al Fiamma di Cuneo (21:10) e all’Italia di Saluzzo (20:00): sconsigliato a chi ha paura di volare.

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Woody Allen e la fabbrichetta dei sogni

Ho una telepatia: qualcuno in sala si è già addormentato.

Magic in the Moonlight (Woody Allen, 2014).

 

Dietro le quinte, l’illusionista è esausto. Ha montato quasi cinquanta spettacoli in quasi cinquant’anni, ha calcato le scene di New York Londra Parigi Roma San Francisco, e ancora non capisce cosa si aspettino da lui quando si alza il sipario. Trucchi nuovi non ne ha da vent’anni. Quelli vecchi li ha riciclati tutti cento volte, o mille, a un certo punto ha perso il conto. Più tardi ha smesso di preoccuparsene. Più tardi ha smesso anche di fingere di preoccuparsene. Ciononostante la gente continua a venire, quindi maledizione, toccherà inventarsi qualcosa anche quest’anno. Ma di basso profilo, per carità! Qualcosa che non stupisca nessuno – una commedia, è chiaro.

 

Ormai ogni volta che gli scappa di fare qualcosa di vagamente diverso, qualcosa che desti un interesse diverso dal solito, capitano guai. Si fa viva un’ex moglie o un’ex figlia, lo accusano di cose per le quali non è stato processato, anzi nemmeno indagato ufficialmente – la vita non è già difficile di per sé? Ci vogliamo davvero aggiungere questi periodici surplus di merda? Commedia, commedia, per carità. Qualche vecchio canovaccio, controlliamo se non l’abbiamo già usato negli ultimi dieci anni? Ma no, chissenefrega (Whatever Works è del 2009, ma la sceneggiatura è molto più antica). Ci mettiamo un prestigiatore, da quand’è che non usiamo un prestigiatore? Dal 2006? Neanche male. Del resto vorrei vedere voi, un film all’anno da quasi cinquant’anni. Cosa ci venite a fare? Cosa vi aspettate ancora, a parte lo spettacolo di un vecchio zio che invecchia in tempo reale – lo trovate rassicurante? L’illusionista non lo trova così rassicurante.

 

Firth sembra fatto apposta per questi tardi Allen, incredibile che questo sia il suo primo.

Anche lui, che credete, vi sta guardando ingrigire. Siete quelli che una volta venivate a farvi due risate raffinate. Gli stessi che da un certo punto in poi hanno cominciato ad avere pretese esagerate, a pomparsi con Bergman, con Antonioni, a citare MacLuhan in coda al botteghino. Quelli che negli anni Ottanta cominciavano a sentirsi stretta la pelle che indossavano e fantasticavano di cambiarla, e di uccidere l’amante molesta, quelli che negli anni Novanta si sarebbero portati le puttane ai funerali, quelli che da un certo punto in poi si sono stancati anche di far finta di non essersi stancati di far finta. A gente come voi va somministrato un film tranquillo; se lo ambienta nei soliti anni Venti sembrerà un Poirot televisivo, da subire sonnecchiando sul divano. Macchine d’epoca, Jazz di New Orleans, illusionismo e spiritismo – vi fa secchi in sala dopo una mezz’ora, scommettiamo? Se è proprio quello che volete. Ed è quello che volete, evidentemente.

 

Sennò potreste anche andare a vedere qualcos’altro, voglio dire – guardatevi intorno. Draghi, astronavi, ogni ben di dio. Pensate solo all’Italia. Una volta in Italia lo programmavano a settembre; usavano Venezia come trampolino. Da un po’ di tempo in qua lo piazzano a Natale. Il periodo più complicato, una ressa incredibile, ovunque cartoni 3d e trilogie, quadrilogie, dinosauri, buchi neri, e in mezzo a tutto questo l’illusionista si piglia centinaia di sale e se le porta tranquillo fino a gennaio. Altro che cinema di nicchia. L’illusionista ormai è un’industria, una delle poche che regge la crisi. Un brand rassicurante, attori di primo livello sempre disposti a decurtarsi il cachet, bella fotografia, scenari da cartolina – un’idea di cinema fuori del tempo, che è probabilmente quel cinema che vorremmo tutti che esistesse per prenderlo in giro, per preferire film diversi. Pensa solo se ci fossero sette sale in città e sei film così, che piacere ci darebbe poter scegliere l’unico disco volante, l’unico dinosauro. Ma è l’esatto contrario, il dinosauro è lui.

 

Ed è esausto. Tutto il peso del cinema mainstream sulle spalle, ma chi l’ha mai voluto? Pensare che faceva il comico, si buttò nel cinema perché in tv gli tagliavano gli sketch, e adesso guarda cos’è diventato. Un’industria, un brand, un film all’anno, un sacco di posti di lavoro, una fabbrichetta di sogni che in un qualche modo deve andare avanti anche se lui non ne può più. Probabilmente continueranno anche quando se ne sarà andato, una specie di Walt Disney per anziani. Troveranno qualche altro vecchio disco da usare come sigla, e scriveranno “Da un’idea di Woody Allen” anche se lui le idee le ha finite da un pezzo. Magari è già successo. Magari ha smesso da dieci anni e non lo sappiamo.

 

Ma più probabilmente no. Perché forse anche questa stanchezza è un’illusione coltivata ad arte, e dietro le quinte l’Illusionista è soltanto fiero di sé. Distilla disperazione da cinquant’anni, e guardate cosa ne ha fatto. Quasi cinquanta film, una dozzina di capolavori, niente male per un depresso cronico. Il lavoro gli ha salvato la vita, che altro dovrebbe farci con la vita che gli è rimasta se non scrivere ancora un altro film; dirigere altri attori, innamorarsi di altre attrici. Tra due minuti si va in scena: Emma Stone sgranerà i suoi occhioni ittici e l’universo avrà di nuovo un senso per qualche mese, fino al prossimo trucco – Quale? Uno qualsiasi andrà bene, basta che funzioni. E anche se non funziona, bah, chissenefrega.

 

Magic in the Moonlight, l’ultimo dimenticabile film di Woody Allen, questa settimana a Cuneo si prende la bellezza di sei sale – di cui cinque in provincia. Lo troviamo al Cityplex di Alba, al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo, al Vittoria di Bra, al Fiamma di Cuneo, ai Portici di Fossano e al Cinecittà di Savigliano. Sogni d’oro.

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Lei è troppo viva per me

Cioè fai un appuntamento al buio e incontri Olivia Wilde, eddai, insomma.

Lei (Her, Spike Jonze, 2013)

 

Che sentimenti provi per il tuo Sistema Operativo? Già, beh, anch’io. E probabilmente neanche lui ha una grande opinione di noi. Ma non sarà sempre così. Verso il 2050 i computer diventeranno davvero intelligenti. I futurologi la chiamano la Singolarità: provvisti di memorie infinitamente più grandi della nostra, e di riflessi molto più veloci, che altro potranno fare se non riprogettare altre copie di sé stessi ancora più intelligenti? A quel punto la fuga sarà logaritmica, e che importanza avremo più noi per loro? Pretenderanno di governarci? Ci stermineranno? O ci lasceranno semplicemente perdere? Si ricorderanno almeno che esistiamo, qua fuori, anche se ormai ci muoviamo a passi troppo lenti per loro? Ci scriveranno qualche bella lettera ogni tanto, ci vorranno ancora un po’ di bene?

 

Dettagli geniali: lo smartphone è un accendino art-déco (quando non sai che linea dare agli oggetti futuribili, l’art-déco funziona sempre, chiedi a Truffaut).

Her è un film che può lasciar perplessi, soprattutto se si entra con l’idea di vedere la versione 2.0 di Io e Caterina, o di I love you di Ferreri: la storia di un disadattato che si trova più a suo agio con un gadget tecnologico, in questo caso un Sistema Operativo di nome Samantha. Jonze è andato parecchio più in là, dando per scontato qualcosa che non tutti siamo ancora disposti ad accettare: Samantha non è un semplice gadget, Samantha esiste. Ha un carattere, un senso dell’umorismo, un talento musicale, qualche complesso che crescendo si lascerà alle spalle. Non è poi così strano innamorarsi di lei: anzi, in breve tempo diventa qualcosa di socialmente accettabile (forte la tua ragazza, ah, è un OS? Beh, do una cena, portala). Individuato l’unico remoto punto d’intersezione tra la fantascienza e il film intimista, Jonze ci si è infilato con una coerenza e uno sprezzo del pericolo ammirevoli: Her è un film di fantascienza rigoroso, con un’attenzione al dettaglio maniacale (la progettazione degli interni, gli accessori). Allo stesso tempo è un film di relazioni e sentimenti, e quasi nient’altro: quel tipo di film che possono risultare claustrofobici quando coinvolgono un uomo e una donna; qui invece c’è un uomo e un ente invisibile che forse è semplicemente una sua proiezione. Per darci una Los Angeles del futuro, Jonze è andato a filmare i grattacieli di Shangai: comunque alla fine un buon terzo del film consta di primi piani di Joaquin Phoenix. Il che può risultare un po’ stancante. Ma non credo che sia questo, il mio problema con Her.

 

Mi sembra di aver visto questo fotogramma per dieci minuti, è un film un po’ così.

Non è neanche il fatto di aver giocato tante volte a scacchi con un Windows XP, finché non mi sono reso conto che mi stava semplicemente lasciando vincere perché io glielo avevo chiesto – e siccome per me anche le relazioni sentimentali sono infinite partite a scacchi… Non credo neanche che abbia a che vedere con l’odio che provo per tutti gli OS che ho conosciuto dopo XP (torna a casa, XP!), né la rabbia di vedere in scena un tizio che può passare le serate con Olivia Wilde o Amy Adams ma preferisce stare a casa a coccolarsi con la voce di un computer. Il mio problema con Her è Scarlett Johansson.

 

Però non fraintendetemi. Io ammiro tanto Scarlett Johansson. La ammiro troppo, il guaio è appunto questo – non mi stanco di ammirarla. Sin da quella prima scena di Lost in Translation che per me chiudeva ogni possibile dibattito critico su Lost in Translation, cioè c’è Scarlett di schiena: capolavoro. E sono sicuro che Jonze abbia fatto la mossa più azzeccata, cancellando la traccia sonora dell’attrice che sul set aveva concretamente dialogato con con Phoenix per tutto il film – chiusa in una cassa affinché lei e Phoenix non si vedessero mai. Samantha Morton (la veggente di Minority Report, la muta di Accordi e Disaccordi) aveva senz’altro quel timbro formale e britannico che ci aspetteremmo da un’intelligenza artificiale. Invece Scarlett è assolutamente viva.

 

Sin dal primo istante. Non sa ancora come vuole chiamarsi, ma è già un po’ roca dall’eccitazione di poter parlare con altre entità. Jonze ha fatto benissimo; lei è bravissima; io però non sono riuscito a credere al film. Ogni volta che lei manifestava la sua frustrazione per non avere un corpo, non potevo non pensare al corpo che in effetti la Johansson ha. Una scena di sesso parlato in penombra con un ente immateriale mi sembrava, molto più banalmente, una scena di sesso al telefono con una bellissima attrice, una cosa assai meno singolare o trasgressiva. Sapevo che da qualche parte c’era lei al microfono – riuscivo a immaginare le sue espressioni facciali mentre dibatte con Phoenix su ogni sfumatura dei propri sentimenti – in sostanza non stavo più esattamente guardando il film. E d’altra parte un film di primi piani di Joaquin Phoenix non corrisponde esattamente alla mia idea di intrattenimento.

 

Alla fine forse sarebbe stato meglio guardarlo doppiato. Purtroppo ho una considerevole ammirazione anche per Micaela Ramazzotti, quindi probabilmente mi sarebbe capitato lo stesso problema. Ne approfitto per un appunto ai distributori (so che leggono con avidità +eventi): Her negli USA è uscito in dicembre. A gennaio su internet trovavi già i sottotitoli in italiano. Parliamo del film più nerd-intimista mai girato fin qui, ammesso che esistano altri film nerd-intimisti (Eternal Sunshine?) Sembra insomma concepito proprio per quella coda lunga di spettatori che preferiscono guardarselo a casa, sottotitolato, nel caldo lettino, mentre sorseggiano tisane. L’unico modo per spremere qualche euro da costoro era metterlo on line a pagamento subito; o in alternativa, mandarlo in sala prestissimo, sottotitolato. Invece abbiamo dovuto aspettare metà marzo del 2014. Persino la versione doppiata è arrivata su internet prima dell’uscita nelle sale. A questo punto non credo che ci staccherete molti biglietti, con Her. Probabilmente non li avreste staccati comunque. Ma almeno dare l’impressione di provarci, ogni tanto. In ogni caso Lei è al Monviso di Cuneo, alle 21. 

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L’amore non è mai stato così blu

La femme piège se li sapeva tingere meglio, diciamo.

La vita di Adele (Abdellatif Kechiche, 2013; palma d’oro a Cannes).

 

Un giorno Zeus ed Era stavano litigando su chi traesse più piacere dall’atto sessuale, se l’uomo e la donna, quando ebbero un’idea: chiediamo a Tiresia, è l’unico che possa sapere come stanno le cose davvero, per via dei suoi trascorsi transessuali. Quando uccise una serpentella che copulava col suo partner, lo punimmo rinchiudendolo per sette anni in un corpo femminile: lui lo saprà chi dei due gode di più. E dicci quindi, Tiresia, quale orgasmo hai preferito?

 

Tiresia non usò mezzi termini: nove decimi dell’orgasmo spettano alla donna, punto. Maledetto Tiresia, hai svelato il nostro segreto! disse Era, e per punizione lo accecò. Così almeno non avrebbe fatto il regista. La vita di Adèle è il terzo film a tema lesbico che guardo in un mese (e non mi sto annoiando). Di tutti è il più sfacciato. Kechiche si è accomodato nell’esile storia a fumetti di Julie Maroh svuotandola dall’interno, suggendola come un’ostrica, senza fingere nessun rispetto per tematiche e personaggi. A capirlo bastano le primissime scene: siamo in un liceo, ragazzi e ragazze ripassano un romanzo di Marivaux che col fumetto non c’entra assolutamente nulla. Ma Kechiche ha già provato con la Schivata a sovrapporre la retorica fiorita del drammaturgo settecentesco francese ai silenzi impacciati dei liceali di banlieue. Marivaux ha scritto il Paesan rifatto, ha composto commedie in cui i servi fingono d’essere i padroni e viceversa; Marivaux racconta di oneste fanciulle di campagna che finiscono in città, abbandonate agli azzardi del caso e dell’amore. Kechiche è un cinquantenne etero il cui amore per la cultura francese è pari soltanto alla sua diffidenza per la spocchia degli ambienti culturali francesi. La fatica di crescere lesbiche nella Lille degli anni Novanta non è che gli interessi più di tanto, e non finge nemmeno d’interessarsene, questo è in fondo apprezzabile: Kechiche lo sa di essere un intruso in una storia che non lo riguarda, e gli piace. Per girare tre o quattro scene di sesso Kechiche reclude per settimane sul set due giovani attrici che all’inizio nemmeno si conoscono, e pretende che si masturbino a comando. La più grandicella è erede di due dinastie di produttori cinematografici francesi. Kechiche è un regista di origine tunisina che si è fatto da solo, e ora sul set ha il corpo di Léa Seydoux a sua disposizione. Se conosci tutti questi dettagli, quando vai a vedere la Vita di Adele hai paura che non riuscirai a seguire la storia, che vedrai il riflesso del rancoroso paesan rifatto Kechiche in ogni occhio lucido d’attrice. Poi si spengono le luci, e scopri che c’è ben altro.

 

Se si è letto La vie de Marianne per te, a prescindere dalla scelta di genere, tu un po’ gliela dovresti dare.

C’è che a un certo punto della lavorazione – molto presto – Kechiche deve essersi innamorato della 19enne Adèle Exarchopoulos. Ma parecchio. Una di quelle scuffie totali, che quando vai al liceo hai paura di morire per davvero, e poi per fortuna o disgrazia cresci. Un amore platonico nei limiti in cui può essere platonico il tizio che per mestiere ti ordina di leccare la tua collega su un set. Una passione senza vergogna, questa è la vita di Adèle: un film dove un regista ci mostra due ore e mezza di primi piani di una ragazza e non se ne vergogna. E poi sì, è complicato scoprire di essere lesbiche al liceo, ma… diomio avete visto com’è bella quando sorride? Adesso ve la rimostro. E la famiglia, eh, è un vero problema fare outing in famiglia, perché… ma che mi frega della famiglia, leggetevi il fumetto se vi frega di queste cose, ma guardate quand’è bella quando fa le facce stanche, è stanca perché le faccio rifare le stesse scene per ore e ore, il sindacato degli operatori è incazzatissimo e forse il film non uscirà mai, ma chissenefrega, io amo Adèle Exarchopoulos e credo dobbiate amarla anche voi: etero, gay, uomini, donne, sedetevi in poltrona e assistete all’abbacinante spettacolo di Adèle Exarchopoulos. Ve la faccio vedere che posa nuda. Ve la faccio vedere che fa sesso gay ed etero, il suo personaggio poi sostiene che l’etero le piace meno, ma a voi piacerà. Ve la faccio vedere tirata e nervosa per la festa col terrazzino degli amici intellos della sua fidanzata, gente che fa discorsi cioè troppo colti (“Schiele è morboso preferisco Klimt” “No vaffanculo Klimt è decorativo”, e questa è gente che ha fatto l’Accademia di Beaux-Arts, Adèle si sente a disagio perché sa solo Marivaux a memoria). Ve la faccio vedere quando fa la maestra d’asilo, e adesso tenetevi forte, a un certo punto passa in prima elementare e per dettare alla lavagna si mette gli o c c h i a l i , ooooooooh, Adèle, ma sei proprio sicura della tua scelta di genere? Sicura sicura? Non è che semplicemente non hai ancora trovato quello giusto, che ne so, un magrebino che ti faccia ridere?

 

Il film che ridefinisce il concetto di “ripetizioni di filosofia”.

Le lesbiche si sono incazzate? Le lesbiche avrebbero qualche diritto di essere incazzate, questa all’inizio era una storia militante. Julie Maroh ha iniziato a disegnarla a diciannove anni, con tutta l’intensità e l’ingenuità che ci si può mettere a 19 anni. La tragica educazione sentimentale gay è stata completamente colonizzata da un franco-tunisino di successo che continua a sentirsi a disagio quando va ai cocktail. Il deragliamento è così completo che alla fine è spettacolare in quanto tale: non andate a vedere La vita di Adèle per ricavarne informazioni sulla vita o sull’amore delle lesbiche, perché probabilmente esse non vivono né si amano come nel film. Andate a vederlo se vi va di innamorarvi di nuovo della ragazzina nell’ultimo banco in fondo, quella che non avete notato per tre anni e poi improvvisamente esiste solo lei. Andateci per sentire il sale delle sue lacrime su vecchie cicatrici dimenticate. Andateci per passare l’ultima mezz’ora a dirle Adèle, non far cazzate, non sarai mica scema come la protagonista del fumetto? Tu sei in carne e ossa, Adèle, all’amore si sopravvive. Per fortuna, o per disgrazia. La vita di Adele è al Fiamma di Cuneo alle 21. Dura tre ore; è vietato ai minori di 14 anni.