I 12 dischi più brutti dei Beatles (2)

Continua da qui la pubblicazione delle recensioni con cui Sir Perceval Reginald Deafon, Esq., stroncò ogni album di studio dei Beatles sul blasonato Montly British Music Magazine

1964 – Beatles for Sale (Parlophone)
Ormai lo riconoscono anche loro – non ne possono più. Il quarto long playing in due anni si apre con tre numeri di Mr Lennon eccezionalmente lagnosi, che fanno immaginare, se non altro, una qualche evoluzione: speranza subito smentita dal resto dell’album, con la solita rifrittura di classici r’n’b e r’n’r che avrebbero bisogno di interpreti più convincenti. Ci si domanda se questi quattro onesti operai della canzoncina per teenager, costretti a macinare concerti e dischi e a lavorare “otto giorni alla settimana”, non avrebbero avuto bisogno di un management più oculato – possibile che ci fosse la necessità di incidere un altro disco quest’anno, dopo la deludente colonna sonora del film (che rispetto a questo album è comunque un capolavoro)? Ci si risponde che il ferro andava battuto finché era caldo: i Beatles sono probabilmente i primi a sapere di non avere un grande futuro davanti, e ora svendono quel che rimane del loro repertorio. Apprezzabili, se non altro, per la franchezza.

1965 – Help! (Parlophone)
C’erano una volta quattro scavezzacolli di Liverpool: sguaiati, sdolcinati, irresistibili. Macinavano canzoni a raffica – ballabili micidiali, ritornelli indimenticabili al primo ascolto. Tutto questo succedeva appena due anni fa. Oggi ci sono quattro milionari disperati, all’appuntamento col secondo lungometraggio, al vertice della popolarità e della mancanza di idee – al punto da rendere perfettamente credibile il grido di aiuto di Mr Lennon nel primo solco: Help me, fatemi scendere da questo carrozzone. Né lui né Mr McCartney sembrano avere la minima idea di dove stiano andando a parare: esaurito il juke box tardi anni Cinquanta da cui pescavano i successi, si arrangiano guardandosi intorno e scopiazzando qua e là, con risultati ben poco commendevoli. You’ve Got To Hide Your Love Away vorrebbe essere una ballata di Bob Dylan, e la sarebbe, se Bob Dylan avesse il dizionario di uno studente di scuola primaria. In Ticket to Ride Mr Lennon cerca di fare il duro e forse ci riuscirebbe – se solo riuscissimo a dimenticare come dimenava il caschetto ai tempi di She Loves You. C’è addirittura un goffo pezzo solista di Mr McCartney con accompagnamento d’archi – forse è un modo di punirci per tutte le volte che li abbiamo accusati di scrivere sempre le stesse canzoni. Ma almeno quelle erano canzoni, questi sono abbozzi a cui nemmeno la sapienza di George Martin riesce a conferire una vera sostanza. E il carrozzone prosegue. Aiuto.

1965 – Rubber Soul (Parlophone)
Non cantano più “Aiuto”. Si sono arresi. Hanno venduto al diavolo l’ultimo briciolo di integrità artistica – quella che aveva loro consentito di incidere del buon r’n’r, fino a qualche anno fa – e hanno avuto in cambio un’anima di plastica, gonfiabile a piacere, ideale per galleggiare in classifica scimmiottando questa o quella quella mania del momento. Ed ecco per esempio Paul McCartney improvvisarsi chansonnier e avvertirci che “Michelle” e “ma belle” suonano bene insieme – siamo passati dal libro di lettura in inglese al dizionarietto di francese per turisti in cerca di avventure, valuti l’ascoltatore se si tratta di un progresso. Ecco George Martin ingegnarsi come può a ingentilire le solite canzoni con arrangiamenti esotici che risultano il più delle volte falsi come l’ottone (l’assurdo assolo di clavicembalo di In My Life, il sitar, il mandolino greco… ormai mancano solo i monaci tibetani). Nel frattempo prosegue ormai incontrollabile la deriva di John Lennon, tra esaltazioni dell’inedia domestica (Nowhere Man) orgogliosi resoconti adulterini (Norwegian Wood) e inusitate esplosioni di gelosia (Run For Your Life) che ci fanno temere per la sorte del suo matrimonio. Anche George Harrison partecipa come può (Think for Yourself) a quello che ormai è diventato il Leitmotiv della produzione beatlesiana: una denigrazione sottile e costante del sesso femminile, di cui si irride la vacuità (Drive My Car) e la sconcertante tendenza a deludere le aspettative dei quattro milionari (You won’t see me, I’m Looking Through You). Tanta misoginia è, oltre ogni altra cosa, un segno di insopportabile ingratitudine per i milioni di ragazze che hanno decretato il successo del gruppo qualche anno fa, e ora crescendo meriterebbero qualche verso più ispirato di “I love you I love you I love you”. È facile pensare che lo troveranno altrove, in qualche altro artista un po’ meno di plastica. Scappate, scappate, ragazzine, è la fine.

(continua…)