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128. Di tanto in tanto un grido copriva le distanze

Ed eccoci alla Finalissima della Gara delle canzoni di Franco Battiato, che ci ha tenuto compagnia per tutta l’estate, anzi dai giorni di maggio, e che finisce così all’improvviso com’è cominciata: del resto sono già tornate le piogge, presto riapriranno le scuole, cadranno foglie lungo i viali, e ancora un altro inverno che probabilmente non porterà la neve, ma in ogni caso a quel punto la Gara sarà solo un ricordo lontano, chi aveva vinto poi? Una di queste due:

1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

Si vota qui – il tabellone

È il quarto derby della Voce del padrone, il disco che ha portato ai quarti cinque canzoni su sette (le due che non ce l’hanno fatta erano state eliminate da altri brani della Voce). Un disco che comincia con Summer on a Solitary Beach, la cui canzone più conosciuta è Centro di gravità permanente. Non era sinceramente la finale che mi aspettavo: pensavo che Cuccurucucù avesse una marcia in più. Ma è una finale abbastanza logica. Centro è sempre stato il brano favorito, e lo è diventato sempre di più quando si è capita la netta preferenza della giuria popolare per gli anni Ottanta, e in particolare per la Voce. Può darsi che insomma si ripeta quanto successo con il torneo delle canzoni dei Beatles, ovvero che il risultato sul campo confermi il pronostico del ranking, che in quel caso indicava A Day in the Life. Anche se il ranking dei Beatles era molto più ‘tecnico’, il risultato di una media delle classifiche delle testate musicali. E come nel caso dei Beatles, a guardarla da vicino questa Canzone Numero Uno non sembra così migliore di tutte le altre: vince ma non stravince. Ha solo quel qualcosa in più che fin qua l’ha fatta preferire a ogni altro pezzo che le si è parato davanti. Può darsi che quel Qualcosa In Più, in entrambi i casi, sia una certa ecletticità. A Day in the Life è di John, ma c’è anche un po’ di Paul. È una ballata, ma è anche molto sperimentale. È in Sgt. Pepper, ma c’entra poco col concept del disco. È ironica e stralunata, ma anche straziante: un funerale sotto acidi. Centro di gravità permanente non somiglia in nessun modo ad A Day in the Life, ma per una singolare coincidenza manifesta un analogo eclettismo. Anch’essa sembra due canzoni in una; una strofa criptica, un ritornello di esibita cantabilità. C’è Gurdjieff e c’è il twist. La puoi ballare da bambino e ne puoi riscoprire i sottotesti da adolescente. E puoi trovare ridicoli i sottotesti da adulto e rimetterti a ballarla come da bambino (ma in senso ironico). 

Alla doppia e tripla chiave di lettura di Centro di gravità, si contrappone l’immediatezza di Summer on a Solitary Beach. Qui non ci sono ironie che tengono: c’è solo l’epifania di una spiaggia solitaria che Battiato evoca con sofisticata precisione. Se Centro è due canzoni in una, Summer è un mantra di due soli accordi ripetuti per cinque minuti: una fissità lievemente increspata da qualche variazione ritmica. Mi domando se non sia stata favorita, nella sua lunga ascesa al podio, dalla scelta di giocare alla Gara nei mesi estivi, quando il desiderio o la nostalgia di una spiaggia è più cocente: e d’altro canto avremmo potuto disputarla in qualsiasi altra stagione? Battiato è stato davvero il Cantante dell’Estate, Summer ne è la prova più vivida. È il risultato di un lungo studio di marine che Battiato aveva cominciato ad abbozzare ai tempi di Sulle corde di Aries, se non già coi suoi tentativi cantautoriali degli anni ’60. Lo sguardo verso il mare, la tensione verso un orizzonte metafisico, si proietta già verso i temi dei decenni successivi. Sceglierete Centro di gravità se amate il Battiato ironico e soprattutto autoironico; voterete per Summer se lo preferite quando naufraga in cerca dell’assoluto. 

Si vota qui – il tabellone

Potete votare fino alla mezzanotte tra il 5 e il 6 settembre, dopodiché… la Gara sarà finita, tutto qui, non si vince niente, non so nemmeno se scriverò ancora un pezzo per segnalare il vincitore. Su Battiato, vi prevengo, ne scriverò altri nei prossimi mesi, per riorganizzare il materiale che ho scritto qui un po’ per volta alla carlona in qualcosa di più sistematico. Lo so che sembra che io stia parlando di FB da una vita (e immagino che alcuni non ne possano più), eppure certe cose mi sembra di cominciare a capirle soltanto adesso. Vi ringrazio di avermi tenuto compagnia su facebook e su questo blog moribondo, mentre fuori proseguiva la guerra, finiva la scuola, prendevo il covid, guarivo, assistevo alla crisi di un governo e al suicidio programmato delle forze di centrosinistra, andavo al mare, tornavo, mi rimettevo a lavorare: ma almeno avevo qualcosa da scrivere tutti i giorni che non c’entrava quasi nulla con la guerra, col governo, coi fascisti, col covid, col mare – anzi no, col mare un po’ c’entrava. Mi ha fatto bene, sul serio, e spero che ne abbia fatto un po’ anche a voi. A presto. 

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127. Coppie di anziani che ballano

Finale 3°-4° posto

1979: L’era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

È andata così. Il più grande mistero della Gara resterà, per quanto mi riguarda, dove sono finiti almeno metà dei cento elettori che dovevano assolutamente mandare il Cinghiale in semifinale (eliminando così una favorita come Cuccurucucù), ma una volta che il Cinghiale è passato gli hanno fatto mancare il loro sostegno – non hanno votato per Centro di gravità: non hanno proprio votato. Forse erano più voti anti-Cuccurucucù che pro Cinghiale, ma insomma la corsa sorprendente dell’ultimo pezzo anni ’70 finisce qui, alla finalina di consolazione. Forse sorprende di più il cedimento di Voglio vederti danzare, superata da Summer per una manciata di voti. Stabilire quale delle due canzoni meriti il podio è una questione ancora più fatua del solito, ma ormai siamo qui.   

Cos’hanno in comune i due brani? Un riff strumentale virtuosistico e trascinante – in effetti, se il Cinghiale è un po’ un unicum della produzione di Battiato, con quel violino così in evidenza, Voglio vederti è il brano post-Cinghiale che più ce lo ricorda. I quattro album che cominciano col violino del Cinghiale e terminano col valzer di Voglio vederti rappresentano la fase più intensa della collaborazione con Giusto Pio (il cui contributo comincerà a ridimensionarsi a partire dal 1983), da cui il felice paradosso per cui i suoi dischi più pop, Battiato li ha scritti mentre collaborava con un violinista classico. 

Che cos’hanno di diverso? Potremmo dire che in Voglio vederti Battiato si ritrova alle prese con lo stesso problema dell’Era del cinghiale – un brano di quattro minuti che ha il suo punto di forza nel riff strumentale – ma grazie all’esperienza acquisita non commette lo stesso errore del Cinghiale, un rondò la cui prevedibilità degli elementi, dopo i primi ascolti, rischia di annoiare. In Voglio vederti FB la fa tutte per non annoiare l’ascoltatore: cambia la tonalità (sempre più in alto!), modifica la melodia della strofa, perfino il riff viene modificato, arabescato, man mano che la canzone va avanti: fino all’imprevedibile valzer finale. Ma ripeto, forse il fascino del Cinghiale sta nella sua meccanica prevedibilità. Voterete per il Cinghiale se mezzo secolo dopo ne siete ancora succubi; preferirete Voglio vederti danzare se il vostro Battiato preferito è quello che danza intorno al mondo. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte tra il 4 e il 5 settembre.   

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126. E nel pomeriggio, mentre il sole ci nutriva

1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Benvenuti alla seconda semifinale della Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui), un po’ più prevedibile della prima: entrambi i brani hanno vinto con un buon margine ai quarti, e in generale non si sono mai scontrati con brani di ranking superiore. Summer ha sconfitto As Tears Go By, Le sacre sinfonie del tempo, Shock in My Town, Tozeur, Gli uccelli; invece Voglio vederti danzare, che dopo la caduta della Cura era il brano col ranking più alto di tutto il lato destro del tabellone, si è trovata davanti Meccanica, Ermeneutica, Frammenti, Up Patriots Bandiera bianca, insomma questa semifinale se la sono largamente meritata entrambi. Chi vincerà? Non saprei proprio: certo, Voglio vederti gode di una popolarità largamente superiore anche presso un pubblico extra-battiatesco: ma non è certo il pubblico che continua a votare per la Gara, e che viceversa potrebbe, con deliberato snobismo, concentrare il voto sul brano un po’ meno noto (che poi è comunque famosissimo, ma ha un titolo che non si lascia memorizzare: l’avesse chiamata Mare mare, sarebbe in tutte le playlist estive, e a Carboni non sarebbe rimasto che comporre I’ve Even Bought a Motocycle).  

Cos’hanno in comune i due brani? C’è un’ora di musica in tutto, che Battiato ha composto in una ventina di mesi tra 1980 e 1982, e che da sola sarebbe sufficiente a farcelo considerare uno dei più grandi autori della canzone italiana. Quest’ora comprende i due dischi usciti tra 1981 e 1982 – 14 brani in tutto: il primo è Summer on a Solitary Beach, l’ultimo Voglio vederti danzare: gli estremi della sezione aurea (e cominciano e finiscono con un sentore di valzer). Nel primo sta prendendo il sole al mare, nell’ultimo sta ballando: più pop di così non poteva essere, non sarà mai più (eppure, che differenza con tutti i sottoprodotti di generatori di canzonette estive successive, ma anche precedenti). C’è anche tutto il suo gusto per l’esotismo, che in Summer gli suggerisce una strofa in anglo-francese, e in Voglio vederti si scatena con radio Tirana e le cavigliere del Katakali. Con la musica si possono fare tante cose: in questi due brani FB ci vuole soprattutto mandare in un altro spaziotempo: un’estate infinita e remota (come sono tutte le estati già al primo settembre), o una balera romagnola, ma anche irlandese e tzigana o derviscia.  

Che cos’hanno di diverso? Se si considera che le hanno scritte gli stessi autori nel giro di pochi mesi, c’è da strabiliare per quanto siano diverse (e comunque straordinariamente efficaci). Summer è un brano di due accordi, i due accordi più simili e facili da mettere assieme, I e vi: l’unico espediente per contrastare la monotonia è la sospensione ritmica nel (primo) ritornello. La progressione di Voglio vederti danzare è un’allegra sarabanda di accordi, ripetuti in quattro tonalità diverse, e c’è in giro ancora gente che dice che Battiato non avesse una gran voce. Voterete Summer se nella vostra testa Battiato è quello che prende il sole in occhiali scuri su una sedia a dondolo; preferirete Voglio vederti danzare se lo vorreste veder danzare un’ultima volta con i dervisci tourneur o con le z******* del deserto. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte tra il 2 e il 3 settembre.   

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125. Non sopporto i cori russi

1979: L’era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

1982: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

Ed eccoci alla prima semifinale della Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui), con quella che forse è la sorpresa più grossa del torneo: in breve è successa questa cosa, che a mezzanotte di ieri L’era del cinghiale bianco aveva un voto in più di Cuccurucucù, e le regole sono le regole: quella che secondo me era la favorita (oltre che la mia preferita, dopo il tracollo di Stranizza d’amuri) rimane ai quarti, e il Cinghiale diventa la prima canzone del torneo a mandare a casa un brano della Voce del padrone. Ricordiamo che è solo un gioco – buffo, è da tanto che non lo scrivevo, coi Beatles dovevo farlo molto più spesso, il fatto è che fin qui non ci sono stati molti risultati imprevedibili. Da qui in poi invece mi aspetto di tutto, insomma un pezzo che ha battuto L’oceano di silenzioE ti vengo a cercare e Cuccuruccucù evidentemente ha abbastanza sostenitori da portare a casa il torneo. D’altra parte, Centro di gravità è la testa di serie numero uno – cioè il brano più ascoltato su Spotify, sì, ma ricordiamo che il secondo brano più ascoltato su Spotify (La cura) ci ha lasciato serenamente agli ottavi. Insomma io mi giocherei la tripla, un’espressione che i più giovani non capiranno, del resto perché i giovani dovrebbero venir qui? Fatevi il vostro torneo con la miglior canzone di… di Sfera Ebbasta. 

Cos’hanno in comune i due brani? Una certa schizofrenia strutturale, che prevede la giustapposizione di una strofa in minore, riflessiva, e un ritornello squillante e cantabile (anche se nel caso del Cinghiale non è cantato, bensì strumentale). Il fascino particolare sta proprio nella sensibile differenza tra strofa e ritornello, con una dinamica che risente ancora di una certa mentalità prog, ma al servizio di un progetto molto più pop: alla fine è il ritornello di entrambe che salta fuori dalla radio e ti si ficca in testa. Non è del tutto una coincidenza nemmeno che in una strofa di tutte e due le canzoni Battiato ritragga sé stesso mentre passeggia in una città di sera, a Tunisi o a Pechino: in entrambe le canzoni c’è un momento in cui si passeggia e un momento in cui ci si mette a ballare. Bisogna ammettere che in Centro il passaggio è più fluido, mentre nel Cinghiale è ancora meccanico (e forse troppo insistito: è una canzone che poteva durare un minuto in meno). A meno che parte del fascino del Cinghiale non risieda proprio in questa meccanicità inesorabile.   

Che cos’hanno di diverso? Il Cinghiale è (forse) il brano più esoterico, pieno di enigmi non risolti: Centro di gravità è il manifesto del Battiato popolare ed essoterico (con due s), quello che vuole smettere di stupire con enigmi e anzi conciarsi come una popstar per arrivare a più pubblico possibile. Nel Cinghiale Battiato trova una sua formula di new wave, nel Centro proclama che la new wave non gli piace – ma in generale non gli piace nulla di quello che sta facendo: i cori finto russi dei madrigalisti, la finzione rock di Patriots, e in generale tutta la musica che proviene dal blues e dall’Africa: non la sopporta. Vi capita mai di dire a voce alta che odiate il vostro mestiere? Sono momenti, poi passano. Voterete L’era del cinghiale bianco se vi piace il Battiato enigmatico che sta ancora cercando di capire come si vendono le canzoni al grande pubblico; voterete Centro di gravità permanente se lo preferite nel momento in cui ha capito come venderle, e se ne sta già un po’ pentendo. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte tra il primo e il 2 settembre.   

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Perché votiamo a settembre

(Volevo scrivere qualcosa sulle elezioni, ma c’era nell’aria un temporale che non riusciva a risolversi. Ho passato ore a tenere d’occhio il cielo da tutte le finestre di casa per capire da che parte avrei dovuto chiudere nel momento della bomba d’acqua, come un marinaio che saltella da poppa a prua e non trova pace. Il cielo notturno s’illuminava a volte per un istante, come un globo di neon, sfarfallava, prima di spegnersi o esplodere. Non si spegneva mai e non esplodeva mai). 

I motivi per cui si votava in primavera confesso di non averli mai afferrati. Probabilmente c’era un non detto, ragioni molto pratiche e poco nobili, quadrature di conti, cose del genere. Che le istituzioni si stessero, progressivamente, sfaldando, lo abbiamo notato anche dal fatto che si cominciava a votare sempre prima: a marzo, a febbraio. Nulla di incostituzionale, eppure a chi stava al mondo da un po’ risuonava come uno scricchiolio sempre meno ignorabile. E quest’anno si vota a settembre, con un’accelerazione che è tipica dei disastri. Perché votiamo a settembre? I motivi di giugno ce li siamo già più o meno dimenticati – Conte ha pestato i piedi, Draghi era stanco, Aa Meloni aveva i sondaggi buoni. Niente che non fosse già successo, postumi di qualche elezione amministrativa. Sì, ma di solito a questo punto si faceva un governo balneare e buona lì. Invece voteremo a settembre. Appena entrati a scuola, ci fermeremo per votare. Perché stavolta non potevamo fare diversamente? Crisi di governo ne abbiamo avute così tante – i meno giovani ricorderanno che anche ai tempi dello stabilissimo pentapartito, occorreva rimpastare in media ogni venti mesi. Cosa ha di veramente diverso, questa crisi, da tutte le crisi dal 1946 in poi? 

Beh, tutto. Viviamo in tempi esageratamente interessanti. C’è una guerra – ce ne sono state tante, ma questa è una guerra con la Russia e se sembra scongiurata la possibilità di combatterla con le testate nucleare, forse è previsto che diamo il nostro contributo spegnendo il riscaldamento. C’è un’epidemia – ce ne sono state tante, ma facevano meno notizia e probabilmente meno morti: oddio, questa continua a farne tantissimi ma una specie di comitato dell’inconscio collettivo ha deciso che ne siamo fuori (decisivo il sostegno di un po’ tutti gli organi di stampa, che forse a questo punto erano stanchi di intervistare virologi, inoltre gli industriali che li pagano preferiscono avere un po’ più morti e un po’ meno lockdown). Che altro c’è? Beh, date un’occhiata alla finestra, magari il monsone sta passando anche da voi. I raccolti come stanno andando? Nella mia zona hanno raccolto un quarto del granoturco che si aspettavano di raccogliere, questo capisco che non sia interessante quanto i tweet di qualche tizio che si batte per il 5%, in fondo il granoturco si dà alle bestie. Carestia, Guerra, Epidemia danno sempre la sensazione di incontrarsi in un posto per caso, ma a ben vedere viaggiano assieme. Ecco perché voteremo a settembre. Ecco perché Conte non poteva andare avanti, perché Draghi era stanco, perché aa Meloni aveva fretta. Voteremo a settembre perché dopo non abbiamo la minima idea di cosa ci succederà.

Sul serio: non abbiamo la minima idea. Per dire: Putin potrebbe cedere all’improvviso. È sinceramente il mio scenario preferito. Quello che sta stritolando l’Europa è in fondo un braccio di ferro, e i bracci di ferro hanno di buono che finiscono all’improvviso (sì, ma a volte per arrivare a questi finali improvvisi ci vogliono 40 anni, vedi Guerra Fredda). Per ottenere un cambio di regime in Russia, la Nato ha messo in atto una serie di misure che hanno portato alla recessione gran parte d’Europa (compresa, si spera, la Russia). Ora il punto è: cederanno prima i russi, che forse all’austerità sono più abituati e hanno meno margini per esprimere il loro malcontento, o gli europei, in particolare noi europei occidentali, i bambini viziati del mondo, ancora coi postumi delle sbornie coloniali? Nessuno lo sa davvero, anche perché dipende dal clima, e il clima sta cambiando troppo velocemente. Metti che l’estate si protragga fino a ottobre, e le ottobrate a novembre: magari teniamo duro e molla Putin. Metti invece che da qui in poi sia una lunga stagione delle piogge con un settembre già freddino, e un governo che ci propone di tenere il riscaldamento al minimo: ce la facciamo? E chi lo sa. Non ne ho la minima idea, così come non mi sarei mai aspettato che gli italiani rispettassero un lockdown rigido come quello del 2020. Magari ci terremo caldi cantando, va’ a sapere. Oppure andremo a cercare i governanti coi forconi. I prezzi dei generi alimentari aumenteranno? Ovvio che aumenteranno, ma di quanto? Dovremo chiudere le scuole, non per il contagio (quello a quanto pare dobbiamo prendercelo e ringraziare), ma per risparmiare il riscaldamento – ovvero per farlo pagare alle famiglie che dovranno scaldarsi i figli in casa? Magari obbediremo: per cacciare Putin questo e altro. O magari cominceremo a inneggiare a Putin, da quel che vedo in giro non mi sento di escluderlo. 

Non credo che nessuno possa escludere niente. Il virus si evolve, il clima cambia, la guerra sembra a uno stallo (uno stallo che potrebbe risolversi domani o durare come l’Afganistan). Voteremo a settembre perché da ottobre in poi nessuno ha la minima idea, e un’altra cosa interessante che succede quando nessuno ha la minima idea è che nel dubbio alza il prezzo, così che per esempio quello del gas è aumentato molto prima che ce ne fosse davvero penuria. Qualcuno ci sta ovviamente speculando sopra, ma dando una scorsa ai titoli dei giornali non è che la cosa interessi molto: l’idea di includere la lotta alla speculazione tra gli argomenti della campagna elettorale non è venuta a nessun personaggio di rilievo. Eppure sembra ai miei occhi di profano un argomento perfetto: la gente teme i rincari di bolletta, teme l’inverno gelido, e alla borsa di Amsterdam qualcuno sta speculando sulle loro paure. C’è un problema popolare, c’è un colpevole meschino… no, niente da fare, alla fine a proporre il price cap dev’essere lo stesso Draghi che del capitalismo non è nemmeno il volto umano, diciamo il volto non ancora completamente deformato dagli spiriti animali. Draghi alla fine resterà disponibile, se abbiamo capito la sceneggiata del meeting di Rimini. Il centrodestra vuole vincere la gara elettorale, è programmato per farlo (tanto quanto il Pd di Letta è programmato per perderla). Il fatto che l’Italia sia nella situazione più complessa e indecifrabile dal 1943 non è che gli sfugge, ma per gente come la Meloni o Salvini è un dettaglio: devono vincere, tutti glielo chiedono da anni, è il traguardo della carriera, della vita, poi magari a governare chiameranno qualcuno del mestiere. Lo stesso Berlusconi alla fine vorrebbe solo un riscatto, che tutti se lo ricordassero come il nonno della patria al Quirinale e non come il satiro di palazzo Grazioli. Mi viene in mente quel periodo in cui i ragazzini si erano convinti che il mondo sarebbe finito nel 2012 (gli adulti li avevano convinti, per vendergli libri e film). Ce ne fu uno che mentre cercavo di spiegare che era tutta una sciocchezza, mi chiese: ma io entro il 2012 faccio in tempo a prendere il patentino? L’importante era riuscire a mettersi tra le gambe in tempo un motorino, dopodiché il mondo poteva benissimo perire. Salvini, Aa Meloni, Berlusconi mi ricordano un poco quel ragazzo. 

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124. Al suono di cavigliere del Katakali

1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui) – più precisamente al quarto quarto. Anche qui, come nel primo quarto, non sussistono più anomalie: è andato tutto proprio come previsto dal ranking, il che ci può lievemente sorprendere se ricordiamo quanto trascurabile fosse la metrica su cui suddetto ranking si basava: il numero di ascolti su Spotify. In effetti, non è così strano che Voglio vederti danzare sia il terzo brano più ascoltato, e che Bandiera bianca sia il sesto – a sorprendermi se mai è la sopravvivenza di quest’ultimo, senz’altro uno dei brani di Battiato che ha sempre goduto di maggior attenzione (specie radiofonica), ma da un punto di vista estetico, mi sento di dire, decisamente non tra le sue otto canzoni più belle. Anzi da alcune testimonianze traiamo il sospetto che Battiato l’avesse concepita come un pezzo di musica deliberatamente brutto, specchio dello spirito dei tempi che in quel periodo in particolare lo disgustava (non che in seguito gli sia mai apparso uno spirito dei tempi più  simpatico) (si è semplicemente addolcito lui, con l’età e soprattutto col successo); (uh com’è difficile restare giovani e severi quando i palazzetti si riempiono e le mamme ti abbracciano). Ricordiamo che nessuna canzone della Voce del padrone, fin qui, è mai stata battuta da una canzone che non fosse della Voce del padrone: l’exploit potrebbe riuscire stavolta a Voglio vederti danzare, che sopravanza Bandiera bianca nel ranking, nella popolarità, e poi in generale è proprio una canzone meglio, dai.     

Cos’hanno in comune i due brani? Entrambi furono le bandiere dei rispettivi album: in particolare Bandiera bianca fu l’unico singolo estratto dalla Voce, anche se fu in seguito superato in popolarità almeno da Centro di gravità e Cuccurucucù (le quali a quanto pare non uscirono su 45giri: ecco perché il 33 vendette come il pane). Neanche Voglio vederti danzare uscì come singolo, ma era di gran lunga il brano più radiofonico di quel lavoro non altrettanto vendibile che si chiamava L’arca di Noè. Entrambe si prendono, strana coincidenza, una licenza ritmica nel ritornello, dove il 4/4 va a farsi benedire proprio nel momento in cui il galateo radiofonico ci terrebbe di più. 

Che cos’hanno di diverso? C’è una certa complementarità, in effetti: Bandiera bianca è il brano più disarmonico dell’album più commerciale (ma servì proprio a cementare il carisma, il sintomatico mistero del personaggio); Voglio vederti danzare è il brano più compromissorio di un disco molto meno compromissorio. Diciamo che all’inizio del 1981 Battiato doveva ancora assumere un atteggiamento di altera alienità che alla fine del 1982 rischiava di danneggiarlo: Voglio vederti danzare significa anche Voglio rassicurare la Emi che anche questo disco lo vendiamo. La prima è un’indignata osservazione della miseria morale contemporanea, la seconda una rapita contemplazione della bellezza che l’umanità è in grado di sprigionare, quando danza (purché siano danze tradizionali e radicate nei rispettivi territori) (va bene qualsiasi territorio, dall’Irlanda alla Romagna all’Albania, purché non siano i ritmi angloamericani ormai egemoni anche nell’hit parade italiana). Voterete Bandiera se vi piace il Battiato/Savonarola che punta il dito sulle nequizie occidentali; voterete Voglio vederti danzare se lo preferite rapito dall’incanto per la danza e per le culture pre-industriali. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 31 agosto.   

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123. Con le regole assegnate a questa parte di universo

1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato (si vota qui) – a che punto siamo? Siamo ai quarti, in particolare nell’angolo in alto a destra del tabellone, quello che ha visto l’unico vero terremoto dei pronostici: la favorita del settore (La cura, secondo posto nel ranking) ha ceduto nei sedicesimi contro Segnali di vita, la quale poi negli ottavi ha ceduto il passo agli Uccelli, ed ecco spiegata la presenza tra le prime otto del brano col ranking più basso (Gli uccelli è appena quindicesima). Ha già partecipato a un derby della Voce del padrone, e oggi si ritrova invischiato nel secondo. Noto en passant che nessuna canzone della Voce, fin qui, è stata sconfitta da una canzone di un altro album.     

Cos’hanno in comune i due brani? Beh, sono stati scritti nello stesso periodo da due compositori al top della forma. Sono due brani che in qualsiasi momento uno li ritrovi, riescono immediatamente a creare un incanto particolare – questo è il motivo forse per cui cerchiamo di non ritrovarli troppo spesso, almeno io ho passato anni interi senza ascoltarli e da questo forse dipende anche quel senso di sorpresa che provo quando le ritrovo. Sono proprio ben fatte, con soluzioni di arrangiamento che sfidano il tempo: alcune davvero sofisticate (la complessità ritmica di Summer), altre di commovente semplicità artigianale (il rumore delle ali che si aprono negli Uccelli, ottenuto dispiegando un foglio di giornale). Non sono tra i brani più conosciuti dell’album, ma ne dimostrano la qualità media altissima.

Che cos’hanno di diverso? Da un punto di vista armonico, sono due canzoni agli antipodi: Summer è la dimostrazione di come si possa fare una canzone molto bella con due soli accordi; Gli uccelli contiene forse il maggior numero di accordi che Battiato abbia mai deciso di inserire in una canzone, con cambi di chiave mai banali che diventano, è stato già notato, il correlativo oggettivo dei voli imprevedibili degli uccelli. In effetti cosa c’è di più statico di un pomeriggio al sole, cosa c’è di più dinamico del volo dei pennuti; potrebbero essere due canzoni dedicate ai due elementi, Aria e Acqua (nel qual caso Sentimiento nuevo potrebbe essere il Fuoco e Centro di gravità la Terra).Voterete Summer se naufragar vi è dolce in un mare di memorie estive; voterete Gli uccelli se invidiate loro le ascese velocissime, codici di geometria esistenziali. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade il mezzogiorno del 31 agosto.   

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122. Per carnevale suonavo sopra i carri in maschera

1979: L’era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi con il secondo quarto, che vede un’indiscussa favorita battersi contro il più eccentrico dei brani superstiti. L’era del cinghiale bianco in effetti è il titolo più antico ancora in circolazione (gli altri stanno tutti in un sottile intervallo tra 1981 e 1983); addirittura non può essere considerato da un punto di vista cronologico “anni ’80”, anche se è la canzone con cui Battiato entra, piuttosto bruscamente, in un decennio nuovo e nella fase più popolare della sua carriera. L’era piacque subito, anche se all’inizio il bacino di ascolto era molto ristretto (fu Lucio Dalla a informare Battiato che i ragazzi lo cantavano in coro il ritornello in piazza Maggiore): è curioso perché apparentemente non contiene le caratteristiche del brano pop, che per fortuna in quegli anni erano ancora in fase di codifica; in compenso metteva in evidenza un virtuosismo violinistico negli anni in cui la gente li ascoltava volentieri.    

Cos’hanno in comune i due brani? Una certa sveltezza, che nell’Era si comunica attraverso il fraseggio violinistico di Pio: una delle doti che Battiato portava alla new wave era la disponibilità di questo ex orchestrale ad aprire cascate di note dovunque FB ne sentisse la necessità. Quanto a Cuccurucucù, il pop italiano non aveva mai pulsato così velocemente. Il dialogo sulle corde basse tra Radius e Donnarumma ci sommuove il sistema nervoso e ci predispone alla commozione che FB solletica pescando madeleines da una vecchia collezione di 45 giri. Sono anche due brani nostalgici, a modo loro.

Che cos’hanno di diverso? La nostalgia del Cinghiale è privata (nelle strofe) e politica (nel ritornello): Battiato ricorda certe vacanze d’antan in Nordafrica e auspica il ripristino di un’Era della Saggezza; tra questi due momenti non sembra esserci un vero collegamento, potrebbero essere due canzoni diverse separate dal segmento violinistico. Cuccurucucù è l’opera di un compositore pop assai più maturo e consapevole del mezzo: non c’è quasi un verso che non rientri nel concetto di fondo, e il concetto di fondo è che noi siamo la musica che suoniamo e ascoltiamo. Persino quel melodrammatico “da quando sei andata via non esisto più”, se lo immagini riferito alla Musica, non suona più così esagerato. Voterete il Cinghiale se vi piace il Battiato più enigmatico, quello che non risolve i suoi indovinelli e lascia il campo aperto a un universo di suggestioni; voterete Cuccurucucù se da quando Battiato non c’è più avete sensazione di esistere un po’ di meno. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 30 agosto.   

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121. Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore

1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

1983: La stagione dell’amore (#8)

Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – cominciamo oggi coi quarti di finale, e in particolare dal quarto più regolare. Tutti gli incidenti di percorso sono stati assorbiti e le due canzoni che si affrontano nell’angolo in alto a sinistra del tabellone sono esattamente quelle previste dal ranking: la #1 contro la #8. Ricordo che il ranking è interamente basato su una metrica non così rilevante, ovvero il numero di ascolti su Spotify – in fondo chi è che ascolta Battiato su Spotify? Eppure, almeno per un quarto, la metrica ci ha azzeccato, mettendo contro due brani separati da poco più di due anni: né si tratta di una grande coincidenza, visto che gli otto qualificati risulteranno tutti pubblicati tra il 1979 e il dicembre 1983: La stagione dell’amore è appunto il più recente. È anche l’unico del mazzo a non essere accreditato anche a Giusto Pio, probabilmente perché nella maggior parte dei casi il contributo di Pio era riferito all’arrangiamento e all’orchestrazione (il fatto che Battiato lo ritenesse un contributo così rilevante da accreditarlo co-autore è l’ennesima prova della sua generosità). La versione ’83 della Stagione è uno dei casi in cui Battiato ritiene di non avere più bisogno di orchestrazioni, né di arrangiamenti che non siano quelli da lui composti sugli strumenti digitali che sta adoperando. È una decisione di cui, come abbiamo visto, si pentirà presto. 

Cos’hanno in comune i due brani? Più di quanto si possa intuire al primo ascolto. Una componente parodica, quasi ludica, che in Centro si sfoga nel ritornello (il più classico dei giri di Do, negli anni in cui a Sanremo era quasi obbligatorio) e nella Stagione dell’amore si esprime nel fraseggio della tastiera elettronica (i due famigerati accordi in levare, una trovata più Righeira che Battiato). E a un certo punto in entrambi i brani succede qualcosa di simile: una scala ascendente di accordi dal sapore vagamente ‘disco’ che in Centro fa da rampa tra il ritornello e la strofa (“Over and over again…”: Re/Mib/Sol) mentre nella Stagione costituiscono l’inciso (“Ancora un altro entusiasmo…”: Sib/Do/Re).

Che cos’hanno di diverso? Centro è una canzone sul mascheramento, sulla necessità di sembrare diversi da quello che si è (più accomodanti, più popolari); La stagione è il primo brano in cui FB si pone il problema dell’invecchiamento, anche solo per negarlo e per prometterci nuove estati di passione. Voterete Centro se vi siete affezionati al Battiato essoterico (con due s), quello che scende nell’arena del pop per farci parte del suo universo di insegnamenti preziosi che forse non meritiamo; voterete La stagione se lo considerate più un compagno di viaggio, uno che ci esortava a non guardare indietro, a vivere ogni istante come il più importante ecc.. In ogni caso dovete votare a partire da oggi; il sondaggio scade la mezzanotte del 29 agosto.   

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120. E avete voglia di mettervi profumi e deodoranti

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col secondo derby della Voce del padrone: la canzone più arrabbiata contro la canzone più eccitata].

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1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

Mister Tamburino non ho voglia di scherzare: rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare. La prima volta che ho sentito Mr Tambourine Man, io sapevo già che era una canzone importante perché l’aveva citata Battiato in Bandiera bianca. Ovvero non bisogna sottolineare che qualsiasi opera citazionistica degli adulti, i giovani negli anni dell’apprendistato la tratteranno comunque come un’enciclopedia. Pure Achille Lauro, pure i Maneskin, per voi sono rifritture di cose già sentite: per loro sono la porta di accesso alle stesse cose.

Bandiera bianca rientra in un insieme buffissimo di canzoni italiane ispirate da Dylan, ma che assolutamente non sono cover di Dylan, anzi ci assomigliano proprio poco. Questo insieme comprende [Se sei bello ti tirano le] Pietre di Ricky Gianco (ispirata a Rainy Day Women), Tropicana del Gruppo italiano (ispirata a Black Diamond Bay), forse Un’overdose d’amore di Zucchero (Shot of Love), ci metterei anche Buonanotte fiorellino di De Gregori la cui somiglianza con Winterlude è appunto più concettuale che melodica.  In quasi tutti questi casi, Dylan non è scopiazzato e nemmeno citato; è poco più di una reminiscenza (ancora più eccentrico il caso di Vedendo la foto di Bob Dylan di Pippo Franco). In Bandiera bianca Battiato sembra ricorrere a Dylan in un senso antifrastico, o almeno così l’ho sempre voluto intendere: è finita l’era dell’impegno politico, i tempi sono cambiati, siamo nel riflusso, sul ponte sventola bandiera bianca. C’è poi da aggiungere che il montaggio citazionista che Battiato sfoggia tra Patriots e La voce del padrone non è una pratica sconosciuta allo stesso Dylan, che vi ricorreva già ai tempi di Highway 61 e Blonde On Blonde: nel momento in cui si rimise a scrivere canzoni Battiato potrebbe essersi ispirato a certi frullati di parole di Dylan. E da Dylan Battiato potrebbe anche aver preso la disponibilità a cambiar pelle all’improvviso: da acustico a elettrico a country nel giro di sei anni, un esempio illustre di come ci si può reinventare continuamente e rimanere in qualche modo fedeli a sé stessi. Di Dylan ripescherà altri due titoli di successo in quella gita alla collezione di dischi in soffitta che è la coda di Cuccurucucù: Just Like a Woman e Like a Rolling Stone. E poi basta, non ne parlerà più, non lo citerà più. Tornerà sugli Stones e sui Doors nella sua versione di La musica muore; tornerà ai Beatles in Stati di gioia. Su Dylan non tornerà più.  

1981: Sentimiento nuevo (Battiato/Pio, #11)

Dopo averne letti un po’ e dopo averci riflettuto bene, mi pare che i testi più utili per capire un po’ di Battiato siano quelli di Fabio Zuffanti, a cui le mie glosse devono parecchio. Tra i battiatisti Zuffanti non solo è il più esperto da un punto di vista musicale, ma è anche quello che più si danna nella ricerca di significati per certi astrusi grumi di parole che lo stesso Battiato avrebbe avuto difficoltà a giustificare. E di solito è una ricerca fruttuosa – segnalo uno dei rari casi in cui mi trovo in disaccordo, ovvero secondo Zuffanti “il senso del possesso che fu prealessandrino” è un riferimento al “verso alessandrino”, il doppio settenario che s’impose in Francia nel Cinquecento e divenne il verso standard del teatro francese nel secolo successivo. Ora, potrebbe anche avere ragione, ma per me è più semplice considerare “pre-alessandrino” nel senso di “pre-ellenista”, ovvero precedente a quella precoce globalizzazione degli usi e dei costumi imposta da Alessandro e dai suoi successori. Considerando che tutte le pratiche erotiche menzionate nella canzone sono fiorite in terre conquistate da Alessandro (anche se lo “shivaismo tantrico”, ammesso che esista, è nato ben dopo), Battiato a mio parere sta parlando di sensibilità sessuali classiche o arcaiche, e non di metriche rinascimentali. Sempre ricordando che la sua priorità era scrivere un testo abbastanza alla svelta per una canzone scritta all’ultimo momento. Che poi questo testo sia diventato uno dei suoi più famosi è cosa che, abbiamo visto, stupiva lui per primo.  

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119. Abbocchi sempre all’amo

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi la canzone che ha vinto il sedicesimo con più margine contro quella che l’ha spuntata per tre voti. E nessuna delle due (ormai è sorprendente) sta nella Voce del padrone].

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1980: Up Patriots to Arms (Battiato/Pio, #19)

Giusto per una manciata di voti, Up Patriots ha sconfitto Il re del mondo e devo prenderne atto proprio oggi, mentre tra le notizie c’è questa cosa di un partito postfascista che distribuisce nelle spiagge “la settimana enigmistica dei patrioti”. Da cui potrebbe derivare l’ennesimo slancio di mani avanti: è vero, Battiato indulgeva nell’uso di termini che già ai tempi indicavano una certa destrorsità, come appunto “patria”, però lo faceva in modo assolutamente ironico o comunque non ideologico (e magari persino inconsapevole); è vero, attingeva da un serbatoio culturale che ai tempi veniva etichettato “nuova destra”, ma poi ci sono state destre talmente più nuove (o più vecchie) che oggi quella “nuova destra” è praticamente centrosinistra avanzato, insomma è più facile immaginare un Letta con un Adelphi in mano, di un Salvini. È vero, almeno una volta si è trovato a suonare a una festa di Alleanza Nazionale, ma non se ne stava rendendo conto e… ma perché sento l’esigenza di scrivere queste cose? Mi accorgo che sto reagendo da militante: Battiato è morto e io sto vegliando sul cadavere, cerco di spaventare gli avvoltoi, ma “io” chi sono? Non sarò per caso pure io uno sciacallo, uno che è geloso e lo vuole tutto per sé? Perché insisto tanto sulla componente postmoderna e fingo di non vedere che in Battiato c’è sempre stato tanto altro che non poteva piacermi? 

In parte lo faccio per rispetto del defunto, che in vita rifiutò qualsiasi etichettatura che sapesse di destra, anche perché in quegli anni poteva portargli soltanto dei danni: non è escluso per esempio che la famosa recensione di Manfredi sulla Stampa non gliene abbia portati (l’Arca vendette bene ma la metà del disco precedente). Rileggendo ci si accorge che a quei tempi “nuova destra” significava Calasso e Cacciari, insomma designava (dispregiativamente) una zona molto meno angusta di quella pattugliata oggi dai Marcello Veneziani di turno o dai ragazzini intelletto-dissidenti (non è che quella cricca particolare non esistesse già, ma nessuno vi avrebbe fatto affidamento, specie se di mestiere voleva vendere due o tremila dischi).

Però in quella zona culturale ci stava benissimo, meglio di qualsiasi altro cantautore e non soltanto perché citava René Guénon o Nietzsche. Battiato ci stava perché era un critico della modernità (come siamo tutti); un mitologo della propria infanzia (come siamo siamo tutti); e vedeva la Storia come una Caduta da uno stato di innocenza primigenio, e quando credi in questa cosa non puoi che avere in uggia ogni forma di progresso sociale. Se sei di buon umore la irridi, se sei di cattivo umore ti scappa l’invettiva accigliata, e a Battiato scappavano e non erano incidenti. Dietro gli stratagemmi avanguardistici covava un reazionario, e adesso cosa pretendo di fare? Separare l’avanguardia dalla reazione? Raccontarmi che ho smesso di ascoltare Battiato perché invecchiando questo suo aspetto diventava preponderante? Ma non è vero, e Battiato ho smesso di ascoltarlo per altri motivi. Il vero problema non ce l’ho col Battiato reazionario, ma col Battiato kitsch.

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)
Poiché Nevski ha trovato sul suo cammino Cuccurucucù e Radio Varsavia si è ritrovata La stagione dell’amore, questa sfida è anche l’estremo spareggio tra Patriots e L’arca di Noè, i due dischi liminari al capolavoro: bisogna decidere quale dei due porterà almeno un pezzo agli ottavi. 
Per quanto riguarda Voglio vederti, abbiamo avuto modo di notare nel brano il ritorno di quella cadenza che a partire dalla Voce (e almeno fino a Mondi lontanissimi) è una vera e propria segnatura di FB: Tonica, dominante, sopratonica (I-V-ii). Il motivo per cui FB è riuscito a infilarla in tante canzoni senza dare mai la sensazione di ripetersi sta nel fatto che non l’ha mai usata ossessivamente, ma sempre come punto di partenza per costruire qualcosa di diverso. Qui ad esempio completa il primo giro con la sopradominante, (vi) (“…nel deserto”): la stessa soluzione tornerà nell’Animale, ma con un esito diverso perché nel secondo giro (“Con candelabri in testa”) Battiato decide di disfarsi di tutti gli accordi in minore, e optare per il più semplice e solare I-IV-V (Twist and shout!) che produce un senso di ascensione trionfale: “o come le balinesi nei giorni di festa”. A questo punto siamo pronti per celebrare un ritornello che ci aspettiamo il più festoso possibile, e FB non ci delude, anzi ci apparecchia la progressione che in quegli anni stava diventando la più popolare in assoluto e forse lo è rimasta: il responsabile, almeno per l’Italia, potrebbe essere stato Bob Marley con No Woman No Cry. Si tratta insomma della I-V-vi-IV (la stessa anche di Nomadi, e che abbiamo sentito così mirabilmente variata negli Uccelli), che funziona bene da qualsiasi parte uno la cominci, ma in Voglio vederti danzare comincia forse dall’accordo meno intuitivo, il quarto (“E gira…”) così da mimare il capogiro di chi sta realmente girando in tutta la stanza, ma soprattutto creare come la necessità che il giro si ripeta su sé stesso fino a un completamento che ci sfugge sempre. Del resto dopo due giri Battiato ingrana la marcia e salta di tonalità: espediente che nel brano ripete ben tre volte. Il risultato è un brano inimitabile, che per quanto prenda qualcosa da tanti altri, non somiglia davvero a nessuno. 

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118. Via, via, via da queste sponde

[Buongiorno dalla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col derby dell’estate].

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1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7).

Battiato, un cantante per l’estate (ve lo sareste immaginato, un torneo come la Gara, in un’altra stagione?) Se non gli è successo, come alla collega Giuni Russo, di rimanere bloccato in una definizione del genere, è forse semplicemente perché dagli artisti di sesso maschile ci si aspettava una maggiore duttilità. E in effetti a guardar bene il catalogo, le stagioni le ha cantate tutte (anche se per l’inverno si è affidato a De André). Non c’è dubbio che però, delle quattro, l’estate sia stata il suo destino. La prima competizione in cui trovò successo: il Disco per l’Estate. L’argomento di tante sue canzonette del periodo (non necessariamente scritte da lui): ti devo lasciare per l’estate / ti devo lasciare perché è finita l’estate. La sua prima canzone autobiografica, Sequenze e frequenze; e dopo la fase sperimentale, il suo primo successo da autore: Il vento caldo dell’estate. (E il secondo: Un’estate al mare). (Il terzo non so se si possa definire successo: Cocco fresco cocco bello di Ombretta Colli). Persino i brani della Voce del padrone cominciarono a circolare intensamente nei mesi estivi del 1982, quando ormai FB aveva un altro album in canna. Quest’aura estiva era giustificata dal brano d’apertura, in cui Battiato riprendeva le atmosfere di Sequenze e frequenze (compresa l’irruzione finale del sax di Aries). È come se il successo, inseguito o conseguito, coincidesse con l’arrendersi all’estate, alle sue statiche epifanie.  

1984: I treni di Tozeur (Battiato/Cosentino/Pio, #10)

Potete ascoltare per decenni Tozeur – perlomeno a me è successo – senza far caso alla bislacchità di quel primo verso: le strade vedono passare i treni. Insomma non c’è anima viva che li guardi quei treni, nemmeno una lucertola, un insetto, nessuno: ma esiste un treno se nessuno lo guarda passare? Ma siccome il treno effettivamente esiste, stabiliamo che lo guardino passare le strade. Tutto questo, a cercare di spiegarlo, prende righe su righe di circonlocuzioni ridicole, mentre per anni il significato subliminale era penetrato con chiarezza: i treni passano e per strada non c’è nessuno. Battiato procede per immagini incongrue come miraggi nel deserto (le astronavi nelle chiese abbandonate, di nuovo, una delle cose più insensate e più suggestive che ha scritto).

Ripeterò un’altra cosa sul duetto: in un paio di occasioni, Battiato comincia un verso “i treni…” e Alice lo completa (“…di Tozeur”). Come se fosse un solo cantante. È un miraggio anche questo, volendo: e funziona quasi soltanto se la voce femminile è quella di Alice. 

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117. Lo spazio cosmico si sta ingrandendo

[Arieccoci con la Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi col primo derby della Voce del padrone].

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1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Che La voce del padrone fosse l’album da battere, era chiaro sin dall’inizio. Quel che sinceramente non m’aspettavo è che portasse tutte e sette le sue canzoni agli ottavi (sì, sette canzoni su sedici sono della Voce del padrone). Compresa quella che Battiato aveva scritto ‘brutta apposta’ (Bandiera bianca). Compresa quella scritta all’ultimo momento per raggiungere la mezz’ora (Sentimiento nuevo). Compresa la canzone del disco meno ascoltata su Spotify (Segnali di vita), che oggi si batte con la seconda canzone meno ascoltata dell’album: Gli uccelli. Si tratta insomma teoricamente dei due pezzi più deboli della Voce del padrone e… sono due capolavori che Battiato ha raramente eguagliato, il vero fulcro di un album che tutti associano al citazionismo postmoderno (molto meno presente che in Patriots) e all’invettiva di Bandiera bianca, ma che contiene quasi per metà canzoni che di ironico non hanno niente e viceversa insistono sulle atmosfere, sulla contemplazione dell’universo e la speculazione sulle regole che lo reggono. Gli uccelli, ne abbiamo già parlato, potrebbe essere la canzone più “Battiato” in assoluto, in quanto sintesi quasi miracolosa di numerosi stilemi: l’orchestrazione liederistica, quel marchio di fabbrica che è la cadenza I-V-ii, le invenzioni lessicali pseudotecniche ma felicissime (“geometrie esistenziali”), la sensibilità per la natura e soprattutto per i cambiamenti di stagione: tutte queste cose Battiato le ripeterà tante volte nel corso della carriera, ma mai tutte assieme e così bene amalgamate.  

1981: Segnali di vita (Battiato/Pio, #31)

Abbiamo visto come dei brani della Voce, Segnali di vita fosse di gran lunga quello col ranking più basso, tanto da farci sospettare un boicottaggio di Spotify. Eppure proprio a Segnali di vita è riuscito l’exploit fin qui più eroico del torneo: sconfiggere La cura, il brano col ranking più alto (#2!) tra quelli non facenti parte della Voce del padrone. Il che non è che ci dica molto su Battiato: in compenso ci conferma che i giurati della Gara ragionano più per album che per canzoni di successo, e ritengono che il brano più in ombra dell’album migliore sia più riuscito del brano più popolare del resto della sua carriera (un commentatore da qualche parte proponeva di rifare il torneo escludendo i brani della Voce: non avrebbe senso ma forse sarebbe più combattuto e interessante).

In Segnali di vita Battiato guarda le stelle (oltre ai cortili), come i cantautori talvolta fanno e un giorno sarebbe interessante mettere insieme un po’ di canzoni dove succede questa cosa – per dire, più o meno nello stesso periodo De Gregori guarda le stelle e vede i missili detonare bombe N. Dalla è molto meno pessimista e anche Battiato, qui e poi in Via Lattea, vede nel cielo stellato le possibilità per una nuova evoluzione. Poi col tempo ho l’impressione che l’universo in espansione sia diventato una prospettiva sempre più deprimente, un argomento sempre a portata di mano ogni volta che si vuole ribadire la nostra insignificanza (mi viene in mente San Lorenzo dei Cani, ma potrebbero esserci altri esempi). 

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116. Un’immagine divina di questa realtà

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi il primo successo pop contro il primo sermone del Maestro].

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1979: L’era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

“Il cinghiale bianco indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza. Penso che sia venuto il momento di non perdere più tempo appresso ai problemi sociali ed economici, facendoli apparire come inesorabilmente oppressivi ed unici responsabili del nostro star male. Perdere tempo intorno alla dialettica servo-padrone ha il solo scopo di allontanare dai problemi ben più seri e fondamentali quali per esempio la comprensione dell’universo e della relazione nostra con esso”. A quanto pare il senso del ritornello è tutto qui (le strofe invece sono cartoline dalla Tunisia). Il ’77 bolognese e il delitto Moro hanno segnato la fine di quell'”influenza cosmica” che secondo Battiato per dieci anni si era fatta sentire su diverse città italiane. Circola un’aria di rigetto per la politica (circola anche tanta eroina a prezzi di lancio), vuoi vedere che al Decennio dell’Impegno Politico non subentri il Decennio della Sapienza, il Decennio della Comprensione dell’Universo? Come avrebbe constatato nel ’92 in Tecnica mista, il decennio in questione si sarebbe rivelato quello “della Discoteca”. E vabbe’. In realtà i segni della discotechizzazione dell’universo giovanile nel 1979 si potevano già cogliere, e anzi lo stesso Battiato nell’Era qualcosa aveva colto: sotto i virtuosismi del violino c’è una cassa dritta, un incedere secco e spietato. Mentre auspicava l’avvento della Conoscenza, Battiato non disdegnava le lusinghe della Disco.  

1988: E ti vengo a cercare (#5)

È abbastanza significativo che dopo la clamorosa debacle della Cura, la canzone più recente in gara rimanga proprio E ti vengo a cercare, il brano che segna la definitiva consacrazione, ma diciamo pure monumentalizzazione di Franco Battiato, ormai maestro venerato dal Vaticano ai circoli postpunkettoni. Già: eppure da qui in poi nessuna canzone ce l’ha fatta fino agli ottavi. il Battiato museificato post Fisiognomica continuerà a produrre musica degnissima d’interesse, sorprendendo più di una volta pubblico e addetti ai lavori, ma senza raggiungere più i vertici qualitativi precedenti alla sua consacrazione. Questo almeno secondo la giuria popolare della Gara, quindi magari non significa niente; o che di quasi ogni artista la fase più interessante è quella ascendente. Quando ancora stai cercando di capire come maneggiare i tuoi strumenti, quando ti scappano mosse sbagliate ma che suggeriscono possibilità impreviste. E ti vengo a cercare è un brano che comunica viceversa una grande serenità e sicurezza dei propri mezzi (il modo in cui gioca sulla progressione IV-V-I, la cadenza della soddisfazione, della compiutezza, senza applicarla pedissequamente ma variandola con sapienza). Alla fine ci dice esattamente questo: io sono arrivato, ora tocca a voi venirmi a cercare. 

(Giusto una noterella sull’omonimo opus di Scanzi: un intero capitolo è dedicato a questo trauma terribile per un giornalista musicale, ovvero il momento in cui Battiato/Beatrice gli toglie il saluto; e il motivo di una simile onta, che Scanzi sta ancora cercando di lavare, è il fatto che aveva osato scrivere qualcosa di non assolutamente positivo su un film del Maestro, pensate! Il tormento, il rovello interiore del critico che si strugge perché un artista si è sentito offeso dalle sue recensioni, il livello del giornalismo italiano contemporaneo).

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115. E quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi i balletti russi contro il twist, la canzone più lenta di Patriots contro la più veloce della Voce del padrone, se non di tutto il repertorio].

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1980: Prospettiva Nevski (Battiato/Pio, #13)

C’è già capitato di notare come Prospettiva abbia goduto di un successo postumo, come del resto tutto Patriots – i brani che per Battiato e la EMI aveva un senso promuovere con videoclip o ospitate tv erano Up Patriots e persino Venezia-Istanbul; quanto a Prospettiva, probabilmente non suonava abbastanza di rottura, abbastanza ‘new wave’, qualsiasi cosa volesse dire in quel momento: lo stesso Battiato non ne era sicuro e aveva inciso il brano solo grazie all’insistenza di Giusto Pio. Prospettiva in effetti è il brano più cantautoriale di Patriots, e non suona poi così diverso dalle cose che nel periodo facevano Venditti o De Gregori. I ritornelli ripetuti conferiscono al brano un sapore di ballata che è unico del repertorio di FB; l’arpeggio scolastico di pianoforte, che in Up Patriots creava uno straniamento, qui invece asseconda l’impianto memorialistico di una canzone che parla di studenti infreddoliti. Ha anche tantissime strofe, per essere una canzone di FB, da cui la necessità di movimentare un po’ le cose aggiungendo volta per volta gli strumenti (tra cui spicca la chitarra di Radius). A Battiato in quel periodo non piaceva sentirsi chiamare cantautore; affermava di essere qualcosa di diverso, un musicista a tutto tondo; Prospettiva era quel tipo di canzone che forse immaginava cantata da qualche altro interprete, e in effetti la svolta ci fu quando la incise Alice.  

1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)

L’ultima volta che ci siamo visti con Cuccurucucù stavo cercando una versione live per dimostrare come negli anni fosse diventato il vero momento ‘rock’n’roll’ dei suoi concerti, quando invece sono inciampato in quella che forse è la più antica registrazione (abusiva) di una Cuccurucucù live, e mi sono reso finalmente conto di una cosa: non è vero che Battiato l’abbia accelerata e indurita col tempo. Proprio il contrario. Cuccurucucù nasce velocissima, è probabilmente la canzone coi bpm più alti di tutto il suo repertorio – ma non mi stupirei se fosse la più veloce di tutto il pop d’autore italiano. Certo, direte voi, bastava mandare il Roland 808 al massimo e suonarci sopra. Beh, nel 1981 non è che fosse scontato. Non lo sarebbe neanche adesso – immaginatevi se qualche cantante se ne uscisse con una canzone dal ritmo altrettanto veloce. Il segreto del fascino particolare di Cuccurucucù potrebbe stare anche solo in questo: è un pezzo che manda in fibrillo l’ascoltatore. È una canzone che funzionò sin dal primo istante – lui stesso in un’intervista racconta il suo stupore nel sentire il pubblico cantare il ritornello di un brano che non aveva ancora inciso. Verso la fine degli Ottanta (nella fase in cui cantava seduto su un tappeto per buona parte del concerto) Battiato avrebbe sentito la necessità di rallentarla, producendone versioni che potremmo definire, con una parola che al tempo non si usava ancora, unplugged. Per poi riaccelerare di nuovo, quando decise di rimettersi a far casino. La stagione dell’amore viene e va.

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114. L’orgoglio di fantastiche operaie

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – oggi con l’ottavo sulla carta più equilibrato: la #8 del ranking contro la #9].

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1982: Radio Varsavia (Battiato/Pio, #9)

A questo punto devo accettare l’evidenza: Radio Varsavia è uno dei classici di Franco Battiato. Per quanto io non sappia più di tanto spiegarmi la cosa. Non ho mai sentito nessuno cantarla (del resto non è così facile da cantare). Non mi risultano cover. Lo stesso Battiato non sembrava interessato a inciderne una versione dal vivo: tanto efficace era stato l’effetto di quel coro sovrapposto a un brano di orchestra campionato, irriproducibile in concerto. Un’ipotesi – da verificare – è che l’alto numero di ascolti su Spotify (è la nona canzone di FB più ascoltata in assoluto!) dipenda dalla sua inclusione nella colonna sonora di Chiamami col tuo nome di Guadagnino. Però a questo punto, se si trattasse soltanto di un’anomalia statistica, Radio Varsavia non sarebbe tra le sedici canzoni superstiti. Non avrebbe battuto Gente in progresso, Zai saman, Amore che vieni amore che vai, Lettera al governatore della Libia. Sarà per quel titolo così ben scelto – qualsiasi titolo suona meglio con la parola “radio” davanti, lo sanno bene i REM, Roger Waters, Patti Smith; e in quegli anni ogni capitale dell’Europa centro-orientale aveva un sex appeal difficile da spiegare (“Warsaw” era il primo nome dei Joy Division, abbandonato perché già preso). Anche l’ipotesi politica lascia molto perplessi, ovvero: non è escluso che negli anni a seguire qualcuno si sia messo ad ascoltare Radio Varsavia perché sembrava una canzone anticomunista. Ma per accettarla come tale non solo bisognerebbe fingere che non esistesse la quarta strofa sulle biciclette di Shangai: occorre anche aver attraversato gli Ottanta in una campana di vetro, o essere nati dopo. L’idea che con Radio Varsavia Battiato tirasse la saracinesca su un decennio di cantautori politicamente impegnati e allineati al marxismo è giusto una fantasia da elettore di Fratelliditalia: tutto quell’allineamento non c’era mai stato (riascoltatevi Sono solo canzonette), e peraltro il decennio era cominciato con Guccini che cantava Primavera di Praga, insomma tra sovietici e dissidenti i cantautori avevano sempre scelto i secondi con buona pace di Berlinguer (che in quegli anni si diceva protetto dagli euromissili); Battiato, che pure appariva diverso e nuovo sia per la musica che per le parole, in Radio Varsavia sembrava piuttosto per un attimo riallinearsi al modello gucciniano. Forse semplicemente Radio Varsavia piace perché è una grande canzone: perlomeno io l’ho sempre trovata tale. Ma non credevo di essere in così larga compagnia, ecco. Un po’ mi dispiace, non lo nascondo.

1983: La stagione dell’amore (#8)

Orizzonti perduti è più o meno contemporaneo di Technopop, il disco fantasma dei Kraftwerk. All’inizio doveva chiamarsi Technicolor, ma quest’ultimo era un marchio registrato (Battiato aveva goduto di maggior tolleranza con La voce del padrone). Technopop non sarebbe mai uscito a causa di un terribile incidente capitato a Ralf Hütter in un periodo in cui forse si dedicava più al ciclismo che alla sua carriera musicale. Dopo qualche settimana di coma e altri mesi di riposo, nel momento in cui ripresero i nastri di Technopop, Hütter e i colleghi condivisero la sensazione che i suoni fossero improvvisamente datati – le tastiere che fino a pochi mesi prima sembravano fantascienza ora suonavano autoscontro-del-pomeriggio. Battiato non andava in bicicletta, prendeva tante multe per divieto di sosta, disertava probabilmente fiere e autoscontri, in quel periodo credeva davvero che il futuro della musica sarebbe stato più elettronico che acustico, più pop che sinfonico, e probabilmente non ascoltava abbastanza schifezze in radio per rendersi conto di quanto i suoni delle apparecchiature Roland stessero impregnando la musica dance più deteriore. Il risultato è che per capire l’errore che non fecero i Kraftwerk nel 1984, non c’è niente come ascoltare il disco che Battiato fece uscire nel dicembre 1983. Di cui La stagione dell’amore è il brano più famoso, ma anche uno dei pochi episodi (insieme alla Musica è stanca) in cui Battiato sembra consapevole della rapida obsolescenza dei suoni che sta mettendo assieme, e tentato dall’opzione autoironica. Ed è anche l’unico brano, come abbiamo visto, che negli anni verrà completamente riarrangiato. Anche Technopop, una volta riarrangiato, uscirà nel 1986 col titolo Electric Café: malgrado a quel punto i Kraftwerk fossero un monumento della musica elettronica, sarà il loro primo lavoro realizzato con strumenti digitali (e non suona comunque molto meglio di Orizzonti perduti). 

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113. Al mattino, improvviso, il sereno

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato – lo so che vorreste che non finisse mai, e invece oggi cominciano gli ottavi, con la sfida apparentemente più impari, ma arrivati a questo punto chissà].

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1974: Sequenze e frequenze (#144)

Delle sedici canzoni rimaste in lizza, Sequenze e frequenze è decisamente il pesce fuor d’acqua. Benché sia un po’ presto per conoscerle tutte – qualche testa a testa è ancora in corso – dovrebbero essere quasi tutti brani compresi nelle prime venti posizioni del ranking; Sequenze e frequenze è la numero 144. Le altre provengono tutte dal decennio 1979-1988; Sequenze e frequenze è l’unico brano pre-Cinghiale. Nessuna dura più di cinque minuti; Sequenze dura un quarto d’ora. Sono tutti brani di pop italiano; Sequenze è un’altra cosa. Ormai la sua importanza esula dal suo ruolo (pur rilevantissimo): è l’unica a portare la bandiera di un Battiato diverso, prog o avanguardista che sia. Un dettaglio sul quale non ci siamo mai soffermati: il lessico è semplicissimo, quasi a grado zero (il termine più ricercato è “ammuffire”). Un segno che la purificazione di cui Battiato parla, riferendosi all’album Sulle corde di Aries, si possa intendere anche a livello linguistico: FB non ha più intenzione di stupirci con testi enigmatici o parole astruse. Niente più fantascienza distopica o miraggi di apocalisse. Solo il mare e la memoria.

1981: Centro di gravità permanente (Battiato/Pio, #1)

Gurdjieff mi ricorda istintivamente Marinetti. Ho controllato: è nato dieci anni prima. Lo stesso amore per i tappeti che ti portano la Persia in casa anche se stai a Milano, la stessa tensione verso orizzonti medio-orientali, anche se poi sono così confortevoli i caffè parigini. Gli stessi baffi, più o meno, la stessa pelata. Lo stesso gusto per le supercazzole pseudoscientifiche. Cosa accidenti significherebbe, in fin dei conti, “centro di gravità permanente”? Nella mia quasi totale incapacità di percepire i discorsi mistici (non è che non ci provo, è che di solito capisco solo una serie di enunciati che semplificandosi si riducono sempre a X=X, o Io=io) quello che mi colpisce non è tanto l’identificazione di uno stadio di maggiore consapevolezza di sé, che è quello che ti dice più o meno qualsiasi mistico quando ti parla di qualsiasi pratica, ma l’uso spensierato, diciamo così, di una terminologia scientifica che in quegli anni andava particolarmente di moda. Einstein sta giustappunto rivoluzionando il nostro modo di concepire la gravità, e dal suo tavolino di caffè non è che Gurdjieff si preoccupi troppo del salto di paradigma tra campo di forze a curvatura dello spazio: quello che coglie al volo, da consumato venditore di tappeti, è che “gravità” è una parola interessante, nuova, e se cominci a parlare di “centro di gravità” la gente non ti scambierà per un vecchio guru ammuffito, bensì per un pensatore filosofo teosofo insomma uno che si tiene aggiornato. Come gli imbonitori che oggi piazzano qua e là un “quantico”, come i filosofi postmoderni presi in castagna da Alan Sokal: il centro di gravità permanente è un “fashionable nonsense”. Pochi anni dopo, anche Marinetti non è che ne capisca molto di automobili e aeroplani. Con la prima riesce quasi ad ammazzarsi finendo in un fosso per scansare un ciclista: il secondo non glielo fanno provare perché al primo aeroraduno italiano c’è spazio nell’abitacolo soltanto per un poeta e ovviamente tra il pubblico c’è D’Annunzio (pensate che invidia). Marinetti non ha ancora ben chiaro come la velocità cambierà il modo di fare poesia: quel che afferra, dalla sua casa di Milano piena di tappeti e souvenir egiziani, è che cominciare a parlare di automobili aeroplani e velocità lo farà sembrare molto, molto più avanti di D’Annunzio: e poi si vedrà, magari scoppia una guerra e al bagliore dei bombardamenti le cose diventeranno chiarissime. I Curie scoprono la radioattività e lui ritaglia articoli di giornaletti che suggeriscono che possa avere proprietà afrodisiache, ci scrive sopra persino un abbozzo di romanzo.

Quel che retrospettivamente ci spiazza, nei dischi cosiddetti postmoderni, è che Battiato sembra prendersi gioco anche di cose che invece sappiamo quanto prendesse sul serio. Quando canta “l’esoterismo di René Guenon”, sembra liquidarlo come una sciocchezza, e invece è proprio da Guenon che prende il concetto di Re del mondo. Allo stesso tempo, come si fa a prendere sul serio “Cerco un centro di gravità permanente” suonata su un mellifluo giro di do. Proprio come i chitarristi da chiesa che esecra, Battiato ha deciso di diffondere la sua fede nel modo più pop possibile, senza tirarsi indietro di fronte al ridicolo: se Matteo Ricci si travestì da bonzo, lui può ben fingersi popstar. Qualcuno riderà, qualcuno crederà che è tutta una presa in giro. Tuttora io preferisco considerarla una presa in giro. 

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112. Le tue strane inibizioni che scatenano il piacere

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con l’ultimo sedicesimo. Erotismo contro folklore, bella lotta no? No, forse no].

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1981: Sentimiento nuevo (Battiato/Pio, #11)

In Sentimiento nuevo l’eros si fa parola. L’esuberanza lessicale (che la renderà una delle canzoni più famose e parodiate) è qualcosa di più di un rituale di corteggiamento; è già parte dell’atto sessuale. È abbastanza chiaro che Battiato è con una ragazza (perlomeno non è mai stato così chiaro e non lo sarà più fino all’era Sgalambro), ma allo stesso tempo è anche in una sua nuvola culturale, fatta di riti dionisiaci, shivaismo tantrico e quant’altro. Tutto questo, se uno si ferma a pensarci, è abbastanza buffo (e infatti la canzone si presta molto bene alla parodia), ma è anche assolutamente realistico: abbiamo tutti una nuvola del genere intorno a noi, quando ci accingiamo al sesso. La nuvola è fatta di scene che abbiamo immaginato, che abbiamo visto (sempre di più ora che la pornografia è una commodity), che abbiamo persino vissuto: scene che ci eccitano, o a volte ci spaventano, ci spronano o ci trattengono. La nuvola non ci impedisce necessariamente di notare che dall’altra parte esiste un partner – e infatti Battiato non se ne dimentica, anzi ci dialoga come ben poche volte nel suo repertorio. Ha strane inibizioni che “non fanno parte del sesso” anche se a veder bene “scatenano il piacere”; inoltre ha una voce che lo cattura come le Sirene avrebbero catturato un meno astuto Ulisse – riecco la nuvola culturale – e una pelle che è come un’oasi nel deserto. Lei nel frattempo magari si sta immaginando di farlo con Lawrence d’Arabia – a volte, se si fa sesso con persone con cui si condividono interessi, le nuvole coincidono così tanto che sembrano annullarsi.

1988: Veni l’autunnu (#86)

Battiato, se stasera non m’inganno, ha scritto quattro canzoni prevalentemente in siciliano: Stranizza d’amuri (1979), Veni l’autunnu (1988), Il cammino interminabile (2001) e ‘U cuntu (2009); quindi più o meno una al decennio – comunque più delle canzoni composte in inglese (quelle per Echoes of Sufi Dances non contano). Insomma il siciliano è la sua seconda lingua di compositore. Meritevole di menzione è anche Caliti junku (2012) per lo più in italiano anche se il titolo è siculo (mentre Il cammino interminabile ha un titolo in italiano anche se per lo più è in siculo). Di tutte queste canzoni, solo Stranizza è interamente in dialetto: in tutte le altre c’è almeno un verso in un’altra lingua: nel Cammino l’italiano all’inizio, in Veni l’arabo alla fine, in ‘U cuntu il latino. Più che un complesso di inferiorità, è una specie di tensione al plurilinguismo: Battiato vuole sempre ricordarci che il vernacolo è una libera scelta, e che se vuole può parlare qualsiasi altra lingua (magari male, ma può farlo: in Veni l’autunnu la dichiarazione d’amore alla Sicilia viene interrotta da una frase da corso di arabo livello principianti). Come spiega in Caliti junku: un proverbio siciliano potrebbe anche essere arabo o tibetano: l’uso del dialetto non dovrebbe distoglierci dal significato universale. Eppure almeno le prime due canzoni sono anche atti d’amore per la sua terra natale. Veni e Il cammino sono due curiosi patchwork di modi di dire tradizionali, e quindi sono anche i due brani più apparentemente folkloristici. ‘U cuntu è un’elegia sulla fine della civiltà come Battiato ne ha cantate tante. Stranizza è una canzone d’amore come Battiato non ne aveva mai scritte (e non ne scriverà più), il che ci autorizza a pensare che il siculo gli serva anche come schermo. Ma a questo punto non si può non ipotizzare che una simile funzione di schermo non sia da estendere anche a Veni, in cui col pretesto del folklore Battiato scrive cose molto impegnative alla sua terra: Sicilia bella mia, Sicilia bella. Che strano e complicato sentimento, no non te le posso dire le mie pene, chissà se tu sei in grado di capire, non so nemmeno io perché ti voglio bene.  

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111. Nel fango affonda lo stivale dei maiali

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi col derby degli abusi di potere. Si sfidano oggi due invettive, ma anche due decenni l’un contro l’altro armati. Chi vincerà? Il primo sta già sventolando la bandiera di chi si arrende].

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1981: Bandiera bianca (Battiato/Pio, #6)

La cosa più sorprendente di questo sedicesimo di finale è che tra Bandiera bianca e Povera patria ci sono appena dieci anni – che almeno per chi è classe Pollution, come il sottoscritto, valgono venti se non trenta: Bandiera bianca la cantavamo alle elementari, Povera patria prima della maturità. Può darsi quindi che sia un mio errore prospettico a darmi la sensazione che Battiato abbia cambiato più pelli tra La voce del padrone e Come un cammello in una grondaia che da lì in poi. Sono due brani che risentono dello spirito dei tempi in cui sono stati composti, e a volte danno la sensazione di anticiparlo: l’ironia straniante di BB sta agli anni Ottanta come l’indignazione accigliata di PP ai Novanta. Ora, di solito quando parliamo di decenni non parliamo sul serio. Un decennio è un insieme arbitrario di anni, identificare questa o quella tendenza con un decennio è una semplificazione giornalistica che nessuno – nemmeno i giornalisti – prendono sul serio. Nessuno tranne Battiato. Lui a questa cosa dello Zeitgeist dei decenni sembra crederci davvero (del resto credeva agli oroscopi). È quello che possiamo dedurre da un passaggio di Tecnica mista sul tappeto in cui parlando di anni Settanta, Battiato spiega: “C’era un’influenza cosmica che si è fatta sentire su diverse città italiane. È durata circa un decennio. Poi tutto è sparito. In seguito è arrivato il decennio della discoteca. Adesso sembra che si sia entrati nel decennio dell’impegno. Così, avanti e indietro, come un balletto”. Era il 1992, io stavo dando la maturità, e se l’avesse chiesto a me non mi sarei sentito in coscienza in grado di confermare questa cosa del “decennio dell’impegno”. Sì, lo yuppismo anni Ottanta sembrava già morto e sepolto, c’era stato qualche movimento studentesco e la guerra del Golfo aveva stimolato un’ulteriore stagione di contestazioni. Evidentemente Battiato da queste rondini traeva l’impressione di una nuova Primavera dell’impegno politico. Non importa quanto poco ci stesse azzeccando, quanto il fatto che non voleva affatto presentarsi a mani vuote: Povera patria è un brano concepito tenendo conto delle “influenze cosmiche”, come un regalo per una generazione che Battiato immaginava molto più arrabbiata e engagé di quanto poi dimostrò di essere. Il che prova che FB non è un rabdomante infallibile, e che noi come generazione abbiamo fatto pena (per fortuna le generazioni non esistono davvero, sono solo un insieme arbitrario di persone nate in un periodo x eccetera).

1991: Povera patria (#27)

“Quando qualcuno mi dice «con Povera patria sei stato profetico» mi viene da ridere. Quella canzone e quelle parole funzionavano quando le ho scritte, ma potevano andar bene nell’Antica Grecia, durante il Basso Impero Romano e anche in quello Alto. È una canzone che parla di una categoria umana immutabile, che, per mantenere la sua posizione di dominio sugli altri, usa la violenza, la falsità, ruba e manca di rispetto. Rappresenta un senso del potere malato. Appartengo alla categoria di quelli che non amano comandare, né essere comandati. In quella canzone parlavo di dittature tradizionali, che si vedevano, e purtroppo ce ne sono ancora. Ma sono davvero irreali i sistemi esoterici-materialistici che stanno governando le nostre vite attraverso il denaro”. 

Secondo Paolo Jachia (Battiato Voglio vederti danzare, Ancora 2022), lo “stivale dei maiali” che affonda “nel fango” non è necessariamente l’Italia. Gli stivali potrebbero essere, suggerisce quelli sempre tirati a lucido dei generali golpisti, Perché no, e allo stesso tempo perché in una canzone intitolata “Povera patria” uno stivale non dovrebbe ricordarci la sagoma di suddetta patria? Nel tentativo di stemperare, per quanto possibile, i collegamenti di Povera patria con l’attualità italiana del periodo in cui è stata scritta, Jachia recupera la citazione qui sopra, tratta però da un’intervista di ben vent’anni dopo (su Sette, supplemento del Corriere della Sera, 2011). L’impressione è che lo stesso Battiato si adoperi per trovare una chiave che gli consenta di ri-attualizzare Povera patria, un brano che rischiava di essere indelebilmente associato a un periodo ormai lontano: le stragi di mafia, l’inchiesta Mani Pulite, e così via. Nel 2011 invece Battiato è molto più interessato alla speculazione finanziaria, alla dimensione virtuale se non fittizia del denaro: ne parlava anche in Dieci stratagemmi, ma quel che è interessante è che prima no, prima non ne aveva praticamente mai parlato.  

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110. La musica contemporanea mi butta giù

[Coraggio patrioti, eccoci a uno snodo cruciale della Gara delle canzoni di Franco Battiato, con due brani suscettibili di innumerevoli interpretazioni, comprese alcune parecchio bizzarre].

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1979: Il re del mondo (Battiato/Pio, #51)

Un giorno in cielo fuochi di Bengala: la pace ritornò, ma il Re del mondo… ci tiene prigioniero il cuore. Non credo che a nessuno mai sia passata per il cervello l’idea di leggere Il re del mondo come una canzone antiatlantista: eppure sentite come filerebbe bene. Abbiamo perso la guerra: ci hanno raccontato che siamo in pace, ma la verità è che abbiamo perso, che siamo sudditi, che siamo schiavi del Re del mondo (l’imperialismo americano). E ora tutto ciò che facciamo è privo di autentico senso; la cosiddetta democrazia non è che un rito fittizio che officiamo per illuderci di avere un senso (“più diventa tutto inutile più credi che sia vero”), e distoglierci da una realtà che ci vede obiettivi strategici del prossimo conflitto nucleare, noi e i nostri ex camerati giapponesi che nelle metro hanno già le maschere a ossigeno. Solo nel “giorno della fine” recupereremo, bruciando, quella libertà che probabilmente non abbiamo mai meritato: e non ci servirà l’inglese. Una cosa curiosa di questa interpretazione, è che non è affatto forzata. Non richiede particolari torsioni del testo, non muove da rebus o sciarade, e soprattutto non ha bisogno di appoggiarsi a dati extratestuali. Anzi, il motivo per cui nessuno la prenderebbe mai sul serio è proprio il fatto che chi conosce Battiato non se lo immagina a intonare un lamento per la perdita della sovranità post-1945. Sono cose di cui non ha mai parlato; è molto più facile seguire le linee interpretative che lui stesso più volte ha additato, Guenon eccetera. Ma se conoscessimo soltanto la canzone, e nulla del suo autore, non avremmo molte difficoltà a riconoscere nel Re del mondo un’elegia sovranista. E se non possiamo credere che l’autore la intendesse consapevolmente in tal senso, nemmeno possiamo escludere che l’inconscio di Battiato (nato e cresciuto a pochi km da una delle più importanti basi Nato nel Mediterraneo) non abbia visto nella nostra condizione di italiani – occupati da più di mezzo secolo anche se facciamo finta di no – una metafora dell’illusorietà dell’esistenza. 

1980: Up Patriots to Arms (Battiato/Pio, #19)

A proposito di interpretazioni: ho sempre trovato buffo come tutti – almeno dai Disciplinatha in poi – abbiano preso sul serio un pezzo come Up Patriots to Arms che invece per me vuol dire, quasi letteralmente: armiamoci e partite. Ma se mi sbagliassi io? La mia chiave di lettura muove, in questo caso, dal contesto extratestuale: è l’alba degli Ottanta, anni di piombo e ’77 stanno generando una crisi di rigetto ideologico, nessuno si aspetta che i cantanti invitino all’impegno, anzi tutto il contrario. Sono gli anni in cui slogan e simbologie politiche vengono completamente decontestualizzate: i punk inglesi si adornano di svastiche per puro sfregio, Battiato declama inni patriottici più o meno per la stessa ragione. Non sto dicendo che quello che canta in Up Patriots non abbia senso – ne ha molti – ma il senso non è la priorità: FB secondo me sta giocando a mettere insieme tutto quello che gli interessa, a vedere se montato in un certo senso funziona. A partire dall’inizio, la poesia araba letta col Tanhauser in sottofondo, perché? Perché sì: è un po’ come fissare dei paletti, mi chiamo Battiato, spazio da Wagner alla poesia araba: se la cosa vi interessa possiamo proseguire. Questa è la mia lettura, ma potrebbe riflettere più le mie idee che quelle dell’autore. Per esempio seguendo qualche link sono cascato su un’interpretazione molto più raffinata, che nel verso “noi siamo delle lucciole che stanno nelle tenebre” riconosce la missione dei discepoli gurdjieffiani, “luci esoteriche che possono nel loro piccolo salvare il mondo”. Io invece ci leggevo un’autodenuncia di meretricio, da parte di un artista di avanguardia che decideva di votarsi al pop da classifica. E se la mia interpretazione potrebbe essere la più vicina all’intento di Battiato nel 1980, può anche darsi che più tardi avrebbe preferito sottoscrivere l’altra. Quel che è certo è che ha continuato a cantarla per tutta la carriera, divertendosi molto, anche quando erano altri artisti a tirarla fuori.  

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109. Perché bella ragazza padovana ti vuoi fare una comune giù in Toscana

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi c’è Voglio vederti danzare contro un’altra canzone – anzi, contro i frammenti di un’altra canzone].

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1980: Frammenti (Battiato/Pio, #94)

È vero che Frammenti ha battuto Inneres Auge di un solo voto; è vero che, chiunque avesse vinto il testa a testa, si sarebbe trovato davanti un avversario insormontabile: è tutto vero ma è anche vero che malgrado tutto Frammenti è ancora qui: un brano che non fa nessuno sforzo di non sembrare un riempitivo (in un disco, peraltro, che non arriva ai 30 minuti); un brano in cui Battiato sembra aver messo il pilota automatico, lasciando i suoi turnisti a svagare con quello che ai turnisti più piace suonare: forse il rock’n’roll. Un testo che sembra fatto dei ‘frammenti’ avanzati dalle altre canzoni, un po’ come E lasciatemi divertire di Palazzeschi era fatta con la “spazzatura delle altre poesie”. Patriots è un disco che piace davvero al nostro pubblico votante, che agli highlights di dischi più recenti preferisce i riempitivi dei dischi anni Ottanta. Ferma restando la preminenza della Voce del padrone, Patriots è l’unico disco che si può vagamente accostarle, con cinque brani su sette ammessi ai sedicesimi. Sembra che quello che più ci piace sia il Battiato ancora vagamente non a fuoco, il Battiato che sta ancora cercando la formula esatta sia per esprimersi sia per vendere dischi (magari erano due formule diverse).  

1982: Voglio vederti danzare (Battiato/Pio, #3)

Abbiamo già suggerito di riconoscere, in alcune composizioni di Battiato, il trucco dell’asta del barbiere: ovvero la sensazione che la musica salga sempre più (di ritmo o di tono) mentre invece il baricentro non si sposta. In Voglio vederti danzare il trucco non c’è: la canzone sale davvero di quattro tonalità, dal Si bemolle della prima strofa al Mi di Nei ritmi ossessivi. Un tour de force che doveva renderla particolarmente impegnativa dal vivo (e forse spiega perché a un certo punto confluì in un medley, con una strofa in meno). Alla salita di tono corrisponde un senso di accelerazione che forse non riguarda i bpm (bisognerebbe avere la pazienza di cronometrare), ma si trasmette ad esempio nelle variazioni del riff, quella melodia fin troppo cantabile che quando si arriva a metà canzone diventa un pezzo di bravura. Ma torniamo alla progressione, perché quello che Battiato reitera su quattro chiavi diverse non è un giro di accordi qualsiasi, ma il più caratteristico tra quelli che ha adottato negli anni ’80. Alla tonica (I: “Voglio vederti…”) segue la dominante (V: “danzare”) e quindi, ed è qui che riconoscete la firma di Battiato anche se siete stonati come campane, la sopratonica (ii: “come le zingare nel deserto”). Altri pezzi in cui troviamo I-V-ii: la coda di Cuccurucucù (“With a little help from my friends”), il ponte della Stagione dell’amore (“Se penso a come ho speso male il mio tempo che non tornerà”), la strofa dell’Animale (“Vivere non è difficile”): magari non tantissimi ma, come si vede, molto significativi. Se poi si osserva la parentela tra sopratonica (ii) e sottodominante (IV) (per i chitarristi da spiaggia: tra Do e La-, oppure tra Fa e Re-, che se ci pensate in un giro di Do sono quasi intercambiabili), al mazzetto va aggiunta senz’altro Sentimento nuevo e… Te lo leggo negli occhi. Lo abbiamo detto e lo ripetiamo, in attesa che uno specialista si scomodi a smentirci: è una cadenza di sapore barocco, qualcosa che Battiato potrebbe avere ascoltato sin da bambino sull’organo di chiesa.

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108. Distese di sale e un ricordo di me

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi la Tunisia – che ha sconfitto l’Iraq ai trentaduesimi – se la gioca contro la Germania Est. Ma è anche il derby Milva/Alice].

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1982: Alexander Platz (Battiato, Cohen, Pio, #23)

In un’intervista che ovviamente stasera non trovo, qualcuno si arrischiò a chiedere a Battiato quale fosse la sua voce femminile ideale, tra quelle con cui aveva lavorato; invece di eludere saggiamente la domanda e spiegare che ogni voce ha le sue qualità bla bla, Battiato rispose secco: Milva. Ora, una risposta del genere potrebbe anche essere stata dettata dal calcolo di quanto sarebbe stato più difficile telefonare a lei piuttosto che ad Alice o Giuni Russo per chiedere immediatamente scusa – però è curioso che Battiato abbia citato, delle tre, quella che non ha mai duettato con lui (che io sappia) e l’unica che non gli debba il successo, la definitiva consacrazione: senza Battiato, Milva avrebbe venduto diversi dischi in meno, ma sarebbe tuttora Milva. 

Devo confessare una velata antipatia di Alexander Platz; non tanto per lo scippo ad Alfredo Cohen (che alla fine magari gli mise in tasca qualche soldo), non per lo sfondo un po’ stereotipato, ma perché credo che abbia rubato la scena a tanti altri solchi di Milva e dintorni, probabilmente il disco più riuscito della factory Battiato-Pio-Radius, con suoni irresistibilmente affini a quelli della Voce del padrone, cui somiglia più che ad altri dischi di Milva (e ad altri dischi di FB). E mi dispiace sinceramente che Battiato abbia deciso di includere nel suo repertorio questa piuttosto che Poggibonsi (coi ricordi di guerra di Giusto Pio!), o Non sono Butterfly (non conosco Singapore; spiegami perché mai mi vuoi schiava per amore), o persino Aeroplani in cui si dimostra che in quegli anni Battiato e Pio avrebbero tirato fuori una hit anche musicando l’orario ferroviario; non lo fecero, ma misero in una canzone un tabellone degli aeroplani in partenza e funzionava. Certo, Alexander Platz era stato il singolo di successo; anche se quando FB lo riprese in Giubbe Rosse, sette anni dopo, era ormai un ricordo lontano. Anche Milva non smise di incidere canzoni di Battiato, ma la formula di quel disco del 1982 era andata persa e non è stata più recuperata. 

1984: I treni di Tozeur (Battiato, Cosentino, Pio, #10)

Se poi ci andate, a Tozeur, e ammirate i motivi di mattoni colorati che adornano il centro storico, sappiate che quando compose la canzone Battiato non li aveva ancora visti; cominciarono a posarli proprio nel 1984. Tozeur è effettivamente un capolinea della rete ferroviaria tunisina, ma i “treni” a cui ci si riferisce sono con tutta probabilità quelli turistici della Lézard Rouge, che coprono la tratta Métlaoui- Redeyef passando dalle gole del Selja, dove è possibile vedere le miniere abbandonate di fosfato (non di sale, ma “fosfato” non suonava così bene, e poi dalle foto sembra sale). Tozeur è una città antica, forse antichissima (il toponimo potrebbe avere un’origine egizia), sorta in un’oasi che ne ha fatto la capitale tunisina del dattero, e che negli ultimi anni ovviamente combatte la desertificazione, ma nelle gole del Selja il cambiamento climatico si è fatto sentire in modo più paradossale, con piogge torrenziali che nel 2009 per un anno hanno causato la sospensione del servizio ferroviario. 

È abbastanza chiaro come Battiato in Tozeur mescoli due scenari che sente particolarmente affini: il Nordafrica delle miniere di sale e una Sicilia rurale in cui tua madre mi vede e si ricorda di me. Poi c’è quel distico pazzesco sulle chiese abbandonate in cui si preparano rifugi e navi interstellari – non ero quindi l’unico al mondo a trovare le chiese simili ad astronavi, o forse ho cominciato a farlo ascoltando Tozeur? È che certe chiese hanno proprio profili che oggi diresti aerodinamici, non è così assurdo immaginarle decollare. Comunque questa idea che a sud si viva “a un’altra velocità”, cioè un po’ più lentamente, e che l’epitome di questa idea sia il trenino di Tozeur che va a vapore, va un po’ in crisi quando scopri che il suddetto trenino va a vapore perché è un treno per turisti, su Tripadvisor addirittura lo consigliano “per grandi e piccini” – laddove se si tratta di andare a Tunisi o Sfax, probabilmente anche i tunisini gradiscono velocità più elevate. Vabbe’. Benché sia stata composta per l’Eurovision, Tozeur sembra pensata per la radiodiffusione estiva: non è propriamente un tormentone estivo, ma il modo in cui si aggancia al nostro vissuto suggerendoci immagini esotiche, persone che abbiamo conosciuto che forse sono al paese e incontrano i nostri genitori, mentre noi siamo ancora qui a sudare in città, vecchi treni scalcagnati che ci portavano in vacanza.

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107. Rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi una spiaggia solitaria sfida una città-formicaio].

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1981: Summer on a Solitary Beach (Battiato/Pio, #7)

Più scrivi e più scrivi scemenze, per esempio una volta devo aver scritto che Magic Shop coi suoi tre accordi era la progressione più semplice di tutto il catalogo di Battiato, ovvero mi ero dimenticato che Summer è tutta giocata su due accordi due: un Fa e un Re-, ovvero l’intervallo I-vi. Così semplice – banale, diciamolo – così ipnotico se recitato con calma (la parte strumentale di Wish You Were Here): Battiato non ha bisogno d’altro per mettere assieme un brano di grande efficacia. Alla fissità degli accordi corrisponde la staticità della scena: siamo soli davanti al mare, a ogni onda (Fa maggiore) segue una risacca (Re minore). Possiamo quindi aggiornare questa lista di Rick Beato, che all’inizio del video spiega cosa rende ‘grande’ una canzone di due accordi: ottime melodie ovviamente, ottimi arrangiamenti, ma soprattutto quando entra il ritornello “deve succedere qualcosa”: e sappiamo che in questo caso succedono più cose. Il tre quarti incespica, il ritmo sembra sparire del tutto, e la melodia si scioglie in quello che al tempo era il ritornello più cantabile di Battiato (insieme a Cerco un centro): mare, mare, mare, voglio annegare. Tutto questo succede nello stesso disco in cui troviamo una delle progressioni più complesse e stratificate, Gli uccelli, a riprova della straordinaria duttilità a cui sono arrivati FB e Giusto Pio al loro terzo album pop. 

1998: Shock in My Town (Battiato/Pio, #26)

Al momento Shock in My Town è la più recente tra le trentadue superstiti – l’unica successiva all’Imboscata. Un primato del genere, meritato o meno, ha un suo senso: quando uscì, Shock sembrava in qualche modo un ritorno del ‘vecchio’ Battiato. Era un’impressione abbastanza superficiale, che più da un ascolto della musica o da una comprensione del testo muoveva dal dettaglio più vistoso: il ritornello in un inglese improbabile, più battiatese che comprensibile ai britannici; la bislacca rima “my town/velvet underground”, l’accigliata denuncia dell’incipiente apocalisse; tutto questo ‘faceva Battiato’ e tanto bastava per convincere molti programmatori radiofonici: il che sorprese Battiato stesso, persuaso di avere scritto un brano più duro del solito e non un’autoparodia. Invece in un qualche modo Shock in My Town era la mossa che ci si aspettava da lui: un’invettiva contro la contemporaneità infiorettata di anglismi a capocchia. Shock in My Town, ad ascoltarla bene, non suonava affatto ‘vecchio Battiato’ ed esibiva uno dei testi in cui sembrava più facile separare lo Yan Sgalambro (“rozzi cibernetici signori degli anelli, orgoglio dei manicomi”) dallo Yin Battiato (“Shock emozionali, sveglia Kundalini”). A meno che i due non stessero giocando a farsi il verso a vicenda, e conoscendoli potrebbe anche essere il caso. 

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106. Giochi di aperture alari che nascondono segreti

[Questa è sempre la Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi col derby del volo: seguiremo gli uccelli o le scie delle comete? Resteremo in questa parte di universo o andremo in avanguardia verso un altro sistema solare? È anche il sedicesimo più incerto, almeno guardando il ranking].

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1981: Gli uccelli (Battiato/Pio, #15)

Mi è già capitato di suggerire che Gli uccelli possa essere considerata la canzone perfetta di Battiato, quella che ne tiene assieme la maggior parte di idee musicali – oltre a essere una composizione mirabile e arrangiata da Dio, anzi da Pio (AHAHAH no ma scriveteli cento pezzi su Battiato senza mai fare questo gioco di parole, su provateci). Oggi potremmo concentrarci sul testo e notare come sia uno dei suoi migliori, con quelle perifrasi alate che da lì in poi abbiamo tutti deciso che fossero la quintessenza del suo stile, laddove lui non è che poi ne scrivesse tante e a un certo punto ha proprio deciso di rivolgersi ad altri. Battiato non si è mai trovato a suo agio con le parole – al contrario che con le note: si è definito più volte un musicista nato; non si è mai permesso di definirsi poeta e nemmeno paroliere. Pure, è abbastanza probabile che i suoi testi più ricordati e memorabili siano completamente farina del suo sacco. Non possiamo saperlo al cento per cento, ma ci basta constatare quanto sia stato generoso Battiato a condividere la firma del brano con chi ogni tanto lo aiutava: vedi le Aquile, che a ben vedere è un testo completamente suo, al massimo ispirato da una pagina di Fleur Jaeggy – la quale risulta coautrice, forse persino contro la sua volontà, visto che in seguito ha preferito usare uno pseudonimo. Stessa cosa è successa a Henri Thomasson, che ha collaborato a tre testi memorabili (Clamori, L’esodo, La musica è stanca) ma senza il suo vero nome – insomma più che la volontà dei collaboratori di dire “l’ho scritta io” sembra valere quella di Battiato di avvertire “non l’ho scritta io”. Questa generosità, che a volte appare urgenza di schermirsi, ci induce a pensare che Gli uccelli l’abbia proprio scritta tutta lui, da “Volano…” a “…sistema solare”. Ed è perfetta, la pietra di paragone che poi tutti hanno usato anche solo per cercare di parodizzarlo. Che Battiato, che non si è mai sentito a suo agio con le parole e che si è circondato per tutta la sua carriera pop di gente che in teoria le sapeva usare meglio; che Battiato, dicevo, sia stato il migliore paroliere di sé stesso è una circostanza abbastanza curiosa (che condivide col suo vicino di casa, Lucio Dalla).

 1985: No Time No Space (Battiato/Pio, #18)

Che cos’ha impedito a Franco Battiato – che a metà anni Ottanta rappresentava praticamente da solo una formula musicale assolutamente originale e di successo – di diventare un artista internazionale e cambiare non di poco la storia della musica pop? Se ci riflettete lo sapete già. La musica era ottima, anche confrontata agli standard anglosassoni del momento (il momento in cui USA e UK stabilivano definitivamente la loro egemonia nelle classifiche e nell’immaginario: Michael Jackson, Madonna, eccetera). La sua musica era esotica senza essere provinciale, del resto ce l’ha detto, lui è un provinciale dell’Orsa Minore. Il suo intellettualismo ambiguo avrebbe potuto funzionare, era una fase in cui c’era mercato anche per personaggi come David Byrne o David Sylvian, e Battiato dei tre forse faceva la musica meno cervellotica. Sotto tappeti sonori di ottima fattura covava una sensibilità musicale mediterranea, da qualche parte li sotto c’era un compositore che avrebbe potuto fare la differenza e mostrare al mondo meraviglie, e allora perché non successe? Inutile dare la colpa alla major, che ci provò eccome a piazzare Battiato nei mercati esteri (e in quelli latini un po’ ci riuscì). Cos’è che impedì a Battiato di conquistare lo spazio interstellare? Lo sapete benissimo.
È l’inglese.
Battiato ha una pronuncia terrificante.
Ma soprattutto, Battiato non ne è consapevole, e non sorprende: il suo approccio alle lingue straniere è quello di qualsiasi intellettuale della sua generazione. Ne capisce parecchie, può snocciolare citazioni testuali un po’ in tutte, alcune si capisce che le ha studiate bene (il suo francese ha quella legnosità scolastica), ma le ha studiate in un mondo in cui i viaggi di studio non esistevano, né serie coi sottotitoli. Alla fine le sue pronunce non sono peggiori di quelle di quasi tutti gli intellettuali italiani della sua generazione, che appunto erano intellettuali e imparavano le lingue sui libri, la pronuncia la lasciavano agli interpreti. Ho letto da qualche parte che per quanto Sciascia andasse spesso a Parigi (e potesse scrivere in un ottimo francese), nessuno laggiù l’ha mai sentito dire una sola parola.
La differenza fondamentale è che Sciascia si rendeva conto che il suo francese parlato era ridicolo: Battiato no. Quel che è peggio, è che nessuno lo avverte. La EMI gli fa cantare un disco intero in un inglese assurdo, lui esegue, la EMI stampa. Quindi sì, alla fine la colpa è della major, tanto più grave visto il precedente storico: otto anni prima Lucio Battisti aveva floppato, con Images, per gli stessi identici motivi; testi tradotti troppo letteralmente e dizione improponibile. Otto anni dopo la EMI propone anche a Battiato di trasferirsi un po’ negli USA, ma lui a questo punto di fare la popstar si è già scocciato. Era stato un esperimento, era andato fin oltre le più rosee previsioni, sistemarsi si era sistemato, adesso avrebbe fatto altro. Probabilmente il compositore colto. (Le cose non sarebbero andate esattamente così).

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105. Le luci fanno ricordare le meccaniche celesti

[Ci siamo, questa è la Gara delle canzoni e in particolare è la giornata in cui dobbiamo decidere chi ha vinto il match 81: Aria di rivoluzione o La cura? Ho scelto di non scegliere: passano entrambe il turno, ed eccoci al primo triello. Attenzione: sarà possibile votare per due canzoni (ovvero contro una canzone) e persino per tutte e tre, anche se riflettendoci non ha molto senso].

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1974: Aria di rivoluzione (#63)

La rivoluzione è rimandata. È anche colpa di facebook, social che rende molto facili e condivisibili i sondaggi, ma li amministra opacamente e senza molte spiegazioni. Ad esempio: non è possibile impostare una data di scadenza. Al tempo del torneo dei Beatles, in inverno, scoprimmo assieme che i sondaggi scadevano dopo una settimana. E tutto sommato funzionava. Stavolta a quanto pare no: senza avvertire, Zuckerberg ha deciso che i sondaggi restano aperti – fino a quando? Un mese, un anno, una civiltà? Lo sapremo solo quando lo sapremo, ma nel frattempo capite che un testa a testa come Aria di rivoluzione vs La gara rischia di essere falsato. Al momento in cui scrivo queste righe (un momento qualsiasi), la parità è assoluta e i voti sono quasi duecento: molti più del solito. C’è evidentemente gente che per sovvertire il pronostico (nettamente a favore della Cura) sta mobilitando amici, parenti, account di scorta. E mi domando: ma davvero amano così tanto Aria di rivoluzione? O non è piuttosto odio per la Cura? Certo, il match sembrava combinato apposta per mobilitare i battiatisti di lungo corso, quelli appassionati della sua discografia anni Settanta, contro i neobattiatisti saliti sulla carovana negli anni Novanta. Aria di rivoluzione forse è un brano più iconico che riuscito, in ogni caso è un raga anni ’70 senza compromessi. Insieme a Sequenze e frequenze (così affine che nell’unica raccolta disponibile fino a tutti gli anni ’80 i due brani comparivano incollati in un medley) forma lo sparuto contingente dei brani pre-Cinghiale arrivati ai sedicesimi. Battiato era il primo a sorprendersi quando scopriva ai concerti gente che la cantava, e che probabilmente era più giovane della canzone. Non so se abbia mai ricominciato a cantare “chi andrà alla fucilazione” ai concerti: per quanto fosse il fulcro del brano, era un verso che gli dava dei problemi.   

1981: Segnali di vita (Battiato/Pio, #31)

Segnali di vita è uno dei primi brani in cui Battiato si lascia sorprendere dall’ascoltatore immerso a qualcosa che sembra una meditazione, e uno dei pochi in cui l’oggetto della sua osservazione non è il mondo naturale, o un manufatto artistico, bensì le luci dei cortili e delle case: segnali di vita, appunto Battiato sta osservando una città che brulica di vita. La osserva da lontano, come in un cannocchiale rovesciato; quanto basta per sentirla remota come le galassie che si allontanano e lo spazio cosmico che si sta espandendo. Ma è la vita: i rumori che fanno sottofondo per le stelle sono rumori di traffico e cucina. È un tipo di osservazione che dopo il ritorno in Sicilia non ritroveremo più. 

1996: La cura (Battiato/Sgalambro, #2) 

Come ampiamente prevedibile, La cura si sta rivelando la canzone più divisiva – quella che porta diversi elettori a coalizzarsi intorno a un brano abbastanza antico e astruso come Aria di Rivoluzione, pur di sbarazzarsi di un brano pure così apprezzato e ascoltato. La cura sembra rientrare in pieno in un genere specifico di hit che mi piace definire “colpi di coda”: quando un cantautore sembra ormai diventato il monumento di sé stesso, associato a un canone di canzoni ormai fissato, ecco che se ne esce con un brano che diventa popolarissimo ma che proprio per questo motivo disgusta i fan di più lunga data. I quali a volte sembrano ignorare che il colpo di coda non tradisce affatto lo stile del cantautore che lo ha inciso, anzi a volte ne è un’epitome precisa e persino impietosa. È un colpo di coda, per esempio, Viva la mamma di Edoardo Bennato, Caruso di Dalla (oppure Attenti al lupo), Quattro amici al bar di Gino Paoli, Don Raffae’ per De André, Cirano per Guccini, mentre faccio fatica a riconoscere il colpo di coda di De Gregori (La donna cannone?) o di Vasco Rossi (Sally?), quest’ultimo del resto irriducibile scodinzolatore. In ogni caso il colpo di coda si presta molto bene a essere la canzone più odiamata del repertorio. C’è gente che va ai concerti apposta per sentire quella e gente che in quel momento va al bar o in bagno. 

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104. La vita ci prendeva con strana frenesia

[Questa è la 104ma puntata della Gara delle canzoni di Franco Battiato, il derby del ritorno al passato, quello delle leggende celtiche o quello dei treni a vapore].

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1979: L’era del cinghiale bianco (Battiato/Pio, #12)

Di tutti i testi di FB, forse quello del Cinghiale bianco è il più suscettibile di un’interpretazione esoterica: una spia del fatto che le parole potrebbero alludere ad altro è l’incongruenza di un riferimento alle tradizioni celtiche nel ritornello di un brano ambientato a Tunisi (quanto alla musica, non piega né sull’Irlanda né sul Nordafrica, anche se il violino potrebbe suggerire più la prima). In direzione esoterica si avventurano ad esempio, Jachia & Pareyson, che però non è che arrivino a conclusioni così rilevanti: gli studenti di Damasco potrebbero essere discepoli di un rito iniziatico (dervisci?), l’uomo di una certa età potrebbe essere un Grande Maestro (io che invece sono stato educato a diffidare dei vecchi che offrono cose ci vedevo sempre un adescatore), le sigarette turche preziosi insegnamenti, ecc. Del resto se fosse un testo a chiave sarebbe strano che avessimo già trovato la chiave: mi domando quanti estimatori di Battiato ne condividano la cultura così settoriale. Quel che davvero lascia perplessi è la tempistica: cioè possibile che Battiato abbia pensato a un testo esoterico proprio nel momento in cui decideva di prendere una strada essoterica, con due s? Il Cinghiale bianco è il suo primo tentativo di hit: che senso avrebbe avuto infilarci un testo a chiave comprensibile a pochissimi eletti? Non è più probabile che nel momento in cui si pone il problema di scrivere qualcosa di successo, Battiato non scelga di caricarlo di tutte le suggestioni che si trova davanti, preoccupandosi molto più dell’effetto che del senso delle cose che scrive? A volte i critici sottovalutano il fatto che i poeti (compresi i cantanti) prima ancora di veicolare un messaggio, hanno un testo da completare. Deve funzionare, deve stare in metro (quando FB comincerà davvero a dare importanza ai suoi messaggi, smetterà di preoccuparsi dei metri), deve suggerire all’ascoltatore qualcosa che lo incuriosisca oltre il primo ascolto: questo viene prima di tutto il resto. 

1980: Passaggi a livello (Battiato/Pio, #85)

Ho cercato qua, ho cercato là, ma non credo che nessuno sappia realmente perché Calasso ammonisca bambini e genitori dal Corriere della Sera. Per anni mi sono lasciato cullare dall’idea che il padre di Calasso, insigne giurista, avesse una rubrichetta alla Panebianco su cui dispensare ovvietà alla borghesia, ma guardando bene non risulta e non avrebbe molto senso. Adesso mi sono fatto questa idea che il giurista stia su una specie di veranda, nascosto dal lenzuolo del Corriere nella cui lettura è assorto, mentre i calassini stanno giocando nell’aja e ogni tanto il giurista si ricordi di loro e “dal Corriere della sera” li esorti a coprirsi, ché fa freddo. Forse si sarebbe potuto scrivere in modo più chiaro, ma il punto è che Battiato non è così abile a spiegarsi: ci prova, a volte ottiene immagini icastiche e indimenticabili, altre volte grovigli inestricabili, un po’ come le AI generatrici d’immagini che vanno di moda adesso: Battiato è un generatore d’immagini non artificiale, ma comunque piuttosto artigianale. 

Abbiamo parlato altre volte di sensibilità crepuscolare, un concetto che probabilmente meriterebbe un approfondimento serio e una biblioteca universitaria aperta in agosto con quel vecchio studio di Sanguineti. Il crepuscolarismo è stato il primo movimento artistico che ha fatto i conti seri con l’obsolescenza dei manufatti artistici, elaborando strategie (culto della nostalgia,  feticismo del cattivo gusto, ironia) così efficaci che Gozzano è tuttora il poeta più leggibile del secolo scorso, proprio lui che notava come D’Annunzio sapesse di vecchio già in vita. Tutti i riferimenti al passato per cui si sdilinquiva non li cogliamo più: la nostalgia per quel passato di piccole cose lo afferriamo al volo. Patriots è il disco crepuscolare di Battiato: qui affiorano i brandelli di poesie scolastiche e i quadretti di maniera. Anche gli slogan politici, quando compaiono, non sono che belle frasi di un tempo che fu, come quel “Salve, ricordo” iscritto su una noce di cocco.

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103. Emanciparsi dall’incubo delle passioni

[Cosa può essere questa, se non la 103ma puntata della Gara delle canzoni di Franco Battiato, oggi con la sfida tra le due due canzoni d’amore più rappresentative? Seguiteci per sfide ancora più lancinanti].

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1979: Stranizza d’amuri (Battiato/Pio, #28)

Penso che chi è arrivato fin qui possa concordare sul fatto che Stranizza è una canzone d’amore, che rispetta i criteri minimi della canzone d’amore, ovvero c’è un lui che ama una lei. Bene. Ora cercate un’altra canzone d’amore di Battiato. 

Curioso, no? Battiato ha scritto canzoni sull’amore, sia come pulsione (Sentimento Nuevo) sia come sentimento (La stagione dell’amore). Ma canzoni propriamente d’amore, dopo Stranizza, veramente poche (e prima di Stranizza, solo negli anni ’60: il che ci autorizza a ipotizzare che un abbozzo di Stranizza fosse già nel repertorio fintotradizionale degli Ambulanti). Anche l’arrivo di Sgalambro nel reparto parole non cambierà sostanzialmente le cose: aumenteranno piuttosto le canzoni di disamore, genere che Battiato aveva già inaugurato col Mito dell’amore. Questa refrattarietà all’argomento, apparentemente bizzarra per un compositore di musica leggera, Battiato la condivide in realtà con buona parte dei cantautori ‘impegnati’ dei Settanta, un segno riconoscitivo del cui impegno era proprio l’insofferenza per l’argomento più trito del genere pop. Guccini, De André (primi singoli esclusi), De Gregori, canzoni d’amore ne scrivevano pochissime, il che conferiva una sensazione di eccezionalità alle pochissime che concedevano: Rimmel, Verranno a chiederti del nostro amore, Stranizza d’amuri. Alla fine è anche giusto così; nell’economia di un’esistenza, gli innamoramenti non sono poi così frequenti. Battiato ha forse cantato più spesso dell’eros e anche questo, nell’economia di un’esistenza, ha il suo senso. Così come ha senso che una delle sue rare canzoni d’amore sia una delle ultime (Le nostre anime). E un’altra sia tra le più belle in assoluto (Stranizza). L’ambientazione in tempo di guerra ci autorizza a sospettare che Battiato, magari inconsciamente, stia raccontando l’innamoramento dei suoi genitori. 

1988: E ti vengo a cercare (#5)

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Anche solo per vederti o parlare.  Com’è noto, E ti vengo è una canzone che può parlare di qualsiasi cosa uno voglia,  dall’innamoramento all’estasi religiosa: è stata scritta con apposita ambiguità. Poi certo ci sono situazioni che sembrano più adatte di altre, ed è significativo il fatto che il testo si adatti così bene, ad esempio, a una delle relazioni più importanti della vita di Battiato, che però nel 1988 non era ancora cominciata: quella con Manlio Sgalambro. In lui FB ritrova le sue radici e una consonanza di temi e aspirazioni. Il che significa per lo meno che la relazione discepolo-maestro descritta nella canzone è per Battiato un aspetto cruciale dell’esistenza, tanto quanto lo è per gli altri cantautori l’innamoramento tra pari. Del resto è una costante della sua vita, attenzione, di adulto: perché da giovane non dava l’impressione di cercarsi maestri e di fidarsi di loro. Le cose cambiano, sul piano esistenziale forse con l’incontro con Thomasson, e su quello artistico senz’altro col folgorante incontro con Stockhausen. Da lì in poi Battiato non ha fatto che cercarsi maestri di musica, di lettere e di vita, e l’aspetto più curioso della sua traiettoria non è tanto come li abbia trovati, ma come sia riuscito a coinvolgerli in progetti artistici tanto imprevedibili: prende lezioni di piano da Ballista e gli fa incidere Za e L’Egitto; prende lezioni di violino da Giusto Pio e trasforma un orchestrale in pensione in uno dei compositori pop più importanti e affermati del secondo Novecento; incontra un possidente siciliano con l’hobby della filosofia e lo trasforma, a dispetto di ogni senso comune, nel suo guru. Per cui davvero, quella volta che rispose a Morgan che no,  non si sentiva affatto padre, ma ancora figlio, Battiato non stava scherzando e non stava prendendo le distanze da Morgan in particolare, bensì da tutti noi che lo venivamo a cercare. 

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102. L’inverno con la mia generazione

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Battiato, oggi Eizenstein contro Ippocrate].

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1981: Prospettiva Nevski (Battiato/Pio, #13)

Poi nella vita ho fatto altro, ma se fossi restato in ambito accademico mi sarebbe piaciuto sviluppare il concetto di poesia come disagio linguistico, ovvero: i poeti molto spesso sono persone che fanno fatica a spiegarsi, quelle che noi poi cataloghiamo come figure retoriche nascono talvolta come convulsioni, incidenti, traumi. Non è che bisogna sempre medicalizzare tutto e diagnosticare disturbi dell’apprendimento o dislessie (anche se in certi casi sono patenti): a volte è gente che ha più urgenza di esprimersi che competenze grammaticali. Franco Battiato è un sincero appassionato di lingue che al primo esame universitario ha buttato i libri in un cestino ed è scappato via. Ha scritto testi straordinari che sono rimasti nella testa di milioni di persone, e a parte questo quasi niente. Con gli intervistatori si vantava di non scrivere lettere, nemmeno cartoline. Anche i suoi migliori testi sono pieni di cose che non tornano. Prospettiva Nevski è un caso tipico: lo stesso Battiato non era affatto convinto di aver scritto qualcosa di valido (fu Pio a rassicurarlo). In realtà è una composizione molto interessante, piena di immagini icastiche (il vento che disintegra i cumuli di neve), con errori di sintassi che non perdoniamo agli studenti delle primarie. E poi uno dei suoi classici tibicines, versi incompiuti, di solito sintagmi nominali che spetta alla nostra fantasia completare con un predicato: l’inverno con la mia generazione. L’inverno cosa? E anche quel “con”, che senso ha? Qualsiasi altra preposizione filerebbe più spedita: l’inverno della mia generazione, l’inverno per la mia generazione, l’inverno sulla mia generazione, persino l’inverno tra la mia generazione. Con tutte le possibilità a disposizione, Battiato ha voluto costruire un complemento di unione che potrebbe essere un semplice refuso, una goffezza grammaticale, o un modo per suggerire un’idea difficile da mettere in versi: che l’inverno sia arrivato con la generazione del protagonista della canzone, un ragazzo cresciuto probabilmente nei duri anni post rivoluzione d’ottobre. È un mondo di ristrettezze, un imbrunire in cui occorre imparare a vedere l’alba. Non lo si potrebbe dire in effetti in meno parole: l’inverno con la mia generazione. 

1985: L’animale (#20)

Dentro me segni di fuoco e l’acqua che li spegne: se vuoi farli bruciare tu lasciali nell’aria oppure sulla terra. Secondo la teoria degli umori, sviluppata da Ippocrate e ripresa da Galeno, i caratteri dell’uomo dipendono dai quattro fluidi che corrispondono ai quattro elementi di Empedocle: alla terra è legata la bile nera (detta anche melancolia) che ha sede nella milza; all’acqua è legata la flemma, che ha sede nella testa; all’aria il sangue, che ha sede nel cuore; al fuoco la bile gialla (o collera) che ha sede nel fegato. Dunque cosa vuol dirci Battiato con questa strofa – a parte che continua a trovare valida una teoria completamente superata dalla scienza dopo il Rinascimento? Che soffre di sbalzi d’umore, scatti di collera (segni di fuoco) smorzati immediatamente da una flemmatica razionalità. Che dovrebbe imparare a incanalarli verso altre passioni: essere più sanguigno o malinconico. Ma è difficile, per via dell’animale che si porta dentro. E ora tocca a noi: possiamo apprezzare L’animale anche se non ne condividiamo i presupposti pseudoscientifici? Il fegato ci dice no, maledetto pazzo (cioè scherziamo? Siamo a un passo dal terrapiattismo), la milza non si pronuncia (tanto tutto è vanità), la testa ci dice che alla fine Battiato sta solo cercando di esprimere i suoi dissidi interiori, e questo sì, se ci interessa lo possiamo condividere; il cuore conferma che sì, L’animale ci interessa molto (il fegato brontola, ma sopporterà anche questa). 

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101. Le serenate all’istituto magistrale

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Battiato, oggi con due classiche di cui una è veramente molto più classica dell’altra].

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1981: Cuccurucucù (Battiato/Pio, #4)

Ahi ahi ahi ahi ahi cantava. Chi è che cantava? È ovvio, Francesco Battiato. È lui che faceva le serenate all’istituto magistrale nelle ore di ginnastica e religione (nella realtà le faceva in un liceo, ma quanto è crepuscolare ed efficace “istituto magistrale”, per come sottende un pubblico di sognanti, aspiranti maestrine). È lui che cantava sui carri in maschera, è lui che per cantare ha indossato mille travestimenti, compreso il pellerossa con gli Osage Tribe. E cosa cantava? Per tante volte che ha raccontato come dai 18 ai 24 anni il suo lavoro sia stato la balera, non si è mai soffermato molto sul repertorio, che doveva variare molto col pubblico e col contesto. Il mare nel cassetto? Le mille bolle blu? Lady Madonna? Ruby Tuesday? Tre quarti dei ricordi appiccicati nel testo sono frasi di canzoni: evidentemente Cuccurucucù parla di questo. Di come canzoni e ricordi possano coincidere nella memoria di chi sin da ragazzino le ha cantare, per amore, per soldi e per piacere. Se siamo fatti di ricordi, siamo fatti di oggetti: di penne stilografiche, rasoi elettrici e soprattutto di dischi che girano. È questo che Battiato ci canta, prima di bloccarsi proprio come un vecchio disco su quell’ultimo like a rolling stone, stone, stone, stone, stone.

1983: Un’altra vita (Battiato/Pio, #29)

Un’altra vita fa parte del nucleo tematico di Orizzonti perduti, un disco piuttosto compatto. Scartando i due brani più eccentrici (il più amato, La stagione dell’amore e  e il più odiato: La musica è stanca), ne restano sei: tre di ambientazione siciliana (Zone depresseMal d’Africa, Campane tibetane) e tre milanese (Tramonto occidentale, Un’altra vita, Gente in progresso). I titoli sono alternati, dando la sensazione di un pendolarismo tra Sud e Nord, mal di vivere e memorie famigliari. Dei tre brani milanesi, Un’altra vita è il più cupo e rivela una vera e propria ossessione per il traffico urbano (qui descritto con toni assai più depressivi che in Temporary Road). E poi c’è la tv, le “storie di sottofondo”, di cui Battiato non omette i titoli: Dallas e [Anche i] ricchi piangono. Faceva uno strano effetto sentirlo declamare non più titoli di canzoni del passato, ma brandelli del paesaggio linguistico presente, quello che noi ascoltatori condividevamo con lui sulle stesse guide tv. Per noi più giovani – che molte di quelle canzoni le avevamo sentite soltanto declamate da lui, sentirlo ora cantare di Dallas, Viks Vaporoub, e Idrolitina sembrava la fine della poesia, del mistero. Ora, con un po’ di distanza, anche queste schegge sembrano aver trattenuto un po’ d’incanto crepuscolare (se vi chiedete cos’è, è uno dei motivi per cui non riuscite mai a vuotare i vostri cassetti)..

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100. E i cittadini attoniti fingevano di non capire niente

[Benvenuti alla Gara delle canzoni di Battiato, oggi con una classica Bengasi-Varsavia].

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1982: Radio Varsavia (Battiato/Pio, #9)

I primi secondi dell’Arca di Noè sono meravigliosamente sospesi tra suoni antichi e nuovi. Il coro dei Madrigalisti processato o miscelato con i sample orchestrali del campionatore Fairlight – di lì a qualche anno le improvvise bordate d’orchestra sparate dal Fairlight diventeranno un luogo comune, pensate delle produzioni hip hop, ma qui suonano stranianti a quarant’anni di distanza, come lampi da una registrazione interrotta (ancora una volta uno strumento nuovissimo usato per ottenere effetti antichi).
E intanto in sottofondo è partita quella pulsazione regolarissima di una batteria (o più probabilmente è il Roland TR 808) che ci fa pensare: dove abbiamo già sentito un inizio così? Dappertutto, cosa c’è di più standard di un secco 4/4 suonato dalla drum machine più venduta degli anni ’80, sì, ma questo ritmo così secco, in un silenzio venato da lampi improvvisi di suono, dove l’aveva già sentito Battiato? Non è che non lo riteniamo incapace di inventarsi qualcosa del genere, ma in un qualche modo suona già sentito, ma appunto: sentito dove? L’Arca di Noè, dei dischi anni ’80, è forse quello che contiene più sotterranei rimandi alla fase prog – anche se si tratta più di lapsus che di riferimenti espliciti. In un certo senso, anche Fetus cominciava con una pulsazione. E anche The Dark Side of the Moon, l’anno dopo (un disco di cui Battiato non mi pare parli mai, ma è improbabile che non l’abbia ascoltato) e non è poi così diverso, il 4/4 secco di Radio Varsavia, da quello di Breathe… Oppure: un altro disco di cui Battiato non parla mai è Smogmagica, il che è molto più comprensibile: non ne parlano volentieri nemmeno le Orme. Se però dovessi dire stamattina a cosa assomiglia di più l’inizio di Radio Varsavia, ecco, forse ad Amico di ieri: che è anche una di quelle canzoni che non sarebbe stato affatto strano trovare in un quarto o quinto volume di fleurs.

1989 (ma composta nel 1981 per Giuni Russo): Lettera al governatore della Libia (Battiato/Pio,  #105)

– Energie, è un disco dallo strano destino. Quando l’anno successivo la Russo fece il botto con Un’estate al mare, l’album venne reimpacchettato con il nuovo singolo, da cui prese un nuovo nome. La stessa Giuni Russo avrebbe dovuto essere reimpacchettata come cantante di hit estive: un ruolo per il quale non si sentiva portata; né la contagiava l’euforia situazionista di Battiato e Pio che in quegli anni pur di far successo (e soldi!) avrebbero reimpacchettato pure Beethoven, anzi lo fecero. Tuttora, anche rifuggendo Un’estate al mare e cose come Alghero Limonata Cha Cha Cha, trovo impossibile ascoltare Giuni Russo in inverno. Anche solo in autunno. E in primavera mi sembrerebbe di rovinarmi l’estate, insomma Caterina Caselli con me ha vinto. Ma è solo colpa sua? Anche quando questo album si chiamava ancora Energie, non era già un disco così estivo e mediterraneo da non ammettere ascolti protratti oltre il 15 settembre? Non vi assale un odore di fichi d’india tostati dal sole anche solo alle prime note sirtakanti della Lettera, che pure è ambientata in autunno, ma quanti gradi potranno fare a Bengasi in autunno, ventotto all’ombra?

– Secondo Paolo Jachia e Alice Pareyson, Lettera è il primo brano in cui Battiato toccherebbe l’argomento reincarnazione: “Quell’idiota di Graziani” farà effettivamente “una brutta fine”, se non in questa vita nella prossima. Secondo me Jachia e Pareyson a volte sovrainterpretano; è chiaro che Battiato si presta, coi suoi testi ellittici che è facile prendere per criptici, ma è un testo del 1981, Battiato non sarebbe tornato esplicitamente sull’argomento per altri dieci anni. Io credo che nell’economia del brano, il riferimento così diretto a Graziani sia dettato dalla necessità di prendere le distanze dal fascismo coloniale: se non ci fosse, il brano potrebbe anche essere inteso come una fantasia nostalgica. Ho scritto “se non ci fosse”, ma in realtà fino al 1989 davvero non ci fu. La Russo non aveva voluto cantare quel verso, per paura che Ivan Graziani lo credesse riferito a lui. 

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